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Breve storia della calce
Il primo “legante” che l’uomo ha utilizzato per rinsaldare le pietre delle
costruzioni, che via via hanno accompagnato l’evoluzione degli
insediamenti urbani, è stata l’argilla cruda. Più che materia di coesione
questa creta era impiegata per sigillare le piccole fessure che,
inevitabilmente, si formavano fra le pietre poste nella costruzione dei
muri a secco delle case. Dal trattato “Sull’Architettura” di Vitruvio
Pollione, vissuto nel I sec. a.C., (Da – Vitruvio e le tecnologie
costruttive arcaiche interpretazione degli abitati nella tarda età del
ferro a Como e nell’area padana centro-orientale, di Riccardo Merlo,
1989), si legge: “In un primo tempo, eretti dei pali legati l’un l’altro
da rami trasversali, costruivano muri con il fango. Altri li fabbricavano
con blocchi d’argilla disseccati, tenuti insieme da intelaiature di
legno…...”. Il metodo costruttivo sinteticamente descritto da Vitruvio
trova rispondenza nei ritrovamenti archeologici avvenuti un poco ovunque
nel territorio italiano. Lo studio degli insediamenti dell’età del Bronzo
presenti nelle zone limitrofe alla Valle di Scalve, esclude l’uso di un
qualsiasi tipo di legante nell’edilizia. Ancora nell’età del Ferro
persiste l’impiego di fango o argilla come materiale per eseguire
intonacature in alcune abitazioni erette in quest’epoca.
La scoperta del processo di cottura della calce deve essere stata casuale:
probabilmente, utilizzando delle pietre di calcare poste per circoscrivere
rudimentali focolari e involontariamente bagnate per spegnere le braci, si
è innescata la reazione chimica d’ossidazione. L’impiego di questo
prodotto cementante non è avvenuto contemporaneamente in tutti i luoghi,
ma si è diffuso in epoche diverse in rapporto alla dislocazione
geografica. A Roma, ad esempio, la prova archeologica dell’uso della calce
già dal 300 a.C. è testimoniata dall’acquedotto Appio, realizzato da Appio
Claudio Cieco in quel periodo. Per preparare l’impasto di calce i romani
si servivano prevalentemente delle “pozzolane”, rocce con alto contenuto
di silice e particolarmente abbondanti nei dintorni di Roma e Napoli.
Ridotte in polvere finissima, queste rocce sedimentarie piroclastiche
unite a calce formano una malta idraulica, unico prodotto conosciuto
nell’antichità in grado di rinsaldarsi anche in ambiente umido. Alcune
note tratte dalla “Storia Naturale” di Plinio il Vecchio, vogliono indurci
a credere che la calce sia stata impiegata anche in epoche precedenti,
soprattutto in Egitto. I dati di scavo provenienti dall’area egizia, ma
anche dalla regione etrusca, hanno smentito le indicazioni di Plinio.
Gli scavi degli insediamenti abitativi in area Norica, zona posta a nord
delle Alpi Carniche e comprendente parte dell’Austria e del bacino del
Danubio, regioni antropizzate già menzionate da Posidonio nella prima metà
del I secolo a.C. e ripresa ancora da Plinio il Vecchio nella sua “Historia
Naturalis”, confermano che la calce era sconosciuta o poco usata in
edilizia fino all’inizio del II secolo d.C. Alcuni esempi ci permettono di
capire meglio il progresso e l’evoluzione in termini urbanistici collegati
all’uso della calce. La casa di Gleisdorf, in Stiria, databile al I secolo
d.C., “…..aveva le fondamenta spesse tra i 45 e i 60 cm……formate da
ciottoli di fiume legati da argilla…..La costruzione.....originariamente
in legno con fughe tamponate con argilla…”.(Maier 1988, Marensi 2001).
Occorre analizzare strutture datate al II secolo d.C. per trovare
indicazioni dell’utilizzo delle malte, ad esempio a Liefering, nel
salisburghese. In questa struttura che occupa uno spazio temporale
compreso fra il tardo LaThene e il V secolo d.C., emerge l’impiego della
malta nell’impianto datato al II secolo d.C.. Anche in Inghilterra, a
Lockleys, sito archeologico con resti preromani, esiste un edificio datato
alla seconda metà del I secolo d.C. con le fondamenta in pietra legate da
malta. Ritornando all’area Norica, a Bondorf, vicino ad una costruzione
della fine del I secolo – inizio II secolo d.C., è stato rinvenuto anche
il forno per la calce (Da Gaubatz Sattler 1994 in Notizie archeologiche
bergomensi, 2001).
Dallo studio effettuato dal dott. Andrea Marensi sulle tecniche edilizie
delle abitazioni rurali d’epoca romana costruite nell’attuale Austria, è
evidenziato che “ …a partire dal I secolo d.C. inizia a
diffondersi…fondamenta in pietra…su cui si impostano strutture
lignee…tamponate con argilla…La fase successiva vede la costruzione anche
di alzati in pietra…legate con malta, il cui tenore di calce varia a
seconda dei siti…”(A. Marensi, 2001).
