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COMUNE DI AZZONE - VALLE DI SCALVE (BERGAMO)
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Il puàt dei Castelletti |
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I carbonai di Azzone a Lionza (Centovalli), Parco dei mulini dal 9 al 15 giugno 2002
Il puàt dei Castelletti
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Da sabato 8 luglio 2000 e per una settimana, la Riserva Naturale
gestita dall'Azienda Regionale Forestale si è aperta ai visitatori per mostrare
la vivacità del bosco e del sottobosco che si estende tra Azzone e Borno. In
questa settimana una delle manifestazioni più importanti è stato certamente
l'allestimento del "puàt" o "poiàt". |
SIGNIFICATO DELLA DIMOSTRAZIONE
La produzione forestale della Valle di Scalve fino agli anni
dell'ultimo conflitto mondiale è sempre stata indirizzata alla produzione di carbone,
richiesto in grande quantità per la fusione del minerale ferroso estratto dalle numerose
miniere della valle attive fin dall'epoca romana.
Ancor oggi un po' ovunque nei boschi della valle, soprattutto in quelli più distanti da
strade, si riscontrano con frequenza i segni di questa attività, praticamente cessata
negli anni '50.
Il Servizio Forestale della Regione Lombardia, cogliendo il tema della carbonizzazione
come elemento determinante per comprendere la storia forestale della valle oltre che
stimolo per la ricerca tecnologica innovativa ed economica nel circuito legna/energia,
nell'ambito del programma di ricerca e sperimentazione predisposto ai sensi della L.R.
80/89, propone una originale dimostrazione di carbonizzazione effettuata direttamente nel
bosco secondo il procedimento della carbonaia verticale o italiano.
Per la sua attuazione è stata scelta una delle zone boscate più belle della Valle di
Scalve, situata nella Riserva Naturale " Boschi del Giovetto", finalizzata alla
salvaguardia dei popolamenti naturali di formica.
L'attuazione della sperimentazione è stata affidata all'Azienda Regionale delle Foreste,
Ente gestore della Riserva, che si avvarrà di due esperti carbonai della valle, tra gli
ultimi depositari delle conoscenze di questa antica arte.
CARBONE E CARBONAI
I boschi della Riserva hanno fornito per secoli i prodotti
indispensabili per le attività siderurgiche della Valle di Scalve; fra questi il
carbone di legna assumeva una parte preponderante.
La produzione del carbone di legna veniva effettuata con il
poiàt o
carbonaia, ad opera dei
carbuner, assai spesso veri e propri specialisti che iniziavano il loro lavoro
fin da ragazzi diventando così profondi conoscitori di un’arte facile a dirsi,
ma alquanto difficile da praticare.
Per l’allestimento della carbonaia veniva preparato nel bosco uno spiazzo
pianeggiante (jal), pulito da sassi e radici; al centro si piantava un palo alto
circa m 2,50 costruendovi attorno una incastellatura vuota o condotto centrale,
attorno al quale venivano da prima appoggiati i pezzi di legna più grossi che
abbisognano di maggior tempo di cottura e poi via via quelli più piccoli
costituendo diversi strati e facendo assumere alla catasta un aspetto
cupoliforme.
Il cumulo di legna veniva quindi rivestito con fronde di abete (dase) e quindi
ricoperto con uno strato di terra di circa 10 cm di spessore per impedire
l’afflusso dell’aria e di assorbire i vapori che si sprigionavano durante la
carbonizzazione.
La carbonaia veniva accesa introducendo dal condotto centrale o fornello dei
pezzi di legna in combustione; dopo che il fuoco si era diffuso dal fornello
all'interno della catasta la bocca del fornello veniva chiusa.
Aveva così inizio la fase della "cottura", la cui durata era in relazione al
quantitativo di legna impiegato (per circa 60 q.li necessitavano circa 7
giorni).
Durante tale periodo il poìàt andava costantemente controllato giorno -e notte.
Nei primi due giorni la carbonizzazione veniva fatta alla cieca cioè senza
aprire fori nella copertura di terra. Successivamente, procedendo dall’alto
verso il basso, venivano aperti appositi sfiatatoi per consentire al fumo di
uscire e per estendere la carbonizzazione a tutta la catasta. Quando il fumo
assumeva una colorazione turchina significava che il carbone era fatto; i buchi
venivano tappati e se ne facevano altri più in basso fino a contatto del
terreno. Quando anche da questi usciva fumo turchino la carbonizzazione era
finita.
Con opportune precauzioni, in modo che non prendesse fuoco si procedeva quindi
all’estrazione del carbone spegnendo gli eventuali focolai con acqua o
ricoprendoli di terra ed accumulando il carbone nel carbonil.
Il passaggio da legno a carbone comporta una sensibile diminuzione delle
dimensioni variabile dal 25 al 40% circa; ciò nonostante i pezzi di carbone
conservano ancora elementi caratteristici del legno di provenienza cosicché
spesso è ancora possibile identificare la specie legnosa.
Questa tecnica consente di produrre partendo dalla legna anche di scarso valore
un eccellente combustibile avente un buon potere calorifico (circa 7500 tal./
Kg).
Nella carbonaia, il rendimento in carbone è mediamente il 20% del peso della
legna stagionata.
Nel 1990, per non dimenticare questo notevole aspetto della storia e della
cultura locale, la Riserva ha fatto rivivere la carbonizzazione con metodi
tradizionali, avvalendosi dei carbuner Leone Lenzi del Dosso e Giacomo Bettoni
di Azzone che avevano svolto questa attività anche nei boschi della Riserva.