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Vilminore
D'oltre il Povo siam le contrade...
Nona
Pezzolo
Teveno
Bueggio
Meto e Pianezza
Vilmaggiore
Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

1500-1880: APPUNTI DI STORIA
D'OLTRE IL POVO SIAM LE CONTRADE…(1)

La storia comune di Bueggio, Teveno, Pezzolo e Nona. Un passato scritto tra analogie e differenze dagli abitanti di antichi paesi e di località scomparse
A cura di Agostino Morandi

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Bueggio, 4 maggio 1574.
Sulla pubblica strada, davanti alla chiesa di S. Gottardo, sono radunati in consiglio i sindaci o rappresentanti delle sette contrade di "Oltrepovo": all’ordine del giorno c’è la transazione circa le "Paghére" (boschi), l’elezione dei sindaci e la manutenzione delle strade. Vi è una lite pendente fra Teveno da una parte e le contrade di "Buegio, Adenazzo, Pezolo, Roto, Designo e Pianezza" dall’altra; presiede l’assemblea il notaio Antonio de Catinelli di Scalve. Fra gli altri sono presenti Pedercino, Giuseppe, Tomaso da Bueggio; Giovanni da Pezzolo, Comino e Raimondo da Teveno. I sindaci dei sei paesi contestano a quelli di Teveno la deliberazione adottata allo scopo di poter alienare i boschi che con precedenti atti del 1503 e del 1527 erano stati "ingazati" - cioè riservati alle singole contrade. I rappresentanti dei sette centri di "Ultrapavone" convengono poi che dei tre sindaci che rappresenteranno le vicinie stesse al consiglio di Valle - scelti tra uomini probi - uno verrà sempre indicato da Teveno; gli altri due verranno eletti dalle altre sei contrade. Per quanto riguarda il mantenimento delle strade pubbliche, Teveno sarà "obbligato per il suo territorio" fino al fiume Nembo, mentre gli altri paesi saranno responsabili dei tratti rimanenti. Il mantenimento delle strade diverrà in seguito la causa di infinite discordie tra gli abitanti di Oltrepovo; a conferma dell’importanza assunta nei secoli dalla controversa questione è interessante riassumere un altro documento, rogato il 1°gennaio 1527.L’assemblea si svolge sempre nella strada "avanti la chiesa del Signor Santo Gotardo" a Bueggio. Il podestà di Scalve ha emesso una condanna contro gli uomini di Teveno per non "aver aggiustato la strada della rovina". Nel corso dell’assemblea viene deciso "che le spese fatte nella presente lite si debbano pagare da quelli che le anno fatte...". Ciò significa che probabilmente in questa occasione è solo Teveno a dover pagare. Viene altresì stabilito che da allora in poi eventuali condanne (o multe) che venissero inflitte dai Calcatori della Comunità anche ad una sola delle sette contrade "... si debbano pagare da tutte le predette contrade a ragione e numero dei Fuochi". Per inciso, i "calcatori" erano dei sovrintendenti eletti dal consiglio di Valle che avevano il compito di percorrere le strade, controllarne la manutenzione e stabilire eventuali sanzioni. I "fuochi" non sono altro che le famiglie che componevano le singole vicinie o contrade. (Per quanto riguarda alcune notizie intorno alle vicinie in generale ed a quelle di Oltrepovo, si veda la scheda curata da Miriam Romelli).

