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Vilminore
D'oltre il Povo siam le contrade...
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Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

D'OLTRE IL POVO SIAM LE CONTRADE…(2)
"…Date le circostanze e quanto bolle in pentola il parroco ha pensato bene di assentarsi fin da ieri.."
La strada della Valbona e le polemiche. Classi miste nel 1890? Mai! Gran corpo di vena d'argento a Teveno?
Soprannomi e dialetti. "Con gli alunni usavo le mani, mai la bacchetta: non erano mica asini!".
"Deposuit potentes de sede et exaltavit…"
a cura di Agostino Morandi

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Teveno, 30 giugno 1901: si sta svolgendo il consiglio comunale di Oltrepovo; l’atmosfera si accende ed alcuni consiglieri "con voce altissima gridando tanto che più non s’intende la discussione strapazzano la giunta municipale tacciandola d’infedeltà e che è stata pagata segretamente per far combinazione con la ditta Gregorini e tanti improperi in modo che il Sindaco quale presidente si leva, sospende la seduta dichiarandola sciolta e abbandona la sala, perciò i consiglieri fuggono dalla sala e resta chiusa l’adunanza..." 
Giuseppe Duci, sindaco in quell’anno, sottoscrive i verbali redatti dal segretario Pietro Piantoni, che illustra puntigliosamente lo svolgimento dei consigli comunali. A questo riguardo, si rimanda alla lettura di "Havvi gente...", dove da p. 399 a p. 455 vengono riportati stralci di discussioni avvenute nelle adunanze consiliari di Oltrepovo ed anche di Vilminore. Nel consiglio del 22 aprile 1901 vi era stata ancora un’accesa discussione riguardo all’impianto del teleforo costruito dalla ditta Gregorini: ai consiglieri sembrava una innovazione eccessivamente rivoluzionaria e pericolosa, perché, oltre al fatto che "tale impianto reca gravissimo danno ai comunisti perché verrebbero privati della raccolta dei frutti vegetali sotto il teleforo". Alcuni consiglieri ritengono che con questo nuovo sistema di trasporto del minerale di ferro dalla miniera di Manina al ponte di Teveno andrebbero persi molti posti di lavoro. Il Sindaco ammette che la ditta Gregorini ha offerto al Comune la somma di £. 420 per il permesso dell’impianto: "...il Consiglio si fece tumultuoso e sdegnato e vi è molta animatissima discussione... per proteggere i comunisti". Nel verbale dello stesso consiglio si legge che "considerato che da secoli il minerale venne sempre trasportato con facilità e con poca spesa e che è sempre stata ed è fonte di lavoro di questi Comunisti e quindi mezzo potente (sic) per fermare l’emigrazione, mentre col teleforo si viene a sopprimere il mezzo di molto lavoro e quindi il mantenimento a numerose famiglie". 
Una paziente rilettura dei verbali dei consigli comunali di Oltrepovo a partire dal 1880, sembra confermare l’attualità di quanto scriveva su questo giornale (dicembre 1995) il Sindaco di Vilminore: "...c’è una certa litigiosità ma oltre ad essere comunque indice di vivacità, resta nell’ambito della sopportabilità". Evviva. Considerato che l’archivio dell’ex Comune di Oltrepovo è stato probabilmente distrutto, si è cercato di descrivere alcuni fatti stralciandoli da brandelli di documenti che con fatica sono stati riportati alla luce.
Senza la pretesa di ricostruire la storia delle frazioni di Oltrepovo, si intende utilizzare tutti i documenti reperiti e soprattutto le preziose testimonianze orali, con un estremo rispetto nei confronti dei nostri antenati: noi siamo nati nell’era degli aeroplani e dei computers, ma ciò non giustifica il nostro superficiale e tracotante giudizio rispetto a fatti e personaggi del passato. Potrebbe bastare una semplice considerazione: con i tempi che corrono a velocità supersoniche, come saremo giudicati da coloro che nasceranno fra 30 - 40 - 50 anni? "D’Oltre il Povo siam le contrade...": a questa indagine si è voluto dare un titolo "danzante" per indicare una vivacità, ed una ricchezza umana e culturale che sono comuni a tutti coloro che fanno la storia "senza saperlo". Sarebbe ad esempio interessante comparare le vicende amministrative delle nostre contrade con quelle di qualsiasi paese dell’estremo Sud dell’Italia (anche come antidoto ai luoghi comuni della barbarie emergente): ma potrebbe risultare estremamente istruttiva una rilettura delle strazianti lettere degli emigranti che dagli Stati Uniti, dall’Australia, dalla Francia giungevano in Italia, nel "profondo Sud" ma anche in Valle di Scalve ; quindi a Bueggio, a Teveno, a Pezzolo e Nona...