Spostandoci in Italia, in un’abitazione del I secolo d.C. ritrovata a
Porta Crusca, in Puglia, è accertata la presenza di “…zoccoli in pietra
di fiume legati da malta e pietrisco che sostenevano pareti in mattoni…”(Marensi,
2001). Dalla rassegna dei resti archeologici della tarda età del Ferro a
Como ed in area padana centro-orientale, interpretati con il testo
vitruviano, emerge che del paesaggio abitativo, nei tamponamenti clastici,
era impiegata molta argilla anziché calce. A Mariano Comense furono
individuati ed indagati due edifici, databili al I - II secolo d.C., dove
perdura la tecnica edilizia con ciottoli disposti a spina di pesce e
legati da argilla. L’argilla cruda, però, ha poco potere di coesione e,
soprattutto, a contatto con l’acqua tende a sciogliersi velocemente. Le
tipiche “case retiche” ben documentate dal ritrovamento delle abitazioni
nel sito Casalini di Sanzeno in Val di Non (TN), in uso
dalla metà del VI al I sec. a.C., ma frequentate anche nella successiva
epoca romana, erano “… costruzioni seminterrate, perimetrate da muretti
a secco quadrangolari e con corridoio…” (Marzatico, 2001). Grazie ad
alcuni ritrovamenti archeologici nelle aree limitrofe alla Valle di Scalve,
si scopre che ancora nel I sec a.C. i muri delle abitazioni erano “a
secco”, prive d’ogni tipo di legante. Questo importante dato emerge dal
ritrovamento e dallo scavo della Casa di Pescarzo, in Valle
Camonica, avvenuto negli anni 1995-96, dove i muri ben conservati
dell’abitazione erano realizzati ancora a secco. Dalla relazione della
Soprintendenza ai Beni Archeologici, che ha seguito i lavori di scavo,
apprendiamo che i muri “…costruiti contro terra, erano in filari
sovrapposti di grossi blocchi di pietra, differenti per qualità, forma e
dimensione, rinforzati con pietre più piccole e rinsaldate in qualche
punto con argilla…”. (Una casa camuna del I secolo a.C., aprile
2002). E’ solo con l’avvento di Roma che, anche nell’area camuna, inizia
ad essere usato un nuovo materiale, più resistente dell’argilla, per
saldare le pietre delle fabbriche: la calce. Un’indicazione molto
interessante sull’uso della malta emerge dallo scavo del Tempio della
Minerva di Breno. Edificato sopra un più antico luogo di culto, il
Santuario della Minerva ha delle parti in muratura intonacate con malta
biancastra databile, in linea di massima, intorno alla metà del I sec.
d.C. (dott.ssa Filli Rossi, da La Valle Camonica
romana studi e ricerche).
Nell’area bergamasca un riferimento importante ed indicativo per la Valle
di Scalve, sia per la vicinanza che per le affinità culturali, è
rappresentato dallo scavo nella località “Castello” a Parre. Dalla
relazione della dott.ssa Poggiani Keller che ha seguito i lavori, si legge
“…i resti dell’abitato sono costituiti da strutture
abitative…costituiti da una zoccolatura in pietre miste…legati con argilla
o a secco, in alcuni casi con malta negli edifici d’epoca romana…”.
Dai dati di scavo del sito emerge che ancora nella seconda età del Ferro
(I sec. a.C.), nell’alta Valle Seriana non era usata la calce
nell’edilizia. L’impasto cementizio inizia ad essere usato in epoca romana
e più precisamente emerge nello strato archeologico riferito al II sec.
d.C..
In Valle di Scalve, a tutt’oggi, non sono stati eseguiti scavi
archeologici, perciò non esistono dei dati certi che indichino l’inizio
della produzione e dell’uso della calce in zona. Il campo delle ipotesi è
stato parzialmente sgombrato da recenti ritrovamenti, frutto di
prospezioni superficiali svolte in particolare nel territorio della
frazione di Vilmaggiore.

Frammenti di malta
rinvenuti a Vilmaggiore.
Già lo storico ottocentesco Gabriele Rosa aveva
individuato nella zona costruzioni attribuite ad epoca romana, peraltro
senza stabilire l’esatta posizione temporale dei muri in pietra della “Tor”.
Nel lavoro di ricerca svolto negli anni 1999-2001 anche il dott. Ausilio
Priuli attribuisce ad una generica epoca romana i resti di questa torre,
in quanto lungo il sentiero che conduce al Pizzo Tornello si rinvengono
parecchi frammenti di laterizi romani (Priuli 2002). Un sottile strato di
terra frammisto a resti di calce derivata dallo scrostamento dell’intonaco
della “Tor” testimonia che questo antico fortilizio, posto a monte
dell’abitato di Vilmaggiore, aveva le pareti intonacate. A seguito di
nuove ricerche di superficie, sono venuti alla luce piccoli grumi di calce
in stretta connessione con alcuni reperti ceramici attribuibili al III
secolo d. C. E’ il dato fin’ora più antico concernente l’uso di calce in
Valle di Scalve. Un ritardo, rispetto alle aree limitrofe, di circa due
secoli, spiegabile con il processo di assimilazione culturale molto lento
che ha caratterizzato tutta la storia alpina.
La calce, questa materia umile, può essere la chiave di accesso per la
scoperta della storia della Valle di Scalve: i piccoli frammenti di calce
trovati sono la parte infinitesimale di un patrimonio che ancora rimane
nascosto sotto terra.
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