Miniere, boschi e pascoli

L’idea di descrivere in maniera unitaria le contrade situate alla destra del torrente Povo è supportata principalmente da due fattori: una storia comune ed una certa omogeneità geografica.
L’analogo passato che legò nel corso dei secoli le vicende di Teveno, Bueggio, Pezzolo e Nona, dovrebbe essere oggetto di ulteriori e ben più serie "indagini". A tale riguardo, ci si potrebbe chiedere perché nel 1500 Pianezza era unita alle contrade di Oltrepovo. Nel corso di questa ricerca emerge spesso la necessità di ricorrere a delle semplici ipotesi; i documenti non mancano ma sovente appaiono contraddittori e sono, come quelli citati, il risultato di molteplici trascrizioni manuali o transunti dal latino.
Alcuni atti sono giunti a noi grazie alla trascrizione che ne fece un certo Padre Zaccaria da Janico nel 1755 e che furono dallo stesso raccolti nel "Libro delle scriture della contrada (...) di Teveno".
Ma la storia di Teveno è strettamente legata a quella delle contrade confinanti: lo dimostrano ad esempio le carte concernenti le liti ed altre questioni intorno alla proprietà ed all’uso dei beni comuni.
L’esistenza delle miniere di Manina è sicuramente uno dei fattori fondamentali che hanno accompagnato le vicende delle quattro contrade: i vicini, essendo anche proprietari delle numerose "frère", dovevano inoltre accordarsi riguardo alle strade attraverso le quali veniva tradotto il minerale. Anche un adeguato sfruttamento dei boschi, dei prati e dei pascoli esigeva interventi che dovevano essere adottati di comune accordo.
Il Comune unico subentrato in seguito all’avvento della Repubblica Cisalpina, fu una scelta quasi obbligata, in omaggio al precedente assetto amministrativo sancito dalle Vicinie ormai scomparse.
Dal punto di vista geografico, Oltrepovo comprende la destra idrografica dell’omonimo torrente e la vallata del Nembo; in quest’ultima, all’inizio della Valbona, confluisce la valletta della Civinata, che ha origine presso il Pizzo di Petto. Povo e Nembo si incontrano in località Lania per poi immettersi nel fiume Dezzo dopo poche centinaia di metri.

