Il territorio della Val di Scalve nelle antiche mappe catastali |
UNA MOSTRA DI CABREI
Il cabreo (dal latino caput breve, parola oggi in disuso
e di regola sostituita da "mappa catastale") è una fonte iconografica
tipicamente settecentesca, che continua comunque ad avere sviluppo in alcune zone
periferiche come la Valle di Scalve per buona parte dellOttocento. Lasciano quindi il posto alla catastazione
geometrica, più precisa e rigorosa, ma il loro studio permette ancor oggi di seguire le
profonde modifiche che un luogo ha avuto nel corso dei secoli. Prima dellinvenzione
della fotografia, i cabrei sono stati il principale strumento di descrizione e
rappresentazione del territorio, appunto la "mappa" che permetteva di orientarsi
nel paesaggio agrario e non solo con sorprendente precisione. I cabrei vanno
annoverati fra i frutti della cultura illuministica, che aveva bisogno di una
razionalità, prima avvertita con minore urgenza, anche nel campo
dellinventariazione e della descrizione dei beni. I possidenti, volendo mettere
ordine nelle rispettive proprietà (basti pensare che i confini delle loro terre erano
spesso incerti e mal definiti, e che non sempre era nota lestensione di un fondo),
incaricano gli agrimensori del tempo di redigere accurate e dettagliate descrizione delle
rispettive possessioni. Allo straordinario talento di questi autodidatti dobbiamo tavole
non di rado molto belle, con la definizione dei limiti tratteggiati con inchiostro di
china e con i nomi dei confinanti, la colorazione dei campi coltivati o dei pascoli,
lindicazione delle strade poderali, dei sentieri, dei corsi dacqua,
lestensione dei boschi con la descrizione delle alberature, generalmente conifere o
piante cedue. Spesso il cabreo è ulteriormente arricchito dalla presenza della rosa dei
venti o da figure che segnalano i punti cardinali indicati con i segni
convenzionali del tempo: S [settentrione] e alcune volte anche T [tramontana] indicavano
il nord, M [mezzogiorno] segnava il sud, mentre P [ponente] e L [levante] rispettivamente
lovest e lest o dalla dimensione degli edifici rurali, nonché dalla
loro tipologia (fossero essi cascine, stalle, fienili, mulini, torchi, roccoli, ecc.).
Lunità di misura utilizzata di regola è il cavezzo (indicato con "c."),
che corrisponde a 263 centimetri. In alcuni casi, quando le proprietà di un committente
erano numerose, i cabrei venivano raccolti in volume (si vedano gli esemplari presentati
in questa mostra): alle tavole si accompagnano così testi scritti, che riportano
informazioni relative ai vari disegni. Solitamente vi compaiono dati che riguardano le
misure, la natura dei suoli, il tipo di colture, notizie sullacquisto o
leventuale permuta delle terre. Il lavoro degli agrimensori - di alcuni dei quali
viene anche ricostruita una breve traccia biografica - veniva svolto manualmente, dopo
attenti sopralluoghi, che consentivano di giungere agli eccellenti risultati cartografici
presentati in questa mostra. Il reperimento di una mappa - meno accurata nella ricchezza
del disegno, ma ricca di annotazioni - che riporta l'indicazione di "copia da
allegare alle mie memorie", fa pensare che spesso questi tecnici conservassero esempi
del loro lavoro ( per successivi incarichi? per eventuali contestazioni?): una ulteriore
"spia" di un lavoro di ricerca in gran parte ancora tutto da svolgere.
