Testimonianze

 Carlo Novelli, 18.03.1929 Azzone
Ha prodotto la calce, l’ultima volta nel 1944 per costruire la baita di sua proprietà in località “Merse”, posta lungo l’attuale strada forestale che conduce alla Chiesetta degli Alpini di Azzone.
"Abbiamo costruito, con mio padre, una piccola calchera interrata alta circa un metro e cinquanta centimetri, (non ricorda con esattezza il diametro della fornace). Il calcare (usato in questa calchera) non era molto buono, è più “buono” quello della Val Giogna, e ha dato molto scarto. Per caricare (la fornace) si usava un attrezzo quadrato, il”val” , e il lavoro di caricamento continuava finché c’era materiale da cuocere. La calchera (che abbiamo realizzato) funzionava con “la resta”, i rimasugli del “poiat” (piccoli pezzi di carbone di legna non commerciabili) e mettevamo un “val” di carbone e uno di sassi. Le pietre, (usate in questo caso) erano di piccole dimensioni ed erano caricate dell’alto mentre erano estratte, (cotte), da sotto. Non c’era bisogno di una costante sorveglianza perché il carbone bruciava più lentamente rispetto alla legna, (impiegata nelle calchere più grosse).
Il carbone di legna era prevalentemente impiegato nei forni del minerale e nelle fucine che assorbivano un ingente quantitativo di combustibile. Il commercio del carbone costituiva un’economia importante perciò alla cottura della calce, poco redditizia, erano destinati gli scarti.
Per fare la calce occorrevano sette – otto giorni, (di cottura), poi si spegneva il fuoco e si lasciava raffreddare. Le pietre, (cotte) venivano tolte e bagnate, ma non immerse nell’acqua, bisognava “sbrufale” (bagnarle a getto) così si distruggevano, (è la normale reazione di disfacimento della pietra cotta) e facevano fumo. Ogni casa aveva un piccolo deposito della calce costituito da una specie di cassone inclinato e con le assi disposte a formare un imbuto. “L’imbuto” era chiuso da un’asse mobile che era alzata (quando si voleva prelevare la calce) e la calce usciva ed andava nella buca o era utilizzata direttamente.
Una volta avevamo fatto una calchera al piano terra della nostra casa (paterna) e una notte abbiamo rischiato di morire soffocati dalle esalazioni della “lerga” (di monossido di carbonio).
Nel 1938 è stata costruita una calchera in località “Gialbe”, per fare la calce per (costruire) l’asilo di Azzone e terminata la produzione (della calce necessaria alla fabbrica), è stata demolita la calchera e oggi non si vede più niente. (Questa fornace era situata lungo l’attuale strada per Schilpario nel punto dove è stato collocato un pilone in cemento dell’energia elettrica, circa cento metri prima di un’edicola votiva).
Ricordo che alla fine della guerra, siccome c’era poco lavoro, sono state costruite alcune calchere verso la Via Mala perché li c’era legna e calcare e la gente faceva qualcosa per guadagnare vendendo il prodotto ottenuto dalla cottura delle pietre." 

Maj Fiorino, 20.04.1933, Schilpario
Ha lavorato, da giovane, nelle due calchere che hanno funzionato ancora negli anni cinquanta, la prima denominata “Spiass” descritta in precedenza e la seconda, già citata, posta di fronte al “Ponte del Consiglio” nella contrada Grumello di Schilpario.
