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Testimonianze
Carlo
Novelli, 18.03.1929 Azzone
Ha prodotto la calce, l’ultima volta nel 1944 per costruire la baita di
sua proprietà in località “Merse”, posta lungo l’attuale strada forestale
che conduce alla Chiesetta degli Alpini di Azzone.
"Abbiamo costruito, con mio padre, una piccola calchera interrata alta
circa un metro e cinquanta centimetri, (non ricorda con esattezza il
diametro della fornace). Il calcare (usato in questa calchera) non era
molto buono, è più “buono” quello della Val Giogna, e ha dato molto
scarto. Per caricare (la fornace) si usava un attrezzo quadrato, il”val”
, e il lavoro di caricamento continuava finché c’era materiale da cuocere.
La calchera (che abbiamo realizzato) funzionava con “la resta”, i
rimasugli del “poiat” (piccoli pezzi di carbone di legna non
commerciabili) e mettevamo un “val” di carbone e uno di sassi. Le pietre,
(usate in questo caso) erano di piccole dimensioni ed erano caricate
dell’alto mentre erano estratte, (cotte), da sotto. Non c’era bisogno di
una costante sorveglianza perché il carbone bruciava più lentamente
rispetto alla legna, (impiegata nelle calchere più grosse).
Il carbone di legna era prevalentemente impiegato nei forni del minerale e
nelle fucine che assorbivano un ingente quantitativo di combustibile. Il
commercio del carbone costituiva un’economia importante perciò alla
cottura della calce, poco redditizia, erano destinati gli scarti.
Per fare la calce occorrevano sette – otto giorni, (di cottura), poi si
spegneva il fuoco e si lasciava raffreddare. Le pietre, (cotte) venivano
tolte e bagnate, ma non immerse nell’acqua, bisognava “sbrufale”
(bagnarle a getto) così si distruggevano, (è la normale reazione di
disfacimento della pietra cotta) e facevano fumo. Ogni casa aveva un
piccolo deposito della calce costituito da una specie di cassone inclinato
e con le assi disposte a formare un imbuto. “L’imbuto” era chiuso da
un’asse mobile che era alzata (quando si voleva prelevare la calce) e la
calce usciva ed andava nella buca o era utilizzata direttamente.
Una volta avevamo fatto una calchera al piano terra della nostra casa
(paterna) e una notte abbiamo rischiato di morire soffocati dalle
esalazioni della “lerga” (di monossido di carbonio).
Nel 1938 è stata costruita una calchera in località “Gialbe”, per fare la
calce per (costruire) l’asilo di Azzone e terminata la produzione (della
calce necessaria alla fabbrica), è stata demolita la calchera e oggi non
si vede più niente. (Questa fornace era situata lungo l’attuale strada per
Schilpario nel punto dove è stato collocato un pilone in cemento
dell’energia elettrica, circa cento metri prima di un’edicola votiva).
Ricordo che alla fine della guerra, siccome c’era poco lavoro, sono state
costruite alcune calchere verso la Via Mala perché li c’era legna e
calcare e la gente faceva qualcosa per guadagnare vendendo il prodotto
ottenuto dalla cottura delle pietre."
Maj Fiorino, 20.04.1933,
Schilpario
Ha lavorato, da giovane, nelle due calchere che hanno funzionato ancora
negli anni cinquanta, la prima denominata “Spiass” descritta in precedenza
e la seconda, già citata, posta di fronte al “Ponte del Consiglio” nella
contrada Grumello di Schilpario.
"Ho fatto la calce per l’ultima volta nel 1954 nella calchera che c’era di
fronte al “Put Cunsei”. Sono stato coinvolto dal promotore e
responsabile (del lavoro), Maj Emilio “Falia”, con me c’erano anche suo
figlio Maj Paolo, Pizio Giovanni “Bonagente”, e mio fratello Maj Battista.
