Settimana tipo di lavoro nelle miniere della Presolana negli anni '49-'50.
Testimonianza di Manfredo Bendotti
"Il lunedì mattino verso le ore 6.00 partivano gli operai che facevano il primo turno, se era nel periodo sgombro di neve si saliva ognuno per conto proprio, mentre se c'era neve era opportuno partire tutti insieme, di modo che, alternativamente si faceva l'apripista, perché in uno solo non ci si sarebbe riusciti a percorrere i 900 metri di dislivello in circa due ore.
Arrivati alla miniera, più o meno stanchi a seconda delle condizioni atmosferiche e dello strato di neve, alle ore 8.00 iniziava il primo turno di lavoro.
Ogni operaio raggiungeva il posto di lavoro assegnato che poteva facilmente cambiare da una settimana all'altra, mentre per gli addetti a mansioni specifiche il posto restava pressoché sempre lo stesso.
Nel cantiere d'avanzamento la squadra era composta da due soli operai: il minatore, che con la perforatrice faceva i fori nella roccia ed a fine giornata li riempiva di dinamite e faceva brillare e il manovale, il quale doveva caricare il materiale sui vagoni.
Questo lavoro veniva eseguito in otto ore consecutive.
Nei cantieri di coltivazione vera e propria del minerale, invece, ci potevano essere anche più di due operai, a seconda delle dimensioni del cantiere.
Nel mio caso, essendo un ragazzo di 17-18 anni, la mia mansione era quella di caricare e portar fuori i vagonetti pieni di materiale.
Il lavoro in miniera era duro e poco salubre, non solo per la polvere che si respirava (la polvere non era tanta, perché a quei tempi si usava già l'acqua nei perforatori), ma anche per i residui di gas lasciati dallo scoppio della dinamite.
Comunque il lavoro è sempre lavoro, e presenta sempre dei pericoli o a corto o a lungo termine. La miniera però è uno dei più pericolosi.
Se si faceva il secondo turno (che era a rotazione, cioè una settimana il primo e una settimana il secondo), si partiva il lunedì pomeriggio per essere sul posto di lavoro alle ore 18.00.
Per il martedì, mercoledì e giovedì il primo turno iniziava alle ore 4.00 fino alle ore 12.00 e il secondo turno dalle ore 14.00 alle ore 20.00. Da un turno all'altro si aspettava normalmente due ore per far sì che il fumo provocato dal brillamento delle mine evacuasse.
Il venerdì pomeriggio anziché aspettare due ore, con un po' di imprudenza si iniziava il secondo turno alle ore 13.00, così entrambi i turni della giornata di sabato potevano iniziare con un'ora di anticipo rispetto agli altri giorni, e quindi si scendeva in paese prima.
La Società ci forniva solo alloggio e legna per il riscaldamento e per cucinare. I pasti erano organizzati in questo modo: al mattino si faceva una misera colazione, chi con un poco di caffè d'orzo, chi mangiando solo un po' di pane.
A mezzogiorno, nei giorni di martedì, mercoledì, giovedì e venerdì, si faceva la polenta per tutti accompagnata con quello che ognuno si portava da casa.
Alla sera gli operai del primo turno cenavano con minestra condita con lardo, mentre quelli del secondo turno mangiavano alla fine della propria giornata.
C'era fra noi l'operaio incaricato di segnare per ognuno i pasti ed il vino consumati che venivano pagati a fine mese.
Nel tempo libero, i più non facevano niente, qualcuno giocava a carte o a bocce, qualcuno leggeva e qualcuno gironzolava. Ogni tanto si scendeva nel bosco a raccogliere un po' di legna.
Si dormiva in undici persone in pochissimo spazio: la stanza misurava 4,30 metri in larghezza, 3 metri in lunghezza e 2,80 metri in altezza. I letti erano tavole di legno con pagliericcio come materasso e coperte senza lenzuola.
La cucina era più o meno delle stesse dimensioni della camera da letto ed aveva una stufa di ghisa che serviva sia per riscaldamento che per fare da mangiare.
Bisogna dire però che io ero tra quelli più fortunati perché nelle altre baracche si dormiva e si cucinava nella stessa stanza."
Episodi narrati da Bendotti Romolo "In inverno ci si trovava in località Carbonera. Lì si aspettava tutto il gruppo di minatori e ci si preparava alla salita verso le miniere, calzando le racchette da neve. Poi, in fila indiana, ci si avviava dandosi il cambio alla testa del gruppo ogni 50 metri circa.
