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Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

DEZZOLO E S: ANDREA,
"piccole terrazzuole" teatro di una storia antica
Le vicende della contrada sepolta da una frana , il miracolo della pioggia e le sorti di una facoltosa Vicinia
A cura di Miriam Romelli e Agostino Morandi

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Frigola, Astenghi, Assanone (la Sanù), Calcaia, Spini, Ciocchi, Fucine, Ponte Foramello (Formello), Campora: nomi antichi ed oggi in parte modificati di località che circondano quella che fu la sede della "Vicinanza de’ Batilli", ovvero Dezzolo.
Di questa antichissima famiglia - i Batilli - si ha notizia fin dal secolo XI, riguardo alle primitive lotte degli scalvini con Borno, periodo in cui si verificò un cataclisma alluvionale che provocò l’enorme frana riversatasi dalla Pieve di Vilminore sopra l’abitato di Dezzolo.
Ancora nel 1910, nel bosco sopra gli Spini, si trovavano ammucchiati materiali di fabbrica, resti delle antiche abitazioni alla Pieve, e qualcuno sostenne di avervi rinvenuto pezzi di bronzo.
L’abitato di Dezzolo fu quindi ricostruito ad est, dove si trova attualmente, mentre la Chiesa fu riedificata dai Batilli sul dosso di S. Andrea per scongiurare il pericolo di frane. Sulla destra del torrente Tino, sopra Dezzolo, rimane il nome di un fondo detto Campora, che significa "luogo dove si fecero molti seppellimenti": risale probabilmente alla peste del 1630. I rappresentanti dei Batilli presero parte alle principali vicende riguardanti la Valle di Scalve: il 29 marzo 1231 troviamo, ad esempio, Ottobonum Petri Batilli ad Almenno in occasione della cessione del Feudo di Scalve alla Comunità, mentre Prete Giovanni de’ Batilli è in S. Maria a Vilminore nell’anno 1348. La Vicinanza abbracciava Dezzolo, S. Andrea, una parte di Barzesto e Pradella, mentre la Valle del Polso fungeva da confine con la Vicinia di Schilpario.
L’aggregazione con Pradella può apparire singolare, vista alla luce degli odierni tracciati stradali, ma non è affatto illogica considerando la distanza in linea d’aria tra le due località e la probabile maggiore altitudine del livello del fiume Dezzo.
Eugenio Pedrini, lo storico di S. Andrea, (1847 - 1926) dedicò particolare attenzione alla famiglia dei Batilli, dalla quale ebbero origine appunto i Pedrini (dal nome di una Pedrina di Serta andata in sposa ad un Batilli di Dezzolo), i Moreschi, i Luchi di Barzesto ed i Romelli. Questi ultimi emigrarono a Vilminore sul finire del 1400 e coniarono presumibilmente il loro cognome all’uso del patronimico : Romello era infatti all’epoca un nome proprio assai diffuso, come si desume da un sunto dei Registri anagrafici della Pieve e S. Maria, redatto ancora dal maestro di S. Andrea . Nel 1530 - precisamente il 16 agosto - il Parroco d i S. Maria registra la morte per peste di Cosima, moglie di Joanini Romelli di Meto, mentre é annotato in data 8 ottobre 1552 il battesimo di Bella Romelli del "Antonì da Dezul": è evidente che un ramo della famiglia abitava ancora nel luogo d’origine.