Da Oltrepovo a Clusone passando per la Polza...

Tra gli argomenti ricorrenti nelle deliberazioni della Giunta Municipale e nelle discussioni dei consiglieri vi era soprattutto il problema della manutenzione delle strade. Buona parte degli impegni economici venivano riservati alla strada di Valbona e non si perde l’occasione per addossare una parte di questo onere alla ditta Gregorini. Infatti nel verbale del consiglio del 2 marzo 1908 si legge che "siano fatte pratiche perché la ditta degli Alti Forni di Castro abbia a concorrere nella manutenzione nella forma attuale della strada Valbona perché se questa serve pei comunisti per uno d’utile, per la Ditta serve per cinquanta".
Dalla lettura dei verbali redatti nel periodo del Regno Lombardo-Veneto si rileva che l’argomento delle strade era oggetto di vivaci discussioni : nell’o.d.g. del consiglio del 26 novembre 1845 si legge "se vi sia la convenienza di valersi per andare al Capoluogo del Distretto di (Clusone) della strada di Vilminore che deve sboccare sulla Regia al ponte del Tino a preferenza di quella che dalla Polza mette alla Regia strada medesima al ponte sul Povo detto Foramello". In questa occasione i consiglieri optano momentaneamente per la seconda ipotesi, considerato che si tratta dello sbocco più naturale e che con poco più di 3.200 metri di percorso si poteva raggiungere il ponte Foramello (sic).

Sezioni separate e stipendi diversificati

Un altro argomento di estrema importanza era l’organizzazione delle scuole e la nomina degli insegnanti: questo era di competenza comunale. Nel 1888 si discuteva circa l’opportunità di "rendere annuali o semestrali le scuole delle frazioni".
Bartolomeo Tagliaferri "ed i tre altri Tagliaferri ritengono che Pezzolo è il centro del Comune di Oltrepovo e di poco meno di popolazione della frazione di Teveno attuale capoluogo e che perciò la scuola classificata (annuale) dovrebbe stabilirsi Pezzolo. (...) Il consigliere Duci dice che vorrebbe la scuola classificata in Nona...". Finalmente i consiglieri di Teveno rispondono che "la scuola classificata è in Teveno". Si passa alla votazione per la scuola semestrale nelle frazioni (sette voti contro cinque). Ancora alla fine di ottobre 1888 avviene la nomina dei maestri: a Nona l’insegnante sarà Arrigoni Maria che accetta lo stipendio di L. 100. Agli altri maestri si propone lo stipendio per sei oppure dieci mesi.
Ai maestri Arrigoni Achille e Morzenti Caterina, nominati a Bueggio, andrà rispettivamente uno stipendio di L. 80 e di L. 40. L’introduzione della scuola mista avrebbe consentito un notevole risparmio per le casse comunali: è quanto si vorrebbe attuare a Bueggio all’inizio dell’anno scolastico 1890/91. Ma durante un consiglio "si accese una discussione tanto viva, ma tanto inconcludente e tanto clamorosa che non si poté venire ad una conclusione. (...) I consiglieri Duci Stanislao e Duci Giuseppe s’oppongono alla scuola mista e propongono che rimangano separate le due sezioni".
L’assegnazione degli insegnanti, il relativo compenso e la durata dell’anno scolastico venivano determinati di volta in volta, tenuto conto anche del curriculum dei maestri. Nel 1902, ad esempio, viene nominata per la scuola femminile di Pezzolo Tagliaferri Agnese: il suo attestato scolastico "è molto lodevole, avendo ottenuto dieci per ogni materia". Ancora nello stesso anno, con un compenso di L. 100 "per sei mesi d’inverno dal 1° novembre al 30 aprile" viene nominato per la scuola maschile di Bueggio il signor Morzenti Stefano, avendolo ritenuto il consiglio comunale "molto edotto".
Durante il periodo preso in esame (dal 1880 fino agli anni ’20) si riscontrano, anche consigli comunali molto tranquilli, in essi si delibera l’assegnazione dei sussidi ai poveri, sui progetti di vendita della legna; inoltre si delibera sulla nomina o conferma del segretario, dell’esattore, del medico e della levatrice.
Nel 1911 "in via d’esperimento" viene istituita la figura del pastore comunale, che dietro un compenso di £. 250 provvederà alla custodia delle pecore "dei soli comunisti" nel periodo compreso dal 1° aprile al 30 ottobre. I detentori di pecore pagavano£. 2,50 per ogni capo.