"Ho fatto la calce per l’ultima volta nel 1954 nella calchera che c’era di fronte al “Put Cunsei”. Sono stato coinvolto dal promotore e responsabile (del lavoro), Maj Emilio “Falia”, con me c’erano anche suo figlio Maj Paolo, Pizio Giovanni “Bonagente”, e mio fratello Maj Battista. La calchera che era pubblica e, quindi potevano usarla anche altri, era alta circa quattro metri ed era completamente interrata. Si vedeva solo la facciata rivolta verso la strada in cui era aperta la boccola per il caricamento, l’interno, (di cui non ricorda esattamente le dimensioni), era foderato di pietre ben cementate sempre con calce. Il materiale da cuocere era estratto lì vicino dove adesso ci sono delle case, (la zona è quella compresa fra l’attuale via Scalina e via Scuter), e veniva scelto il calcare più bianco perché era il migliore, gli altri tipi di calcari erano scartati. Sono occorse 3500 fascine (di legna), ma ne avevamo preparate 3800. Bisognava preparare sempre molta più legna dell’occorrente perché potevano sorgere degli imprevisti e non si doveva restare senza perché se si raffreddavano le pietre non si aveva un buon prodotto. Per costruire l’”involt” (la cupola di sostegno del materiale) era venuto il Bonaldi Antonio “Tuni”, che faceva il muratore perché la costruzione della volta richiedeva molta esperienza perché era realizzata senza impalcatura ma solo per incastro.
La cottura è avvenuta in circa 5 giorni di fuoco vivace, ma i tempi potevano cambiare, dipendeva  dalla legna usata. Il miglior combustibile erano le fascine di “dase” (frasche d’abete prive del ramo), o rametti di faggio. Abbiamo prodotto circa 250 quintali di calce e per poterla estrarre abbiamo aspettato una settimana perché si raffreddasse. Per capire se le pietre erano cotte bisognava guardare i sassi in superficie: quando erano di un colore bianco, un po’ sporco, ma bianco voleva dire che erano pronte. Prendevamo una pietra e poi provavamo a bagnarla, se si decomponeva voleva dire che era tutto cotto. Il materiale prodotto veniva pesato con una “stadera” e  venduto quasi tutto; si teneva un piccolo quantitativo per noi o per i ritardatari e una parte era data in beneficenza, forse alla chiesa, non ricordo con esattezza, ma era una specie di tassa che si pagava.
Noi vendevamo le pietre cotte, costavano circa 800 – 1000 lire al quintale, poi le persone le bagnavano nelle buche che c’erano in ogni casa.
La calchera non era coperta, si sceglieva un periodo poco piovoso per la cottura ma, se c’era una settimana d’acqua, tiravamo un telone fissato ad un palo. Solitamente il lavoro era svolto in primavera ma si preferiva l’autunno perché d’estate c’erano le “merse” (taglio del legname) da cui proveniva il combustibile, il “bratam”,( insieme di piccoli ramoscelli). D’inverno non si lavorava alla calchera perché la legna sarebbe rimasta sotto la neve.
In un anno si potevano fare anche tre cotture, ma non sempre eravamo gli stessi a lavorare perché ognuno organizzava il suo lavoro. Non sempre tutto andava bene per vari motivi, e quindi c’era dello scarto “oss”, che venivano buttati via perché la cottura avveniva solo sulla parte esterna (della pietra) e il nucleo rimaneva crudo.
C’era (vicino alla calchera), una buca foderata di legno che finiva quasi ad imbuto e chiusa da un’asse mobile dove mettevamo la calce che restava per essere bagnata e produrre la calce spenta, che poi usavamo noi.
Mi ricordo che una volta, terminata la costruzione dell’involto, come abbiamo iniziato a caricare il materiale nella parte superiore, è crollato tutto e il “Tuni” ha rischiato di essere schiacciato. Dopo lo spavento ha iniziato nuovamente la costruzione dell’involt e abbiamo fatto la cottura."

 Bettoni Pietro, 28.05.1924, Azzone
Ha prodotto la calce per uso personale.