Siccità e febbri pestilenziali

I Batilli tennero adunanza "in plateola" a Dezzolo nel 1592, deliberando una divisione della Vicinia che assegnò a ciascun ramo della famiglia una parte dei boschi di cui era ricchissima l’antica aggregazione. In una pergamena dell’anno 1363 si ha notizia di un primo Carizzoni venuto da Castione a Vilminore; questa famiglia si diffuse in seguito alle Fucine, Dezzolo e Fonte.
La Chiesa di S. Andrea, edificata come si é detto nel secolo XIV, fu teatro di un miracolo registrato nelle cronache dell’anno 1401: la Valle era dilaniata da una grave siccità ed imperversavano febbri pestilenziali causate dagli eccessivi calori: furono "...scoperti però i resti dei Santi martiri Domno, Eusebia e Domneone in S. Andrea, si ebbe la desiderata pioggia..." Nulla é dato di sapere sulla natura di tali resti, anche perché non è stato possibile consultare l’elenco delle reliquie conservate nella Chiesa, ma il fatto che i resti siano stati - come dice la cronaca - "scoperti", ossia esposti alla luce, ingenera il ragionevole dubbio che si potesse trattare di qualcosa in più che semplici reliquie.
Nello stesso periodo la famiglia Crotti de’ Batilli possiede torri a Dezzolo, nei Ciocchi e sul promontorio a Ponte Foramello, dove sul dado di una porta l’Arciprete Palamini vide scolpito un badile - lo stemma dei Batilli - come pure su alcune case a Barzesto e S. Andrea. Anche la Chiesa di Pradella fu finanziata dalla stessa famiglia e la Parrocchiale di S. Andrea é ancora a tutt’oggi non a caso denominata "Chiesa d i S. Andrea in Dezzolo".
Non é pertanto illecito ritenere che l’abitato di S. Andrea possa essere sorto in epoca successiva all’edificazione della Chiesa, complici la vicinanza all’edificio di culto ed alla strada che dall’antico Dezzolo saliva a Vilminore. I Batilli, come pure le altre Vicinie della Valle, dopo avere finanziato la costruzione della Chiesa, si riservavano il diritto di eleggere il Parroco, prerogativa che resistette in Dezzolo e S. Andrea fino ad un’epoca relativamente recente. Lapidario é a tale proposito il commento di Eugenio Pedrini: "...I Parroci perorano per l’universalità dei voti (vogliono essere eletti anche da coloro che non appartengono alle antiche famiglie originarie) essendo essi stessi forestieri, ma fu ed é un male che generalmente si lamenta..." ovvero, Parroci e buoi dei paesi tuoi.

