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Vilminore
D'oltre il Povo siam le contrade...
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Vilmaggiore
Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

D'OLTRE IL POVO SIAM LE CONTRADE…(3)
…e tutto finiva al Baracù
Cenni sul percorso amministrativo verso un unico comue.
Momenti di vita religiosa e tradizioni paesane.
A cura di Agostino Morandi

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Lunedì 5 marzo 1798. Sotto il portico della chiesetta di S. Carlo in "Báres" si sono dati appuntamento i sindaci delle contrade di Oltre il Povo. Sono stati convocati urgentemente dal notaio Oprando Albricci che ricopre la carica di Giusdicente provvisorio di Scalve. I vicini delle contrade vengono chiamati "cittadini a tutti i costi" - come si legge in una nota che accompagna il documento conservato da Pietro Zamboni di Nona. Il quale aggiunge: "non più i poveri diavoli li chiamavano col rozzo nome di Messer (...) si vede sull’intestazione di ogni documento il magnifico binomio Libertà-Uguaglianza..."
Di questa ed anche di altre importanti innovazioni dovevano forse discutere i neo "cittadini" del Comune di Oltrepovo che quasi certamente era diventato operante nel corso del 1797. Nella convocazione scritta dell’Albricci viene citato - fra gli altri - un certo Tagliaferri "Taremotto", sindico della contrada di Pezzolo. Sotto il portichetto di S. Carlo c’erano senza dubbio anche molti altri cittadini citati dall’Albricci, come Zacomo Antonio Duci "Pasta". Domenico Bianchi "Peladino" ed Alberto Morzenti di Bueggio; inoltre Buonomo Tagliaferri, un altro Tagliaferri "Nisolino" ed Antonio Tagliaferri. Fra i rappresentanti di Nona vi è un certo Alberto Duci "Minghìno"; quindi come rappresentanti di Teveno vi sono Francesco Morzenti, Nicolino Morzenti e Bortolo Piantoni. Dalla riunione alla quale si apprestano a partecipare, nulla è dato di sapere per certo, ma dalla faticosa interpretazione del documento (trascritto da Miriam Romelli), pare che si dovesse discutere di "cose spettanti al Governo del Comunello" (di Oltrepovo).
La convocazione del Giusdicente (con probabile funzioni di commissario provvisorio) sancisce infine la pena di £. 50 di Milano "per qualunque sindico che mancherà a fare le dovute citazioni".
Dopo quasi quattro secoli trascorsi sotto l’egida della Repubblica Veneta, con l’arrivo dei Francesi e l’instaurazione della Repubblica Cisalpina avvennero sconvolgimenti su ogni fronte, nell’organizzazione sociale e dentro l’assetto di una economia abbastanza stabile ed in buona parte autosufficiente. Lo storico Giovani Bianchi (1808-1896) scriveva che sotto il dominio veneto la Valle "era in uno stato veramente felice e tranquillo... ma questo stato di cose cotanto singolare e proprio... non poteva conservarsi più a lungo nel continuo frenetico trambusto suscitato dalla successione di idee sempre nuove e tumultuose che dall’occidente (la Francia!) già si avanzavano a sovvertire l’ordine e la tranquillità generale".
Il nuovo ordinamento politico ed economico, con l’avvento della Repubblica Cisalpina - secondo il Bianchi - "influì sgraziatamente: poiché (...) rovesciando regioni e repubbliche, (i Francesi) imposero alla medesima (Valle di Scalve) un dominio nuovo, che sovvertì a fondo le antiche istituzioni (la Comunità Grande, le Vicinie, ecc...) e quindi le venne l’abrogazione de’ privilegi e lo scioglimento de’ fidecommessi (...) ed all’agiatezza generale subentrò la povertà".
Le innovazioni rivoluzionarie imposte dai Francesi vennero recepite con amarezza, e ciò è confermato dallo scritto di un altro storico scalvino, G.B. Grassi che scrive: "Non pochi rispettabili cittadini caddero abbindolati dal magico parolone LIBERTÀ e dall’enfatiche ciance e promesse dei repubblicani". Il Grassi conclude affermando che "ben presto venne meno ogni speranza di ben sotto il gioco dello straniero: e gli enormi balzelli, lo spoglio degli argenti delle Chiese, le leggi ingiuriose alla libertà del culto... fecero generalmente esecrare la Cisalpina Repubblica..."