"Nel ’44 i tedeschi hanno bruciato la nostra baita alle Some, (posta in alto vicino all’attuale strada forestale), e alla fine della guerra abbiamo provveduto alla sua ricostruzione. Non c’era cemento e la “culsina”, (la calce) la facevamo noi per risparmiare. Per la cottura del calcare, io e mio padre, abbiamo dovuto fare il carbone di legna. Lì vicino abbiamo sistemato un piccolo “pianadel”, (spiazzo), con un badile e restell, per fare il “puat”, (carbone di legna). Dopo ho preparato le pietre, ”Ol culsiner”, alcune erano vicino alla calchera, altre le ho portate, sempre con mio padre. Per il trasporto delle pietre piccole abbiamo usato il gerlo ma per quelle grosse veniva usata la “baiarda”, una specie di carretta, con una ruota centrale senza cassone, molto bassa in modo che le pietre potevano essere caricate senza doverle sollevare. Altri, se erano in due, usavano la “barela”, (barella), due stanghe unite con assicelle di legno, ma bisognava essere in due per portarla ed era utile sui pendii disagiati.
Preparato il materiale ho fatto la calchera. Scavata una buca, di circa 1,20 – 1,30 metri di profondità, l’ho rivestita “fudradä”, con pietre, non tanto grosse perché altrimenti non sarebbe stata regolare la superficie. (Il rivestimento era solo interno n.d.r.) Ho usato le pietre che c’erano li, di calcare che si “pelavano”, (per effetto del calore i sassi cuociono e si sfaldano), ma non mi importava perché tanto la calchera l’ho usata poco. Le calchere più grosse, che cocevano tanta calce erano fatte con altre pietre che resistevano al calore. Il diametro interno della mia fornace era di circa 70-80 centimetri, nella parte centrale, più larga. In fondo, (a contatto del terreno), era di appena circa 30 centimetri, come la parte superiore. Nella parte verso valle, dove c’era un muro di pietra a secco, c’era un cunicolo, una boccola, da cui con una raspa erano estratte le pietre cotte. I sassi dovevano essere piccoli, poco più grossi di una noce e venivano rotti, per lo scopo, con un martello. Prima i riempire la calchera abbiamo fatto ardere un bel fuoco per tutto il giorno in modo di riscaldare la struttura. Dopo con un “val” (grande pala priva di manico azionata tramite due grosse maniglie fissate alle bande laterali in lamiera), ho iniziato a caricare la calchera mettendo uno strato di carbone di legna e uno di pietre. La cottura della calce è stata eseguita con il carbone, era sufficiente un giorno per cuocere le pietre. Il “culsiner”, (calcare), che c’era li era buono, era chiaro e cuoceva bene, velocemente. Alla mattina con una raspa recuperavo la calce cotta, un secchio o poco più, poi mettevo altro materiale, uno strato di carbone e uno di calcare che poi coceva. Si metteva un po’ più di carbone che era meglio, sopra, sulla sommità mettevamo la “resta”, lo scarto del carbone di legna. In un giorno era cotta la calce, la mattina toglievo quella cotta e mettevo le pietre da cuocere.
Una volta tolta la calce la mettevo nella “busa”, (la buca) e la bagnavo e poi, dopo che era diventata cremosa, la impastavo con la sabbia per costruire la baita. Nella baita ho ancora un po’ di quella calce che ho fatto per consumare il carbone che avevo. E’ lì sotto terra ed è ancora buona, un po’ l’ho data al….per pitturare il roccolo.
La calchera l’avevo protetta con un piccolo tetto fatto con le”scorse”, (cortecce degli abeti), così anche se pioveva potevo lavorare. Bisognava avere una macchina, (fotografica n.d.r.), per far vedere com’era, con la boccola davanti, il tetto, sarebbe stato interessante.
Ho visto anche fare una calchera di quelle grandi. Era il Giovanni Morelli (Barber) che doveva produrre la calce per costruire l’asilo di Azzone. Per fare la forma esatta, (la forma a tino interna della fornace), aveva piantato un palo in mezzo e poi ha fatto una specie di dima che fatta girare dava la forma esatta. Doveva essere, (questa calchera oggi inesistente n.d.r.), circa di due metri di diametro e più alta di me (m1,80). La cottura anche qui è stata fatta con il carbone che era stato preparato da alcuni volontari. " 

Andrea Spada, 27.02.1929 Schilpario
Ha lavorato dal 1962 al 1982 nella cava di calcare “Valle Tresa” di Zogno in Val Brembana, dove veniva estratto il calcare usato come fondente  nelle acciaierie AFLF di Sesto S.Giovanni (Mi)
"Non ho mai lavorato nelle calchere ma ho visto il processo di lavorazione presso la calchera di proprietà dell’impresa Mora Martino di Schilpario edificata negli anni ’40 nella località “Spiass” (attuale Piazzale degli Alpini).