Mi ricordo una mattina d'inverno, dopo che aveva nevicato tutta la notte, arrivati faticosamente a metà percorso ci si dovette fermare per la stanchezza. La compagnia decise quindi di tornare a valle in quanto demoralizzata dalle avverse condizioni del terreno e dal pericolo di valanghe.
Si venne a conoscenza più tardi che solamente 100 metri più a monte di dove ci eravamo fermati il manto di neve era gelato, e che quindi avrebbe permesso di camminare senza problemi."
Anita Belingheri
(Intervista raccolta il 14 e il 21 settembre 1999 a Schilpario da Agostino
Morandi) (Tratto dal libro "Da Collere a Colere" a cura di Angelo Bendotti
- Amministrazione Comunale di Colere - Associazione editoriale: Il Filo di
Arianna)
Sono nata a Colere il 25 febbraio 1949. La vita a Carbonera quando ero
piccola... la mia famiglia si trasferiva al rifugio Albani il giorno della
Madonnina (2 luglio)... a noi bambini dispiaceva perché lasciavamo tutti gli
amici; ma poi al rifugio si stava bene... eravamo sei fratelli e giocavamo tra
noi e prendevamo un po' di botte dalla mamma perché eravamo disperati, come
tutti i bambini. Ma a me piaceva molto vivere al rifugio. Mio papà era anche
guardiano della miniera, dal momento che le miniere erano chiuse in quel periodo
(infatti riaprono nel 1959, con la Montecatini). Poi non ricordo molto, dal
momento che a tredici anni sono andata via da casa per lavoro: sono andata in
una filatura di Leffe... a quel tempo era così per tutte le ragazze... Poi sono
andata a Milano "per serva", quindi, nel 1967 sono stata assunta alle
miniere in Presolana... D'altra parte ero la prima di sette fratelli; in casa
eravamo in dieci, compresa la nonna e l'unico reddito era quello del tatà!
Eravamo quattro sorelle e tre fratelli.
Quando andavo alle elementari... oh... 'n sero tucc puarècc (eravamo tutti
poveretti)... Tanto per fare un esempio, la carne... non so se l'abbiamo mai
mangiata! Si faceva la polenta, oppure un po' di pastasciutta, condita con la
conserva. L'unica frutta che potevamo avere - d'inverno - erano le mele, dal
momento che le scambiavamo con le patate: due cassette di patate contro una di
mele. A volte la nonna comprava una cassa di uva americana che veniva messa
nelle camere, di sopra, per essere conservata. Poi si andava a raccogliere le
nocciole... mi ricordo che noi tusèle (ragazzine) di otto-nove anni siamo
andate con le donne a Rusio, sopra Castione, con gli zaini, a raccogliere le
nocciole. Essicate e messe in sacchetti di tela, venivano consumate nel periodo
natalizio. Erano tutti puarècc... si andava a scuola con delle borsettine di
tela, confezionate dalla mamma... ma non c'era nemmeno la tela necessaria...
quando si andava all'asilo vi si metteva un formaggino... argòt (qualcosa), dal
momento che lì ti davano solo una scodella di minestra... così anche a scuola,
pòta, eravamo tanti, giù-trè-l'oter (uno dopo l'altro)... sicchè.. .non
avevamo niente, era così per tutti... una grande miseria… Fino a quando hanno
incominciato ad andare a lavorare i ragazzi; pòta, allora erano tutte numerose
le famiglie, ma prima che i figli incominciassero a lavorare bisognava
allevarli!... almeno fino a dodici, tredici anni... è anche per questo motivo
che non si mandavano i ragazzi a studiare. Quindi, piano piano, anche noi
sorelle siamo andate a lavorare... i fratelli, da militare, sapevano sciare,
quindi... Uno ha studiato... ha studiato all'università Cattolica ed ora
insegna alle scuole medie di Rovetta... anche lui è maestro di sci…
I miei genitori erano severi, però non li scambierei con nessun altro... mi
hanno insegnato tante cose! Con mio papà ho una grande confidenza, più che con
la mamma, anche se con lui usiamo il "voi" non abbiamo mai avuto
soggezione... gli raccontiamo tutte le nostre cose. Sai che mio papà, con la
levatrice, ha fatto nascere tutti noi? Poi ha avuto la fortuna di vivere sempre
con la sua famiglia, non ha dovuto fare l'emigrante.. .noi avevamo un livello
economico lievemente superiore, ma questo è avvenuto quando noi ragazze abbiamo
cominciato a lavorare! Il 9 maggio 1967, dopo che come ti ho detto ero andata