Da un toponimo all’altro

Può essere interessante una pure sommaria analisi dell’evoluzione dei toponimi - ossia di nomi dei luoghi e dei paesi - così come sono stati rappresentati dai cartografi nel corso degli ultimi quattrocento anni. I nomi delle varie località hanno avuto in alcuni casi un’evoluzione a volte senza alcun nesso: questo è indubbiamente dovuto ad informazioni sommarie, ed in qualche caso a madornali errori di trascrizione. Una delle fonti a stampa facilmente consultabili è il volume curato da Patrick Serra "Antiche stampe di Bergamo dal XV al XVIII secolo". Un esame comparato di queste e di altre carte che sono state stampate a partire dalla fine del '500, consente anche di formulare alcune ipotesi intorno alla effettiva importanza dei centri abitati. Inoltre nella mappa disegnata da G. Antonio Magini, pubblicata nel 1620, nel territorio di Oltrepovo si trova solo la località "Polsa". In altre carte diventa "Pola" e riacquista la sua originaria denominazione solo nel corso dell’800. In questa località, posta ad un importante quadrivio, evidentemente sostavano per qualche momento uomini ed animali: il Tiraboschi, nel suo vocabolario fa preciso riferimento alla Valle di Scalve dove "Polsa" sta per posata o fermata. Per quanto riguarda Bueggio, è Buigno nel 1575 e Buegio fino all’epoca dell’unità d’Italia. Per Teveno si trova Timeno nel 1580 ed in un altro documento del 17 18 diventa Tinetto. Pezzolo è Pozol nel 1575 Pezol nel 1718; in seguito viene italianizzato in Pezolo. Nona e Designo non subiscono alcuna variazione. In una carta del 1776, poco sotto Designo, viene indicato "Lavadello": attualmente il toponimo è rimasto, ma viene attribuito ad una sola cascina dell’antico insediamento (Laadèl).
Un’ esauriente indicazione delle località di Oltrepovo si trova in una cartina del 1718: Buegio, Pola, Pozolo, Teveno, Nona, Designo. L’insieme delle contrade, nei documenti consultati viene denominato "d’oltre il Povo" fino al principio dell’ 800. Costituitosi come Comune, diverrà semplicemente "Oltrepovo".
Quanto all’origine dei nomi delle contrade, sembra che non abbia elementi di credibilità la favola del "Bue Vecchio", anche se Bueggio potrebbe avere qualche relazione con boviculus (piccolo bue). Ettore Bonaldi in "Antica Repubblica di Scalve" ritiene più verosimile l’origine del nome da Bau (Baita) con Egg che in celtico significa acqua. Bueggio quindi significherebbe "casa vicino al torrente". E' possibile l’origine latina di Pezzolo che Dante Olivieri, nel "Dizionario di toponomastica lombarda" fa risalire a Petia (pezza di terra); secondo altri studiosi deriverebbe da Picea (abete). Nona potrebbe avere qualche relazione col latino Annona (deposito di derrate alimentari); Polza infine ha qualche analogia - secondo lo stesso Olivieri - con il dialetto milanese Ponsà (fermarsi per riposare).
A titolo di cronaca, nel linguaggio ecclesiastico rilevato nell’ "Ordo divini offici" (1920) della Chiesa di Bergamo, Nona e Teveno rimangono invariati, mentre Bueggio è Buecum ed a Pezzolo è attribuito il termine di Petiolum. Riguardo agli insediamenti più antichi, intorno al sec. XIV si ha qualche notizia frammentaria di Adenazzo, tra la Polza e Teveno, Avelzo e Quina (China) situati sul versante della Valnotte. È tradizione che Avelzo fosse un nucleo abitato anteriormente allo stesso Teveno. E' significativa la trasformazione del toponimo avvenuta in seguito: nelle mappe del 7-‘800 si trova il termine "Prato Elso"; attualmente è indicato come "i pracc dè Els".
Nell’atto di permuta di territori tra la Canonica di S. Martino di Tours ed il Vescovo di Bergamo (1026) vengono nominate la Valleteveme e la Vallemolina o Mulinacione: la prima potrebbe corrispondere al territorio di Teveno; la seconda località situata nel territorio di Designo, potrebbe essere ubicata tra Designo stesso ed il Povo dove, al limitare del Gleno, vi erano certamente dei mulini. Secondo il Pedrini è più probabile che Mulinacione indichi "la plaga più bassa del Povo, ove è rimasto ad un fondo comunale il nome di Mola, plaga che si estendeva di quà e di là del fiumicello e nelle migliori condizioni per costruirvi mulini".
È interessante l’osservazione che fa lo stesso storico intorno ad Adenazzo: "E' del resto ancor viva la tradizione che questa fosse la contrada principale di Oltrepovo e che avesse nell’antichità una vera importanza...".
Ipotesi accettabile, considerata la posizione rispetto al monte di Manina, dove si svolgevano i lavori delle miniere. Secondo lo storico Giovanni Bianchi (1808 - 1896) anche Bedesco (Bedesch), situato tra Bueggio e la Polza può essere stato un villaggio di una certa importanza.
Quanto all’origine del nome, il Tiraboschi, nell’aggiunta al vocabolario dei dialetti bergamaschi, scrive: "Bedesc ... questa voce usata nel significato di Gran campo, vasta estensione di campi, è ancor viva tra i nomi locali". Ancora il Bianchi osserva che "esisteva villaggio abitato al luogo detto il Ruoto, nell’altopiano tra Pezzolo e Bueggio, tanto nel Ruoto superiore come nell’inferiore...". Bedesco tuttavia non risulta menzionato in alcun atto, mentre Avelzo viene citato fino alla fine del ‘400; Adenazzo e Ruoto erano almeno in parte ancora abitati fino alla fine del ‘500. Antonio Tiraboschi negli "Appunti sulla Valle di Scalve" (1878) scrive: "A mezzo miglio da Teveno è un luogo chiamato Adenaccio (Adenàs), dove era un casolare che fu interamente spopolato dalla peste del 1520. Ora non vi sono che fenili". In un atto del notaio Bonino Bianchi (fine ‘700) si trovala dicitura "baite di mezzo di Denazzo". Per quanto riguarda Ruoto (o Roto), nel "Libro delle scriture della visinanza di Teveno" è trascritto un atto di compera di un terreno e viene rogato alla presenza di un certo Bitino del Roto: è l’anno 1507.
Durante il consiglio generale di Credenza, tenutosi alla Pieve nel 1375, al quale partecipano ben 122 persone in rappresentanza delle contrade della Valle, viene deliberata la separazione di Oltrepovo da Vilminore, ad eccezione di Nona, che tra l’altro fa capo alla parrocchia della Pieve, mentre le altre contrade dipendono da quella di S. Maria. Con molta probabilità, dal 1375 alla separazione amministrativa da Vilminore farà seguito quella riguardante la pratica religiosa: le singole vicinie acquisiscono una loro precisa identità con statuti e beni propri; alla fine del sec. XVII le quattro contrade avranno tutta una propria chiesa ed un curato mercenario.