Nel 1799 i Francesi furono cacciati dalla Lombardia; vi torneranno l’anno seguente sotto la guida di Bonaparte. Nel 1814 finalmente le potenze europee costrinsero i Francesi a rivalicare le Alpi: la Lombardia - e quindi anche la Valle di Scalve - diventeranno parte integrante del regno Austro-Ungarico fino al 1859.
Lo stesso Oprando Albricci, che forse in un primo momento aveva collaborato con i Francesi, nelle sue "memorie" (dal 1780 al 1840) giudica esecrabile le innovazioni della Cisalpina: "... La Valle di Scalve era poi ricca assai, e vi erano in tutte le contrade della stessa dei beni e boschi di particolare diritto che possedevano le famiglie della Contrada stessa che si chiamavano VICINESSA (sic)"
È curioso osservare come - fino alla seconda metà del ‘700 - fosse esiguo il numero delle famiglie componenti la vicinia di Oltre il Povo: la prerogativa di "originari" comportava una serie di privilegi che venivano negati ai "forestieri". Nella "stampa delle famiglie componenti le vicinanze della Valle di Scalve" (1765) viene riportato il "Cattalogo delle Famiglie originarie a cognome ecc..": la vicinanza di Bueggio è rappresentata dalle famiglie Bianchi e Morzenti; a Teveno vi sono i Morzenti e gli Arrigoni. A Pezzolo sono i Tagliaferri "solamente"; infine, per Nona solo le famiglie Piccini, Romeri e Duci. Ma dalle attestazioni contenute nella stessa "stampa" risulta evidente che anche che i Boni appartenevano alle famiglie originarie. Attingendo ancora alla medesima fonte citata, a titolo di esempio, si riporta un atto della vicinanza di Bueggio. "29 marzo 1705 - congregati li uomini della vicinanza di Bueggio, ed è stato ricercato dalla Contrada se si voleva dargli alcuni legni per fare una fontana a Bueggio di Sotto, ed avendo ballottato (votato) seguì detta Ballottazione con voti sei favorevoli e quattro contra". Vien poi eletto un certo M. Battista Morzenti, incaricato di "preziare detto legname". Garante dell’esito delle votazioni è Antonio figlio di D. Bonomo Bianchi.
Prima della costituzione dei Comuni, ogni vicinanza - che godeva di beni particolari - si assumeva l’onere di alcuni interventi a favore della propria popolazione. Contemporaneamente veniva pagato un "campatico annuo" al tesoriere della Comunità di Scalve: con questi proventi la stessa poteva provvedere alle necessità di ordine più generale, dalla manutenzione delle strade, dei ponti, alla sorveglianza sanitaria. Riguardo alle condizioni socio-economiche degli abitanti delle contrade di Oltre il Povo, si possono trarre utili indicazioni dalla "fede" - od attestazione - stilata nel 1765 dal Rev. Piantoni di Teveno - Egli dichiara che a seguito del "Mal Contaggioso" (la peste del 1630) le poche persone rimaste abbandonarono "le terre più incolte", andando ad abitare altrove e costruendo nuove abitazioni. "L’essere poi dediti tutti li abitanti al laborioso esercizio delle miniere, cui fin da primi anni se avezzano, impedisce il poter levare molte mandre, e perciò non essendo fattibile l’attendere al tutto, sono necessitati affittar li monti a malgari, e pecorari forestieri circonvicini". Dunque gli abitanti di Oltre il Povo sono dediti quasi esclusivamente all’escavazione del metallo di ferro; tuttavia "devono poi condurre qualche lavorante forestiero a far cose più facili, e di minore pericolo, come sono li carboni, e colar il ferro nelli forni e fucine". L’ingente fabbisogno di carbone, necessario per la fusione del ferro, costringe "a far condurre molte quantità di carboni dalle Valli Camonica e Seriana" ed una parte dei terreni falciabili furnon convertiti in bosco. Don Morzenti conclude affermando che "due sole famiglie forestiere si esercitano nell’escavazione di metalli, e l’altre bramando il riposo più tosto che la fatica" (sic!) s’impiegano in altri lavorieri men faticosi, e la maggior parte in negozi e vendita de merci (...)".

Staccandosi Bueggio, Oltrepovo è rovinato...

Fino ad oggi si son potute raccogliere scarse notizie intorno alle vicende del comune di Oltre il Povo, soprattutto in riferimento al periodo dalla sua costituzione fino all’unità d’Italia (1860). Molto probabilmente gli stessi registri anagrafici continuavano ad essere aggiornati dai parroci: durante il periodo della dominazione austriaca questi stilavano numerose attestazioni per conto della "Deputazione Comunale". Tra le varie dichiarazioni vi era quella finalizzata all’esonero dal servizio militare del "coscritto che provvede egli solo al mantenimento del padre settuagenario", oppure "orfano d’ambi i genitori, col carico di fratelli ecc..." I rappresentanti della Deputazione Comunale dovevano confermare la veridicità delle dichiarazioni del parroco.