(Questa calchera) ha funzionato fino al 1948, forse 1950, (non ricorda con esattezza) ed è stata una delle ultime che ha prodotto calce in Schilpario.
Il materiale (calcare proveniente dalla Valle di Epolo) era preparato e portato sul posto, con la slitta, in inverno, ( mentre) la legna era preparata durante l’estate – autunno, sempre nella zona di Epolo. La legna era preparata in piccole fascine legate con le “strope”, ( rametti verdi flessibili), erano circa tremila e più le fascine che venivano bruciate in cinque giorni. All’inizio era bruciata anche legna più grossa per asciugare e pre riscaldare la struttura. L’interno della calchera, costruita in sasso, era foderata con mattoni refrattari, e tutta la fabbrica era tenuta da “chiavi” in ferro. La calchera non era interrata, ma nella parte verso monte c’era un terrapieno, (indispensabile) per il caricamento. La bocca d’aerazione e alimentazione era rivolta verso la strada e a fianco (poco discosti) c’erano i “Ruc”, (depositi del letame), i cui proprietari erano persone della contrada “Goi”.
C’era una sola cottura all’anno e la calce (prodotta) era distribuita ai vari clienti che la ponevano nelle buche di decantazione per la bagnatura e lo “spegnimento”. Le fascine erano infilzate su una stanga di ferro con in cima una forca, (non conosce il nome specifico), per essere immesse nella camera di combustione, perché c’era molto calore. Un addetto poneva il fascino sulla bocca e il secondo operaio spingeva la legna all’interno. Il carico, (di legna nella camera di combustione), avveniva circa ogni minuto e mezzo perché la legna era  fine e secca e bruciava velocemente. Lo svuotamento, (della calchera a cottura avvenuta), avveniva praticando un foro nella parte centrale, di modo che il materiale cadeva creando un imbuto. Dal buco veniva “raspato” il materiale fino a lasciare “l’involt”, alla fine era demolita anche la volta.
Per una delle ultime cotture, avvenuta agli inizi degli anni ’50, la legna per l’arrostimento, (del calcare), è stata “pudada”, (ricavata) dalle piante nel bosco di “Sponda”, di proprietà del signor Pizio Rosalio. A lavorare erano membri della famiglia Maj, mi ricordo Maj Gioacchino “Giuaca” , Paolo, ol Meco e  altri che non ricordo."

Morzenti Francesco, 25.07.1941, Teveno
Con Morzenti Genesio ha visto funzionare le calchere a Teveno.
"L’ultima volta che ho visto fare la calce erano gli anni 1957-58 nella struttura che c’era all’inizio della strada di Val Bona, poco sotto la strada comunale. La cottura del calcare era stata organizzata dal Tagliaferri Domenico di Teveno che faceva questo lavoro per guadagnare da vivere. Era come il suo lavoro. Aveva ricevuto anche l’offerta dalla Ditta Italcementi per fare una produzione di calce continua. Questa società, (l’Italcementi), eleva offerto nuove tecnologie per produrre la calce in modo quasi industriale. Alla fine non fu raggiunto l’accordo perché il Tagliaferri e la Società non si sono accordati sul prezzo. L’Italcementi aveva fornito un bruciatore a nafta per cuocere il calcare. Per la prima volta, in Valle di Scalve, la calce è stata cotta con un bruciatore che funzionava con nafta pesante. La calchera era stata preparata come le altre che funzionavano a legna, ma dopo un primo riscaldamento fatto a legna, è stato impiegato un bruciatore inserito nella boccola che era un po’ più piccola delle altre. Il tempo (impiegato) per cuocere la calce è stato di circa sei giorni, ma il vantaggio consisteva nel mantenimento del fuoco che non imponeva, come per la legna, la presenza costante di una persona, se non di due addirittura.