La calchera che era pubblica e, quindi potevano usarla anche altri, era
alta circa quattro metri ed era completamente interrata. Si vedeva solo la
facciata rivolta verso la strada in cui era aperta la boccola per il
caricamento, l’interno, (di cui non ricorda esattamente le dimensioni),
era foderato di pietre ben cementate sempre con calce. Il materiale da
cuocere era estratto lì vicino dove adesso ci sono delle case, (la zona è
quella compresa fra l’attuale via Scalina e via Scuter), e veniva scelto
il calcare più bianco perché era il migliore, gli altri tipi di calcari
erano scartati. Sono occorse 3500 fascine (di legna), ma ne avevamo
preparate 3800. Bisognava preparare sempre molta più legna dell’occorrente
perché potevano sorgere degli imprevisti e non si doveva restare senza
perché se si raffreddavano le pietre non si aveva un buon prodotto. Per
costruire l’”involt” (la cupola di sostegno del materiale) era
venuto il Bonaldi Antonio “Tuni”, che faceva il muratore perché la
costruzione della volta richiedeva molta esperienza perché era realizzata
senza impalcatura ma solo per incastro.
La cottura è avvenuta in circa 5 giorni di fuoco vivace, ma i tempi
potevano cambiare, dipendeva dalla legna usata. Il miglior combustibile
erano le fascine di “dase” (frasche d’abete prive del ramo), o
rametti di faggio. Abbiamo prodotto circa 250 quintali di calce e per
poterla estrarre abbiamo aspettato una settimana perché si raffreddasse.
Per capire se le pietre erano cotte bisognava guardare i sassi in
superficie: quando erano di un colore bianco, un po’ sporco, ma bianco
voleva dire che erano pronte. Prendevamo una pietra e poi provavamo a
bagnarla, se si decomponeva voleva dire che era tutto cotto. Il materiale
prodotto veniva pesato con una “stadera” e venduto quasi tutto; si
teneva un piccolo quantitativo per noi o per i ritardatari e una parte era
data in beneficenza, forse alla chiesa, non ricordo con esattezza, ma era
una specie di tassa che si pagava.
Noi vendevamo le pietre cotte, costavano circa 800 – 1000 lire al
quintale, poi le persone le bagnavano nelle buche che c’erano in ogni
casa.
La calchera non era coperta, si sceglieva un periodo poco piovoso per la
cottura ma, se c’era una settimana d’acqua, tiravamo un telone fissato ad
un palo. Solitamente il lavoro era svolto in primavera ma si preferiva
l’autunno perché d’estate c’erano le “merse” (taglio del legname)
da cui proveniva il combustibile, il “bratam”,( insieme di piccoli
ramoscelli). D’inverno non si lavorava alla calchera perché la legna
sarebbe rimasta sotto la neve.
In un anno si potevano fare anche tre cotture, ma non sempre eravamo gli
stessi a lavorare perché ognuno organizzava il suo lavoro. Non sempre
tutto andava bene per vari motivi, e quindi c’era dello scarto “oss”,
che venivano buttati via perché la cottura avveniva solo sulla parte
esterna (della pietra) e il nucleo rimaneva crudo.
C’era (vicino alla calchera), una buca foderata di legno che finiva quasi
ad imbuto e chiusa da un’asse mobile dove mettevamo la calce che restava
per essere bagnata e produrre la calce spenta, che poi usavamo noi.
Mi ricordo che una volta, terminata la costruzione dell’involto, come
abbiamo iniziato a caricare il materiale nella parte superiore, è crollato
tutto e il “Tuni” ha rischiato di essere schiacciato. Dopo lo spavento ha
iniziato nuovamente la costruzione dell’involt e abbiamo fatto la
cottura."
Bettoni
Pietro, 28.05.1924, Azzone
Ha prodotto la calce per uso personale.