La vena d’argento di Teveno ed il suo bianco fiore : fu copelata oppure no?

È noto che la Valle di Scalve è conosciuta da tempi immemorabili per i giacimenti ferrieri di Schilpario e della Manina. La coltivazione di miniere nella zona della Presolana risale ad un’epoca piuttosto recente. Sarebbe tuttavia estremamente interessante poter verificare la notizia dell’esistenza di una miniera d’argento a Teveno. L’unica notizia documentata è quella riferita da Fra’ Celestino Colleoni che nella sua "Historia quadripartita di Bergamo et suo territorio", nel corso della descrizione delle contrade della Valle di Scalve dedica alcune righe a Teveno: "...Terra antichissima.. che non arriva a quaranta fuoghi (famiglie), c’hanno circa 160 anime (...). Segue verso la terra un gran corpo di vena d’argento con un sasso sopra, che pare il fiore d’essa vena, tanto bianco, che quasi rassembra cristallo...".
La "Historia" del capuccino fu data alle stampe nel 1618. Continua ancora Fra’ Celestino: "fu scoperta questa vena no ha ancora 25 anni e copelata si trovò rendere sette berlingotti di peso, pur non si cava per difetto di maestranza pratica in così fatte vene...".Non sono stati reperiti altri documenti che certifichino l’esistenza di una tale miniera. All’inizio dei recenti anni ’80, durante i lavori di sbancamento presso la sciovia di Teveno fu sgomberato un piccolo dosso di alcuni metri cubi: esso era costituito da scorie di fusione che a prima vista erano molto simili a quelle del ferro. Ma non poteva trattarsi di questo minerale perché a monte esiste solo calcare ed è pure impossibile che si fosse qui tradotta della vena di ferro. Fra’ Celestino non da indicazioni precise ed è di difficile interpretazione anche il termine "berlingotto" che non si trova nei testi antichi dei pesi e delle misure. C’è sicuramente qualche relazione con la berlinga, che è una moneta in uso a Milano in epoca spagnola e viscontea. Riguardo al verbo "copelare" usato da Celestino, attingendo dal vocabolario del Tiraboschi, significa "affinare l’oro e l’argento alla coppella... che è un vasetto fatto per lo più di cenere di corna per cimentarvi l’oro e l’argento". È accertato che la galena contenuta nella formazione piombo-zincifera del gruppo della Presolana, contiene una percentuale d’argento. La fusione doveva seguire un procedimento particolare, più complesso di quello del ferro. Recentemente si era ritenuto di far eseguire l’analisi chimica delle scorie rinvenute a Teveno, ma oltre ad essere onerosa, non avrebbe appagato del tutto la curiosità: tale analisi è complessa perché questa "loppa" non è una scoria semifusa come quella del ferro, ma è vetrosa. Nello zoccolo compreso tra il monte Cavallo ed il Pizzo di Petto, o forse più in alto, nella Conchetta esiste con buona probabilità una faglia, il cui riempimento è costituito da galena mista a quarzo, con una percentuale d’argento. (informaz. di Alessandro Capitanio). La coltivazione della miniera d’argento di Teveno risale intorno al 1590 e lasciamo agli esperti il compito di scoprire il "gran corpo di vena d’argento con un sasso sopra..." descritto dal Colleoni. 