All’età di 13-14 anni sono andato, con altri, a far legna per una calchera, in Valnotte, su fino sotto il piano del Polzone. Erano da fare circa 3500 – 3800 fascine che venivano mandate giù col”fil”, (rudimentale teleferica composta di un unico filo metallico a cui erano agganciati dei ganci in legno fissati alle fascine che scorrevano sul cavo per la forza di gravità). Nella cottura, però, era impiegata anche un po’ di legna grossa, specialmente all’inizio. Le fascine non erano sempre di legna secca, ma c’era tanto calore nella camera (di combustione), che anche se erano bagnate o verdi, bruciavano in un attimo."

Capitanio Pietro, (Checuli) 12.09.1927, Vilminore.
Non ha prodotto la calce ma l’ha vista fare nelle calchere di Teveno e l’ha usata per vari scopi edilizi, svolgendo il lavoro come impresario edile dal 1953.
"Quando ho iniziato a fare io l’impresario  edile, era già costruita e funzionava la calchera delle Segherie di Teveno, (E’ la fabbrica posta all’inizio della strada di Valbona, nella proprietà Piantoni Bortolo). La fornace era internamente rivestita di mattoni refrattari, almeno mi sembra di ricordare, e le ultime cotture della calce sono state eseguite con un bruciatore a nafta da parte del Tagliaferri Domenico di Teveno.
Io acquistavo la calce “a bloc”, in pratica le pietre cotte ancora intere, che, poi, venivano messe nel “casù de legn”, (cassone quadrato fatto di legno terminante ad imbuto (tramoggia) chiuso sul fondo da un’asse in legno). Da qui usciva la calce liquida, dopo che era stata bagnata per avere lo spegnimento. Con un rastrello con le punte di ferro, simile a quello usato dai carbonai per il carbone di legna, venivano raccolti i pezzetti che non si scioglievano, non cotti, “i curvì”, che erano buttati via. La calce, dopo questa prima bagnatura e pulizia, veniva scaricata dal “casù” nella “busa”, una fossa scavata nella terra, e quindi coperta e bagnata continuamente. La calce doveva riposare almeno sei mesi nella “busa” altrimenti, (quando era utilizzata per intonacare i muri), la “fiuria” cioè faceva dei pallini come (fosse colpita da) una fucilata perché non era ben depositata.
La calce doveva essere messa nelle buche di terra perché cosi teneva l’umidità, se si asciugava diventava dura e non era più buona perdeva “la trama”, non teneva più.
A secondo dei lavori che dovevano essere eseguiti, la calce veniva usata differentemente.
Quando dovevamo fare le fondamenta, la calce, veniva usata immediatamente dopo la prima bagnatura, impastata direttamente con sabbia e allora diventava dura, come cemento, ancora oggi si vedono questi lavori antichi che resistono al tempo.
Per preparare i fondi per gli affreschi (la calce) doveva avere minimo sei mesi o anche due anni di sedimentazione ed era impastata con sabbia fine senza acqua. Era la stessa umidità della calce che inumidiva l’impasto che poi dopo essere stato steso sulla parete veniva lisciato. Con questa calce, (quella prodotta a Teveno), mischiata a gesso, tirata sulla parete e passata con uno straccio imbevuto d’olio di lino cotto, veniva fatto lo stocco lucido veneziano.
Per l’imbiancatura delle pareti, stalle o abitazioni, dopo la bagnatura, la calce doveva essere setacciata per eliminare ogni minimo grano e quindi diluita per essere stesa con il pennello. La calce era “buona” perché assorbiva l’umidità perché lasciava traspirare le pareti.