"Nel ’44 i tedeschi hanno bruciato la nostra baita alle Some, (posta in
alto vicino all’attuale strada forestale), e alla fine della guerra
abbiamo provveduto alla sua ricostruzione. Non c’era cemento e la “culsina”,
(la calce) la facevamo noi per risparmiare. Per la cottura del calcare, io
e mio padre, abbiamo dovuto fare il carbone di legna. Lì vicino abbiamo
sistemato un piccolo “pianadel”, (spiazzo), con un badile e restell,
per fare il “puat”, (carbone di legna). Dopo ho preparato le
pietre, ”Ol culsiner”, alcune erano vicino alla calchera, altre le
ho portate, sempre con mio padre. Per il trasporto delle pietre piccole
abbiamo usato il gerlo ma per quelle grosse veniva usata la “baiarda”,
una specie di carretta, con una ruota centrale senza cassone, molto bassa
in modo che le pietre potevano essere caricate senza doverle sollevare.
Altri, se erano in due, usavano la “barela”, (barella), due stanghe
unite con assicelle di legno, ma bisognava essere in due per portarla ed
era utile sui pendii disagiati.
Preparato il materiale ho fatto la calchera. Scavata una buca, di circa
1,20 – 1,30 metri di profondità, l’ho rivestita “fudradä”, con
pietre, non tanto grosse perché altrimenti non sarebbe stata regolare la
superficie. (Il rivestimento era solo interno n.d.r.) Ho usato le pietre
che c’erano li, di calcare che si “pelavano”, (per effetto del
calore i sassi cuociono e si sfaldano), ma non mi importava perché tanto
la calchera l’ho usata poco. Le calchere più grosse, che cocevano tanta
calce erano fatte con altre pietre che resistevano al calore. Il diametro
interno della mia fornace era di circa 70-80 centimetri, nella parte
centrale, più larga. In fondo, (a contatto del terreno), era di appena
circa 30 centimetri, come la parte superiore. Nella parte verso valle,
dove c’era un muro di pietra a secco, c’era un cunicolo, una boccola, da
cui con una raspa erano estratte le pietre cotte. I sassi dovevano essere
piccoli, poco più grossi di una noce e venivano rotti, per lo scopo, con
un martello. Prima i riempire la calchera abbiamo fatto ardere un bel
fuoco per tutto il giorno in modo di riscaldare la struttura. Dopo con un
“val” (grande pala priva di manico azionata tramite due grosse
maniglie fissate alle bande laterali in lamiera), ho iniziato a caricare
la calchera mettendo uno strato di carbone di legna e uno di pietre. La
cottura della calce è stata eseguita con il carbone, era sufficiente un
giorno per cuocere le pietre. Il “culsiner”, (calcare), che c’era li era
buono, era chiaro e cuoceva bene, velocemente. Alla mattina con una raspa
recuperavo la calce cotta, un secchio o poco più, poi mettevo altro
materiale, uno strato di carbone e uno di calcare che poi coceva. Si
metteva un po’ più di carbone che era meglio, sopra, sulla sommità
mettevamo la “resta”, lo scarto del carbone di legna. In un giorno era
cotta la calce, la mattina toglievo quella cotta e mettevo le pietre da
cuocere.
Una volta tolta la calce la mettevo nella “busa”, (la buca) e la
bagnavo e poi, dopo che era diventata cremosa, la impastavo con la sabbia
per costruire la baita. Nella baita ho ancora un po’ di quella calce che
ho fatto per consumare il carbone che avevo. E’ lì sotto terra ed è ancora
buona, un po’ l’ho data al….per pitturare il roccolo.
La calchera l’avevo protetta con un piccolo tetto fatto con le”scorse”,
(cortecce degli abeti), così anche se pioveva potevo lavorare. Bisognava
avere una macchina, (fotografica n.d.r.), per far vedere com’era, con la
boccola davanti, il tetto, sarebbe stato interessante.
Ho visto anche fare una calchera di quelle grandi. Era il Giovanni Morelli
(Barber) che doveva produrre la calce per costruire l’asilo di Azzone. Per
fare la forma esatta, (la forma a tino interna della fornace), aveva
piantato un palo in mezzo e poi ha fatto una specie di dima che fatta
girare dava la forma esatta. Doveva essere, (questa calchera oggi
inesistente n.d.r.), circa di due metri di diametro e più alta di me
(m1,80). La cottura anche qui è stata fatta con il carbone che era stato
preparato da alcuni volontari. "
Andrea Spada, 27.02.1929
Schilpario
Ha lavorato dal 1962 al 1982 nella cava di calcare “Valle Tresa” di Zogno
in Val Brembana, dove veniva estratto il calcare usato come fondente
nelle acciaierie AFLF di Sesto S.Giovanni (Mi)
"Non ho mai lavorato nelle calchere ma ho visto il processo di lavorazione
presso la calchera di proprietà dell’impresa Mora Martino di Schilpario
edificata negli anni ’40 nella località “Spiass” (attuale Piazzale
degli Alpini).