"Per taxam comunem"

Forse già dal 1300 esisteva in tutte le contrade una piccola Chiesa: in essa generalmente si celebrava una sola volta all’anno, in occasione della festa del patrono. Questo si può dedurre anche dagli scritti relativi alla visita pastorale di S. Carlo Borromeo, avvenuta nel 1575. La richiesta di separazione dalla Chiesa matrice (S. Pietro oppure S. Maria) veniva inviata al Vescovo di Bergamo il quale esprimeva il proprio parere. Teveno è la prima contrada che si smembra da S. Maria: se ne conosce il decreto di separazione che porta la data del 25 settembre 1546: esso viene stilato dal Vicario generale Carlo Franchino per conto del Vescovo di Bergamo (e di Nicea) Vittore Soranzo.
"Essendo a noi stato (...) proposto, che, stante la distanza di detto vostro luogo di Teveno dal luogo di Vilminore, a cui per l’avanti siete stati nello spirituale soggetti e attesi li torrenti che possono franeggiare e l’abondanza delle nevi, procurassimo di separare voi e la vostra Chiesa fabbricata sotto il titolo dei Santi Bernardo e Michele. ..". Il sacerdote protempore che verrà eletto dagli abitanti di Teveno, in occasione della festa dell’Assunzione "dopo di aver celebrato nella vostra chiesa (...) vada alla detta Parrocchiale Matrice a solennizzare la festa, come si suole". All’epoca della visita di S. Carlo, la chiesa era dedicata a S .Bernardino ed il curato mercenario era Rochus de Mazochis: dal momento che esercitava la cura senza licenza, gli fu imposto di astenersi "a divinis". Gli abitanti di Teveno, che erano 150, provvedevano al sostentamento del curato "per taxam comunem". La chiesa di Teveno fu eretta a parrocchia nel 1614 e nei secoli seguenti subì delle sostanziali trasformazioni. Il 1° gennaio 1739 vennero convocati tutti i capi famiglia di Teveno: con il curato don Pietro Poli deliberarono di demolire la vecchia chiesa e di edificarne una nuova. Il 1° giugno dello stesso anno fu posta la prima pietra, e l’edificio venne completato dopo sette anni: nel 1746 si levarono tutti i ponteggi, ed in occasione della festa di S. Michele, che venne scelto come protettore principale, avvenne una solenne celebrazione. All’inizio di questo secolo fu prolungata la facciata e venne così distrutto un’elegante protico quadrato sorretto da due colonne. Sulla costruzione di questa chiesa di Teveno si potrebbero acquisire dettagliate informazioni scorrendo il libro compilato per l’occasione, e conservato nell’archivio parrocchiale di Teveno. Anche Pedrini, nella descrizione che ne fece nel 1914, accenna alla distruzione di uno "snello elegante portichetto sostenuto da due colonne e da due pilastri". E continua: "V’ha di considerevole la tribuna in legno proveniente dall’antichissima Pieve di Scalve distrutta.
Quantunque deteriorata, mutilata, mancante cioè di molti puttini recanti gli arnesi della Passione, stati rimessi dal carbonaio intagliatore (sic) Stefano Tagliaferri Fantina abbastanza bene (...). " L’Altare Maggiore fu eseguito nel 1598 da Giovanni Lanzini per la Pieve di Vilminore e venne acquistato per la chiesa di Teveno nel 1751. La tribuna, insieme con la mensa dell’altare maggiore della chiesa di S. Maria in Vilminore, fu acquistata per £. 3.000 dalle famiglie originarie: Baldoni, Morzenti, Arrigoni e Piantoni. Non sono stati reperiti documenti che possano permettere la datazione della chiesetta di S. Nicola, posta in cima al paese; si conosce per certo l’anno della costruzione del campanile: alla memoria 223, Comino Morzenti scrive: "17 gennaio 1733 - fecimo chiamare la contrada per balottare se si deve fare un campaniletto nell’oratorio di S.Nicolaio di Tolentino e fu passato di farlo". Ma solo il 23 maggio 1736 "fu principiata l’opera del campanile di S. Nicola (...). Io Comino Morzenti fui a fare le fondamenta ed a mettere la prima pietra in compagnia di Michele Baldoni (...)". Riguardo a Teveno Tiraboschi osservava che era diviso in tre parti : "quella verso mattina dicesi in fondo Teveno; la più alta si dice Cima Teveno, e quella tra mezzo si chiama Villa".

