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Il combustibile
Nelle calchere tradizionali, in uso nelle nostre zone fino alla fine degli
anni ’50, era utilizzata come combustibile per la cottura delle pietre
legna ricavata dai boschi caratteristici del luogo. La legna era
utilizzata anche per altri scopi fra i quali la fusione dei metalli
estratti nelle locali miniere, il funzionamento delle fucine, il
riscaldamento e la costruzione delle abitazioni e perciò era necessario un
ingente quantitativo di legname per soddisfare queste esigenze. I
valligiani, consci del pericolo di un eccessivo disboscamento e costretti
ad una costante produzione di combustibile da destinare soprattutto alle
fucine ed ai forni da ferro, già nel XVI secolo redassero delle severe
norme per tutelare le zone boscose preoccupati per un possibile
impoverimento delle essenze arboree.
L’importanza del bosco emerge anche dall’esame di alcuni documenti redatti
nel XIX secolo e concernenti la vendita di “legne ad uso di carbone”. Il
documento, inedito e datato 4 agosto 1824, riporta non solo le norme di
taglio e l’indicazione dei “lotti” o “squadre” da tagliare, ma anche le
sanzioni comminate per eventuali irregolarità e fra queste, la più
indicativa riguarda l’abbattimento di piante non contrassegnate. La
notizia della marcatura degli alberi da abbattere ci consente di capire
l’importanza che il bosco aveva nell’economia dell’epoca e l’esigenza di
tutelarlo per evitare l’eccessivo sfruttamento e il conseguente
impoverimento delle foreste della Valle di Scalve. La severità delle pene,
solo all’apparenza eccessiva, è evidente anche in un altro documento
d’inizio XX secolo in cui si legge di una donna di Schilpario che è stata
condannata a cinque giorni di prigione per “…aver raccolto legna nel
bosco di… senza l’opportuna autorizzazione…” (Archivio storico di
Schilpario).
Per la cottura dei calcari era necessario un fuoco vivace prodotto da
legna minuta che veniva raccolta e legata in mazzi. Le fascine, del peso
di circa 8-10 kg., erano preparate utilizzando ramaglie di risulta,
ottenute dal taglio di abeti o recidendo polloni di frassino, acero,
arbusti di nocciolo, maggiociondolo od ontano nero. Per una cottura di
circa 240 – 250 quintali di calce occorrevano 3000 – 3500 fascine, ma
solitamente ne venivano preparate di più per ogni evenienza. Considerando
che un uomo pratico del mestiere riusciva a preparare circa 100 mazzi al
giorno, occorreva più di un mese di lavoro solo per l’approvvigionamento
della legna. Il trasporto delle fascine avveniva, dove possibile, con
carri mentre lungo i pendii ripidi era impiegata la slitta. Negli ultimi
lavori sono state utilizzate frequentemente delle rudimentali teleferiche
che funzionavano con ganci artigianali in legno.
Le fascine, dopo essere state portate nei pressi della calchera, erano
accatastate con una disposizione piramidale ottenuta infilando
parzialmente un mazzo nell’altro, in modo da formare una superficie
inclinata su cui l’acqua piovana scorreva, lasciando asciutta la legna
posta all’interno. La catasta di combustibile poteva restare ammucchiata
parecchi mesi prima di essere utilizzata e per questo motivo era
indispensabile preservare i ramoscelli dall’umidità, che avrebbe causato
la decomposizione organica delle fascine.
Ben documentata, soprattutto dalle testimonianze orali, è la cottura con
l’impiego del carbone di legna. La ricognizione sul territorio ha
confermato queste fonti perchè vicino ad alcune fornaci ancora oggi è
possibile vedere lo spiazzo, ”gial”, che serviva per arrostire la
legna e trasformarla in carbone. Non necessariamente la presenza di un’aia
carbonile nelle vicinanze della calchera implica l’uso del carbone come
combustibile per ottenere la calce. Non si esclude che gli stessi addetti
alla fornace, mentre seguivano la cottura della calce, curassero anche il
“puat” o “poiat”, la catasta di legna che, cuocendo, si
trasforma in carbone.
Un solo dato, proveniente da testimonianze orali raccolte a Teveno, ci
indica l’uso della nafta pesante impiegata come combustibile per la
cottura delle pietre. Si tratta, com’è stato raccontato dai testimoni, di
un sistema sperimentale approntato dalla ditta Italcementi e poi in
seguito adottato, con le opportune modifiche, ai moderni impianti
industriali costruiti al di fuori della Valle di Scalve.
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