(Questa calchera) ha funzionato fino al 1948, forse 1950, (non ricorda con
esattezza) ed è stata una delle ultime che ha prodotto calce in Schilpario.
Il materiale (calcare proveniente dalla Valle di Epolo) era preparato e
portato sul posto, con la slitta, in inverno, ( mentre) la legna era
preparata durante l’estate – autunno, sempre nella zona di Epolo. La legna
era preparata in piccole fascine legate con le “strope”, ( rametti
verdi flessibili), erano circa tremila e più le fascine che venivano
bruciate in cinque giorni. All’inizio era bruciata anche legna più grossa
per asciugare e pre riscaldare la struttura. L’interno della calchera,
costruita in sasso, era foderata con mattoni refrattari, e tutta la
fabbrica era tenuta da “chiavi” in ferro. La calchera non era interrata,
ma nella parte verso monte c’era un terrapieno, (indispensabile) per il
caricamento. La bocca d’aerazione e alimentazione era rivolta verso la
strada e a fianco (poco discosti) c’erano i “Ruc”, (depositi del letame),
i cui proprietari erano persone della contrada “Goi”.
C’era una sola cottura all’anno e la calce (prodotta) era distribuita ai
vari clienti che la ponevano nelle buche di decantazione per la bagnatura
e lo “spegnimento”. Le fascine erano infilzate su una stanga di ferro con
in cima una forca, (non conosce il nome specifico), per essere immesse
nella camera di combustione, perché c’era molto calore. Un addetto poneva
il fascino sulla bocca e il secondo operaio spingeva la legna all’interno.
Il carico, (di legna nella camera di combustione), avveniva circa ogni
minuto e mezzo perché la legna era fine e secca e bruciava velocemente.
Lo svuotamento, (della calchera a cottura avvenuta), avveniva praticando
un foro nella parte centrale, di modo che il materiale cadeva creando un
imbuto. Dal buco veniva “raspato” il materiale fino a lasciare “l’involt”,
alla fine era demolita anche la volta.
Per una delle ultime cotture, avvenuta agli inizi degli anni ’50, la legna
per l’arrostimento, (del calcare), è stata “pudada”,
(ricavata) dalle piante nel bosco di “Sponda”, di proprietà del
signor Pizio Rosalio. A lavorare erano membri della famiglia Maj, mi
ricordo Maj Gioacchino “Giuaca” , Paolo, ol Meco e altri che non
ricordo."
Morzenti Francesco,
25.07.1941, Teveno
Con Morzenti Genesio ha visto funzionare le calchere a Teveno.
"L’ultima volta che ho visto fare la calce erano gli anni 1957-58 nella
struttura che c’era all’inizio della strada di Val Bona, poco sotto la
strada comunale. La cottura del calcare era stata organizzata dal
Tagliaferri Domenico di Teveno che faceva questo lavoro per guadagnare da
vivere. Era come il suo lavoro. Aveva ricevuto anche l’offerta dalla Ditta
Italcementi per fare una produzione di calce continua. Questa società, (l’Italcementi),
eleva offerto nuove tecnologie per produrre la calce in modo quasi
industriale. Alla fine non fu raggiunto l’accordo perché il Tagliaferri e
la Società non si sono accordati sul prezzo. L’Italcementi aveva fornito
un bruciatore a nafta per cuocere il calcare. Per la prima volta, in Valle
di Scalve, la calce è stata cotta con un bruciatore che funzionava con
nafta pesante. La calchera era stata preparata come le altre che
funzionavano a legna, ma dopo un primo riscaldamento fatto a legna, è
stato impiegato un bruciatore inserito nella boccola che era un po’ più
piccola delle altre. Il tempo (impiegato) per cuocere la calce è stato di
circa sei giorni, ma il vantaggio consisteva nel mantenimento del fuoco
che non imponeva, come per la legna, la presenza costante di una persona,
se non di due addirittura.