La chiesetta custodita dal "rumìt"

Per quanto riguarda Nona, alcune notizie sono apparse su questo stesso giornale nel numero del marzo 1994. È stato osservato che nella elencazione dei soprannomi di famiglia fatta in quella occasione, fu omesso lo "scutùm" originario dei Boni. Essi provenivano dalla Toscana e si stabilirono nella contrada all’inizio del 1600; il loro capostipite fu un certo Comino.
Il soprannome riservato alla famiglia era MEUDITTI (Meudìcc); da questa si formarono quattro rami: MIRE, MARILI’, FIUR e PILIGRI'. (Informaz. di Valentino Boni).
In parecchi documenti, fino alla metà del ‘700 non si riscontra il cognome Boni, bensì Buoni. La chiesa, secondo il giudizio di Mons. Pagnoni, risalirebbe al tardo ‘500 e fu consacrata nel 1614. Dallo spoglio dei fascicoli della Pieve effettuato dal Pedrini (Fondo Albertoni) risulta che il 20 agosto 1613 i vicini di Nona avevano stabilito di dotare la chiesa di alcuni beni; lo stesso anno una delegazione si reca forse a Bergamo per ottenere la consacrazione della chiesa. Nella sua descrizione non sfugge al Pedrini che la chiesa di Nona "è dotata di un grazioso portichetto che protegge esternamente la porta principale le cui imposte in noce intagliato dal Piccini, meritano di essere conservate". Il maestro conclude che "il parroco Piantoni, morto lo scorso anno (1913) ha fatto assai e giudiziosamente per questa chiesa". Il visitatore di S. Carlo Borromeo osserva che la chiesa è lunga cinque braccia e larga sette; gli abitanti sono cento.
Dopo la descrizione della chiesa vi è un accenno all’oratorio di S. Giacomo "della Giovatella", dove si celebra solo il giorno di S. Giacomo. Questo è un particolare interessante in quanto a quell’epoca la chiesetta doveva essere di proprietà dei Vicini di Nona; più tardi però, verrà amministrata dalla parrocchia di Pezzolo. La tradizione secondo la quale presso S. Giacomo fosse vissuto un eremita (rumìt), trova una conferma nel diario di Comino: vi si legge infatti che al funerale di Bartolomeo Morzenti, celebrato il 28 gennaio 1737, erano presenti 24 sacerdoti ed il Romito.
Anche nello stato d’anime della parrocchia di Pezzolo, compilato nel 1725, viene citato un "Pater eremita" del quale non si conosce l’età perchè il parroco scrive al riguardo: "annorum nescio".
Si trattava certamente di un singolare personaggio che un po’ per vocazione e un po’ per necessità si era dedicato alla custodia ed alla cura della chiesetta. Ancora la tradizione vuole che il "rumìt" vivesse con le elemosine raccolte tra la popolazione.