Gli ostacolati esploratori dei "O" e l’antica galleria abbandonata

Forse non è noto a tutti che nella seconda metà del secolo scorso ancora a Teveno, in località "Ioni", tra l’inizio della Valnotte ed il monte Cavallo, iniziarono interessanti ricerche minerarie: questa notizia è tratta da un articolo apparso nel giornale "La settimana della città e provincia di Bergamo" del 20 aprile 1878. "La Valle di Scalve ed i suoi prodotti": questo è il titolo dello scritto che vene redatto da Cristoforo Morzenti, il quale fu anche sindaco di Oltrepovo. Esso contiene informazioni interessanti intorno alla geografia della Valle, "abitata da circa 5.000 anime", all’attività della popolazione, e soprattutto riguardo ai lavori minerari. Il Morzenti riferisce che molti scalvini sono costretti ad emigrare in Sardegna, in Svizzera ed in America, anche a causa delle "fatture sofferte dall’industria ferriera nazionale, impoverita e depressa dalla concorrenza estera". Cristoforo Morzenti scrive che in Valle di Scalve, fino al 1873 non si erano coltivate che miniere di ferro; vent’anni prima erano iniziate alcune ricerche nella zona della Presolana, ma furono "abbandonate non so per quale titolo". Nell’autunno dello stesso anno (1873) l’estensore dell’articolo riferisce che "furono rinvenuti alcuni piccoli campioni di minerale calmina, mista con carbonato e silicato, blenda e piombo argentifero dagli esploratori Morzenti Gio. Andrea, Morzenti Cristoforo, Arrigoni Achille, Arrigoni Pietro, nella località denominata "Ioni" (dial. "I O"). In seguito a tale scoperta, inoltrarono domanda alla R. Prefettura e dopo alcune contestazioni con altri che tentarono di impedire la ricerca, si ottenne finalmente il decreto di permissione". I lavori di ricerca iniziarono nella primavera del 1874 ed i minatori "giunsero ad imboccare una antica galleria, chi sa da quanti secoli abbandonata, tutta diroccata e piena di ammassi voluminosi di pura calamina. (...) Da visite fatte fare sopra luogo da esperti ingegneri, fu ritenuto che il ridetto filone potrebbe percorrere obliquamente tutta la montagna della lunghezza di circa 1500 metri". Gli azionisti della società costituitasi a Teveno perlustrarono anche altre zone della Valle, trovando tracce di detti minerali " e con fondata speranza di aver finalmente trovato un filone che alle prime apparenze giudicossi piombo argentifero, ma dalle analisi risultò nichelio, e non si sa per ora in quale misura, pel motivo che mancava al momento al chimico il necessario egrediente per conoscerne il quantitativo". Il Morzenti infine riferisce che la società stava predisponendo le richieste di permessi per ricerche anche in altre località, come nel comune di Vilminore e di Lizzola.

Pochi cognomi ed una miriade di fantasiosi soprannomi.