In occasione dell’aggregazione al Comune di Vilminore, avvenuta nel 1927, è probabile che gran parte dei documenti giacenti nell’archivio del Comune di Oltrepovo siano stati sciaguratamente distrutti: è stata questa una ingenuità imperdonabile, anche perché potrebbe essere stato cancellato oltre un secolo di storia attinente le contrade di Oltrepovo. Ora non rimangono che alcuni frammenti di notizie. Recentemente è stato fatto un tentativo di ricerca presso l’Archivio di Stato di Bergamo: forse anche per l’ingenuo ottimismo del ricercatore, non sono stati acquisiti documenti di particolare rilievo, eccettuati quelli riguardanti le miniere.
Esattamente dopo un secolo dalla costituzione del "Comunello di Oltrepovo", Eugenio Pedrini, nell’appendice alla trascrizione del diario di Comino Morzenti (che contiene annotazioni di vario genere, dal 1728 al 1735) ha scritto alcune osservazioni riguardo al comune stesso, con particolare riferimento ad alcune famiglie e casati. Le note dello storico risalgono esattamente a cento anni orsono (febbraio 1897).
"Nei tempi moderni Oltrepovo è in decadenza. Alcune famiglie benestanti sono state demolite come neve al sole. I Morzenti, che erano benestanti; nelle divisioni quasi scomparvero. Al male maneggio fu quasi distrutta la famiglia Morzenti detti "Peolí". Alla Nona, durante la parrocchiatura di don Giovanelli (don Giovanelli di Adrara, parroco di Nona dal 1817 al 1858) s’erano tirate su varie famiglie dei "Gaí", ma al giorno d’oggi stano a posto le famiglie dei "Cornéle" (Zamboni). A Bueggio la famiglia Morzenti stava bene, ma poi decadde dalla prosperità contadinesca. La famiglia Bianchi che nel secolo XVII raccolse l’eredità dei Morzenti negli ultimi rampolli degli antichi Bianchi, coll’eredità Morzenti mutò il cognome con quello Bianchi, che tutti insieme avevano una casa signorile che rivelasi ancora dall’ossatura malandata, cadente. (...) A Pezzolo le famiglie si sono mantenute in più buone condizioni attaccate all’industria anche domestica del bestiame".
È utile sottolineare che al tempo del Pedrini il prestigio delle famiglie era quasi esclusivamente legato alle proprietà delle stesse; oggi i parametri sono assolutamente cambiati (per fortuna). Riguardo alle vicende amministrative, è interessante la notizia del Pedrini che riferisce di un primo tentativo di separazione dal Comune di Oltrepovo da parte della contrada di Bueggio. Forse già nella seconda metà dell’800 "brigò per dividersi da Teveno per unirsi a Vilminore. Un decreto ministeriale ha accolto le istanze, ma Oltrepovo ricorre per infirmare le istanze". Il maestro di S. Andrea è convinto che "sarà fatica e spesa gettata"; e conclude: "Distaccandosi Bueggio, Oltrepovo è rovinato anche moralmente. Anche Oltrepovo fu rovinato dalle amministrazioni faccendiere che hanno fatto ridere molti". Ancora dalle note del Pedrini sappiamo che i Morzenti si trasferiscono a Teveno provenienti dalla Vicinia di Colere tra il 1300 ed il 1400. Da Colere vennero pure i Piantoni , sempre nella stessa epoca. In quel periodo una famiglia Morzenti passò a Bueggio ed una a Vilminore. Erano famiglie benestanti ed i Morzenti di Vilminore ben presto si imparentarono con famiglie nobili di Bergamo ed ebbe notai e sacerdoti. La famiglia fece legati a Vilminore anche per le scuole ed un Viviano fu maestro di lingua a Bergamo ed anche a Vilminore. Si estinse a Vilminore nel secolo XVIII.