Ramificavano... e non pochi appiccavano il cappello al chiodo

Alla fine del 1899 il maestro Eugenio Pedrini, nel diario sul quale annota giornalmente gli impegni quotidiani e riporta perfino le osservazioni attinenti i cambiamenti atmosferici, stila due pagine di notizie assai interessanti sulla situazione demografica di Dezzolo - S. Andrea: "la nostra parrocchia nel XIX secolo si è di molto accresciuta di popolazione. Delle famiglie antiche quella Guadagni è per estinguersi. Non vive che un Giuseppe senza figli quantunque abbia avuto due mogli. Una (famiglia) Vacini ed una famiglia Ferrari Passio qui venuto da Castione. Dei Moreschi si è piantata una famiglia al Dezzo ed una a Vilminore. Gio. fu Luigi del fu Stefano Moreschi andò prima fittavolo in Roìda; poi venne a Vilminore". Pedrini osserva che questa famiglia porta ancora lo scotome ("scutum",ovvero soprannome) di Roìda. "Pietro del fu Gio. del fu Stefano suddetto mugnaio già colla sua famiglia a S. Andrea andò fittavolo del molino dei Siletti al Dezzo. (...)". Il maestro disegna quindi l’albero genealogico della propria famiglia, iniziando dal trisavolo Arcangelo. Il padre di Eugenio, che portava lo stesso nome, ebbe cinque figli: Angelo, Pietro, che nel 1887 andò ad abitare nella casa nuova sopra la chiesa; quindi Elia, Eugenio ed Ilario. Continua Pedrini : "della nostra famiglia in questo secolo se ne piantò un ramo a Cemmo fin verso il 1840. Ivi ramificava. Vi ha pure un Sacerdote - don Andrea - che attualmente è a S. Afra (Brescia)". Quanto al fratello Ilario, Eugenio osserva che "dopo aver errato per la Sardegna, fu per più anni a Bergamo, e manca da casa dal 1871. Finalmente ammogliatosi con certa Avresi Maria da Legnago nel 1879, con due figli si trasferì ad Albano presso Roma; attualmente è pastore delle Suore di S. Giuseppe, in Via Finanze n. 35 a Roma".
Nel "Registro di popolazione" del Comune di Vilminore, compilato nella seconda metà del secolo scorso, si legge che il padre di Eugenio - nato nel 1809 - era "venditore di vino" ed aveva sposato Maddalena Vanoli di Vall’Imagna. Altre notizie riguardano una famiglia Morzenti "Righì" di Teveno: "durante questi ultimi anni erasi stanziata a Dezzolo; venne a S. Andrea prima fittavola del Curato di Bueggio don Giuseppe Pedrini; poi comprarono la casa. Provò questo Righi a far fucina al follo, ma non essendo riuscita, dopo gravi spese fu abbandonata, e venduta, dopo smantellata, col fondo al Rev. Parroco che nel 1899 per mia preghiera donò al Beneficio, assieme col piano nel Dezzo e reggia unita alla casa parrocchiale".
Si può osservare come durante lo scorso secolo si verificasse un notevole ricambio delle famiglie nella contrada di Dezzolo - S. Andrea, anche a motivo della particolare posizione di passaggio in direzione di Dezzo e quindi verso Schilpario e Vilminore. In secondo luogo vi era una ragguardevole presenza di attività protoindustriali nella zona: le fucine nei "Ciocchi", il molino, il forno di Lenia (o Lania). Quest’ultimo fu spento intorno al 1840. Scrive il Pedrini nel suo diario che nel corso del 1800 "si estinsero in S. Andrea due famiglie: la Battaglia fu Lodovico e quella Picini che eransi qui poste per matrimoni (...). Anche una famiglia "Pasio" vi fu di cognome Ferrari, ma lasciò poi i sui rampolli a Vilminore".
Una famiglia Barbieri si pose a Dezzolo verso il 1808 capo fucina nei Ciocchi". La fucina - puntualizza il Pedrini - fu distrutta nel 1861. I Barbieri provenivano da Cedegolo. Sempre alla fine del secolo scorso vi erano a Dezzolo anche tre famiglie di cognome Battaglia. Continua Pedrini: "anche un Bettoni sposò in Dezzolo una trovatella (...). Questo Bettoni dei "Montanéi" di Azzone vi venne dopo il 1860. La famiglia Ferrari detta Campiù, è di questo secolo pure, ed è detta così perché fu prima fittavola in Campiù, di essa abbiano quattro famiglie, di cui una si portò a Vilminore con discendenza; un’ altra, un Silvestro fu Silvestro, ivi pure trapiantatosi, ma non ha che femmine. Una famiglia Piantoni da Dezzolo per matrimonio venne a S. Andrea verso il 1835 e vi lascia la discendenza dei detti Scarpoli".
Dal 1860 circa vi è la famiglia Dolci di Valle Imagna, "ma per solo lavoro". Per ultimo il maestro ricorda che "dei Carizzoni da Dezzolo se ne portò una (famiglia) a Fonte numerosa, fittavola ove dalla fucina verso il 1860 si era trasferita altra, e che aveva comperato il podere dai Signori Tagliaferri". L’ultima osservazione di Pedrini riguarda il molino di S. Andrea, che pare abbia cessato di funzionare verso la fine del 1800: "il molino, morto Luigi fu Gio. fu Stefano Moreschi (...) la vedova Giovanna Duci lo lasciò in abbandono e consumò tutto".