All’età di 13-14 anni sono andato, con altri, a far legna per una calchera,
in Valnotte, su fino sotto il piano del Polzone. Erano da fare circa 3500
– 3800 fascine che venivano mandate giù col”fil”, (rudimentale
teleferica composta di un unico filo metallico a cui erano agganciati dei
ganci in legno fissati alle fascine che scorrevano sul cavo per la forza
di gravità). Nella cottura, però, era impiegata anche un po’ di legna
grossa, specialmente all’inizio. Le fascine non erano sempre di legna
secca, ma c’era tanto calore nella camera (di combustione), che anche se
erano bagnate o verdi, bruciavano in un attimo."
Capitanio Pietro, (Checuli)
12.09.1927, Vilminore.
Non ha prodotto la calce ma l’ha vista fare nelle calchere di Teveno e
l’ha usata per vari scopi edilizi, svolgendo il lavoro come impresario
edile dal 1953.
"Quando ho iniziato a fare io l’impresario edile, era già costruita e
funzionava la calchera delle Segherie di Teveno, (E’ la fabbrica posta
all’inizio della strada di Valbona, nella proprietà Piantoni Bortolo). La
fornace era internamente rivestita di mattoni refrattari, almeno mi sembra
di ricordare, e le ultime cotture della calce sono state eseguite con un
bruciatore a nafta da parte del Tagliaferri Domenico di Teveno.
Io acquistavo la calce “a bloc”, in pratica le pietre cotte ancora
intere, che, poi, venivano messe nel “casù de legn”, (cassone
quadrato fatto di legno terminante ad imbuto (tramoggia) chiuso sul fondo
da un’asse in legno). Da qui usciva la calce liquida, dopo che era stata
bagnata per avere lo spegnimento. Con un rastrello con le punte di ferro,
simile a quello usato dai carbonai per il carbone di legna, venivano
raccolti i pezzetti che non si scioglievano, non cotti, “i curvì”,
che erano buttati via. La calce, dopo questa prima bagnatura e pulizia,
veniva scaricata dal “casù” nella “busa”, una fossa scavata nella
terra, e quindi coperta e bagnata continuamente. La calce doveva riposare
almeno sei mesi nella “busa” altrimenti, (quando era utilizzata per
intonacare i muri), la “fiuria” cioè faceva dei pallini come (fosse
colpita da) una fucilata perché non era ben depositata.
La calce doveva essere messa nelle buche di terra perché cosi teneva
l’umidità, se si asciugava diventava dura e non era più buona perdeva “la
trama”, non teneva più.
A secondo dei lavori che dovevano essere eseguiti, la calce veniva usata
differentemente.
Quando dovevamo fare le fondamenta, la calce, veniva usata immediatamente
dopo la prima bagnatura, impastata direttamente con sabbia e allora
diventava dura, come cemento, ancora oggi si vedono questi lavori antichi
che resistono al tempo.
Per preparare i fondi per gli affreschi (la calce) doveva avere minimo sei
mesi o anche due anni di sedimentazione ed era impastata con sabbia fine
senza acqua. Era la stessa umidità della calce che inumidiva l’impasto che
poi dopo essere stato steso sulla parete veniva lisciato. Con questa
calce, (quella prodotta a Teveno), mischiata a gesso, tirata sulla parete
e passata con uno straccio imbevuto d’olio di lino cotto, veniva fatto lo
stocco lucido veneziano.
Per l’imbiancatura delle pareti, stalle o abitazioni, dopo la bagnatura,
la calce doveva essere setacciata per eliminare ogni minimo grano e quindi
diluita per essere stesa con il pennello. La calce era “buona” perché
assorbiva l’umidità perché lasciava traspirare le pareti.