Nel secolo XIX un ramo si trasferì a Crema ed a Lodi, dove fiorirono buoni orologiai e forse per primi idearono l’automobile. Questa informazione del Pedrini è sicuramente inesatta; ma è certamente più attendibile e documentata la notizia riportata alle pp. 116-117 nel volume "Una famiglia - i Morzenti" scritto da Monica Morzenti: L’orologio del campanile di Teveno sarebbe stato messo a punto tra il 1865 ed il 1868 dai fratelli Giacomo, Angelo e forse da un terzo di nome Ernesto. Successivamente i tre si stabilirono rispettivamente a Milano, a S. Angelo Lodigiano ed a Martinengo. Scrive Monica Morzenti: "... essi misero a frutto i propri diversi talenti dedicandosi chi alla costruzione di macchine agricole o alla messa a punto di un prototipo di bicicletta". 
Pedrini ricorda ancora che tra i Bianchi "si ebbero buoni ed accreditati notai e amanti del bello avevano una casa fornita di buoni intagli e tarsie che in una recente divisione (fine ‘800) passarono a Bergamo con Giovanni che aveva posto negozio di antichità". A Nona poi nel secolo XVIII fiorì l’intagliatore Gio Giuseppe Piccini. Nello stesso periodo la sorella suor Isabella fece numerose incisioni di messali: risulta che questi si trovassero ancora presso la parrocchia di Nona fino alla seconda metà del secolo scorso; quindi sono stati dispersi.
Per quanto riguarda Pezzolo, Pedrini conclude il suo spaccato storico e scrive che "la famiglia Tagliaferri Fantina aveva radunato buona sostanza ed i padroni carbonai di fiducia uno dei quali, Stefano, era trasportato all’intaglio e fece molti puttini per l’antica tribuna di Teveno, che si vuole sia quella dell’antichissima Pieve". Nelle precedenti edizioni della "Gazzetta Comunale" (n. 9 e 10) sono state raccolte alcune informazioni sulle contrade di Oltre il Povo, a partire dal 1400. Si è cercato di ricostruire alcune vicende di piccole comunità che hanno vissuto almeno in parte una comune storia. Le fonti alle quali si è attinto sono soprattutto gli archivi parrocchiali, ma sono state utilissime anche alcune carte messe a disposizione dai privati. Durante la ricerca dei soprannomi di famiglia, dei toponimi e di alcuni aneddoti, è stata preziosa la testimonianza di molte persone che hanno collaborato con grande disponibilità. Grazie a loro oggi diventa più agevole ricostruire gli avvenimenti succedutisi nel corso di questo secolo. Risulta poi evidente una notevole concordanza fra le "carte" e le fonti orali. Si può quindi ora proseguire nella ricostruzione di alcuni fatti, di usanze particolari utilizzando le utilissime notizie messe alla luce dagli informatori. Si è accennato ad un primo tentativo da parte degli abitanti della contrada di Bueggio, finalizzato all’aggregazione con il comune di Vilminore. Probabilmente le motivazioni esposte nella petizione redatta a fine ‘800 dovevano essere identiche a quelle rammentate nella richiesta del 5 agosto 1921, inviata all’On. Consiglio Comunale di Vilminore "... Da tempo è desiderio dei frazionasti di Bueggio, di domandare la loro annessione al comune di Vilminore. La Topografia della frazione, gli interessi di questi abitanti, si volgevano e si volgono a Vilminore. In questi ultimi tempi un complesso di cose resero per noi necessaria questa annessione. L’anno scorso si è fatto un tentativo di farci concorrere all’enorme e inutile spesa di sistemazione della Valbona che a noi non dovrebbe mai servire. Il progetto della Valbona, che taglia questo comune di Oltrepovo dal resto della Valle, e principalmente dal Capoluogo di Mandamento e centro della stessa Valle, non può essere approvato dall’autorità".
I frazionisti di Bueggio faranno presente che da oltre un mese due ingegneri stanno predisponendo il progetto di una strada che dovrebbe collegare Nona e Pezzolo con il ponte di Teveno.
Ricordiamo poi che - al contrario - l’ingegnere del Genio Civile si era espresso più favorevole alla costruzione di un tronco di strada dal confine di Vilminore fino a Pezzolo passando per Bueggio. "Fatte queste constatazioni di fatto - prosegue la petizione - tutti i frazionisti di Bueggio trascurati e isolati dal comune di Oltrepovo si volgono a questo Comune di Vilminore, domandando di unirsi a lui qualora faccia formale promessa che subito dopo l’annessione vengano soddisfatte le loro urgenti necessità". In cambio dell’annessione, i Bueggiesi chiedono: la sistemazione della strada dai Molini di Povo, la costruzione del locale scolastico e casera, l’ampliamento e la restaurazione (sic) del cimitero cadente. Infine si chiede di fare una piazzetta con fontanella nel centro della Frazione di Bueggio di sotto.  Seguono 29 firme di capi di famiglia, ma da una nota aggiunta a margine, pare di capire che quelle valide fossero solo 28: una buona percentuale se rapportata alle complessive 43 famiglie di Bueggio.