via a lavorare, sono stata assunta dalla società mineraria Presolana. Non ero
certo una cuoca provetta… più che altro mi hanno chiesto di occuparmi del
vitto degli operai. C'era un... desàse (disordine)... erano uomini, dovevano
soprattutto lavorare... Preparavano il pranzo a turni, ma una volta bruciava il
sugo, un'altra volta abbrustoliva la carne... quindi il direttore ha ritenuto di
occupare una persona che provvedesse alla cucina. Sono stata assunta ancheperché
alle miniere era già occupato mio padre Domenico ("Zanalbert"), che
faceva anche il rifugista all'Albani. Mio padre mi dice: "Non verresti in
Presolana a fare la cuoca per gli operai?". Io immaginavo che fosse un
lavoro troppo impegnativo... all'iniziogli operai erano una quindicina... Ma
l'idea mi piaceva, anche perché dall'età di sei anni trascorrevo lassù il
periodo estivo, con la mia famiglia. Dunque, salita alle baracche, ho trovato
parecchio disordine... pòta , i omegn (pòta , gli uomini)... a quel tempo ero
in gamba, cioè... ero sana e forte; ho iniziato a fare le pulizie e preparavo
anche il pesto, la pastasciutta... poi, piano piano... i primi giorni, sai
come...ero piuttosto timida, avevo soggezione degli operai. In seguito c'è
stato un reciproco affiatamento. Loro erano contenti, trovavano qualcosa di
caldo sulla tavola!.
Allora là non c'era niente... avessero avuto almeno la doccia... mi faceva
impressione, puarì (poveretti)... mettevano una pignatta sopra la stufa per
scaldare un po' d'acqua: quando terminavano il lavoro ognuno prendeva tre
mestoli d'acqua per lavarsi almeno le mani! Poi, più avanti, gli operai sono
diventati più numerosi: verso il 1972-73 saranno stati una trentina; forse in
un periodo sono stati anche più di trenta, quando hanno chiuso delle miniere in
Puglia ed in Toscana, alcuni venivano occupati qui fino al raggiungimento della
pensione. Vi sono stati anche alcuni giovani della Toscana: dovevano
probabilmente apprendere le tecniche di coltivazione mineraria.
Anch'io salivo con loro il lunedì mattina e si scendeva il sabato - nei primi
anni - e poi invece il venerdì… negli ultimi anni gli operai autogestivano
l'orario di lavoro, il capo lo ascoltavano sì e no! Dicevano: quando abbiamo
raggiunto il numero convenuto di ulàde (avanzamenti con esplosivo), via! Credo
che la mia presenza sia stata gradita agli operai... all'inizio erano tutti
piuttosto anziani... più tardi vi sono stati anche parecchi giovani,
soprattutto di Colere, ma anche altri, come l'Antonio, (che diventerà) mio
marito, ed altri... tra noi c'era un ottimo rapporto. Certo si viveva in
condizioni particolari: d'estate si vedevano un po' di persone che frequentavano
il rifugio; d'inverno eravamo proprio isolati... ma a me piacevano tutte le
stagioni! L'estate per i motivi già ricordati, ma anche l'inverno aveva un suo
fascino... non posso dire di essere stata qualche volta triste in Presolana...
non mi angosciava, mai! Forse sarà perché ero giovane e godevo di ottima
salute... poi il tempo volava. Quando era bel tempo, d'inverno, con il Fiorino
Bettineschi ed altri, andavamo a sciare nel pomeriggio; lassù avevamo uno
sky-lift tutto per noi. D'estate invece aiutavo i miei familiari nella gestione
del rifugio.
Ai minatori preparavo il pranzo, facevo un po' di pulizie; la biancheria per i
letti veniva mandata giù a lavare con la teleferica. La spesa veniva
trasportata sempre con la teleferica ogni mattina: io telefonavo all'impiegato a
Dezzo, quindi lui dava gli ordini alla macelleria e ai negozi. Il pranzo
completo lo preparavo solo una volta al giorno, dopo il turno di lavoro; la sera
preparavo di solito il caffè d'orzo che gli operai prendevano al mattino
seguente... La sera preparavo solo il primo, come minestrone o risotto, quindi
gli operai portavano con sé del companatico. La società garantiva solo la
presenza... e i costi... della cuoca... La "spesa" - cioè i generi
alimentari -veniva suddivisa tra gli operai: uno di loro teneva la nota delle
presenze e quindi del numero di pasti; a fine mese ognuno pagava la propria
quota.