Angelo Bendotti
GLI AUTORI DI QUESTE MAPPE
Fra i periti agrimensori che operarono in Val di Scalve, un ruolo sicuramente importante ebbero i Merli di Vilmaggiore, autori nei corso dellOttocento di molti dei cabrei presi in esame per la realizzazione di questa mostra. Dai registri anagrafici della Parrocchia di San Giorgio apprendiamo che nel 1784 nasce Giovanni Merli, che vive fino al 1860: la sua condizione è quella di "possidente-perito agrimensore"; suo figlio, pure di nome Giovanni, nasce nel 1830 sempre a. Vilmaggiore, e continua lopera del padre; così come Pietro, nato un anno prima, che ancora alla fine dellOttocento realizza mappe catastali. Pietro Merli muore il 25 novembre 1905, e con lui ha termine anche la produzione di queste mappe, che aveva contraddistinto per più generazioni la sua famiglia. Un altro nome che compare con frequenza - è autore tra le altre della mappa "delli Beni Arativi, Prativi, Boschivi, Cornivi e Disertivi di raggione del Beneficio Plebano di Vilminore di Scalve", disegnata nel 1785 - è Costantino Valmadri, "Publico Perito Approvato e Collegiato Agrimensore di Bergamo". Dal Liber status animarum, trascritto da Eugenio Pedrini, risulta che nel 1752 la famiglia di Costans Valmadri (forse di origine veneziana) è sotto la giurisdizione della Chiesa plebana. Con lui vivono i figli, tra i quali Francesco che, nel 1752, ha un figlio di nome Costantino: anche lui perito agrimensore, lavorerà per decenni in Val di Scalve. Non si sono invece trovate - almeno per ora - indicazioni precise sul perito Antonio Bonaldi, che figura su una mappa del 1821 raccolta in un registro, relativo a proprietà situate nel territorio di Schilpario.
Lo
feci bello et somiliante
articolo tratto da: ARABERARA marzo 2001
Il
territorio della Valle di Scalve nelle antiche mappe catastali
Angelo Bendotti
Ha destato un vivo interesse la
mostra "Lo feci bello et somiliante". Il territorio della Val di
Scalve nelle antiche mappe catastali, presentata a Schilpario la scorsa estate,
in Casa Gregori, e a Vilminore di Scalve, nel periodo natalizio, presso le sale
della Comunità Montana. L'iniziativa, promossa dalla stessa Comunità, dal
Museo etnografico di Schilpario e dalla Biblioteca comunale di Vilminore , ha
permesso di ammirare una sessantina di cabrei, raccolti per lo più presso gli
archivi familiari, oltre ad alcuni "pezzi" di straordinaria fattura
conservati dal Comune di Vilminore.
Il cabreo (dal latino caput breve, parola oggi in disuso e di regola sostituita
da "mappa catastale") è una fonte iconografica tipicamente
settecentesca, che continua comunque ad avere sviluppo in alcune zone
periferiche - come la Valle di Scalve - per buona parte dell'Ottocento. Lasciano
quindi il posto alla catastazione geometrica, più precisa e rigorosa, ma il
loro studio permette ancor oggi di seguire le profonde modifiche che un luogo ha
avuto nel corso dei secoli. Prima dell'invenzione della fotografia, i cabrei
sono stati il principale strumento di descrizione e rappresentazione del
territorio, appunto la "mappa" che permetteva di orientarsi nel
paesaggio agrario - e non solo - con sorprendente precisione.
I cabrei vanno annoverati fra i frutti della cultura illuministica, che aveva
bisogno di una razionalità, prima avvertita con minore urgenza, anche nel campo
dell'inventariazione e della descrizione dei beni. I possidenti, volendo mettere
ordine nelle rispettive proprietà (basti pensare che i confini delle terre
erano spesso incerti e mal definiti, e che non sempre era nota l'estensione di
un fondo), incaricano gli agrimensori del tempo di redigere accurate e
dettagliate descrizioni delle rispettive possessioni. Il problema dei confini
era particolarmente sentito in Val di Scalve, che per secoli (esattamente dal
1018 al 1682) era stata "in lite" - che costò morti, incendi,
saccheggi - con gli abitanti di Borno, per il possesso e lo sfruttamento del
Monte Negrino, montagna che divide geograficamente la Val di Borno e la Val di
Scalve. Non si può stabilire con certezza l'inizio della definizione
cartografica dei vari terreni, ma nella mostra erano esposti cabrei degli inizi
del Settecento, quasi a conferma di una necessità sempre più sentita, e gli
agrimensori chiamati a "disegnare", a prendere le misure di un
determinato territorio, davano spesso ragione del loro operato con minute
descrizioni apposte alla stessa mappa.
