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Il forno per la produzione della calce
Il primo trattato sulla costruzione
delle fornaci per la calce si trova nel libro “De agricoltura”
di Marcus Porcius Cato, scrittore e uomo di stato nato a Tuscolo nel 234
a.C., morto a Roma nel 149 a.C. e conosciuto come “Catone il Censore”. Un
intero capitolo è dedicato alla descrizione del forno per la calce che di
seguito si riporta integralmente, dalla traduzione di Donati A. del 1929,
perché, seppur datato e sconosciuto ai nostri montanari, vi sono alcune
indicazioni che hanno trovato rispondenza nelle descrizioni fatte dalle
persone intervistate durante il lavoro di ricerca.
Capitolo
XXXVIII
Fa la fornace da calce larga dieci piedi e alta venti e che
in cima si stringa a tre piedi. Se cuocerai con una sola bocca, facci
dentro una fossa grande che possa contenere la cenere, da non dovela trar
fuori. E costruisci bene la fornace: fa che la vòlta ricopra tutto il
basamento Se cuocerai con due bocche, non ci sarà bisogno della fossa:
quando si avrà da toglier la cenere, mandala fuori da una delle bocche, e
mantieni nell’altra il fuoco: e bada che sia continuo, e non si spenga nè
di notte nè mai per tempo alcuno. Metti nella fornace pietrame buono e
bianchissimo e meno vario che sia possibile. Quando la costruisci, fa’ le
aperture che scendan ripide al di fuori: e poichè avrai scavato abbastanza
fa’ il posto per la fornace per modo ch’essa ti venga più alta e il meno
che si può esposta ai venti.
Se il luogo dove la costruisci vuol che tu la faccia poco alta, coprila in
alto di mattoni o intonacala di fuori con cemento. Quando ci avrai posto
il fuoco, se un po’ di fiamme usciranno da altre parti fuorchè dal tubo
superiore, chiudi con malta. Bada che il vento non entri per la bocca, e
sopra tutto bada non c’entri l’austro. Segni che la calce è cotta saranno:
che sian cotte le pietre messe di sopra, che quelle in basso cadano cotte,
e che la fiamma esca meno fumosa.
Se non potessi vendere legname e fascine e non avessi pietra da farne
calce, col legname fa’ carbone, e le fascine e i sarmenti che ti
avanzeranno bruciali sui terreni da coltivare, e poi seminaci papaveri.
In
un secondo capitolo Catone indica anche i rapporti fra il committente ed i
lavoranti:
Capitolo XVI
Quelli che dànno a cuocere la calce all’accollatario la dànno così: il
fornaciaio fa e cuoce la calce e la estrae, e appresta la legna alla
fornace; e il padrone dà la pietra e il legname che possono abbisognare.
Sull’uso della calce ci sono testimonianze che
risalgono a circa 4000 anni fa, documentate sia nell’antico Egitto che in
Mesopotamia, ma poco sappiamo dei forni primordiali. Il sistema più antico
di cottura della calce consisteva nello scavare una fossa, profonda circa
70-80 cm. e foderata di pietre probabilmente senza copertura. Era poi
ricavata una “camera del fuoco” dove era posto il combustibile composto da
legna fine e tutto intorno erano collocate le pietre calcaree. Il fuoco
doveva ardere per alcune settimane, alimentato attraverso il foro
superiore di tiraggio. Terminata la cottura, il pozzo era svuotato dalla
calce viva e poteva essere riutilizzato per nuovi arrostimenti. Con questo
metodo era prodotto un quantitativo limitato di calce ed i forni avevano
vita breve perché dopo l’uso erano abbandonati o distrutti. Sono i romani
che lasciano una prima traccia di codificazione sulla costruzione delle
calchere, denominate “fornax calcaria”. Di forma tronco-conica,
queste calchere erano seminterrate e fornite di due piani inclinati
adducenti ad altrettante aperture laterali ed opposte, che servivano l’una
per introdurre la legna e l’altra per asportare le ceneri. La fabbrica,
che era realizzata in mattoni refrattari e rifinita con argilla,
funzionava ad intermittenza. Alcuni cambiamenti avvengono intorno al XVI
secolo quando si utilizza il carbone come combustibile per la cottura. E’
solo nel XVIII secolo che la fornace subisce una modifica: nasce la
“calchera a botte” o “forno ad imbuto” che rimane pressoché invariato fino
all’inizio del XX secolo. Per ogni cantiere importante era eretta
un’apposita fornace in grado di produrre il calcestruzzo sufficiente per
il fabbisogno di quella compagine, ma a fianco di questi piccoli impianti
“ad intermittenza” esistevano anche calchere “industriali”, che
funzionavano in continuazione e nelle quali era prodotta la calce da
commercializzare.