Era comunque una conduzione di tipo familiare; certo, non mancava qualche
lamentela... nel senso che non si poteva accontentare tutti contemporaneamente
nella scelta del menù! Soprattutto i meridionali dovevano adattarsi alla mia
cucina! C'erano pugliesi, toscani ed anche veneti. Ci sono stati saltuariamente
anche operai di altre regioni, che provenivano da piccoli complessi minerari: in
Presolana rimanevano per il periodo necessario al raggiungimento della pensione.
Tra gli operai c'era una buona coesione: nella stagione invernale, ad esempio,
cosa facevano? Giocavano tutti a carte! Poi in un secondo tempo c'era anche la
televisione... c'era una sala, con i tavoli. Anche per le suppellettili della
cucina c'è stato un continuo miglioramento: il gas, il lavandino più capiente,
i caloriferi anche nelle camere. Comunque il disagio rimaneva evidente, dal
momento che certe "comodità" era impossibile ottenerle... Qualcuno
sopportava a fatica la situazione di isolamento... d'inverno era una solitudine!
Soprattutto i primi anni venivano delle grandi nevicate: le baracche erano
sommerse dalla neve... si riusciva a tener libera dalla neve almeno la cucina...
Sono stata in Presolana dal 1967 al 1978-79. A volte entravo anch'io in miniera,
più che altro per curiosità... col tatà entravamo già quando eravamo
bambini. Le condizioni di lavoro degli operai... i mè greào trop! (mi facevano
pena!), e questo anche negli ultimi anni, visto che all'interno le condizioni di
lavoro non erano certo migliorate... Uscivano sporchi, pieni di fango e di
polvere, da buchi freddi e umidi, e non potevano poi fare nemmeno una buona
doccia! Negli ultimi tempi avevano costruito una nuova baracca, con la doccia,
ma praticamente questa era inutilizzata dal momento che non si riusciva a
scaldare a sufficienza l'acqua. A volte, d'inverno, il lunedì trovavamo tutto
gelato... riuscivo a scaldare una padella di acqua dopo aver sciolto una grande
quantità di neve. D'inverno poi l'acqua era scarsa; veniva attinta alla
sorgente di "Santa Barbara", poco sopra le baracche... l'acqua gelava
regolarmente nei tubi ed a volte ci volevano due giorni per rimettere in
funzione le condutture... intanto si scioglieva la ne ve. Ripeto, nella stagione
invernale era una tribulàdo (tribolata), sia per il viaggio, sia per tutto il
resto. Verso la fine avevano
realizzato una baracca abbastanza decente, con delle confortevoli brande, con
due servizi igienici, anche se spesso mancava l'acqua... Durante il periodo nel
quale hanno sistemato le baracche preparavo il pranzo anche per gli operai
dell'impresa, quindi complessivamente erano quasi una cinquantina.
In un certo periodo glioperai erano stati autorizzati anche a fare gli
"straordinari"... la teleferica normalmente funzionava tutto il giorno
e quindi vi erano addetti due operai, a turno. Il Magri Arcadio ha sempre fatto
questo lavoro.
Ho mantenuto dei bei ricordi... tant! Poi c'era sempre il tatà , tutto l'anno;
la mamma e i fratelli scendevano in settembre. La primavera... era bello:
abbiamo incominciato ad organizzare le gare di sci tra minatori... c'era uno
sky-lift piazzato nei pressi del laghetto, sotto la parete: lì facevamo le
nostre gare, verso giugno.Poi al rifugio facevamo il pranzo, le premiazioni...
era una grande festa! In pieno inverno c i si muoveva poco, anche perché faceva
freddo tanto! Ricordo che il termometro raggiungeva anche venti gradi sottozero!
A volte salivo al rifugio per riordinare la stanza "invernale",
mettevo i cerchi e salivo con un secchio d'acqua; spesso, durante il tragitto,
si formava uno strato di ghiaccio. Anche in cucina, quando la stufa andava a
pieno regime, sulle pareti si formava il ghiaccio. Anche durante la salita...
fino a metà percorso si andava bene, ma poi, che freddo! Poi anche con i cerchi
si formavano dei blocchi di ghiaccio; giunti alle baracche, si faticava a
cambiarsi, per il freddo.