Una villetta disgiunta dal suo caseggiato e le case sparse nei Ciocchi

Il "Registro di popolazione" del Comune di Vilminore, istituito dopo l’Unità d’Italia, contiene alcune informazioni prettamente anagrafiche che confermano le successive informazioni del maestro di S. Andrea. A Dezzolo vi sono complessivamente 14 famiglie: sono Carizzoni, Ferrari, Piantoni, e Moreschi. Vi è pure una famiglia Morzenti Gio. Maria: questi è nato a Teveno nel 1802. Ve n’è una Bettoni ed una Guadagni: quest’ultima è composta da una sola persona di nome Giuseppe. vi è pure un’ unica famiglia Barbieri, ed il suo capostipite è Domenico, nato a Cedegolo nel 1779, "agricoltore" di professione.
A S. Andrea, che comprende anche i Ciocchi e le Fucine, sono residenti undici nuclei famigliari: l’elenco si apre con il parroco Caseri don Carlo: con lui vive Paola Piantoni, di condizione serva.
Poi vi sono le famiglie Piantoni, Ferrari, Pedrini e Battaglia. Presso le "case sparse" nei Ciocchi vive con numerosa prole Giovanni Allegris, nato ad Azzone e fabbro di mestiere. Alle Fucine prevalgono i Carizzoni: tra questi vi sono Giuseppe "copritetto "e Gioachino, "carrettiere". Vi abita anche la famiglia di Lenzi Alberto, che è nato ad Azzone ed è "minerante" di professione.
Nel "Dizionario Odeporico della provincia bergamasca" di Giovanni Maironi da Ponte, pubblicato nel 1820, alla voce "Dezzolo" si legge: "è ristrettissimo il territorio, ed ha alcuni campi lavorati a segale, a orzo, ed a frumento, il quale, quivi pure non giunge sempre a maturità; vi si fa anche un po’ di lino. Ed i suoi abitatori, che non arrivano a cento, sono quasi tutti ciclopi, montanisti (addetti ai lavori nelle fucine e nelle miniere) e carbonai; quasi le sole donne sostengono i pochi lavori d’ agricoltura". Il Maironi osserva che "questa villetta disgiunta dal suo caseggiato maggiore ha le contrade dette S. Andrea, e Ciocchi. E vi sono alcune fucine per la riduzione del ferro ed un molino da grano". E conclude: "di quanto scarsi soccorsi pubblici godano i poveri di questa infelice terriciola bene lo dimostra il sapersi che eglino (essi) puramente in occasione di malattia percepiscono una lira italiana ogni quindici dì dal legato Albrici, e dal legato Capitanio stabilito nella comune (sic) di Vilminore" . In altra parte del "Dizionario", Maironi impropriamente aggrega la contrada di Lania a S. Andrea: Lania (che poi si trasforma in Lenia ) appartiene al territorio di Vilminore; sappiamo che nel forno fusorio ivi esistente, sul principio del 1800 si producevano annualmente 25000 pesi di ghisa (corrispondente a 2000 quintali circa).

Lasciandovi progenie prolifua...

Negli scritti sparsi del Pedrini si trovano qua e là altre interessanti informazioni sulle antiche famiglie di Dezzolo e di S. Andrea. Egli ritiene che la prima sia stata proprio la sua, e cioè quella dei Batilli. Da questa sarebbero derivati poi altri cognomi, come i Romelli, i Guadagni, i Malges (Pedrini), gli Stroppi, i Del Fullo, i Chiocchi, ed altri. Il riferimento storico va dal 1200 al 1500. A Dezzolo vi erano i Majsis, che potrebbero essere capostipiti dei Maj di Schilpario. Pedrini, che ebbe modo di consultare una enorme mole di documenti, sostiene che anticamente a Dezzolo - S. Andrea sarebbe esistita una famiglia Azali. E continua: "Martinelli era altra nostra famiglia buona, agiata, ma pure scomparve". (Non vi sono relazioni di parentela con il Martinelli che si stabilì alle Fucine nella prima metà del secolo XX).
In compenso delle famiglie antiche che dileguavano, abbiamo dalla frazione Fucine l’immigrazione della famiglia Carizzoni, prima a S. Andrea, pare poi a Dezzolo dove uno dei Carizzoni, sposata una ragazza di quindici anni, vi appiccò il cappello lasciandovi progenie prolifua. E questa famiglia, venuta a Scalve da Castione nel 1360 in cerca di miglior fortuna, ed allogatosi a Fonte fittavola dei Capitani di Scalve, vi fiorì, portando un ramo anche a Vilminore in contrada della Canale." A questo punto del manoscritto, si trova un’ interessante nota riguardante questa famiglia: "a Vilminore si imparentò poscia con Albrici e Capitani, e si applicò alle industrie del ferro. Alle fucine quindi vi si stabilì lavorandovi il ferro nelle fucine che erano oltre il Dezzo dette del "Borlì", nome o dato o portato via da un Carizzoni maestro di fucina.
Lavorarono pure nelle fucine delle "Glere", per andare nei Chiocchi, e forse in quelle dei Capitani in fondo al Tino dove metteva capo la via di Ronco sotto Dezzolo". Il maestro osserva infine che la famiglia "fece danari, estese i possessi in valle, ma declinò poscia in questi ultimi secoli". Pedrini rileva ancora che nel corso del 1700 vi fu un "tramistìo" delle famiglie scalvine.
A Dezzolo - S. Andrea si stabilì da Colere una famiglia Piantoni, da Pradella una famiglia Ferrari, da Pianezza certi Cappelli, da Nona i Picini, "Queste tre ultime estinte". Ma su principio del 1800 "sopravvennero la famiglia Barbieri che (fu) maestro di fucina nei Chiocchi o Ciocchi per conto dei Grassi di Schilpario". Dunque, certo Domenico Barbieri, all’inizio del XIX secolo, sposatosi con una vedova Margherita Guadagni, si era stabilito a Dezzolo in casa della moglie. Questa che in primo voto aveva sposato certo Pedrini Pietro, portò seco alcuni beni, tra cui il fondo detto "Serafì" in Dezzolo. Con sottile ironia, Pedrini definisce "astuto" il Barbieri, che divenne il capostipite di una delle famiglie agiate del paese con fondi e bestiame. Una famiglia Ferrari si trasferì da Dorga a Dezzolo e prese in affitto i prati di Campiù. Un ramo della famiglia si trasferì poi a Vilminore, assumendo il nomignolo "Campiù".
Anche un’ altra famiglia Ferrari venne da Castione - come si è già accennato - "ed anche questa per via di matrimoni trovò modo di appiccare qui il cappello, e questa portò qui da nome del primo venuto - Passio Ferrari - la schiatta dei Passie o Pasce . Vennero pure i Battaglia detti "Losi" perché provenienti da Lozio, di cui uno avendo preso moglie a Dezzolo, i figli raccolsero la casa della madre e sono gli attuali Battaglia, formanti tre famiglie".
Anche a S. Andrea - sempre nella seconda metà dell’ 800 - si era stabilità una famiglia "Losi". Contemporaneamente vennero ad abitare nella contrada dei Morzenti di Teveno . Il Pedrini, concludendo le note sulle vicende familiari della sua contrada, non si esime da esilaranti considerazioni: dunque,"certo Morzenti Gio. Maria detto Righi, che (aveva) sposato una Moreschi, passò ad abitare in casa della moglie... e par poco?.
Nessuno che portò un fil di fortuna; tutti invece, che quantunque piccola qui trovassero di alloggiare in casa delle lor mogli. Questa la schietta verità. La contrada, strettissima di campagna, con quasi tutti i boschi in giro de’ forestieri, va ogni dì più trovandosi a disagio... che è un’ allegria..."