Pezzolo…

Posto al centro di Oltrepovo, Pezzolo è sicuramente la contrada che può vantare una posizione geografica . . . invidiabile.
A mezza costa lungo la dorsale che ha inizio sul Gromo - il promontorio sopra Nona - è situato in un terrazzo prospiciente la Presolana, ed è circondato da bellissimi prati. Secondo Luigi Pagnoni, la probabile data dell’inizio dell’autonomia da S. Maria è l’11 settembre 1659. L’edificazione della chiesa attuale, dedicata a S. Rocco, avvenne negli anni successivi. Lo stesso, osserva che "il pezzo artistico di maggiore richiamo è costituito dalla preziosa tribuna lignea, capolavoro di Giuseppe Piccini". Attualmente, dopo il grave furto di tutte le sculture che la decoravano, risulta gravemente mutilata e spoglia. Nella descrizione eseguita nel 1974, risultava tra gli arredi sacri anche una "pace d’argento sbalzato con Madonna e Bambino, S. Giovanni Battista e S. Rocco alla base, e testine d’angelo alla coppa".Pare che l’organo della chiesa di Pezzolo provenga da un monastero di città soppresso dalla Repubblica Cisalpina. Tiraboschi scrive che la tribuna "…è portata dai quattro evangelisti e vi soprastano eleganti figurine rappresentanti l’Immacolata, l’Annunciazione, S. Giuseppe, S. Antonio Abate, S. Antonio da Padova e molti puttini con altri santi. Fu fatta nel 1711". E' piuttosto critico il giudizio di Pedrini riguardo alle modifiche apportate in seguito alla tribuna: "... deteriorata nei gradini e basamento, su disegno dell’ing. Arch. Gio. Tagliaferri, queste parti furono sostituite in marmo, costituisce un complesso ibrido che non può fare buon effetto. (...) La parte del Piccini e della doratura si direbbe insuperabile".

Un Morzenti disegna la chiesa di Bueggio

Scorrendo al descrizione di Pedrini si legge che la chiesa parrocchiale di Bueggio, dedicata a S. Gottardo, aveva una pianta a croce greca e sarebbe stata disegnata da un certo Morzenti "dilettante d’architettura". L’edificio conteneva un ampio presbiterio e quattro cappelle nella navata. La sontuosa tribuna lignea dell’altare maggiore, acquistata dai Fantoni, presentava eleganti colonne tortili e ben diciannove statuette; la tribuna è sempre stata attribuita al Piccini; tuttavia Pedrini, avendo consultato e trascritto il diario di Comino da Teveno, non ha dubbi riguardo alla sua provenienza; della tribuna esiste per fortuna almeno una fotografia.
Con il disastro del Gleno la chiesa e gli arredi finirono in mille frantumi; nella prossima edizione del giornale ne verrà fatta una descrizione più particolareggiata. Il menzionato Comino scrive alla memoria 317: "1734 - 1° maggio: quelli di Buegio comperarono un Sontuoso tabernacollo molto marivilioso di belessa e lo comperarono in Valceriana a Rovetta. Costa £. 1.070". L’atto di fondazione della parrocchia di Bueggio è datato 1° settembre 1634. Stralciando alcuni passi del documento, si legge che "... allo scopo di troncare ed eliminare i motivi di lite e cause vertente fra lui (don Pietro Albrici), direttore della chiesa parrocchiale di S. Maria da una parte, e dall’altra la popolazione ed i vicini della contrada di Bueggio, (...) vertenza promossa da questi predetti abitanti medesimi con istanza ecc…". Don Albrici "si dichiara contento che la chiesa di S. Gottardo sia dichiarata parrocchia a sè". Il Vicario del Vescovo, che sottoscrive l’atto, stabilisce che il futuro parroco dovrà "contribuire nella annua ricorrenza della solennità dell’Assunzione (...) alla Chiesa di S. Maria con l’effettiva offerta di due lirette di cera candita e lavorata".
La chiesa di Bueggio fu ampliata nel corso del XVIII secolo; all’epoca della visita di S. Carlo (1575) vi erano collocati tre altari: "altare maius et alia duo lateralia". Non c’era il campanile, e l’unica campana era appesa ad un pilastro. Nei successivi decreti, si richiama fra l’altro la necessità di ampliare l’altare maggiore e di spostare la campana, che probabilmente si trovava sopra la porta principale.
In una curiosa nota del buon Comino, datata 1° maggio 1734 si legge che quelli di Bueggio (forse per l’eccessivo fervore) hanno rotto una campana, fusa nella stessa contrada quattro anni prima: "... si dovrebbe imparare a non esser cossì corisi (? sic) a fare le cosse il romper le bone per fare le nove".