A salire si sprofondava fino allo stomaco... a turno - anch'io lo facevo -
ognuno batteva il sentiero con i cerchi; spesso si rinunciava, ma il giorno dopo
bisognava di nuovo tentare la salita; e poi, le valanghe: prima di scendere si
mettevano delle cariche di esplosivo, ma nella salita non sì poteva fare
altrettanto... a volte c'era una nebbia da non vedere nulla... Dopo che hanno
installato i caloriferi elettrici, li lasciavamo in parte accesi anche durante
il fine settimana... comunque ci volevano un paio di giorni per ripristinare una
temperatura decente. Nelle baracche adibite a dormitorio (l'ex Rifugio Albani)
c'era m enorme freddo, in quanto erano sommerse dalla neve (il nuovo rifugio fu
costruito nel 1967 ed immediatamente quello vecchio fu utilizzato dai minatori).
La mensa, la cucina si trovavano al primo piano, mentre al piano terreno c'era
l'officina ed una entrata "invernale" delle miniere. Lassù c'erano
diverse baracche... ce n'era una anche per il direttore...
Negli anni Settanta, con l'applicazione di tecniche più moderne di escavazione,
si è certamente quasi annullato il rischio di malattie professionali. Poi,
anche solo il fatto di vivere tutti assieme, con la mensa, al caldo... c'era
sempre qualcosa di caldo, a differenza dei minatori che lavoravano nelle miniere
di Schilpario... poi, in Presolana, il pranzo era sempre prima delle
quattordici. Se fossero contenti - o meno - di me, dovrebbero dirlo loro! Su
trenta-quaranta operai quelli di Colere non erano forse la metà... erano di
Schilpario, Vilminore, Teveno, Nona, Pianezza... Come stipendio, il minatore non
veniva riconosciuto un gran che... però avevano un po' di cottimo. Finalmente,
quando è stato su un operaio proveniente dalla Puglia, si è ottenuta a
tredicesima e perfino la quattordicesima... erano gli ultimi anni. Era in un
certo senso un privilegio rispetto a quanti dovevano emigrare in Svizzera o a
Milano... ma ad ogni modo la vita era dura. Su alle baracche partecipavo anch'io
alle loro discussioni, giocavo a carte... solo che fumavano tutti e l'ambiente
diventava pesante... allora io stavo parecchio in cucina. Ho dei bei ricordi...
li ricordo tutti. Quando li incontro adesso, mi fanno tutti cera (festa)...
dodici anni sono parecchi.
Domenico Belingheri "Zanalbert"
(Intervista raccolta il 30 maggio 1999 a Colere da Agostino Morandi) (Tratto dal libro "Da Collere a Colere" a cura di Angelo Bendotti
- Amministrazione Comunale di Colere - Associazione editoriale: Il Filo di
Arianna) Nessuno mi chiama Domenico, bensì "Zanalbert", alla francese, dal
momento che raccontano che i Belingheri provenivano dalla Francia… il mio nome
è Domenico Giovanni Alberto. Sono nato a Colere il 15 agosto 1924. Mio padre
aveva il compito di responsabile alle miniere, ed io a due anni ero già su...
(…) fino a sei anni ho vissuto su alle miniere con mamma e papà, anche
d'inverno.
I primi ricordi... era il 1928 quando stavano costruendo una baracca dei
minatori: mi ricordo che c'era un muratore di Colere, grande così... dicevo:
"Madonna, che curnù (sassi) che porta in giro!" Erano grandi come me!
Stavano costruendo l'edificio nel quale sarebbero stati sistemati i compressori.
La Cieli, che era una società elettrica di Genova, aveva iniziato nel 1927 o
1928 a fare lavori di miglioramento nella miniera e nelle pertinenze... il
proprietario precedente era l'ingegner Novazza di Milano, che aveva acquistato
la miniera dalla Vieille Montaigne. A questo ingegnere interessava ricavare
dalla miniera il bianco di zinco, con il quale produceva delle vernici... poi
nel 1927 o 1928 ha venduta la miniera alla Cieli: questa ha costruito le laverie,
ha impiantato la teleferica. Anche il Novazza prima aveva costruito una
teleferica, in due tronconi... il morsetto che bloccava i carrelli era
scorrevole. Con due carrucole... sulla fune traente c'erano degli anelli;
maggiore era il peso del carrello, maggiore era l'adesione alla fune traente.