Così ad esempio, certificava Costantino Valmadri, perito agrimensore di
Vilminore, di cui diremo piu avanti, in uno splendido cabre o che porta la data
del 14 settembre 1777: Fu da me infrascrito misurato la presente pesa di terra
nel tenere della contrada della Nona nel Disegno chiamata Le sponde ed fu
trovata di tavole n.143 ed fu da me chiamato ogni confinante et fatoli venire
personalmente sopralogo ed acordevole con essi fu meso termini contro le parti
di ciascuna dalla quale da matina confina li Sg.ri Capitanij di Brescia ed per
questi vinsero (vennero) il Sg.or Domenico Talgiaferi suo agente ed a monte
confina li sodetti come pure a sera ed a mezzogiorno confina tre diversi
confinanti il primo de quali sono li eredi del fu Francesco Pisini dalla Nona;
ed il secondo la chiesa plebana di Vilminore ed per questa vinsero li sindesi
della medesima qual herano ol Sg.or Cristoforo Albrici di Vilminore; ed il terzo
sono li eredi del fu Giacomo Boni della Nona.
Allo straordinario talento di questi autodidatti dobbiamo tavole non di rado
molto belle, con la definizione dei limiti tratteggiati con inchiostro di china
e con i nomi dei confinanti, la colorazione dei campi coltivati e dei pascoli,
l'indicazione delle strade poderali, dei sentieri, dei corsi d'acqua, degli
imbocchi delle miniere di ferro, l'estensione dei boschi con la descrizione
delle alberature, generalmente conife o piante cedue.
Spesso il cabre o è ulteriormente arricchito dalla presenza della rosa dei
venti o da deliziose figure che segnalano i punti cardinali - indicati con i
segni convenzionali del tempo: S (settentrione) e alcune volte anche T
(tramontana) indicavano il nord, M (mezzogiorno) segnava il sud, mentre P
(ponente) e L (levante) rispettivamente l'ovest e l'est - o dalla dimensione
degli edifici rurali, nonché dalla loro tipologia (fossero essi cascine,
stalle, fienili, mulini, torchi, roccoli, ecc.).
L'unità di misura di regola utilizzata era il Cavezzo (indicato con c.),
corrispondente a metri 2, 626. Venivano spesso indicati i cippi di confine e
segnalati i "testimoni", vale a dire i due pezzi della stessa pietra
divisa, che dovevano obbligatoriamente combaciare, interrati ai lati del cippo.
Sempre Valmadri certifica minuziosamente: Ho notato le distanze delli termini
con numeri per chi non intende la scala geometrica, principiando da A sino B vi
sono Cavesi n.10 ed dal termine B sino C vi sono Cavesi n.9 e meso e da C sino D
ci sono Cavesi n.6 e tre quarti ed da D sino E vi sono Cavesi n.8 ed da E sino F
vi sono Cavesi n.9 e mezzo ed da F sino G vi sono Cavesi n.3 e un quarto ed da G
sino P vi sono Cavessi n.6 e un quarto ed da P fino Q vi sono Cavesi n.4 e un
quarto ed da Q fino R vi sono Cavessi n.6 ed da R fino S vi sono Cavesi n.5 e
mezzo ed da S fino T vi sono Cavesi n.1 e tre quarti ed da T sino V vi sono
Cavesi n.9 e mezzo ed da V fino X vi sono Cavesi n.7 e un quarto ed da X sino A
vi sono Cavesi n.11.
In alcuni casi, quando le proprietà di un committente erano numerose, i cabre i
venivano raccolti in un volume: nella mostra erano esposti i
"registri" della Parrocchia di Santa Maria della Nona, della famiglia
Gregori di Schilpario, della famiglia del "cittadino" Morelli di
Azzone (siamo in piena epoca napoleonica). Spesso questi volumi presentano anche
testi scritti, che riportano informazioni relative all'esecuzione dei vari
disegni, alla natura dei suoli, al tipo delle colture, notizie sull'acquisto o
l'eventuale permuta delle terre.