D’estate in campagna e d’inverno alle miniere ed al telaio

Dal 1769 al 1781 fu titolare dalla parrocchia di S. Andrea in Dezzolo don Antonio Maj di Schilpario. In questo periodo egli invia per due volte informazioni al Vescovo di Bergamo: la parrocchia è formata da due contradelle distanti circa 6 minuti (a piedi! n.d.a.). Tra esse corre una piccola corrente perenne (il ruscello Campione, ora chiamato anche Valle del Mulino) che alimenta un mulino ed un altro edificio di poco rilievo. Questo è certamente il Follo; un laboratorio nel quale i panni di lana venivano ristretti e rassodati, dopo essere stati sottoposti a pressione e sfregamento. Continua don Maj: l’estensione della parrocchia è di mezzo miglio per lungo e tre per largo. Le principali fonti di sussistenza sono il lavoro nei campi, nei boschi, ed il servire (sic). La campagna dà fieno, poco melgotto, mal maturo, segale e lino. Quanto alle industrie, il parroco informa che non vi sono miniere né manifatture: esistono però due fucine (una nei Ciocchi e l’altra nel Borlì) per la riduzione del ferro. Per il loro funzionamento vengono utilizzate le acque del fiume Decio. La popolazione è composta di 78 anime.
Altre informazioni risalgono al 12 febbraio 1778, sempre fornite dal parroco. Pedrini ne fa il sunto: per quanto riguarda le occupazioni, gli uomini ed i ragazzi attendono alla campagna, ai boschi ed alle miniere in estate; nell’inverno parte vanno alle miniere e parte attendono al bestiame. Le donne d’estate lavorano la campagna che produce fieno, lino e canapa. Le stesse donne d’inverno filano per farne tela. Vi sono due telai, e vi lavorano due donne per soli tre mesi. Quanto alle arti, il parroco riferisce che vi sono "due falegnami di grosso", ma non vi è lavoro continuo. Nella parrocchia non si lavora la seta, ma si fila un po’ di lana per farne mezzolano; non vi è nulla di bambace.
L’ultima informazione riguarda le fucine: una appartiene agli eredi di Giacomo Grassi (nei Ciocchi), e l’altra ad Agostino Capitani. In ognuna di esse lavorano tre persone "estere", per sette o otto mesi all’anno. L’attestazione viene sottoscritta dal parroco stesso e dai due "sindici": certi Zaiacomo ed Angelo Pedrini.