Prima ancora il trasporto del minerale si faceva con dei secchi... verso la fine
dell'Ottocento la prima teleferica era stata realizzata dalla Vieille Montaigne,
con delle corde di canapa: quando pioveva la corda si spezzava; quando era secco
bisognava frenare mezz'ora prima... se spedivano cinque secchi ne giungeva a
destinazione uno solo! Quindi l'ingegner Novazza ha ricostruito la teleferica,
sempre in due tronconi, con le corde di acciaio: alle "Piagne", sopra
il salto delle rocce, c'era una stazione (intermedia); però la teleferica non
raggiungeva la zona delle baracche, ma era a un livello inferiore, di circa
venti metri: in questo punto portavano su dal laghetto di Polzone, con i sacchi,
la calamina rossa, bianca, e terra di calamina. Qui sbucava una galleria, si può
ancora vedere l'imbocco, e da qui salivano i portatori, fra i quali c'erano
anche delle donne, come mia mamma, e portavano il minerale alla stazione di
partenza; poi il minerale, nei sacchi, venivacaricato nelle "barelle"
che avevano sostituito i secchi. Il minerale lo portavano su dal laghetto! Dal
laghetto saliva una rimonta ed anche il papà e la mamma raccontavano di aver
portato su il minerale con il gerlo... la rimonta sarà stata circa duecento
metri.
La Cieli ha costruito la teleferica nuova con partenza al livello della miniera,
ed i carrelli venivano caricati dalle tramoggie... i carrelli giravano e si
caricavano. Oggi la miniera della Presolana è conosciuta per la fluorina; però
c'è lo zinco e la galena. Anticamente la miniera era stata coltivata per la
calamina, per lo zinco. La calamina contiene zinco, ma la blenda ancora di più;
tuttavia, per quest'ultima risulta più complessa la procedura per se-parare lo
zinco attraverso la fusione. Il difetto della miniera della Presolana consisteva
nel fatto che conteneva parecchia fluorina che rendeva molto complessa la
procedura di fusione e di separazione dei diversi componenti. Dopo il 1930 mio
padre sovrintendeva alla operazioni di estrazione della sola fluorina e questo
avveniva all'esterno, durante la sola stagione estiva, sempre per conto della
Cieli; lui veniva pagato in base alla quantità di minerale che estraeva ed
anche in base alla qualità. Con la Vieille Montaigne, d'estate lavoravano qui,
e d'inverno si trasferivano a Zambla ed a Gorno. Intorno al 1930 erano occupati
in Presolana settanta, ottanta operai. In maggioranza erano di Colere, ma ve
n'erano parecchi di Teveno, di Bueggio. In questo periodo si lavorava per tutto
l'anno... si facevano tre turni; vivevano nelle baracche e negli stessi locali
si mangiava e si dormiva. Per il vitto ognuno faceva per proprio conto: quando
avevano la scorta di farina, un pezzo di formaggio e quattro uova... La sera,
magari, preparavano la minestra in compagnia, ma alla fine si cibavano con ben
poco. La polenta a mezzogiorno si faceva per tutti e veniva incaricato un
operaio; la polenta veniva divisa in quarte. Vi erano diverse compagnie di
operai che alloggiavano nelle baracche: ce n'erano due al rifugio vecchio ed una
anche più in alto che era chiamata la "baràco dè Teè" (la baracca
di Teveno), perché gli operai di Colere e di Teveno non vivevano insieme. La
perforazione meccanica è iniziata con la società Cieli, nel 1928: avevano
introdotto anche dei rudimentali sostegni... ce n'era uno anche ad acqua, ma non
sapevano utilizzarlo. Per spingere la rivoltella avevano escogitato un sistema a
"pàisa", ossia a leva. Poi hanno introdotto i sostegni veri e propri
e quindi la fatica nell'utilizzo era molto minore. I primi fucili ad acqua erano
poco pratici perché il ferro si rompeva continuamente... ed allora la polvere
la respiravamo tutta. Anche la fluorina e la blenda contengono del silicio, ed
anche del piombo... Nella galena è contenuto il dieci per cento di argento...
Il minerale prima veniva lavorato a Marghera ed in seguito in Valle del Riso.
Qui alle laverie veniva selezionato.