Nel 1953 ho pagato la calce, (i blocchi cotti), al Domenico di Teveno 12 o
13 lire al quintale. Con un quintale di pietre cotte si ottengono tre
quintali di calce, dopo la bagnatura. La pesatura del materiale avveniva
tramite una “stadera”, mettevamo le pietre in un sacco che poi
veniva appeso con un gancio al braccio della bilancia sostenuta da un palo
di legno."
Lazioli
Paolo, 26.11.1935, Schilpario
Con il fratello Giovanni era impresario edile, ha fatto la calce per uso
personale nella calchera del “Ponte del Consiglio”.
" Nell’anno 1954 o forse 55, non ricordo con esattezza, avevamo tagliato
del legname in “Pagherola”, (bosco posto a nord di Schilpario), quindi
avevamo il combustibile. Io lavoravo come muratore con Mancini Antonio e
suo fratello Elia che mi hanno aiutato a fare la legna, poi ho chiesto a
Rizzi Elia che voleva costruire la casa ed aveva bisogno di calce e lui,
con il fratello Paolo, si è unito a noi volentieri. La calchera era già
pronta per essere cotta perché l’aveva preparata il vecchio Barlam (Agoni
Antonio), che faceva la calce di mestiere. L’Antonio aveva preparato la
calchera durante l’inverno per accenderla a primavera e vendere la calce
perciò mi ha raccomandato, quasi minacciato, di fare la calce per noi ma
di non venderla assolutamente. Preparata la legna ai primi di marzo
abbiamo dato fuoco e, facendo i turni di due persone anche la notte,
abbiamo bruciato per tre giorni e tre notti, circa 90 ore. Mi ricordo che
ha piovuto un giorno, le pietre in cima "le sfrigulaö”, (emettevano
suoni come di frittura), ma non era importante. Dalla cima si vedevano
uscire i fumi, inizialmente scuri poi sempre più chiari era la “egiä
che balä”, come la definivamo noi. Il Barlam ci ha raccomandato di
non andare sopra neanche per scaldarci perché rischiavamo di restare
soffocati, di prendere la “lergä”. Quando è iniziato ad uscire fumo
bianco e fiammelle chiare (si è capito che) la calce era cotta e allora
abbiamo tappato il buco della boccola con delle pietre e abbiamo lasciato
raffreddare la calchera per circa dieci giorni. Quando abbiamo iniziato a
svuotare la calce, partendo dall’alto, (le pietre) erano ancora calde e
non avendo guanti si sentivano ancora nelle mani. Quelle più pesanti non
erano ben cotte e allora le mettevamo da parte, i sassi al centro erano i
più cotti. Durante lo svuotamento volava molta polvere e cercavamo di
riparare la bocca con un fazzoletto legato dietro la nuca.
Dopo che abbiamo svuotato la calchera dalla nostra calce, abbiamo aiutato,
come d’accordo, l’Agoni a preparare una nuova cottura per lui.
I sassi per questo secondo arrostimento sono stati raccolti nella cava che
era lì vicina (ora occupata da civili abitazioni) dove c’era anche il
frantoio della ghiaia del signor Mora Martino che era un impresario. Le
pietre erano scelte, il calcare che aveva gli “occhi” (occhialino) non era
buono, forse perché troppo compatto, si sceglieva quello più “ladì”,
com’era definito, più tenero, biancastro.
L’Antonio ha preparato lui “l’involt” perché non era facile, noi
gli porgevamo le pietre e ci diceva dammi quella più grossa, quella più
cosi o cosà. La volta l’ha costruita andando a chiuderla verso la parete
dove era la boccola, non al centro e l’ultima pietra, la chiave, non l’ha
incastrata come si fa con le volte normali, ma ha lasciato un poco di
agio. Anche fra le altre pietre c’erano piccoli spazi in modo che il fuoco
e il calore potesse circolare liberamente. Poi abbiamo iniziato a caricare
(la fornace) dall’alto ma anche lì le pietre non erano messe a caso ma con
un ordine che lui (Agoni) diceva. Per chiudere la boccola, prima di dare
fuoco, è stato costruito un muro, molto grosso, come un parapetto e sopra
c’era una pietra squadrata “lasä”, che serviva come appoggio per le
fascine.