Pedrini era stato buon profeta, e dopo l’annessione di Bueggio al Comune di Vilminore nel 1922, seguirà - solo cinque anni dopo - la fusione dei due Comuni, a seguito del Regio Decreto 2 giugno 1927, n° 1025.
La pratica per la fusione dei Comuni dovette procedere abbastanza speditamente: questo si deduce da una lettera del 13 febbraio 1927 trasmessa dal podestà di Vilminore Bortolo Baldoni a S. Eccellenza Conte Giacomo Suardo - Roma.
Il podestà fa presente che "causa principale che intralcia il libero corso della pratica è la determinazione del nome da applicare al nuovo Comune". Ribadisce che "nessuno dei Comuni interessati (neppure la maggioranza degli elettori di Oltrepovo che hanno chiesto la fusione) hanno fatto questione sul nome da imporre al Comune unico (...) riconoscendo esplicitamente che deve essere conservato il nome storico di Vilminore". È noto che da qualche parte era stato proposto per il Comune unico la denominazione "Gleno". Prosegue il Baldoni: "Giorni sono, anche per aderire a superiore proposta si è deliberato che il nuovo Comune sarebbe stato "VILMINORE DI SCALVE" (nome che parve al collega di Oltrepovo non rispondente ai suoi desideri) " Conclude il podestà: "Francamente, a mio modesto avviso, non credo sia il caso di perdere molto tempo per tali formalità (...) specialmente nell’interesse di Vilminore che dal decreto di distacco della Frazione Bueggio dal Comune di Oltrepovo, il Comune di Vilminore deve sostenere ingenti spese per quella frazione, senza risentirne alcun vantaggio economico".
All’inizio degli anni ’20 la popolazione complessiva dei due comuni era di 2300 abitanti: questo dato è contenuto nell’"avviso di concorso alla condotta media consorziale Vilminore-Oltrepovo" (s.d., ma prob. 1922).

***

Le feste, e soprattutto quelle patronali erano "sentite" e vissute intensamente da tutta la gente. Alcuni anziani ricordano che le ricorrenze di S. Fermo e della Madonna a Nona, S. Rocco a Pezzolo, S. Michele a Teveno, S. Gottardo a Bueggio venivano celebrate con grande entusiasmo, e si faceva a gara per addobbare la chiesa anche con apparati grandiosi che purtroppo ora non vengono più utilizzati. Dal punto di vista della partecipazione corale, queste celebrazioni assumevano a volte più importanza delle stesse maggiori ricorrenze liturgiche, come Natale e Pasqua. Dopo le funzioni religiose delle più importanti feste, nonostante l’avversione dei parroci, si soleva spesso continuare i festeggiamenti anche in forma piuttosto "laica". Dopo la festa della Natività di M.V., protettrice della parrocchia di Nona, nel 1923 don Zucchelli (parroco dal 1913 al 1926) scriveva: "Il titolare di questa parrocchia... è stato festeggiato bene coll’intervento ai SS. Sacramenti... ma poi si finì male perché si volle organizzare una festa da ballo che cominciata la sera terminò al tramonto del giorno dopo. E' da notare che non furono soltanto dei giovani ma dei maritati e non mancò la nota più stomacante del ballo promiscuo a causa dei genitori trascurati che permisero alle loro figliole di prendervi parte (...). Cosa esecrabile e stomachevole che cambia le feste cristiane in pagane". Lo stesso Vescovo Bernareggi, nel 1937, in occasione della visita pastorale a Teveno riprende aspramente la tradizione del ballo; annota il parroco: "... Il Vescovo... ha messo in guardia circa certi vizi che purtroppo fanno capolino anche tra noi (...). Ha toccato il disordine del ballo promiscuo specie nelle sagre".
Le feste danzanti che si improvvisano in occasione delle sagre patronali pare siano continuate anche negli anni successivi: anche a Pezzolo; dopo la festa di S. Rocco del 1952 vi è una "memorabile minaccia del Parroco per togliere l’abuso del ballo": questa avrebbe potuto concretizzarsi nell’abbandonare l’ormai imminente avvio della scuola materna (asilo) sostenuta in prima persona dal parroco.