Prima la cernita veniva fatta fuori della miniera e vi erano addette le donne:
vi sono state occupate fino a settanta taisìne, poi con la costruzione della
laveria le taìsine non servivano più (...). Le taisìne hanno una storia...
avevano la baracca per conto loro... sono state su fino verso gli anni Trenta.
Il trasporto da Colere avveniva con i camion dei Baldoni, dei Piantoni, dei
Toninelli: lo portavano a Brescia e da lì veniva caricato sui vagoni ferroviari
...
Il periodo nel quale è stata maggiore la nocività della miniera è stato nei
primi anni Quaranta, perché si lavorava di più all'estrazione dell a fluorina...
ma la strage dei minatori è avvenuta dal 1940 a l 1950. Qui in Carbonera ne
sono morti parecchi, dai quaranta ai cinquant'anni, o poco più. Alcuni di loro
avevano contratto la silicosi in soli tre mesi di lavoro. Anche mio padre è
morto per silicosi, ma prima era stato per quattordici anni in Australia, nelle
miniere di zinco... era pieno fino qui! La silicosi come malattia professionale
è stata riconosciuta dopo il 1950.
Durante l'ultima guerra lavoravano alla miniera parecchi "esonerati";
io stesso, che ero fuggito a casa dopo l'otto settembre, sono stato su nascosto
per sette o otto mesi, quindi ho ottenuto l'esonero. Durante la guerra è
subentrata la Todt, che aveva requisito la miniera, ma gli operai venivano
utilizzati alla costruzione dei bunker, la miniera era praticamente inattiva.
Con la Todt io avevo il compito di cuciniere. I bunker erano realizzati nella
roccia viva e rivestiti all'interno con dei tavoloni... poi c'erano i
camminamenti e le trincee... i tedeschi pensavano che gli americani sarebbero
saliti da Valzurio. I bunker erano in Valle di Scalve, ma le postazioni erano
nell'altra direzione, verso Valzurio. Si è lavorato anche durante l'inverno
1944-1945. In questo periodo gli operai erano circa venticinque o trenta.
Con la Todt si stava bene, perché mio padre riusciva ad avere per tutti doppia
razione di viveri, usando uno stratagemma: i rifornimenti venivano fatti sia dal
magazzino della Cantoniera e sia da Vilminore; il sabato ci si divideva i viveri
e ne avanzavano. Quelle fortificazioni erano ridicole... gli americani non
avevano preannunciato da quale parte sarebberogiunti!
Dicevo del periodo nel quale era maggiore la nocività, cioè nel 1948-1950: la
coltivazione delle miniere era troppo intensiva, nello stesso ambiente venivano
messe in azione parecchie perforatrici, soprattutto durante l'azione di
abbattimento, che seguiva l'avanzamento. Tutti gli uomini di Carbonera erano su
in miniera... la miniera è stata chiusa nel 1951. Io vi sono rimasto come
guardiano d'estate; d'inverno andavo a Dezzo a fare riparazioni od altro. Nel
1959 è subentrata la Montecatini... o Montedison... non si è mai capito
un'osti! Nel 1940 la miniera era passata dalla Cieli all'ingegner Brusso, socio
dei Tassara di Brescia e di un Piccardi, che mi pare fosse di Genova. Ma l'unico
che aveva passione per la miniera era il Brusso... gli altri erano più che
altro interessati a vendere le attrezzature della miniera e delle pertinenze...
Invece Brusso ha iniziato ad estrarre la fluorina... Fino a l 1951 la società
era la Presolana, e si cavava zinco e blenda...
Dopo il 1959 gli operai variavano: da trenta a cinquanta... si estraeva fluorina
e nella perforazione si utilizzava l'acqua. Nessuno in questo periodo ha
contratto la silicosi; semmai l'avevano già quelli che provenivano dalla Manina
o da Schilpario... Io non ho fatto il minatore, perché ero addetto all'officina
ed alla manutenzione degli impianti: tubazioni, binari, pale. Il lavoro era
stato meccanizzato introducendo moderne tecniche per l'estrazione ed il
trasporto. Con la Montedison è migliorata parecchio la qualità della vita in
miniera; poi c'era la cuoca... ma fino al 1951 ognuno si arrangia (...).
Una grande fatica spesso era costituita dal viaggio: a volte bisognava salire
con due metri di neve fresca, ma poi bisognava fare sempre le otto ore. Ricordo
che in una notte ho visto cadere due metri di neve! Nel 1951 la neve aveva
raggiunto i nove metri ed abbiamo dovuto allungare i pali della linea elettrica.