Pur sempre assolutamente bisognosi dell’orologio comune...

Tra le vicende delle contrade messe in luce fino ad oggi, è emersa spesse volte l’importanza attribuita all’orologio comune che veniva allogato sulla torre campanaria. Si ricorderà, ad esempio, l’accorata istanza presentata al Consiglio Comunale di Vilminore da parte degli abitanti di Pianezza .
È proprio dello stesso periodo una petizione sottoscritta da quindici, capifamiglia di Dezzolo - S. Andrea, indirizzata all’ "Onorevole Consiglio Comunale di Vilminore nella tornata ordinaria di primavera 1878": "I sottoscritti componenti le contrade o frazioni di Dezzolo S. Andrea, pur sempre assolutamente bisognosi dell’orologio comune, ben lontani dal perdersi di speranza d’essere esauditi, rivolgono sempre umilmente domanda, onde Codesto Onorevole Consiglio, compreso di una tale necessità, s’induca a soddisfare anche questa porzione frazionaria di popolazione del comune. Grazie".
Sul dorso della stessa lettera, il Sindaco predispone una bozza di delibera, proponendo di affidare l’incarico all’orologiaio Memi Lorenzo di Albino; questi in data 31 ottobre 1878 sottopone alla Giunta un "breve progettino dell’analoga nuova costruzione dell’orologio da collocarsi sul campanile di S. Andrea; e questo rilevato dall’umil servo sottoscritto dietro riverito ordine della sullodata". L’orologiaio di Albino descrive minuziosamente il progetto, proponendo allo stesso tempo i tempi di realizzazione e le modalità di pagamento. "questa piccola macchina verrà costrutta colla massima precisione d’arte, e ascenderà al carico approssimativo di chilogrammi 44 non meno. Il castello sarà in ferro ladino, e della proporzionata consistenza. (...). Così pure gli alberi, cilindri, leve interne, pignoni ed latri oggetti inerenti saranno di quel metallo a regola del bisogno".
Il Memi, che aveva da poco costruito l’orologio per Pianezza, ricorda che "Il sistema della batteria sarà all’italiana, cioè, a ore 6, con 6, escluso però della mezz’ora". Quindi propone che le spese di trasporto e del falegname rimangano a carico del Comune. "il prezzo di tale piccola macchina ascenderà alla limitata e definitiva cifra di italiane lire quattrocento e venticinque, oltre che l’esistente vecchio orologio abbia a rimanere di ragione del fabbricatore". E conclude, definendosi "il di lei umilissimo servitore: perdoni, ma il servo sottoscritto non può ribassare neppure una lira dalla sua esposta cifra, poiché è più la perdita che il guadagno".
Per concludere alcune note introduttive sulla storia della contrada Dezzolo - S. Andrea, è curioso un accenno alla scuola elementare, visitata dall’ispettore del "Regio Ispettorato Scolastico Circondariale di Clusone" il 27 maggio 1890. Questi trasmette al sindaco di Vilminore alcune "raccomandazioni": la scuola maschile, che è diretta dal maestro Pedrini Eugenio, necessita "di un locale più ampio, di banchi a preferenza a due posti, della carta della Provincia, di una buona carta geografica d’Italia e di due cartelloni per la nomenclatura".
La scuola femminile è diretta dalla maestra Pedrini Maria: anche in questo caso si dovrebbe "provvedere di un locale più ampio, di banchi a preferenza a due posti, della carta geografica d’Italia e topografica della Provincia".
Con questo numero della "Gazzetta" si conclude la panoramica sulla storia di Vilminore e delle contrade.
Qualora fosse gradito ai lettori, il "racconto" potrebbe continuare, riprendendo, ad esempio, le "piccole storie di paese", rievocando personaggi, fatti e curiosità. Tutti i consigli, le osservazioni, ed i suggerimenti saranno utilissimi e preziosi allo stesso tempo.
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