Il lavoro degli agrimensori veniva svolto manualmente, dopo attenti
sopralluoghi, che consentivano di giungere agli eccellenti risultati
cartografici presentati in questa mostra. Il reperimento di una mappa - meno
accurata nella ricchezza del disegno, ma densa di annotazioni - che riporta
l'indicazione di "copia da allegare alle mie memorie", fa pensare che
spesso questi tecnici conservassero esempi del loro lavoro (per successivi
incarichi? per eventuali contestazioni?): una ulteriore "spia" di un
lavoro di ricerca in gran parte ancora da svolgere.
Fra i periti agrimensori che operarono in Val di Scalve, un ruolo sicuramente
importante ebbero i Merli di Vilmaggiore, autori nel corso dell'Ottocento di
molti dei cabrei presi in esame per la realizzazione di questa mostra. Dai
registri anagrafici della Parrocchia di San Giorgio apprendiamo che nel 1784
nasce Giovanni Merli, che visse fin o al 1860: la sua condizione era quella di
"possidente perito agrimensore"; suo figlio, pure di nome Giovanni,
nasce nel 1830 sempre a Vilmaggiore e continua l'opera del padre, così come
Pietro, nato un anno prima, che ancora alla fine dell'ottocento realizza mappe
catastali. Pietro Merli muore il 25 novembre 1905 e con lui ha termine anche la
produzione dei cabrei, che aveva contraddistinto per più generazioni la sua
famiglia. Un altro nome che compare con frequenza - è autore tra le altre mappa
"delli Beni Arativi, Prativi, Boschivi, Comivi e Disertivi di raggione del
Beneficio Plebano di Vilminore di Scalve, realizzata nel 1785 - è quello di
Costantino Valmadri, "Publico Perito Approvato e Collegiato Agrimensore di
Bergamo". Dal Liber status animarum, trascritto da Eugenio Pedrini, risulta
che nel 1752 la famiglia di Costans Valmadri (forse di origine veneziana) è
sotto la giurisdizione della Chiesa plebana. Con lui vivono i figli, tra i quali
Francesco che, nel 1752, ha un figlio di nome Costantino: anche lui perito
agrimensore, lavorerà per decenni in Val di Scalve. Non si sono invece trovate,
almeno per ora, indicazioni precise sul perito Antonio Bonaldi, che figura su
una mappa del 1821 raccolta in un registro relativo a proprietà situate nel
territorio di Schilpario, così come non si hanno notizie certe su Bernardino
Grassi, pure di Schilpario, su un Bettoni di Azzone, su Carlo Albrici, molto
attivo nel realizzare cabrei riguardanti il territorio dei Comuni di Vilminore
di Scalve e di Oltrepovo nella seconda metà dell'Ottocento.
La mostra "Lo feci bello et somiliante" verrà esposta presso
l'Archivio di Stato di Bergamo dal'11 maggio al 3 giugno: un'ulteriore occasione
per ammirare questa splendide mappe e per riflettere su come il vero scopo della
cartografia non consiste nel fare un doppione della realtà, riproducendo
totalmente l'oggetto come "è in sé". Sicuramente gli agrimensori
scalvini non corsero il rischio - pur nell'assoluta diligenza con cui
esercitarono il loro mestiere - di quei geografi di cui ci parla Jorge L. Borges
nella Storia universale dell'infamia, che vollero tracciare una carta del loro
impero sempre più perfetta. Cominciarono con una carta grande come una città,
ma insoddisfatti vollero ingrandirla fino a tracciarne una grande quanto una
provincia. Ancora insoddisfatti si rimisero al lavoro e finalmente realizzarono
una carta grande come l'intero territorio. Si resero conto allora che una tale
carta non serviva più a nulla, e "la abbandonarono alle inclemenze del
sole e degli Inverni".
*Direttore Istituto Bergamasco
per la Storia della Resistenza e dell'età contemporanea Direttore Museo
Etnografico di Schilpario.
Le riproduzioni sono a cura di Giorgio Capitanio (Foto Giorgio - Vilminore)
Per altre informazioni visitate il sito www.scalve.it nelle pagine di Vilminore sotto
il titolo "Lo feci bello et somiliante".