L’attribuzione degli "scutum" o soprannomi di famiglia era certamente molto più in uso nel passato: forse era una questione di "moda", ma a volte era anche una necessità soprattutto in contrade dove quasi tutti avevano lo stesso cognome: un esempio classico è Pezzolo dove prevalgono i Tagliaferri. Nel registro dell’anagrafe compilato dal comune di Oltrepovo, su 48 nuclei familiari, ben 42 hanno questo cognome; vi sono due famiglie Bendotti; quindi gli altri singoli nuclei sono: Magri, Morelli, Picini e Belingheri. Nel periodo citato è parroco don Giacomo Cominelli, nato a Cerete Basso nel 1882. Non è possibile stabilire l’esatta consistenza numerica delle famiglie alle quali - ad eccezione di quelle oriunde - veniva imposto il soprannome. Vi sono però sei famiglie "Svanasì" ed altrettante "Cavalleri"; quindi seguono: "Righì", "Mariàngei", "Zagn", "Bunom", "Bendot" (ma sono sempre Tagliaferri); seguono: "Fantìne", "Tegie", "Campiù"; infine, allo "scutùm" "Giuditte", "Maschirpì", "Bacèle" e "Teremòt" corrisponde un solo nucleo. I Bendotti, trasferitisi a Pezzolo in epoca recente, sono soprannominati "Bendutì". Il soprannome decisamente canzonatorio appioppato agli abitanti di Pezzolo è "Pursèi"; da qui deriva anche l’epressione "pursèi a l’albe !" che si usa in caso di discussioni animate (L’"albe" è il truogolo, un recipiente di pietra o di legno nel quale si mettono le pietanze ai maiali). Ma il simpatico porco, ingiustamente disprezzato, è stato da alcuni definito "incomparabile animale". Ha scritto Cesare Fiumi: "mi faceva rabbia che la Disney desse spazio perfino ai topi, che sono animali schifosi, e non ai maiali... perché il maiale è un buono. Un grande scettico. Il bue tira l’aratro, la pecora dà la lana, la gallina fa le uova; il maiale non ha un incarico, è (senza ragione) un emarginato. E lo sa. E' il solito luogo comune del maiale cafone e analfabeta. Invece è migliore di chi lo fa passare per maiale... politicamente è di sinistra, un ortodosso...". Agli scettici si consiglia la visione di un fantastico film uscito recentemente: "Babe, maialino coraggioso": esso contiene - scrive ancora Fiumi - "una straordinaria lezione di tolleranza e riabilita un animale ingiustamente bistrattato dall’uomo".
Altrettanto curiosi sono i soprannomi delle famiglie di Bueggio, rilevati sia dal citato registro e da quelli parrocchiali. Essendo pressoché scomparsa a Bueggio l’abitudine di distinguere i vari nuclei, è stata utilissima la buona memoria di Luigi Bianchi (n. 1910).
Numericamente i Duci hanno la netta maggioranza e vengono distinti in "Laì", "Berebénf", "Grigne", "Pasta", "Butù", "Ròse", "Bagobè", "Filipì", "Gustì", "Pisì", "Mulinèr" e "Sumèlech". Vi sono alcune famiglie Bianchi divise in "Gàe" e "Sulfrì". I Bianchi discendenti dal celebre notaio non hanno soprannome. I Bonomi erano chiamati "Francesche" e "Betù". Un altro consistente gruppo di famiglie è quella dei "Frà": sono Morzenti e provengono senza dubbio da Teveno. Infine c’è una famiglia Lazzaroni denominata "Coler". In questo caso è facile trovare la giustificazione: Lazzaroni Domenico, nato a Colere nel 1869 si trasferisce a Bueggio all’inizio di questo secolo, avendo acquistato la casa ed il prato "Comensia" da una famiglia Zampati. Altri cognomi di Bueggio, rilevati sempre dall’anagrafe comunale d’inizio secolo sono: Andreoletti, Vaiarini, ed una famiglia Magri.
I Morandi non sono tra le famiglie originarie della contrada: il capostipite Pietro nacque a Fiumenero nel 1877; trasferitosi a Vilminore con tutta la famiglia, si stabilì poi a Bueggio all’inizio di questo secolo. Suo padre Antonio fu per un breve periodo segretario comunale di Vilminore.
Scorrendo i registri parrocchiali di Bueggio si osserva una notevole trasformazione del cognome Vaiarini: durante l’800 erano Vaerini ed anche Vajerini.
Dal 1816 è parroco Ottavio Clemente Albrici che - per inciso - registra numerosi matrimoni tra giovani di Bueggio e ragazze delle altre frazioni di Oltrepovo. Nel 1836 il parroco è Fiorino Grassi di Schilpario, che viene sostituito nel 1842 da Gio. Battista Codalli di Caprino. Dal 1846, regge la Parrocchia don Giuseppe Pedrini di S. Andrea.