Un fazoletto, dodici ovi, la lingua delle bestie…

Nel 1735, "molto umido per le acque che sgorgano per le grandi piogge" (diario di Comino), dal 9 agosto c’è la visita del Vescovo di Bergamo: "... abbiamo la venuta del Vescovo qua in Valle adì 9 agosto sima (oltrepassa) la sima di Manina in qua li vanno incontro tutti li religiosi, sacerdoti, laici, ecclesistici della Valle di Scalve; nove consiglieri, per far onore a Monsignor Ill. Vescovo Conte di Peramo (ma si legga Bergamo), con moschetti in diciotto per lo meno sbararono ad onore del medesimo. Arrivò nella Nona il giorno 10 Agosto" e nei giorni successivi fu a Pezzolo Teveno e Bueggio. Dopo aver fatto visita alle tredici parrocchie della Valle, il 13 agosto "va fora di Valle compagnato dai R. sacerdoti e da Consiglieri Signori et moschetti".
Le parrocchie si erano costituite di pari passo con il beneficio, formato da lasciti che consistevano essenzialmente in terreni e boschi. Altri legati erano finalizzati al mantenimento della chiesa ed all’acquisto dei relativi arredi.
I benefici di Teveno e Nona erano più consistenti, mentre sembra che le proprietà di Pezzolo e Bueggio fossero più modeste. Tanto per fare un esempio, esiste una descrizione dei "Beni nella contrada di Nona" fatta nel 1798 dal "Prete Giuseppe Ongaro di Gandino". Sono ben 53 tra "pezze di terra, orti, bregni" ed appezzamenti di bosco; ad ognuno viene attribuita la rendita dell’affitto. Oltre al "Molino posto al ponte di Glenno" vi sono alcuni capitali investiti a favore del beneficio. Per ultimi, nel "Rotolo del benefizio curato di Santa Maria di Nona" vengono minuziosamente elencati gli "incerti certi (sic) ed usi praticati ad immemorabile in questa cura". "A battezzare, i parenti del battezzato danno un fazoletto ed una candela ed a levar di parto la partoriente danno dodici ovi, una baletta di buttiro, ed una candela. Tocca l’agnello al primo (battezzato), rinnovato che sia il fonte". La consuetudine di offrire al parroco un agnello da parte dei parenti del primo battesimato dopo le feste di Pasqua, è continuata dalle nostre parti fino ai recenti anni ‘50.
Nel rotolo vengono poi descritti gli obblighi nei confronti del curato in occasioni di funerali (mortuori) e matrimoni.
E' divertente notare come tra gli "incerti certi usi praticati" venga contemplato anche il fio che i malgari delle Saline, recidivi ritardatari alla messa della domenica, dovevano pagare al curato: "Li Bergamini delle Saline per l’onestà (ma si legga: pazienza) del Parroco in aspettarli alla Messa le feste tardando a celebrarla danno ad esso Parroco un saccello di fiorito e due mascherponi il giorno della Natività di Maria Vergine li 8 settembre ed una regaglia di buttiro quando partono calati dal monte". Prete Ongaro aggiunge che "bellissimo egli è pur l’uso di dare al Parroco la lingua delle bestie che si ammazzano nelle pasture o che ammazzano per proprio uso, e di dare un salame o pezza di carne quando ammazzano di quando in quando gli animali".
Per ultimi vengono elencati gli "aggravi annui del Benefizio Curato di S. Maria di Nona" che consistono nel celebrare le messe a favore del popolo ed "invigilare, mantenere e migliorare" i beni del beneficio stesso. Attingendo a queste entrate, il Parroco deve infine "pagare le gravezze pubbliche al suo tempo senza darne infine aggravio alcuno a Parochiani".
A fronte di una rendita complessiva di L. 500 circa, nel 1798 la somma da pagare sotto forma di tassa, ammontava a L. 56.

