Statuti e leggi

         Fin dagli albori della civiltà la pratica metallurgica ha assunto connotati magico-religiosi di notevole spessore, soprattutto perché con la fusione venivano prodotte armi, coltelli, asce e spade che, nel tempo, hanno assunto significati di regalità, potere e forza.
Al contrario la calcinazione non è un procedimento che porta alla realizzazione di oggetti di prestigio, ma il prodotto finale è una materia umile impiegata per intonacare o saldare le pietre, lavori scevri da ogni senso di ammirazione.
Inoltre la calce era per lo più consumata localmente e venduta in piccole quantità; potrebbe essere questo il motivo per cui la cottura del calcare e la conseguente lavorazione sono poco documentati. Nei registri o testi di storia locale sono menzionate varie attività dell’uomo, svolte nei secoli scorsi in Valle di Scalve, ma poco o niente è riportato sul lavoro connesso con la calcinazione.
In un documento, redatto “ Nel nome di Cristo, Amen. Adi sette Genaio nel’anno della di Lui natività Millecinquecento e diciasette,……. Qui nella pubblica e generale Congregazione e Adunanza de Vicini e Uomini della contrada di Teveno…..”, e nel quale sono stabilite delle regole e sanzioni per il taglio di legne in varie località dell’attuale frazione di Vilminore, si legge “…nel luogo dove si dice nelle calchere o in Zoti (?)…..”. Questa citazione ci consente di rilevare l’esistenza di fornaci per la calce in un terreno di Teveno, anche se non vi sono indicazioni del lavoro svolto intorno a questi forni.
 Negli “STATUTI ORDINI E LEGGI MUNICIPALI di tutta la Valle di Scalve Nuovamente reformati”, nella loro prima stesura del 1578 troviamo alcune indicazioni sulle calchere in un apposito capitolo riportato integralmente:

Cap. CVI.106.
De prohibitione carbonum, et ordine calcheronum et lignis Communitatis

Ancora è stato ordinato, et statuito, che persna alcuna de cetero non ardisca, ne presuma di far carboni nelli boschi, o paghere della Comunità, sotto pena di uno scudo d’oro p (per) cadauno sacco, mà se sarà carbone da zocchi di legne romerse, sia dupplicata la pena, nella qual pena doppia ancora debbano incorrere quelli, che estirperanno, ò haveranno estirpati zocchi di legne di romerso, ò da fuoco, ò d’altro; et ancora si ordina, che de cetero le calchere, quali s’hanno da fare dalli detti boschi, ò paghere delle legne della Comunità predetta non si possino, ne si debbano fare; se prima dette legne non haveranno compito il tempo di anni otto dopo il taglio, sotto pena di lire venticinque imperiali per cadauna persona, et p (per) qualunque volta haverà tegliato detti legni aventi detto tempo.
Et ancora è ordinato, che quelli, che fanno, et costruono calchere, et padroni di quelle,ò d’una, et di più, in fine delle quali si debbano presentare nel predetto Consiglio, notificando il tempo della costruzione di dette calchere, et far descrivere p il Cancelliero d’essa Comunità per la giustificazione del tempo del tagliar le legne predette, et questo sotto pena di lire venticinque imperiali, et con questo che paghino a detta Comunità, seu al Tesoriero di quella p cadauna calchera per Honoranza lire vinti imperiali, et sia lecito à cadauna persona accusare cadauno, qual contrafarà alle predette ose, et guadagni la mittà delle predette pene in sup.