La calchera a tino o a botte, che si può definire semi-industriale,
solitamente di medie dimensioni, era per buona parte interrata. Scavata
una buca circolare di circa cinque metri di diametro s’inizia la
costruzione di una muratura con pietre a secco. In alcuni casi viene usata
della terra, non come legante dei muri, ma come sigillante dei vari
interstizi che inevitabilmente si formano fra pietra e pietra. La
costruzione prosegue per un’altezza di circa quattro metri lasciando uno
spazio centrale, una “stanza” di circa tre metri di diametro. Le pareti
interne non erano normalmente verticali e cilindriche, ma leggermente
coniche e inclinate verso l’esterno fino a metà, per poi cambiare ed
iniziare a pendere verso l’interno in modo da assumere una forma di grande
botte o tino, da cui il nome. L’altezza complessiva della costruzione che
mediamente era di quattro metri variava a seconda della posizione in cui
era costruita ed il materiale che s’ipotizzava di cuocervi,. Il diametro
nella parte sommitale era più stretto rispetto alla base, in modo da
chiudere il più possibile il foro di scarico dei fumi ed avere minor
dispersione di calore, fattore importante per una buona cottura del
calcare. Questa “stanza”, che nel gergo dei lavoratori era definita “camicia”,
aveva un’apertura, la “bocca”, che serviva per il caricamento e
l’alimentazione del fuoco. Nelle zone con forte pendenza a volte erano
lasciati due sbocchi: uno alla base che, mediante un cunicolo, permetteva
di scaricare le ceneri all’esterno del fabbricato; la seconda apertura,
posta a circa ottanta centimetri d’altezza, serviva per alimentare la
camera di combustione.
Le calchere, come si è detto, erano quasi completamente interrate per
evitare possibili dispersioni di calore; pertanto la bocca d’alimentazione
era raggiungibile tramite una stretta apertura più o meno strombata (ossia
più stretta nella parte interna e larga verso l’esterno). Questo
accorgimento è determinato dal fatto che i muri del fabbricato avevano uno
spessore di circa un metro e mezzo o più in modo da mantenere il calore
all’interno del fabbricato; le aperture delle bocche di caricamento
avevano internamente un’apertura di cinquanta cm. di larghezza e novanta
cm. d’altezza (valori medi rilevati nella Valle di Scalve). Le pareti
della struttura erano realizzate in sasso locale, prevalentemente pietre
silicee, più resistenti al calore. Nei luoghi dove non era possibile
recuperare queste pietre erano impiegate rocce calcaree, preventivamente
cotte per renderle più resistenti alle alte temperature.
La calchera così realizzata era pronta per essere caricata: il materiale
non era immesso alla rinfusa, ma con un ordine ben definito. Attorno alla
parete della “camicia” era costruito un secondo muro, dello spessore di
circa sessanta centimetri e costituito dalle stesse pietre che dovevano
cuocere. Questo muro interno, ovviamente realizzato a secco, veniva
innalzato per circa un metro e venti centimetri d’altezza e terminava con
una forma a cupola o volta, denominata “l’involt”, che aveva la
funzione di sostenere il peso del materiale da cuocere. Allo stesso tempo
era importante che fra un masso e l’altro fosse lasciato uno spazio
sufficiente per fare circolare liberamente la fiamma ed il calore, che
doveva irradiarsi nella parte superiore per cuocere i pezzi calcarei
immessi dall’alto.
Per fare “l’involt” erano impiegati dei grossi blocchi di forma allungata,
sovrapposti in modo che, sporgendo, formassero tanti punti d’appoggio per
le pietre successive. La volta veniva costruita senza l’ausilio di
impalcature (come per le costruzioni comuni), ma caricando di volta in
volta le pietre che erano collocate ad incastro, a secco. In questo modo,
a cottura ultimata, l’intera volta poveva essere smontata senza che questa
crollasse, recuperando tutto il materiale cotto.
Terminata la costruzione della volta, che poteva avere uno spessore
variabile, mediamente intorno ai cinquanta centimetri, iniziava il
caricamento della parte superiore. La sistemazione delle pietre da cuocere
non era casuale: nella parte a contatto con la volta erano poste le pietre
più grosse, in modo tale che fra loro rimanesse spazio sufficiente per
permettere al fuoco ed al calore di circolare facilmente. La piccola
pezzatura, 5 - 6 centimetri di grossezza, era collocata nella parte alta
della calchera così da formare un cumulo arrotondato che, innalzandosi
sopra il livello del muro della fornace, formava un tappo ermetico che
impediva al calore di disperdersi. Dal diario di Comino Morzenti,
risalente alla prima metà del 1700, risulta che era costruito un tetto in
assi per proteggere le calchere dalla pioggia, mentre alcune testimonianze
registrate nel corso della stesura della presente pubblicazione affermano
che non veniva posta nessuna copertura sulle fornaci. La struttura a
cupola delle pietre sommitali e l’elevato calore sprigionato dalla
combustione impedivano alla pioggia di penetrare all’interno della
calchera, anche se questa restava scoperta. Dalla documentazione
fotografica in nostro possesso è possibile vedere le strutture private,
come le calchere “Gregori” e di “Spiass”, che erano protette dagli
improvvisi acquazzoni da un tettuccio in assi (simile alle coperture
utilizzate per i forni per la cottura del minerale di ferro).
