Introduzione

          Iniziando questo lavoro non immaginavo di intraprendere un viaggio che, passo dopo passo, mi avrebbe portato a scoprire un mondo di notevole interesse culturale. Ero abituato, come la maggior parte delle persone, a vedere e conoscere la calce come materia impersonale, morta.
Girovagando per i boschi ed osservando i ruderi delle antiche fornaci coperte dalla vegetazione che, lentamente, le nasconde alla vista dell’escursionista, ha iniziato a farsi strada in me la curiosità e soprattutto la voglia di riportare alla memoria quel “qualcosa” che andava scomparendo. Quando l’amico Manfredo mi ha indicato il considerevole numero di ruderi di calchere presenti nel territorio, ho iniziato ad immaginare la Valle di Scalve e tutte queste fornaci in funzione, contemporaneamente. Nella mia mente è comparso improvviso un quadro fantastico composto di boschi, torrenti, colonne di fumo e uomini indaffarati che tagliano, portano, bruciano, cuociono pietre. Uomini, ecco la molla che ha messo in moto tutto, persone che hanno costruito la storia, hanno modificato l’ambiente riuscendo a trarre quanto bastava da ogni più piccolo elemento che la montagna racchiude nei suoi pendii. Persone che sono riuscite a costruire con sacrificio l’avvenire per i loro figli, a preparare il benessere di cui i nipoti stanno godendo; tutto quanto mantenendo inalterato lo scenario in cui operavano. Così si è sviluppato in me il desiderio di restituire alla memoria un lavoro dimenticato, nascosto, ritenuto sottoposto già all’epoca, poco ricordato, ma presente, vivo, importante al pari d’altre attività; la produzione della calce.
 L’indagine iniziale, eseguita nei boschi della Valle, ha permesso di scoprire il significativo patrimonio che si celava fra le piante, riportando alla luce l’ingegnosità dei nostri antenati, privi di conoscenze teoriche, ma ricchi d’esperienza. La successiva ricerca storica mi ha condotto fra le parole di studiosi, tecnici o semplici narratori che, in maniera differente e ognuno spinti da sentimenti diversi, hanno parlato del lavoro dei “calcheroch”, cosi come erano definiti i lavoratori delle fornaci per la produzione calce. E’ stato interessante scoprire come anticamente quest’attività era considerata importante tanto da dare vita, in epoca romana, alla corporazione dei “Calcis Cottores”, mentre in epoca moderna questa rilevanza è andata scomparendo.
Nelle ultime pagine le testimonianze, il ricordo di chi ha “fatto” la calce, chi l’ha vista fare o solo ha sentito parlare di questo lavoro; in Valle di Scalve non sono rimasti molti uomini che hanno prodotto questo materiale nelle “calchere”, perché il lavoro è terminato alla fine degli anni ’50. Pochi si sono dedicati a questa attività, non molto redditizia, parecchie persone,  molte volte, hanno prodotto calce esclusivamente per uso privato, utilizzando in alcuni casi dei metodi empirici. Dalle parole dei testimoni consultati è in ogni modo emerso un profilo di persone semplici, operose, ma soprattutto ingegnose. Il racconto sulla calchera è sempre scarno perché si tratta di un lavoro povero, umile, anche se necessario; esauriti brevemente i discorsi sulla produzione della calce, gli intervistati iniziavano il racconto di traversie passate impegnati in altre attività, lasciando così trasparire la voglia di rendere più interessante la loro esperienza. Nessuno si è accorto che dietro questa semplicità si nasconde una grande umanità, sotto forma di umiltà e solidarietà ne è un esempio l’edificazione della calchera approntata per produrre la calce necessaria per costruire l’asilo di Azzone.
Lo spirito di aggregazione che durante la cottura della calce scaturiva fra le persone è sufficiente a rendere importante questo semplice lavoro; gli uomini s’incontravano, parlavano, dando inizio ad un’attività che li vedeva uniti per parecchio tempo, in sintonia anche di fronte ai problemi che erano risolti insieme. Non c’era un padrone, nelle calchere, si conoscono solo due casi in cui gli addetti lavoravano per i proprietari delle fornaci. Tutti proprietari e, anche tutti operai, ognuno dava il meglio per ottenere un buon prodotto, anche perché poi, il prodotto finale, era impiegato nella sistemazione delle proprie abitazioni.
Osservando le pareti delle baite che ancora conservano gli antichi intonaci, sì “respira” il significato dei valori che la necessità riesce a costruire nelle persone. Se da un lato il sacrificio rende più duri, dall’altro infonde anche il senso di solidarietà che la vita moderna estingue nelle facili comodità.

Maurilio

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