Nel 1953 ho pagato la calce, (i blocchi cotti), al Domenico di Teveno 12 o 13 lire al quintale. Con un quintale di pietre cotte si ottengono tre quintali di calce, dopo la bagnatura. La pesatura del materiale avveniva tramite una “stadera”, mettevamo le pietre in un sacco che poi veniva appeso con un gancio al braccio della bilancia sostenuta da un palo di legno."

 Lazioli Paolo, 26.11.1935, Schilpario
Con il fratello Giovanni era impresario edile, ha fatto la calce per uso personale nella calchera del “Ponte del Consiglio”.
" Nell’anno 1954 o forse 55, non ricordo con esattezza, avevamo tagliato del legname in “Pagherola”, (bosco posto a nord di Schilpario), quindi avevamo il combustibile. Io lavoravo come muratore con Mancini Antonio e suo fratello Elia che mi hanno aiutato a fare la legna, poi ho chiesto a Rizzi Elia che voleva costruire la casa ed aveva bisogno di calce e lui, con il fratello Paolo, si è unito a noi volentieri. La calchera era già pronta per essere cotta perché l’aveva preparata il vecchio Barlam (Agoni Antonio), che faceva la calce di mestiere. L’Antonio aveva preparato la calchera durante l’inverno per accenderla a primavera e vendere la calce perciò mi ha raccomandato, quasi minacciato, di fare la calce per noi ma di non venderla assolutamente. Preparata la legna ai primi di marzo abbiamo dato fuoco e, facendo i turni di due persone anche la notte, abbiamo bruciato per tre giorni e tre notti, circa 90 ore. Mi ricordo che ha piovuto un giorno, le pietre in cima "le sfrigulaö”, (emettevano suoni come di frittura), ma non era importante. Dalla cima si vedevano uscire i fumi, inizialmente scuri poi sempre più chiari era la “egiä che balä”, come la definivamo noi.  Il Barlam ci ha raccomandato di non andare sopra neanche per scaldarci perché rischiavamo di restare soffocati, di prendere la “lergä”. Quando è iniziato ad uscire fumo bianco e fiammelle chiare (si è capito che) la calce era cotta e allora abbiamo tappato il buco della boccola con delle pietre e abbiamo lasciato raffreddare la calchera per circa dieci giorni. Quando abbiamo iniziato a svuotare la calce, partendo dall’alto, (le pietre) erano ancora calde e non avendo guanti si sentivano ancora nelle mani. Quelle più pesanti non erano ben cotte e allora le mettevamo da parte, i sassi al centro erano i più cotti. Durante lo svuotamento volava molta polvere e cercavamo di riparare la bocca con un fazzoletto legato dietro la nuca.
Dopo che abbiamo svuotato la calchera dalla nostra calce, abbiamo aiutato, come d’accordo, l’Agoni a preparare una nuova cottura per lui.
I sassi per questo secondo arrostimento sono stati raccolti nella cava che era lì vicina (ora occupata da civili abitazioni) dove c’era anche il frantoio della ghiaia del signor Mora Martino che era un impresario. Le pietre erano scelte, il calcare che aveva gli “occhi” (occhialino) non era buono, forse perché troppo compatto, si sceglieva quello più “ladì”, com’era definito, più tenero, biancastro.
L’Antonio ha preparato lui “l’involt” perché non era facile, noi gli porgevamo le pietre e ci diceva dammi quella più grossa, quella più cosi o cosà. La volta l’ha costruita andando a chiuderla verso la parete dove era la boccola, non al centro e l’ultima pietra, la chiave, non l’ha incastrata come si fa con le volte normali, ma ha lasciato un poco di agio. Anche fra le altre pietre c’erano piccoli spazi in modo che il fuoco e il calore potesse circolare liberamente. Poi abbiamo iniziato a caricare (la fornace) dall’alto ma anche lì le pietre non erano messe a caso ma con un ordine che lui (Agoni) diceva. Per chiudere la boccola, prima di dare fuoco, è stato costruito un muro, molto grosso, come un parapetto e sopra c’era una pietra squadrata “lasä”, che serviva come appoggio per le fascine.