Il soprannome degli abitanti della contrada è "Sbògio-rane": è probabile che prima del disastro lungo la valle del Gleno vi fossero delle pozze nelle quali si riproducevano le rane; più che romperle, è verosimile ritenere che le catturassero per poi friggerle in... padella. 
Agli abitanti di Bueggio viene attribuito anche un secondo ma significativo appellativo: "I frècc", non certo per la freddezza di sentimenti, quanto per l’equidistanza mantenuta durante le secolari lotte sostenute - come si vedrà - tra gli abitanti delle contrade di Oltrepovo. Tuttavia non si può non riportare un’osservazione di don Chiappa, parroco di Bueggio parroco dal 1925 al 1933: vi era in atto una polemica con il comune riguardo alla costruzione del nuovo cimitero. Nel 1931 scrive nella cronaca parrocchiale: "Se quei di Bueggio fossero meno freddi; indifferenti e pacifici, sarebbe il caso di far tutto per nostro conto e far vedere che ce ne infischiamo... ma si muoverà la Presolana prima che i Bueggiesi si muovano a far tanto!".
Teveno conta sicuramente il maggior numero di soprannomi: essi sono stati rilevati da documenti e soprattutto grazie alla collaborazione di Angelo Arrigoni "Angilì".
Prevalgono i Morzenti così suddivisi: "Pèe", "Franatì", "Pòrcule", "Ere", "Frà", "Ciarì", "Zambunècc", "Scàie", "Cucc" e "Mulinèr".
In un testamento del 1466 è nominato un certo Buono Morzenti detto "Papa"; i suoi discendenti verranno poi di seguito chiamati "Papolìne". Intorno all’origine ed alla provenienza dei Morzenti si segnale l’interessante ricerca di Monica Morzenti: "Una famiglia, i Morzenti" (Ed. Boetti & C. - Mondovì, pp. 118 ;1994). La pubblicazione, della quale sono ancora disponibili alcune copie presso Giovanni Morzenti, è stata presentata in occasione della tradizionale festa della famiglia nell’agosto 1994.
Anche gli Arrigoni hanno numerosi "scutùm": "Baldasàr", "Pisì", "Minighìne", "Malène", "Piudèr", "Chi dol Tone", "Manaclì", "Ubèrcc", "Dorghe" e "Cuméle".
I Piantoni sono distinti in "Frerì" e "Burtulì". Gli Agoni sono chiamati "Barisèi", i Piccini "Martù" ed i Tagliaferri "Pradèle".
Per quanto riguarda il soprannome della contrada, è noto che i tevenesi sono chiamati "Striù".
Il verbo "strià" corrisponde all’italiano stregare, ammaliare. In alcune zone della bergamasca si usa l’espressione "strià ‘l tep", che significa fare delle previsioni meteorologiche. Ma la spiegazione più attendibile sembra essere quella raccolta dalla testimonianza di Bona Maria Dolores Morzenti (n. 1915): "... striù... veramente non conosco l’esatto significato; però raccontavano che anticamente a Teveno c’erano le streghe... una abitava nella casa del Gioàn Andrea, che era il papà del "Petosàlti" (Francesco Morzenti; 1888-1971); quest’ultimo era appunto un loro discendente. "Strià" forse significa mettere il malocchio... Dicevamo che anche il "Petosàlti" avesse delle particolari... capacità; io però non ho mai visto niente...". 
Ben più caustico sembra il soprannome secondario attribuito agli abitanti di Teveno: "Busgiàder": questo termine - ben si comprende - significa l’esatto opposto della sincerità; infine esiste anche uno "scutùm" piuttosto vezzoso: "panadì"; ed è assiomatico il riferimento ai famosi panini che si distribuiscono in occasione della festa di S. Nicola.
Ancora Bona Morzenti ricorda alcune tipiche espressioni e vocaboli caratteristici della contrada: questa mattina si dice "sta dumà" (è evidente la derivazione latina "ista mane"); domani si dice "dumà dé dumà". Di un bambino gracile si diceva "zinziclì" (la zeta si pronuncia come s di rosa); la giacca era chiamata "sutàbit", il gilet "stumegaröl" e le camicette delle donne erano indicate col termine "pulachì". Il "fuladì" era una stoffa tessuta in modo particolare che veniva applicata alla giacca e costituiva una specie di carniere. Nell’ambito familiare il babbo era chiamato "tatà"; gli zii e le zie erano rispettivamente "barbe" e "mède".