Minatori, carbonai e ciclopi

I risultati di un’analisi riguardante l’assetto sociale della popolazione di Oltrepovo, potrebbero rilevarsi oltremodo interessanti. La mancanza di precisione nel redigere i dati anagrafici sino alla fine del 1700, rende purtroppo l’impresa quantomeno ardua. Solo all’inizio dell’ 800 viene riportata, ad esempio, la professione degli abitanti menzionati negli elenchi comunali, che furono compilati a partire da quel periodo.
Alcune informazioni tuttavia si possono trarre da altri documenti, come il prezioso diario del citato Comino Morzenti. Intorno al 1730 la gente viveva dei prodotti e del reddito provenienti dall’agricoltura, dall’allevamento, dallo sfruttamento dei boschi e dalle miniere di Manina. Nella descrizione di Giovanni Bianchi del 1880, la situazione è quasi identica: "...Alcuni accudiscono alla scavazione e preparazione dei minerali; altri a quelle dei carboni che servono poi per alimentare i forni fusori quivi esistenti, cioè due a Dezzo e due a Schilpario. (...) Non pochi attendono al bestiame educando armenti di varie specie . .." Pressochè analogo il resoconto di Maironi da Ponte (1820) che riguarda le attività della popolazione di Oltrepovo, nel quale l’autore usa costantemente l’espressione "...vivono quasi tutti allevando bestiame, tagliando legna e scavando minerale". Già a quell’epoca era in atto l’esodo di una parte della popolazione: nel caso di Nona rileva che "...forse la maggior difficoltà di procacciarsi il vitto in questa infelice contrada ne hanno fatto emigrare non pochi abitanti...". A Teveno invece "sono quasi tutti pastori, carbonai, montanisti o ciclopi" (le due ultime professioni indicano il lavoro nelle miniere, nelle fucine e nei forni). Riguardo alla consistenza numerica della popolazione si hanno informazioni più precise grazie alla possibilità di attingere a varie fonti, a partire dalla fine del ‘500.
Queste vengono specificate nel seguente specchietto.
I dati riportati, riguardanti la consistenza della popolazione di Oltrepovo e della Valle, sono stati desunti da varie fonti che risultano contraddittorie e lacunose. Da una attestazione dei parroci (o fede dei parroci) del 1676 gli abitanti di Scalve risultano essere 4444, mentre l’anno successivo sono ottanta in meno. Solo dall’inizio dell' 800, dopo l’istituzione dei Comuni, i dati relativi all’anagrafe assumono piena credibilità.
Da un verbale di un Consiglio comunale di Oltrepovo (il capoluogo era Teveno) si apprende che nel 1845 gli abitanti erano 735. Giovanni Bianchi scrive che intorno al 1880 gli abitanti di Oltrepovo sono 730, mentre in tutta la Valle vivono 3.600 persone. Ma nello stesso periodo Antonio Tiraboschi, con eccessiva approssimazione, porta i residenti nel Comune a 900 e quelli della Valle ad oltre 6.000. E' peraltro abbastanza evidente che le ricorrenti pestilenze e carestie, come quelle del 1630 e del 1815-16-17, decimavano la popolazione, ma ne seguiva un immediato incremento demografico. I dati raccolti da Ettore Bonaldi evidenziano che 1666 in Oltrepovo c’erano 519 persone e solo dieci anni dopo - secondo la fede dei parroci - assommano a 651. Per concludere, le cifre indicate da G. Maironi da Ponte o da A. Tiraboschi nei loro "diari di viaggio" sono approssimative, in quanto questi stessi storici molte volte fanno uso del "circa".
Per quanto riguarda Oltrepovo, bisogna osservare che l’assetto demografico è stato costantemente condizionato dall’alternante traffico della ferrarezza; quest’ultimo evidentemente era preceduto dai lavori di estrazione nelle miniere di Manina, dalle quali si ricavava un’ottima qualità di minerale.

"Sbogiorane", "martor" e "gos" I curiosi "scutùm" degli abitanti di Bueggio, S. Andrea e Dezzolo
continua...

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