GLI EDIFICI RURALI
della Val di Scalve
di Manfredo Bendotti,
Introduzione dott. Gian Battista Sangalli
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Vilminore di Scalve (BG)
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Scorrendo il materiale fotografico raccolto da Manfredo
Bendotti, sorgono nella mente numerose considerazioni anche e soprattutto per
chi, come me, da più di 10 anni per lavoro, percorre il territorio della Valle
di Scalve in lungo ed in largo anche nei suoi angoli più reconditi ed a volte
abbandonati. E allora la cascina diventa punto di riferimento, anche
topografico, ovvero momento di ristoro dopo una mattina di lavoro oppure
provvidenziale riparo durante un temporale…
E magari si pensa a quando è stata costruita, a chi ne è stato l'artefice, a
tutte le persone che l'hanno abitata, a come si è modificata l'architettura nel
corso del tempo.
La Valle di Scalve, come tutte le vallate alpine lombarde, ha subìto nel corso
di 2000 anni di storia un'incredibile opera di trasformazione da parte
dell'uomo. All'inizio si è limitato a tagliare alcuni alberi dell'immensa
foresta che la ricopriva per ricavarne spazio per le abitazioni, poi, nei luoghi
più pianeggianti, ha cominciato a dissodare il terreno per ricavarne coltivi e
prati per i propri animali domestici.
L'opera di modificazione del paesaggio è proseguita e si è graduata di pari
passo con il mutare delle condizioni socio-economiche: a periodi di floridezza,
legati soprattutto al mercato del minerale ferroso, corrispondevano impennate
della popolazione, e di conseguenza delle bocche da sfamare, e quindi un'intensa
opera di dissodamento ("roncà") dei terreni boschivi ed incolti. Al contrario, a
periodi di carestia o di pestilenza facevano seguito contrazioni demografiche
che riducevano la pressione antropica sul territorio, consentendo alla natura di
riappropriarsi di quanto le era stato tolto. E così si è andati avanti in un
continuo braccio di ferro tra uomo e natura, che continua tuttora.
Infatti, la massima diffusione dei terreni coltivati si ebbe a cavallo tra il
1700 ed il 1800, come dimostrano le mappe del periodo napoleonico ed austriaco
che evidenziano la messa a coltura di terreni ormai da secoli tornati boschi (ad
esempio lungo il Fiume Dezzo, sul versante prospicente S. Andrea, nella Valle
del Vo si rinvengono ancora numerose testimonianze di antichi interventi di
dissodamento).
Il fattore che nelle nostre valli ha sicuramente influito con maggiore
incisività nell'opera di disboscamento è stato quello legato alle miniere, le
quali necessitavano non solo di legname da opera (soprattutto di larice) per
sostenere le gallerie, ma soprattutto di ingenti quantitativi di legna per la
torrefazione del minerale ferroso appena estratto e di carbone di legna per la
fusione del minerale negli appositi forni che sorgevano sul fondovalle, lungo i
corsi d'acqua.
Dagli inizi del secolo XX° è cominciato un processo di rinaturalizzazione del
territorio che si è intensificato nel secondo dopoguerra, quando l'esodo di
centinaia di persone fuori valle, la crisi del settore agricolo e di quello
minerario hanno comportato l'abbandono delle colture ed anche dei boschi. Il
patrimonio architettonico degli edifici rurali della Valle di Scalve è
ricchissimo proprio perchè l'uomo, man mano che creava terreni coltivabili
sempre più lontani dai centri abitati, aveva sempre più necessità di avere a
disposizione un ricovero per sè stesso, per i propri animali, per gli attrezzi,
per il foraggio.
Nascono così le numerose cascine ubicate nei pressi dei paesi, utilizzate sia
come stalle permanenti durante l'anno, che come fienile per il foraggio falciato
nei prati circostanti. A volte le cascine si trasformano in abitazione
permanente, soprattutto quelle più prossime ai paesi e nascono piccole frazioni
popolate in modo permanente (Meto, Designo, Magnone, ecc.). Probabilmente in un
secondo momento si rende necessario creare ricoveri permanenti anche nella zona
dei prati maggenghi, tra i 1300 ed i 1500 m d'altitudine.