Terminato il lavoro di ammasso del materiale da cuocere, veniva
parzialmente chiusa la boccola di caricamento costruendo uno spesso muro
in pietra, isolato anche con la cenere ricavata dalle precedenti
combustioni, in modo da impedire la dispersione di calore. Nella bocca era
lasciato un piccolo pertugio per consentire l’immissione di fascine di
piccole dimensioni, che andavano nella camera di combustione per
alimentare il fuoco. Terminata la preparazione della calchera si dava
fuoco alla legna facendo attenzione che, nella fase di riscaldamento, il
fuoco non fosse molto vivo per evitare che all’interno dei blocchi di
calcare, surriscaldati esternamente, si formasse un nucleo crudo. Dopo la
prima fase d’accensione e pre riscaldamento (in cui era impiegata anche
legna grossa), erano poste nella “camera di combustione” le fascine
costituite da rametti fini, secchi, che bruciavano velocemente,
sviluppando una fiamma viva che s’insinuava fra le pietre cuocendole. Il
fuoco ardeva ininterrottamente per cinque, sei giorni, finché dall’alto
della calchera uscivano fiammelle azzurrognole e un fumo chiaro che
indicavano l’avvenuta cottura della calce. Prima di procedere allo
svuotamento della calchera dal materiale cotto, bisognava attendere circa
una settimana affinché l’impianto si raffreddasse sufficientemente per
procedere al recupero della calce viva.
Un secondo tipo di calchera veniva costruito per ottenere piccole quantità
di calce, per uso esclusivamente domestico o per piccoli edifici. La
struttura di quest’impianto differisce dal precedente essenzialmente per
le dimensioni più ridotte e per il metodo di cottura. Il fabbricato era in
ogni caso interrato per evitare dispersione di calore ed era composto da
due vani: uno, a livello del terreno, rotondo e con pareti verticali che
fungeva da camera di combustione, mentre il secondo, nella parte
superiore, aveva le pareti molto inclinate, svasate verso l’alto a formare
una sorta d’imbuto, con un piccolo foro comunicante con la camera di
combustione sottostante. I sassi da cuocere erano ridotti in piccole
dimensioni (pochi centimetri di diametro) ed erano immessi nell’imbuto
formando strati di sei, sette centimetri, intercalati da piani di carbone
di legna. Nella camera di combustione erano poste delle fascine di legna
fine che, una volta accese, innescavano l’incendio del carbone di legna il
quale, diventando incandescente, cuoceva velocemente il calcare
trasformandolo in calce viva. Questo tipo di fornace poteva cuocere il
calcare a ciclo continuo, perché dall’alto si caricavano i sassi crudi ed
attraverso il foro sottostante era scaricata la pietra cotta.
La calce così ottenuta è definita “calce viva” (ossido di calcio) e
prima di essere usata doveva essere trasformata in “calce spenta”
(idrossido di calcio). Per ottenere questa semplice trasformazione si
gettava acqua sui sassi cotti, in modo che le pietre umide si
sgretolassero liberando calore. La bagnatura avveniva all'inizio
lentamente a getto, poi in maniera più consistente, senza però immergere
completamente la calce nell'acqua. Questa operazione avveniva in un
apposito contenitore in legno,“ol casù“,a forma di piccola
tramoggia, chiuso nella parte più stretta da un’asse mobile. Ottenuta con
la prima bagnatura una sostanza grassa e densa, che era rimestata con il “redabol”
(strumento costituito da una piastra di ferro leggermente incurvata,
fissata ad un lungo manico di legno), dopo alcune ore di lavoro il
composto così ottenuto veniva immesso nella “busa” (buca scavata
nel terreno) e lasciata riposare almeno un giorno. La calce si trasformava
quindi in un composto plastico che poteva essere utilizzato per
l’edilizia, misto a sabbia per fare la malta, oppure, ulteriormente
diluito, per imbiancare le abitazioni.
La produzione di calce nelle calchere è andata esaurendosi alla fine degli
anni cinquanta, in seguito all’impiego dei moderni forni industriali poste
in aree vicino alle importanti arterie viarie.
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