Le sagre patronali costituivano anche un’ottima occasione per dare sfogo reciprocamente, in un modo simpatico, alle vecchie rivalità esistenti tra le contrade di Oltrepovo. Al Santo protettore veniva attribuito un nomignolo che aveva qualche relazione con gli scherzi che venivano puntualmente portati a termine. Racconta un testimone di Teveno (n. 1924): "c’è sempre stato attrito tra Teveno e Pezzolo... alla "Madóno dulurádo" che si festeggiava a Pezzolo la 4° domenica di settembre, noi non si andava: però la chiamavamo "Madóno spadulíto", per la spada che ha inflitto nel petto; durante la processione, noi di Teveno ci portavamo sulla costa dei "Felécc" (sopra la vallata del Nembo) e cantavamo a squarciagola... La nostra Madonna, che si celebrava la seconda domenica di ottobre era chiamata la "Madóno di reéi": durante la processione quelli di Pezzolo, ma anche quelli di Nona e Bueggio entravano negli orti e facevano razzia di rape bianche (reéi) e di carote che si coltivavano in grande quantità. Una signora di Pezzolo (N. 1922): conserva dei nitidi ricordi riguardo alle feste: "il giorno seguente la sagra di S. Rocco i giovani festeggiavano il "San Ruchí" con galline bollite e (pochi) fiaschi di vino". Un vecchio minatore di Lizzola racconta che anche in quella contrada si era soliti prolungare fino al giorno successivo la festa di S. Barbara; ma all’osteria la protettrice dei minatori si trasformava in "santa barberina!" Quando c’erano le feste a Teveno, era l’occasione per fare dei dispetti: "i tevenesi erano ricchi: avevano sempre delle cataste di legna nei boschi... insomma durante le processioni noi si faceva la scorta... quelli di Teveno però non ci ricambiavano i dispetti, perché di noi pezzolesi avevano paura!"
In quasi tutte le contrade c’erano delle particolari devozioni che avevano come punto di riferimento una "santella" od una immagine religiosa. Queste si trovavano un po’ dappertutto: quella più singolare è certamente la santella della Polza, che era posta al quadrivio delle strade di comunicazione: in essa sono raffigurati i quattro Santi Protettori di Oltrepovo. Ma tornando a Lizzola, in cima all’attuale via S. Bernardino, sul muro di una casa vi è raffigurata un’immagine della Madonna: i lizzolesi, forse all’inizio di questo secolo, avevano commissionato il lavoro ad un modesto artista: ebbene, ancora oggi l’affresco è denominato "la Madóna dol vendúl". La casa sulla quale si trova l’affresco era stata spesso lambìta dalle valanghe che quasi ogni anno cadevano dalla costa dei "Parisú". Verso gli anni ’60 proprio in questa zona ad alto rischio gli abitanti di Lizzola costruirono l’asilo: da allora le valanghe non hanno provocato danni: merito certamente della "Madóna dol vendúl", ma anche del rimboschimento dei "Parisú".

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Per quanto riguarda le feste di Nona, si concludevano regolarmente con una coreografia un po’... particolare; il racconto è degli stessi nonesi: "... le feste di S. Fermo (9 agosto) e della Natività (8 settembre) si concludevano sempre con la processione. L’8 settembre scendevano i malgari delle Saline (Cantù) ed anche quelli di Bellavalle: facevano delle solenni ubriacature e così la festa continuava fino al mattino seguente". A questa ricorrenza viene attribuito un termine canzonatorio, quelli di Pezzolo la chiamavano "ol Madunù", altri invece "la Madóno ‘lli bacàde" ed anche "la Madóno ‘lli zonte". Verso sera gli strusìni di Teveno e Pezzolo che salivano alla Manina con le loro slitte sistemavano fuori dall’unica osteria il loro mezzo di trasporto, lasciando a portata di mano le "báste" o "zonte", ovvero i pattini di scorta delle slitte: servivano da deterrente nel momento che dalle discussioni si passava alle... mani! Davide Boni (n. 1927) racconta: "L’osteria di Nona era chiamata il "baracú" perché era costruita tutta in legno e quando ero ragazzo ricordo che dopo infuocate partite alla "morra" ho visto volare dalla finestra più di un avventore, mentre il Memo (l’oste si chiamava Boni Fermo) si faceva in quattro per mettere al riparo le poche suppellettili! Gli strusíni poi - se c’era bisogno - ingaggiavano la battaglia brandendo i loro arnesi... da lavoro!" A volte le feste terminavano in un modo meno cruento, con forzose immersioni nella fontana davanti alla chiesa. La stessa cosa - ricorda ancora Boni Davide - succedeva a volte anche la domenica: i malgari scendevano per andare a messa ma imboccavano la porta del "baracú": terminata la battaglia, anche a notte fonda risalivano l’alpeggio con i loro cavalli.
