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“La Calchera”
La calchera o calcara (la
denominazione varia secondo la località), è una “piccola fabbrica” in cui
era prodotta la calce in limitate quantità. Erano costruite, il più delle
volte, per soddisfare le esigenze di una sola fabbrica o famiglia o di una
contrada. Poche persone producevano calce con questo sistema, che
costituiva un’economia di sussistenza. In Valle di Scalve rimane il
ricordo di Antonio Agoni di Schilpario, conosciuto come il “Vècc Bàrlam”,
che ha prodotto calce che commerciava nel paese fino al 1955. A Teveno
troviamo Tagliaferri Domenico che, nel 1958, ha prodotto la calce
utilizzando un bruciatore a nafta. Segnali dell’ingegnosità montanara che
si trova un poco in tutte le attività umane, sviluppata in un ambiente
difficile che l’uomo, grazie alle sue capacità, ha saputo rendere proficuo
pur fra mille ostacoli. Per le comunità di montagna, che dovevano essere
il più possibile autosufficienti, la produzione di beni primari avveniva
secondo i principi dell’economia chiusa, una sorta d’autarchia. Questa era
dettata dalla morfologia del territorio montano che impediva il veloce
spostamento di mezzi e persone con i tradizionali carri a trazione
animale, massicciamente impiegati nelle zone collinari e di pianura.
Bisogna aspettare la metà dell‘800 per avere una viabilità che consenta il
transito di carri da e per la Valle di Scalve. Dalla lettura delle
anagrafi redatte nel secolo XVIII dalla Serenissima Repubblica Veneta
emerge che è il mulo ad essere utilizzato come mezzo di trasporto; il
numero elevato di bestie da soma, 252 nel 1770, in rapporto, sempre nello
stesso periodo, ai 17 cavalli destinati al traino, è un dato importante.
Le vecchie strade di collegamento con il mondo esterno non consentivano
infatti il passaggio di carri pesanti, perciò tutte le merci erano
trasportate con colonne someggiate. Pensiamo anche solo alla Via Mala,
inaugurata nel 1864, epoca in cui è stata sistemata anche la strada che
conduce al Passo della Presolana, con la costruzione dei tornanti situati
oltre la località Albarete.
Il trasporto con animali da soma, costoso e lento, era destinato alle
materie considerate all’epoca più pregiate: il ferro in uscita dalla Valle
ed il sale ed il grano in entrata. L’edilizia, a cui era destinata anche
buona parte della produzione di legname, era un settore secondario perché
nei secoli scorsi non sono state realizzate grandi opere edili. Le
fabbriche più importanti verso cui era indirizzata una parte del
quantitativo di calce prodotta erano le chiese, che ricevevano il prodotto
come sovvenzione L’esigenza di produrre calce localmente a causa
dell’economia chiusa dei secoli scorsi, implica la necessità di edificare
delle fornaci che, nonostante la somiglianza a tutte quelle delle vallate
limitrofe, racchiudono un’architettura che ci consente di individuare
forme di “cultura” locale anche in questo settore, sviluppatesi e
mantenute nel tempo.
La differenza più evidente consiste nella costruzione della bocca di
caricamento ricavata nella parte posta a valle della calchera. Nella zona
di Ardesio, ad esempio, era lasciata un’apertura che andava dalla cima al
fondo del muro della fabbrica. In Trentino la stessa bocca non era in un
unico vuoto, ma era divisa in due da una pietra orizzontale o da due
lastre ad incastro obliquo che formavano due aperture distinte. Le
calchere della Valle di Scalve hanno la bocca di caricamento ricavata in
un'unica apertura d’altezza media di un metro, con architrave a volta. In
alcuni casi l’architrave era composto da un’unica lastra di pietra, mentre
è documentato solo in un caso l’uso di legni come trave principale, anche
se probabilmente era abbastanza diffuso considerata l’abbondanza di boschi
in zona.
Un’altra differenza consiste nel ricavare un ripiano, all’interno della
camera di combustione, su cui poi poggiare le pietre calcaree che andavano
a formare la volta che sosteneva la massa da cuocere. Questo sistema non è
documentato nelle calchere della Valle di Scalve che presentano pareti
lisce fino alla base che era leggermente concava.
La scelta del luogo dove costruire la fornace era dettata da vari fattori:
uno dei principali è la presenza di materia prima da cuocere, in altre
parole le pietre calcaree. Contrariamente a quanto si può pensare,
l’approvvigionamento di sassi non era così difficile mentre importante era
avere vicino una strada per il trasporto del prodotto cotto. La viabilità
interna alla Valle, rispetto a quella esterna, doveva essere efficace e
consentiva il transito di piccoli carri impiegati per il trasporto delle
pietre da portare nei luoghi di utilizzo lontani dalla fornace. Non sempre
era facile recuperare il combustibile utile alla cottura, soprattutto per
la notevole quantità di legna consumata. Diventava indispensabile, per
poter stoccare il combustibile necessario, approntare uno spiazzo idoneo a
contenere una enorme catasta di legna. Questo mucchio di fascine doveva
essere posto vicino alla fornace per favorire il lavoro del “calcheròt”,
il quale era costretto ad immettere nel forno la legna senza interruzione.
La presenza d’acqua non era un elemento importante, ma poteva diventare
utile in alcune situazioni, specialmente nella vita quotidiana degli
operai che lavoravano più giorni lontano dalla propria abitazione.
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