Questi semplici ordinamenti sono stati poi ripresi e catalogati ancora nel 1733, ma anche in questo documento niente è detto intorno allo svolgimento dell’attività svolta per produrre la calce o la sua portata economica, ma è posto l’accento sull’uso delle legne usate per la cottura del calcare.
Dal capitolo 106 degli Statuti emerge che per far funzionare le calchere era fatto divieto di usare la legna prima che questa avesse compiuto “…otto anni dopo il taglio…” il che significa che non si potevano tagliare i polloni ceduati, (romerse), prima che fosse trascorso un periodo di otto anni. La contravvenzione per chi non si atteneva a questa regola era stabilita in lire 25 imperiali, più della tassa chiesta per edificare la fornace. Questa normativa sull’uso delle legne da impiegare nella cottura della calce ci chiarisce alcuni aspetti: il primo è la poca importanza attribuita a questa attività ritenuta complementare e secondaria in rapporto ad altre, fra tutte la lavorazione dei metalli. Ai forni di torrefazione o fusione e alle fucine erano indirizzati ingenti quantitativi di carbone di legna, ottenuto impiegando la legna migliore, in considerazione dell’importanza che queste lavorazioni avevano per l’economia dell’intera Valle. Varie note ci ricordano “li boschi spoliati” della Valle di Scalve soprattutto nei secoli XVII e XIX, periodi in cui è stata maggiore la richiesta di materiali ferrosi. Il bosco, quindi, come ricchezza che s’impoveriva andava tutelato con ordinamenti severi, altrimenti in poco tempo l’intera economia della Valle ne avrebbe risentito. Scelto il legname migliore per l’edilizia e le legne più forti per l’industria ferriera, alla cottura del calcare erano destinati gli scarti, “le dase”, rametti che bruciavano velocemente sprigionando una fiamma viva ma poco calore, sufficiente però per ottenere la calce. Potrebbe essere questo il motivo il quale pur avendo parecchi dati relativi alle assegnazioni di tagli di lotti boschivi (quadre o squadre), la destinazione del legname fatta per le fornaci della calce non è riportata negli appositi registri.
La costruzione delle fornaci era subordinata, come si evince sempre dagli Statuti della Serenissima, ad una tassazione quantificata in Lire venti imperiali per ogni calchera costruita, una cifra abbastanza consistente per l’epoca considerando l’uso domestico cui era destinata la calce.
Una curiosità, ricavata dalla lettura dell’ “Anagrafe di tutto lo Stato della Serenissima”, riporta che nel periodo 1780-84 funzionava una sola fornace da calcina a Teveno, mentre nel periodo successivo 1785-89 non è censita nessuna calchera. Di contro abbiamo che negli stessi periodi funzionavano, in Valle di Scalve, 4 forni per il ferro e quattro fucine.E’ quasi impossibile pensare che in tutta la Valle non abbiano funzionato
 fornaci per la calce per circa un decennio, soprattutto perché il materiale da costruzione non era importato, ma recuperato sul posto; probabilmente le nostre fornaci, che erano d’uso privato, avevano una vita breve e, considerata la tassa da versare al Senato Veneto, non erano denunciate dai proprietari. Le documentazioni giunte sino a noi forniscono l’immagine di una comunità autogestita, dove lo stato era sentito come un’entità astratta, lontana, a cui versare tasse e fornire materie prime e uomini per l’esercito. I valligiani cercavano perciò di sfuggire al fisco in tutti i modi e, forse, anche quest’aspetto ha influito sulla mancantae, o scarsa, documentazione concernente le fornaci da calce. 
Una notificazione emessa in data 1 dicembre 1849 a firma del Conte Lichnowsky non è sufficiente per avere la dimensione della portata del commercio di calce in Valle di Scalve. In questo dispaccio si dice:
1-
“…la Calcina ed il Gesso non macinati né cotti sono da trattarsi con esenzione dal dazio doganale trigesimale d’entrata e d’uscita, sia nel commercio coll’estero e coi territorj doganali…
2-
La Calce ed il Gesso macinati  e cotti non godono dell’esenzione dal dazio doganale trigesimale che nel commercio intermedio.
3- La Calce ed il Gesso macinati e cotti nel commercio coll’estero e coi territorj estradoganali sono soggetti al dazio d’entrata di centesimi nove (L.-09), ed al dazio d’uscita di centesimi due (L.-02) per ogni quintale metrico peso sporco…”.

La notificazione non riguarda solo la vallata scalvina, ma tutto il territorio che all’epoca era sotto la dominazione austriaca, per cui è difficile da questo documento avere l’indicazione sul movimento di calce da e per la Valle di Scalve. Si riesce in ogni caso a comprendere l’entità della tassa imposta sulla calce: un balzello solo all’apparenza irrisorio, ma se consideriamo il grosso quantitativo di calcestruzzo impiegato per realizzare una costruzione di medie dimensioni, ci rendiamo conto che il dazio influiva non poco sul costo della casa. Da qui la necessità dei meno abbienti di produrre in proprio il legante essenziale per costruire la propria abitazione ed è per questo motivo che l’ “industria” della calce si è sviluppata capillarmente sul territorio, senza mai divenire una vera e propria fonte di reddito. Possiamo pensarla come una sorta d’autarchia famigliare indispensabile al ceto più povero per aggiustare il proprio quadro economico.

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