Le fascine, ci ha insegnato il vecchio Antonio, bisognava ammucchiarle in modo da formare come una piramide. Prima erano disposte a quadrato poi le altre messe in piedi facevano un cerchio e quelle sopra erano incastrate nelle sottostanti come le tegole del tetto. In questo modo, visto che potevano restare sul posto anche dei mesi, l’acqua vi scivolava via e quelle dentro non si bagnavano. Le fascine venivano inserite nella camera di combustione con un “furcù”, una sorta di forca montata su un lungo tubo di ferro.
Quando si recuperava la calce cotta, la camera di combustione veniva preventivamente e accuratamente pulita, non ricordo la cenere dove veniva buttata, forse nei campi, perché nel rimuovere i sassi cadeva la polvere. Questa parte fine era usata principalmente per fare le fondamenta senza essere “spenta” come il resto della calce, era detta “calce vergine”, e diventava dura come cemento. Ancora oggi si possono vedere delle fondamenta fatte così e sono durissime.
Non mi ricordo quanti quintali di calce avevamo prodotto, ma a noi non interessava saperlo, avevamo il quantitativo che ci occorreva e questo era sufficiente. Mi ricordo che quando aveva cotto il vecchio Agoni la gente andava con il carretto a prendere la calce e lui la pesava con la bilancia di ferro, la “stadera”. Faceva tutto il lavoro lui solo andando a prendere la legna nella Valle di Epolo e poi la portava a valle con la slitta durante l’inverno. Faceva la cottura prevalentemente in primavera perché la gente usava la calce per imbiancare le pareti e i muratori iniziavano a lavorare dopo il riposo invernale.  

Lenzi Giacomo, 24.05.1937,  Vilminore
Ha lavorato, prima di andare in Svizzera, come operaio oltre che in vari cantieri della Valle, anche alle miniere della Manina. All’età di 12-13 anni ha lavorato con Domenico Tagliaferri di Teveno alla calchera di proprietà del signor Piantoni, posta all’inizio della strada della Valbona.
"Essendo rimasto orfano del padre c’era bisogno di soldi per aiutare mia madre e la famiglia così andavo a lavorare con il Domenico “Di Pradele” a fare la calce. Il carico della calchera lo preparava il Tagliaferri perché era un lavoro difficile ed io non ero capace, aiutavo solo a preparare il materiale e la legna. Io svolgevo il lavoro di aiutante e fornivo la legna per il fuoco. Davo i fascini al Domenico e lui con il forcone li infilava nella boccola. Era un continuo, non bisognava incantarsi perché bruciavano velocemente e bisognava mantenere costante il calore. Una volta, mi ricordo, eravamo rimasti senza legna ed era verso la fine della cottura e rischiavamo di mandare tutto a male, allora il Bortolino (si tratta di Piantoni Bortolo proprietario del sito dove sorgeva la calchera e dell’attigua segheria), ci ha dato i “refilac” (parti di scarto dei legni segati), per finire la cottura.
Andavamo a prendere la legna in Valnotte e la facevamo scendere con un filo metallico fino alla Valbona e poi con un camion “Doge”, di proprietà del Bortolo, la portavamo su lungo la strada sterrata. Le pietre da cuocere le prendevamo in Valnotte, poco più sotto alla segheria, e le portavamo su con il camion. La legna e anche le pietre le caricavamo a mano. Dopo la cottura, ci volevano circa 7 giorni, la gente veniva con i carretti o le carriole a prendere la calce e pagavano il Domenico che poi dava qualche cosa anche a me. Per fare tutto il lavoro ci volevano almeno due o tre mesi. In quel periodo abbiamo fatto due cotture: la prima nell’autunno del 1956 e la seconda nella primavera del 1957". 

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