Presentazione
C’è un passato recente ed un passato remoto, il primo con tracce vive
nella memoria dei nostri vecchi, nei testimoni scritti, nelle vecchie
foto, negli edifici e negli oggetti che ancora ci sono vicini; il secondo
memoria diretta, e con più rari e senza frammentari resti architettonici o
strumentali.
In buona misura il passato prossimo è già archeologia della memoria,
destinata presto ad essere, come per il remoto, archeologia piena, dove le
congetture, le ipotesi, le parti mancanti sovrabbondano spesso sul poco
che si riesca a ricostruire.
Un’ opera come la presente ha il grande valore di raccogliere tutto il
possibile sul passato prossimo e remoto di un tema, localizzandolo con
precisione, salvando le ultime testimonianze del vissuto, inquadrandolo
nel contesto di una tradizione locale che si va spegnendo troppo
rapidamente. Maurilio Grassi ha fatto quest’opera sulla calce e le calchere della Valle di Scalve, l’ha fatta con la passione e la tenacia
dello scalvino, attaccato alla sua terra, sensibile alla storia, cioè alle
radici della sua terra, di cui si sente il pericolo della scomparsa, dell’irrispetto
che tale oblio genera in chi non conosce. La ricerca è anche questo, è dar
riconoscimento e valore alle tante generazioni che ci hanno preceduto,
come in una catena di cui noi siamo anello e certo non l’ultimo. I latini
avrebbero detto che è pietas per i nostri comuni lares,
virtù altissima per loro, base sacra, legante a tutto ciò che è sangue,
vicenda e tradizione di una gens. Maurilio ha questa pietas
patriae e l’ha già mostrata con l’arte rupestre, setacciando ogni
angolo della Valle, con il mondo delle miniere ed altri mondi della
vetusta Valle di Scalve; è cosa che si sente, che ti comunica, come una
cosa che gli appartiene, di cui fa parte e indubbiamente il genius loci
gli è amico e un po’ s’incarna in lui.
Qui dunque abbiamo calce calchere dai primi documenti (I millennio a.C. in
Medio Oriente, II sec.a.C. con Catone il Censore) a quelli medievali, a
tutte le testimonianze locali sino agli ’50. E ci ritroviamo in una
dimensione già lontana anche, dalle più recenti espressioni, e si
riscoprono angoli di quella vita dura, umile, caparbia che ha scandito
l’esistenza in montagna per secoli, direi tranquillamente per millenni:
quando tutto ciò che si aveva lo si otteneva dalla terra, come contadini,
dalla miniera, come minatori, dalla pietra, come scalpellini e calcheröcc,
dal bosco, dagli armenti, dalla montagna tutta. E’ difficile e
affascinante per noi pensare a gente temprata da una scuola di vita così
severa, che è sudore, schiena curva, parsimonia ma anche fede e sapienza
grande dei luoghi, delle stagioni e delle attività vitali. Si pensi a quel
lungo Medio Evo con case, staccionate, pozzi, carri costruiti con le
proprie mani, come i tessuti di lana o fibra, le ciotole d’argilla, il
fuoco della legna tagliata nel bosco e il cibo da animali, campi ed orti
vicini ed erba e radici per curarsi. Era l’economia curtense dove giusto
il sale e qualche attrezzo veniva da fuori, e quel po’ di bellezza della
chiesa, cuore e orgoglio della comunità. Un mondo dove la cultura è quella
del notabile, del prete e del monaco e ancor più quella della stalla dove
ci si ritrova al caldo per discutere e sentir racconti. Con poche
migliorie questa vita è ancora ampiamente in vigore nelle Alpi all’inizio
del secolo scorso, ed oltre; è retaggio ancora dei nostri anziani. E’ in
Valle di Scalve più che altrove, qui dove la Via Mala, la prima strada
carrabile, è stata aperta alla fine dell’ 800, dove solo le mulattiere in
precedenza permettevano contatti e scambi.
E allora qui, nella conca di Scalve, le attività tradizionali hanno avuto
valore e persistenza maggiori che altrove. Ed è fonte di orgoglio
l’intendere che le proprie radici sono in una comunità capace di una
relazione così completa con le risorse della propria terra, di un
adattamento così sapiente ed esperto. L’essenza ed il modo di questa
capacità danno un senso pieno di quel che è stata la strategia vincente
della nostra specie nella sua lunga vicenda: comunità ingegnose in grado
di adattarsi agli ambienti più vari, adattando gli ambienti ai suoi
bisogni, sperimentando, innovando, trasformando persino i suoi caratteri
fisici oltre che le attitudini mentali; e la capacità dell’uomo sviluppata
in tutto il suo percorso preistorico e per un lungo tratto dello storico,
percorso che oggi vediamo quasi con distacco, tanto ci sentiamo avanti, ma
che in realtà proseguiamo in modi molto diversi. Questa vicenda c’investe
tutti e ci rende consapevoli che le grandi onde della storia non le
determinano tanto re, filosofi e condottieri, ma quella “moltitudine
d’uomini serie di generazioni che passa sulla terra, inosservata, senza
lasciarci traccia” come esprime Manzoni o “l’anima del popolo” come
sostiene Tolstoj.
La storia delle calchere e dei calcheröcc della Valle di Scalve è in
questo quadro, l’imblematezza in un microcosmo alpino, dando una visione
analoga del fenomeno; con rigore Maurilio Grassi ha ricostruito questo
mondo e ce lo trasmette, delineando con senso concreto procedimenti,
tecniche, passaggi del lavoro, difficoltà e riti e aspettative umane. Chi
ama la storia e la montagna e quindi le tante piccole tracce che la
montagna rivela degli uomini che vi sono riuniti, apprezzerà questo testo.
Prof.
Umberto Sansoni
DIPARTIMENTO VALCAMONICA
CENTRO CAMUNO DI STUDI PREISTORICI
Via Sommavilla 12/A NIARDO (BS)
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