Cotechini ed ispezioni al... formaggio.

Dai documenti e dalle testimonianze appare piuttosto evidente come si attribuisse grande importanza all’istruzione scolastica dei ragazzi. Sia da parte degli stessi alunni che delle maestre i ricordi sono lucidissimi. In generale c’era un notevole interesse in tutte le famiglie: l’asprezza della vita contadina aveva bisogno anche delle braccia dei bambini; tuttavia la scuola era al primo posto. Ricorda la maestra Luigia Battaglia (Gina, n. 1903): "tra il 1923 ed il 1930 ho insegnato a Nona ed a Teveno. Ho dei bei ricordi di queste scuole... mi volevano tanto bene i ragazzi erano bravi. Al mattino c’era la scuola per i grandi perché poi loro dovevano andare a lavorare nei campi, nei boschi ed anche in miniera; nel pomeriggio c’era la scuola per i più piccoli, quelli di 1° e 2° elementare. Ai miei tempi non era stata ancora istituita la quinta classe. I genitori tenevano molto alla scuola. A Teveno l’aula era stata allestita in una stalla..." Le maestre erano tenute in grande considerazione e ricorda ancora la maestra Battaglia che "quelli di Nona erano gelosi! Soprattutto i genitori, perché io stavo meglio a Teveno (...) C’era il vecchio Procolo che mi diceva sempre: lei non sta volentieri qui! Erano convinti... - so po mio perché - erano gelosi ehe!". Nel corso delle testimonianze riaffiorano anche ricordi della vita di tutti i giorni: "la gente era tanto povera, però non mancavano la polenta, il formaggio, il salame ed il latte. Lavoravano tutti, anche i piccoli: mi sembra ancora di vedere un bambino di Nona... scompariva sotto il gerlo: aveva sei o sette anni. Ancora adesso, all’età di 93 anni ho dei bellissimi ricordi di Teveno e di Nona. Per me Teveno è come il primo amore! Li ho ancora nel cuore. Io ci stavo volentieri; facevo il mio dovere... perché la Valle di Scalve è tremenda: se uno non fa il suo dovere... basta." Contraddicendo la proverbiale severità che veniva praticata un po’ da tutti, la maestra Gina fa qualche ammissione: "...si, ma usavo solo le mani; una volta è venuto in classe il parroco don Santi ed io gli avevo fatto presente la vivacità dei bambini; lui mi dice: usi la bacchetta! (a sua volta se ne serviva generosamente)... Io ho risposto: no, mai! Non ho davanti a me degli asini, ma dei bambini!"
Bartolomeo Antonio Arrigoni ("Nano", n. 1924) è il figlio della maestra Lucia Morzenti, la quale ha condotto la scuola di Teveno con la Battaglia. Le aule erano state ricavate nell’ex edificio comunale: "...c’era una compagnia di monelli... mia madre era molto severa, mentre in chiesa, don Santi: era un sant’uomo, però... picchiava con la bacchetta, con lo "smursadùr"... (spegnitoio delle candele).
La maestra Maria Martina Spada ("Mariolina", n. 1928) ha insegnato nelle scuole di Pezzolo con Angiolina Bianchi nel 1948/49: "c’erano 35-40 alunni e l’aula scolastica era stata ricavata nella stalla dei "Fantìne": certo, non c’erano le mucche, ma c’era ancora la lettiera ed il "fenér". Per il riscaldamento si utilizzava una stufa a legna alla quale provvedevano gli stessi ragazzi. Economicamente c’era una comune situazione: scarpe non ce n’erano e tutti portavano gli zoccoli. Le cartelle erano di pezza ed i ragazzi utilizzavano degli zaini militari. Avevano un quaderno a quadretti, uno a righe ed un solo libro. Se ero severa ? si... si... se c’era bisogno di uno scapaccione, quello arrivava. Erano gli stessi genitori che ci chiedevano di essere severi: una volta la mamma di un bambino mi ha regalato un cotechino perché avevo castigato l’alunno un po’ indisciplinato. La scuola era affidata alla maestra ed alla sua onestà professionale. In quel periodo - ricorda Mariolina - "c’era un direttore didattico piuttosto anziano; il formaggiaio Visinoni di Rovetta ci avvisava una settimana prima e se lo portava su lui da Clusone con un traballante camioncino. Il direttore faceva visita alla scuola per il solo tempo che era necessario al Visinoni per vendere il formaggio..."
Le "ispezioni" del direttore avvenivano con la identica ritualità anche alla Scuola di Nona: nel 1949 l’insegnante era Angela Giudici di Clusone (n. 1928); la rievocazione dei suoi ricordi è particolarmente vivace: "... la giornata iniziava per me in modo talmente particolare... ed il tutto aveva il sapore di una favola... La nostra capo-gruppo, che era Anna Spada, sosteneva che la Valle di Scalve era una repubblica a sé stante, ed in parte era vero, sia per quanto riguardava i programmi, gli orari e altro. Io avevo ottenuto di poter stare in vacanza al sabato piuttosto che al giovedì. Alla mattina il primo impegno per i ragazzi era quello di andare alla messa, alle cinque e mezza; dopo il suono della campana, iniziava la scuola alle sette per le tre classi dei grandi; alle dieci erano liberi e potevano dedicarsi ai lavori agricoli, come raccogliere ‘l patùs (lo strame) e la legna. Al pomeriggio insegnavo ai bambini di prima e seconda. Solo a Nona si praticavano questi orari: si faceva una comunicazione alla direzione e si adeguavano alle esigenze... meglio di oggi. I ragazzi si impegnavano.. erano intelligenti; si notava però che non erano abituati ad avere molti contatti con le persone..."