Le fascine, ci ha insegnato il vecchio Antonio, bisognava ammucchiarle in
modo da formare come una piramide. Prima erano disposte a quadrato poi le
altre messe in piedi facevano un cerchio e quelle sopra erano incastrate
nelle sottostanti come le tegole del tetto. In questo modo, visto che
potevano restare sul posto anche dei mesi, l’acqua vi scivolava via e
quelle dentro non si bagnavano. Le fascine venivano inserite nella camera
di combustione con un “furcù”, una sorta di forca montata su un
lungo tubo di ferro.
Quando si recuperava la calce cotta, la camera di combustione veniva
preventivamente e accuratamente pulita, non ricordo la cenere dove veniva
buttata, forse nei campi, perché nel rimuovere i sassi cadeva la polvere.
Questa parte fine era usata principalmente per fare le fondamenta senza
essere “spenta” come il resto della calce, era detta “calce vergine”,
e diventava dura come cemento. Ancora oggi si possono vedere delle
fondamenta fatte così e sono durissime.
Non mi ricordo quanti quintali di calce avevamo prodotto, ma a noi non
interessava saperlo, avevamo il quantitativo che ci occorreva e questo era
sufficiente. Mi ricordo che quando aveva cotto il vecchio Agoni la gente
andava con il carretto a prendere la calce e lui la pesava con la bilancia
di ferro, la “stadera”. Faceva tutto il lavoro lui solo andando a prendere
la legna nella Valle di Epolo e poi la portava a valle con la slitta
durante l’inverno. Faceva la cottura prevalentemente in primavera perché
la gente usava la calce per imbiancare le pareti e i muratori iniziavano a
lavorare dopo il riposo invernale.
Lenzi Giacomo, 24.05.1937,
Vilminore
Ha lavorato, prima di andare in Svizzera, come operaio oltre che in vari
cantieri della Valle, anche alle miniere della Manina. All’età di 12-13
anni ha lavorato con Domenico Tagliaferri di Teveno alla calchera di
proprietà del signor Piantoni, posta all’inizio della strada della Valbona.
"Essendo rimasto orfano del padre c’era bisogno di soldi per aiutare mia
madre e la famiglia così andavo a lavorare con il Domenico “Di Pradele” a
fare la calce. Il carico della calchera lo preparava il Tagliaferri perché
era un lavoro difficile ed io non ero capace, aiutavo solo a preparare il
materiale e la legna. Io svolgevo il lavoro di aiutante e fornivo la legna
per il fuoco. Davo i fascini al Domenico e lui con il forcone li infilava
nella boccola. Era un continuo, non bisognava incantarsi perché bruciavano
velocemente e bisognava mantenere costante il calore. Una volta, mi
ricordo, eravamo rimasti senza legna ed era verso la fine della cottura e
rischiavamo di mandare tutto a male, allora il Bortolino (si tratta di
Piantoni Bortolo proprietario del sito dove sorgeva la calchera e
dell’attigua segheria), ci ha dato i “refilac” (parti di scarto dei
legni segati), per finire la cottura.
Andavamo a prendere la legna in Valnotte e la facevamo scendere con un
filo metallico fino alla Valbona e poi con un camion “Doge”, di proprietà
del Bortolo, la portavamo su lungo la strada sterrata. Le pietre da
cuocere le prendevamo in Valnotte, poco più sotto alla segheria, e le
portavamo su con il camion. La legna e anche le pietre le caricavamo a
mano. Dopo la cottura, ci volevano circa 7 giorni, la gente veniva con i
carretti o le carriole a prendere la calce e pagavano il Domenico che poi
dava qualche cosa anche a me. Per fare tutto il lavoro ci volevano almeno
due o tre mesi. In quel periodo abbiamo fatto due cotture: la prima
nell’autunno del 1956 e la seconda nella primavera del 1957".
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