In quegli anni si viveva al buio: si passava dalle baracche alla miniera
attraverso dei cunicoli... eravamo come sepolti...
Nel tempo libero non si faceva niente! Non c'erano la radio, né la televisione,
né i giornali... si accovacciavano in branda, poi, quando faceva freddo, era
poca anche la legna! Una vita da martiri! Si faceva magari la partita a carte,
ma poi non si poteva disturbare quelli che dormivano... no, no, era una tribulèra...
Si scendeva il sabato e si risaliva il lunedì mattina. E poi c'era il rischio
delle valanghe… si giungeva su bagnati e sudati. Per scaldare gli ambienti ci
volevano due giorni. Poi con la Montedison le cose sono migliorate... c'erano le
stufe elettriche, poi c'era la radio, la televisione, ed in più negli ultimi
anni si faceva un unico turno di lavoro... c'era la mensa...
Incidenti? Il primo di cui ho il ricordo è avvenuto nel 1926, quando c'era su
mio padre: un mio zio è stato ucciso dall'esplosivo che stava sgelando, non
all'interno della miniera, ma nella baracca. Si chiamava Leone Belingheri: era
il padre del Leunì della benzina. Poi è successo un incidente ad un ragazzo
che faceva il bòcia di fer (Il ragazzo dei ferri); lo chiamavano "Palasina":
è morto per lo scoppio di un ferro da mina, nella stessa baracca dove era morto
lo zio Leone. Non si è mai capita la causa... l'incidente è avvenuto nel 1948
- mi pare - quando era concessionaria la società Presolana. Poi vi sono stati
degli infortuni, ma non mortali. La miniera non era di per sé pericolosa come
lo sono quelle di Manina e di Schilpario. Ci sono dei vuoti enormi, ma la roccia
è compatta e la sua armatura si riduce a ben poco. Ed è anche abbastanza
asciutta... Stamattina ho cercato un libro che mi aveva regalato un geologo, che
aveva fatto degli studi sulle miniere della Presolana, ma non l'ho trovato. Lui
adesso si interessa del costituendo Museo della miniera. Venivano su geologi da
Padova, da Pavia, dalla Sardegna... ero io l'accompagnatore. Poi venivano su dei
tedeschi e degli olandesi. Prima della guerra c'è stato per parecchi anni un
ingegnere olandese... lui, con una ventina di allievi, fece la prima carta
geologica della bergamasca. A riguardo della quantità di minerale che veniva
estratto giornalmente, bisognerebbe chiedere all'Arcadio Magri: lui ha fatto il
teleferista per dieci anni... lui conosce molto bene la materia. Quanto alle
cause della definitiva chiusura della miniera... mah… loro volevano dare lo
sbocco alla miniera presso i Cassinelli, sul versante di Castione. Avevano già
fatto un ribasso che sbocca a Valzurio, dietro la Cima Verde. Però da Valzurio
a scendere in Valle Seriana i trasporti non sarebbero mai stati molto facili...
infine avevano predisposto tutti i progetti per uscire ai Cassinelli. Ha fatto
opposizione il comune di Castione, in quanto il passaggio di venti o trenta
autotreni al giorno avrebbe compromesso il turismo. Allora hanno piantato lì
tutto. Di minerale ce n'era ancora un'enorme quantità... Bisogna dire che la
Montedison dalle proprie miniere di fluorina estraeva solo per un terzo del
fabbisogno complessivo. Questa ditta aveva bisogno della fluorina perché, fusa
con la bauxite, serviva per la produzione dell'alluminio. La Montedison comprava
una parte di fluorina dalla Francia... non capisco perché hanno cessato
l'estrazione! Poi è stata tutta una politica: tu non devi più produrre la tal
cosa perché la compriamo dalla Germania... Ci voleva lo sbocco di là, anche
perché il filone di minerale corre in direzione del Serio, con una inclinazione
del 22 per cento. I geologi dicevano che i filoni di fluorite si trovano tutti a
una quota superiore ai 1250 metri sul livello del mare.
Ricordi particolari... non ne ho; però posso dire che si faceva una vita... non
c'era la seggiovia come adesso. Sono stato fortunato perché non ho avuto
problemi di salute. La vita del minatore era molto dura prima della guerra: vai
su il lunedì... ci volevano anche quattro, cinque ore per la salita... otto
mesi di neve... cosa vai a fare?