Le alterne vicende dei Santi Protettori

La secolare diatriba intorno alla strada di Valbona, che era ritenuta un collegamento vitale per quelli di Teveno ma non degli altri frazionisti, si esaurisce nel 1931, anno nel quale viene completato il tronco stradale Bueggio-Pezzolo. Il 5 luglio dell’anno precedente erano iniziati i lavori a Bueggio. Dopo l’inverno, riprendono il 20 aprile 1931 ed il 28 ottobre seguente, avviene a Pezzolo la solenne inaugurazione. Non senza polemiche - a quanto pare - perché perfino il parroco di Bueggio, che aveva avuto parecchie questioni con le autorità "civili" locali, scrive: "...date le circostanze e quanto bolle in pentola, il parroco ha pensato bene di assentarsi fino da ieri sera... A quanto si dice è riuscita una pagliacciata!!!"
Ma non la pensava allo stesso modo l’arguto pezzolese che ritenne di comporre per l’occasione una divertente "’mbusinada"; pare che l’abbia fatta circolare soprattutto in quel di Teveno. A quanto risulta, le infuocate polemiche che si accesero nei consigli comunali coinvolsero perfino i Santi Protettori. Le allusioni contenute nella filastrocca sono facilmente comprensibili ed il maestro che viene menzionato è Achille Arrigoni di Teveno (1853-1930), personaggio influente e sicuramente stimato.
Sulla sua lapide c’è un’iscrizione: "Per oltre dieci lustri integerrimo insegnante".
continua...

"Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles"

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