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COMUNE DI AZZONE -  VALLE DI SCALVE  (BERGAMO)

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Il puàt dei Castelletti

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Il puàt di Lionza

 

I carbonai di Azzone a Lionza (Centovalli), Parco dei mulini dal 9 al 15 giugno 2002

Il puàt dei Castelletti

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Da sabato 8 luglio 2000 e per una settimana, la Riserva Naturale gestita dall'Azienda Regionale Forestale si è aperta ai visitatori per mostrare la vivacità del bosco e del sottobosco che si estende tra Azzone e Borno. In questa settimana una delle manifestazioni più importanti è stato certamente l'allestimento del "puàt" o "poiàt".
La dimostrazione è stata documentata su videocassetta: "Boscaioli e Carbonai ad Azzone":
Voce: Giancarlo de Angeli
Immagini e montaggio: Officine Video
Musiche: Luciano Mirto
Produzione: Comune di Azzone in collaborazione con: Comunità Montana di Scalve e Graphicscalve
grafica: Foto Giorgio
Video VHS durata 20 min.

SIGNIFICATO DELLA DIMOSTRAZIONE

La produzione forestale  della Valle di Scalve fino agli anni dell'ultimo conflitto mondiale è sempre stata indirizzata alla produzione di carbone, richiesto in grande quantità per la fusione del minerale ferroso estratto dalle numerose miniere della valle attive fin dall'epoca romana.
Ancor oggi un po' ovunque nei boschi della valle, soprattutto in quelli più distanti da strade, si riscontrano con frequenza i segni di questa attività, praticamente cessata negli anni '50.
Il Servizio Forestale della Regione Lombardia, cogliendo il tema della carbonizzazione come elemento determinante per comprendere la storia forestale della valle oltre che stimolo per la ricerca tecnologica innovativa ed economica nel circuito legna/energia, nell'ambito del programma di ricerca e sperimentazione predisposto ai sensi della L.R. 80/89, propone una originale dimostrazione di carbonizzazione effettuata direttamente nel bosco secondo il procedimento della carbonaia verticale o italiano.
Per la sua attuazione è stata scelta una delle zone boscate più belle della Valle di Scalve, situata nella Riserva Naturale " Boschi del Giovetto", finalizzata alla salvaguardia dei popolamenti naturali di formica.
L'attuazione della sperimentazione è stata affidata all'Azienda Regionale delle Foreste, Ente gestore della Riserva, che si avvarrà di due esperti carbonai della valle, tra gli ultimi depositari delle conoscenze di questa antica arte.

CARBONE E CARBONAI

I boschi della Riserva hanno fornito per secoli i prodotti indispensabili per le attività siderurgiche della Valle di Scalve; fra questi il carbone di legna assumeva una parte preponderante.
La produzione del carbone di legna veniva effettuata con il poiàt o carbonaia, ad opera dei carbuner, assai spesso veri e propri specialisti che iniziavano il loro lavoro fin da ragazzi diventando così profondi conoscitori di un’arte facile a dirsi, ma alquanto difficile da praticare.
Per l’allestimento della carbonaia veniva preparato nel bosco uno spiazzo pianeggiante (jal), pulito da sassi e radici; al centro si piantava un palo alto circa m 2,50 costruendovi attorno una incastellatura vuota o condotto centrale, attorno al quale venivano da prima appoggiati i pezzi di legna più grossi che abbisognano di maggior tempo di cottura e poi via via quelli più piccoli costituendo diversi strati e facendo assumere alla catasta un aspetto cupoliforme.
Il cumulo di legna veniva quindi rivestito con fronde di abete (dase) e quindi ricoperto con uno strato di terra di circa 10 cm di spessore per impedire l’afflusso dell’aria e di assorbire i vapori che si sprigionavano durante la carbonizzazione.
La carbonaia veniva accesa introducendo dal condotto centrale o fornello dei pezzi di legna in combustione; dopo che il fuoco si era diffuso dal fornello all'interno della catasta la bocca del fornello veniva chiusa.
Aveva così inizio la fase della "cottura", la cui durata era in relazione al quantitativo di legna impiegato (per circa 60 q.li necessitavano circa 7 giorni).
Durante tale periodo il poìàt andava costantemente controllato giorno -e notte. Nei primi due giorni la carbonizzazione veniva fatta alla cieca cioè senza aprire fori nella copertura di terra. Successivamente, procedendo dall’alto verso il basso, venivano aperti appositi sfiatatoi per consentire al fumo di uscire e per estendere la carbonizzazione a tutta la catasta. Quando il fumo assumeva una colorazione turchina significava che il carbone era fatto; i buchi venivano tappati e se ne facevano altri più in basso fino a contatto del terreno. Quando anche da questi usciva fumo turchino la carbonizzazione era finita.
Con opportune precauzioni, in modo che non prendesse fuoco si procedeva quindi all’estrazione del carbone spegnendo gli eventuali focolai con acqua o ricoprendoli di terra ed accumulando il carbone nel carbonil.
Il passaggio da legno a carbone comporta una sensibile diminuzione delle dimensioni variabile dal 25 al 40% circa; ciò nonostante i pezzi di carbone conservano ancora elementi caratteristici del legno di provenienza cosicché spesso è ancora possibile identificare la specie legnosa.
Questa tecnica consente di produrre partendo dalla legna anche di scarso valore un eccellente combustibile avente un buon potere calorifico (circa 7500 tal./ Kg).
Nella carbonaia, il rendimento in carbone è mediamente il 20% del peso della legna stagionata.
Nel 1990, per non dimenticare questo notevole aspetto della storia e della cultura locale, la Riserva ha fatto rivivere la carbonizzazione con metodi tradizionali, avvalendosi dei carbuner Leone Lenzi del Dosso e Giacomo Bettoni di Azzone che avevano svolto questa attività anche nei boschi della Riserva.

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