Alla statua della Madonna di Bueggio invece venivano attribuite delle particolari qualità taumaturgiche: infatti veniva chiamata "la Madóno di disperácc" perché probabilmente era tradizione che a lei si rivolgessero quanti chiedevano delle grazie che altri Santi o Protettori non avevano facoltà di concedere. Premesso che da parte di chi scrive vi è il più profondo rispetto nei confronti delle pratiche religiose, non sfugge allo stesso tempo che anche in anni abbastanza recenti esse assumevano pure una valenza piuttosto immediata, frutto anche della intelligente cultura contadina. Racconta Luigi Bianchi di Bueggio (n. 1910) che l’omonimo suo nonno, nato nel 1860, durante una predica nella quale il sacerdote aveva svolto il tema del miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, sia improvvisamente intervenuto esclamando ad alta voce: "la fá mío de piö gna la médo Giuáno!»" L’inconsueto intervento del buon Luigi (che non era astemio) era inteso semplicemente a sottolineare come certi miracoli li sapesse fare anche sua zia Giovanna, che gestiva un’osteria a Bueggio di Sotto!
Fino agli anni ’60 in Oltrepovo era usanza accompagnare le processioni con scoppio di petardi e dinamite che veniva maneggiata allegramente anche per rompere le ceppaie più resistenti. Ma non solo: a Nona si racconta di una processione avvenuta probabilmente nell’immediato dopoguerra, quando circolavano armi in grande quantità: "scendevamo lungo la strada verso Pezzolo ed io portavo la statua con altri compagni; si avvertiva chiaramente il crepitío di mitragliatrici proveniente dal bosco "Pàvia": le raffiche sibilavano sopra le nostre teste... ad un certo punto ha preso il... volo il tricorno del celebrante... ma lui ci ha incoraggiato a proseguire!"
Non meno solenne dovette essere l’accoglienza fatta al Vescovo in occasione della visita a Nona: "Credo - racconta un testimone diretto - che fosse il 10 luglio 1946; il giorno dopo ho ricevuto la cresima... siamo andati a ricevere il Vescovo Bernareggi al "barachí", alla prima curva scendendo da Nona... tutti possedevano dei fucili e delle mitragliatrici: stavano sul Gromo a sparare, e ad un certo punto - forse involontariamente - hanno provocato una scarica di sassi che rischiava di investire la processione; il Vescovo ha detto: "gé dré a cupám!»" Ma loro sparavano per festeggiarlo!. Pare che poi il Vescovo abbia chiesto che gli venissero consegnate le armi... "erano sul Gromo e trrr... trr... ciao! ü burdel! Ricordo che don Pasinelli incoraggiava il Vescovo dicendo: "Non abbia paura, Sua eccellenza!"... non so se poi abbiano consegnato le armi". Questa era certamente un’abitudine poco... ortodossa per accompagnare le più importanti celebrazioni religiose!

***

Sulla base delle testimonianze raccolte si può senza dubbio affermare che il fascismo non ottenne in Oltrepovo che una insignificante adesione. Ciò si evince anche dalle note dei parroci che - quantomeno - si attenevano ad una prudente equidistanza.
Uno degli avvenimenti più drammatici fu certamente la sacrilega asportazione delle campane, che dovevano essere utilizzate a scopi bellici. La nefasta imposizione dovette in qualche modo esacerbare gli animi della popolazione, e per coprire l’infamia della rapina dei "sacri bronzi" non basterebbero cento libri di coloro che ancora oggi esaltano la scellerata prepotenza del regime. Don Giovanni Santi, parroco di Teveno dal 1926 al 1945, riguardo alla "rimozione delle campane per la Patria", scrive: "12 maggio 1943. In seguito a decreto governativo concernente la requisizione dei sacri bronzi per l’industria bellica, oggi mercoledì, solennità del patrocinio di S. Giuseppe, vennero gli operai della ditta incaricata per la rimozione di circa il 50% del peso complessivo già denunciato. Per conservare la maggior parte possibile del magnifico concerto sulla torre della Chiesa Parrocchiale, furono rimosse le tre campane dell’oratorio di S. Nicola del complessivo peso di Kg. 309. In parrocchiale fu rimossa per unanime decisione del popolo la seconda campana battezzata alla B. Vergine Assunta, del peso di Kg. 346 circa. La bellissima campana rispondeva al "La" naturale ed era splendidamente ornata, come le altre del concerto, con le seguenti figure in rilievo: davanti il divin Crocefisso con l’Addolorata Madre e S. Giovanni Ev. in piedi e la Maddalena abbracciata alla croce; dietro l’effigie della B. Vergine Assunta con Angeli; in giro ben disposti i quattro Evangelisti con emblemi e figure. In testa aveva le seguenti parole: Sancta Maria ora pro nobis ab improvisa morte libera nos Domine. In calce, come tutte le altre: "opus Pruneri 1852".