Qui, infatti, l'allevatore sale nel periodo primaverile con il proprio bestiame
e sfalcia o pascola i terreni prima di dirigersi in alpeggio nel mese di giugno
e di ridiscendervi in settembre per un secondo taglio.
Pertanto, vengono costruite numerose baite, spesso in zone fra loro limitrofe e
nell'ambito di estesi comprensori prativi (ad esempio Le Some ed il Colle ad
Azzone e le Esenne in Oltrepovo).
Un discorso a parte meritano gli alpeggi, estreme stazioni verso l'alto
raggiunte dall'uomo nella sua ricerca di sostentamento. I ricoveri per lunghi
secoli sono stati ricavati alla buona, al di sotto di rocce (Malga Moie, Vernà
di sotto, Varro, Cornalta, ecc.) o con ripari provvisori, vista la difficoltà di
raggiungere i luoghi e la brevità del periodo di stazionamento. Solo negli
ultimi secoli sono stati edificati gli edifici che in parte sono sopravvissuti
fino ad oggi; infatti, numerosi di essi sono ormai scomparsi o ridotti a pochi
ruderi a causa dell'abbandono del pascolo, soprattutto nelle aree più ripide ed
imprevie, a favore dei cespugli (ontano verde, rododendro, pino mugo) e del
bosco.
La tipologia degli edifici rurali Scalvini non si discosta di molto da quella
delle vicine vallate prealpine bergamasche e bresciane. Elemento costruttivo
fondamentale è la pietra, ricavata ovviamente in loco, per cui gli edifici de i
versanti di Colere ed Azzone sono caratterizzati da pietre calcaree, spesso di
piccole dimensioni a causa della stratificazione della roccia, mentre le baite
nel territorio di Schilpario e di Vilminore sono in Verrucano o Servino
rossastri, di difficile lavorazione e perciò con blocchi più grossi.
In qualche caso lungo i corsi d'acqua e presso il fondovalle, le murature sono
costituite da ciottoli e massi di fiume arrotondati, utilizzati perchè presenti
in abbondanza ma di più difficile lavorazione.
Gli edifici sono generalmente a due piani, il primo dei quali spesso in parte
scavato nel pendio e riservato a stalla ed abitazione, il secondo piano adibito
a fienile e quindi dotato di un'ampia porta aperta sul pendio retrostante per
facilitare l'ammassamento del fieno. Spesso la cascina viene costruita nella
parte alta del prato perchè, se è vero che il fieno è da trasportare, è
altrettanto vero che il letame prodotto dalla stalle è più pesante e quindi è
preferibile spargerlo a partire dall'alto. I tetti sono sostenuti da travi, di
abete o larice, e coperti con lastre ("Piode") ricavate sovente dalla miniera
presente a monte di Ronco, all'imbocco della Valle Desiderata.
I muri esterni sono al rustico, ovvero intonacati con calce viva, soprattutto
allo scopo di disinfettare gli ambienti, ed in particolare nelle zone con roccia
calcarea presente, dove era più facile la fabbricazione della calce.
A volte erano presenti ballatoi esterni in legno, ma più frequentemente
l'utilizzo di tale materiale si limitava al tetto ovvero agli stipiti di porte e
finestre.
Ovviamente, la tipologia degli edifici è andata affinandosi nel corso dei
secoli, mantenendosi tuttavia funzionale allo scopo; solo a partire dal
dopoguerra sono spesso intervenute grosse trasformazioni, sempre peggiorative,
con l'utilizzo di nuovi materiali (prismi, mattoni, cemento, intonaci, ecc.).
Purtroppo, infatti, spesso è mancata la sensibilità sia da parte dei proprietari
che delle amministrazioni incaricate del rilascio delle autorizzazioni nel
salvaguardare la tipologia costruttiva originaria, pur con l'obiettivo di
migliorare e rendere decorosa l'abitabilità delle strutture.
Pertanto, a maggior ragione un'adeguata documentazione fotografica degli edifici
rurali risulta di estrema importanza sia per non disperdere la memoria di un
patrimonio umano, storico ed architettonico di grande valore che per accrescere
l'interesse e la sensibilità degli scalvini per le proprie radici territoriali e
culturali
Dott. Gian Battista Sangalli - marzo 2001