Bona Maria Dolores Morzenti (n. 1915) ricorda con commozione l’avvenimento, ed il suo racconto conferma il senso di una diffusa religiosità: dopo che avevano asportato la campana, con il marito Severo aveva fatto voto di farne una nuova. Avevano raccolto un po’ di rame, anche perché la famiglia del marito era con altri proprietaria della centralina elettrica lungo la Valbona. Insomma, avevano racimolato 210 Kg. di rame; inoltre la "Teresa di Burtulì" aveva messo a disposizione il "brunzál": questo pesava 60 Kg. Ed aveva la forma di una campana rovesciata. Ce n’era uno solo in tutto il paese e tutti lo utilizzavano; perfino il caffè veniva sminuzzato dentro questo arnese con il pestú.  Continua il racconto: "un’altra donna, l’Anna Maria "di Bertí" ci avrebbe dato una pesante bronza... Il rame l’avevamo sotterrato presso le stalle di Adenazzo, ma quando siamo andati a recuperarlo, non c’era più: l’avevano rubato! La nuova campana - conclude Bona Maria - era già stata commissionata ai Bertoli. Il nuovo bronzo venne fuso in seguito e vi è inciso il nome delle famiglie che hanno concorso alla spesa".
Nel "bilancio morale" che Don Santi redige annualmente, sembra di cogliere l’avvento della guerra come un fatto ineluttabile che viene subìto passivamente dalla popolazione: "Anno 1940:  l’anno finisce tra ansie e preoccupazioni per causa della guerra che dilaga ovunque in Europa (...) ma il popolo non si rende pienamente conto del flagello e la pietà si presenta in ribasso". Nell’anno vi furono 17.940 comunioni "su una popolazione di 318 anime di cui 274 abitualmente residenti".  Al termine del 1942 vi sono alcune note piuttosto scoraggianti: "le popolazioni sono unicamente occupati (sic) dei mezzi per vivere e non vuol decidersi a rinunciare alle comodità acquisite. Anno moralmente e religiosamente misero". Nel 1943 "il popolo appare smarrito e non sa, non si decide a serrare le file nel rispetto delle leggi di Dio...". È ancora più desolante il resoconto del 1944: "si ha la sensazione del crollo di ogni idealità politica e religiosa e l’avvenire appare pauroso. Anche nei paesi buoni appare infranto il senso morale; perso l’interesse pei beni soprannaturali si corre con disperata frenesia al danaro che sfuma e ai beni minacciati dalla bufera tremenda che si avanza lentamente." Il "bilancio morale" tratteggiato da don Santi in questi anni contrasta con il costante aumento delle SS. Comunioni: sono 15060 nel 1938; 17000 nel ’39; 18.660 nel ’41 e 21.500 nel ’43. Per quanto riguarda le campane di Pezzolo, scrive don Giuseppe Premarini nel 1949: "fervore popolare per le campane. Tra i primi ad averle per assegnazione. La ditta è di Crema, "Crespi", buona a quanto pare. Vengono restituite al campanile nel maggio: sono precisamente la prima campana (grossa) di q.li 5 e la più piccola di Kg. 93 più n. 2 campanine per la chiesetta di S. Giacomo di Kg. 25 complessivi".
A Bueggio le nuove campane vengono sostituite nel 1955. Scrive il parroco don Luigi Bombardieri: "25 marzo: benedizione delle nuove campane. Padrino per la campana più grossa dedicata a S. Gottardo, è il giovane Merazzi Evaristo. Madrina per la campana più piccola è la Sig.na Bianchi Rosi. La campana più piccola è dedicata ai morti. A Bueggio il concerto di campane era stato inaugurato il 15 luglio 1929. Padrino della prima campana fu un rappresentante del Conte Suardo; per la seconda vi era un rappresentante della Sig.na Giuseppina Viganò; per la terza vi era il Podestà di Vilminore Pier Antonio Bonicelli; padrino della quarta campana era il geometra Mario Stocchi di Vilminore, ed infine per la quinta campana vi era un rappresentante di Francesco Duci, un emigrante che si trovava in America."

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