Clicca

Vilminore
D'oltre il Povo siam le contrade...
Nona
Pezzolo
Teveno
Bueggio
Meto e Pianezza
Vilmaggiore
Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

STORIA E LEGGENDA / NONA
E di notte i fantasmi ballavano alle Corne Strette
"L'ultimo paese che il Signore ha creato"
di Agostino Morandi

Quando i nonni rifiutarono quel pezzo di carne di bue commisero il primo errore che dovrà costare loro, per tutti i secoli futuri stenti e dolori. Nona è l’ultimo paese che il Signore ha creato e chissà per quale fine (...) forse anche per provare la tempra dell’uomo, capolavoro della sua creazione. Qui si è sottoposti a una continua sequela di stenti e sacrifici e a prova di ciò parlano le venti famiglie emigrate nell’ultimo trentennio".
Con queste parole, nel 1943 don Pietro Pasinelli, che sarà parroco di Nona fino al 1966, iniziava la stesura della cronaca parrocchiale. Il riferimento al pezzo di carne di bue è legato alla leggenda secondo la quale i nomi delle contrade appartenenti all’estinto comune di Oltrepovo vennero coniati in base alle risposte che gli abitanti davano agli offerenti dei resti del povero animale. Ammesso che spesso le leggende contengono qualche elemento di verità, l’origine etimologica di Nona ha certamente una relazione con il termine latino ANNONA, che significa "provvigione in prodotti naturali" ed anche "viveri, vettovaglie". Per quale scopo "l’ultimo paese che il Signore ha creato" poteva essere un deposito di generi alimentari? Non vi è che una spiegazione attendibile: Nona dovette essere in tempi remoti un importante punto di riferimento per i lavori minerari della Manina, e nello stesso tempo il nucleo abitato più vicino alle contrade della Val Bondione che furono per secoli intimamente legate alla Val di Scalve e dalla quale possono essere dipese per il rifornimento di alcuni generi alimentari.
La tradizione vuole che sia stato Designo il più antico insediamento: ma questo è confermato anche da molti ruderi che si osservano nella zona. La scelta di Designo certamente fu dovuta soprattutto alla sua posizione soleggiata. Questa contrada fu abbandonata dopo la terribile peste del 1630 e divenne quindi il centro agricolo degli abitanti di Nona. Narra una leggenda che le ultime vittime della peste furono una vecchietta ed una gallina: dopo che il pennuto aveva deposto l’ultimo striminzito uovo, ambedue tirarono le cuoia.
Posta a 1340 m. sul livello del mare, Nona è il centro abitato più alto della Valle, e con Pradella il più distante dal capoluogo di provincia.
All’inizio dell’800 (V. Mairono da Ponte, "Dizionario odeporico..." contava 115 abitanti; intorno al 1930, desumendo dall’elenco dei percepienti il sale, erano 190 e c’erano 39 nuclei familiari. Attualmente le famiglie sono 41 e complessivamente sono 96 abitanti: 45 donne e 51 uomini.
Se le leggende possono contenere degli elementi utili per una conoscenza storica, ben più importanti sono le "carte": dobbiamo quindi sorvolare alcuni secoli per poter acquisire alcune notizie indubbiamente attendibili. Sono a questo scopo utilissime ancora una volta le cosiddette "carte di famiglia" messe a disposizione da Giovanni Zamboni. Raccolte e ordinate dal padre Pietro (1905 - 1958) offrono spunti interessanti e danno il quadro di una contrada che ha certamente vissuto dei periodi di floridezza, derivante dalla grande estensione dei prati e dei pascoli circostanti, ma soprattutto dai copiosi affioramenti di minerale di ferro della Manina. Pietro Zamboni, ricordato da tutti come una persona mite e laboriosa, è una singolare figura di contadino "colto": primogenito di una famiglia di sette fratelli, rimasto orfano a 18 anni, fu costretto a tirare avanti l’azienda agricola familiare. Studiando per corrispondenza, ottenne il diploma magistrale, ma per una serie di circostanze sfortunate non potè mai fare il maestro. Nelle forzate pause invernali si dilettava a studiare e consultare i "libri di contrada" della Nona ed altri documenti, attingendo da essi preziose informazioni che riportava su piccoli quaderni e su fogli sparsi.
I dati più interessanti riguardano il ‘600 ed il ‘700. ma Pietro Zamboni, conoscendo il latino, è riuscito ad interpretare anche documenti più antichi; eccone alcuni esempi: sotto la voce "novità antiche" leggiamo: "trovo fra le carte un censimento della popolazione di Nona fatto nell’anno 1797, e secondo tale censimento si contavano 120 abitanti. Non erano però contati i Riccardi, gli Zamboni e gli Arrigoni perchè ritenuti forestieri. Si noti che i Riccardi contavano già 70 anni !" La famiglia Zamboni si trasferì da Gandellino a Nona verso la fine del ‘700: il capostipite Battista vi si era sposato con Marta Piccini. "Curnèle" è il soprannome di casato di questa famiglia; infatti a Gandellino vi sono ancora una abitazione chiamata "Cà Cornèla" la via Cornèla. "Nell’anno 1670 secondo il libro di contrada che contiene le polizze per la ripartizione delle tasse dovute annualmente al curato esistevano ben cinque famiglie Romeri; nello stesso anno si rileva che i cognomi erano: Duci, Boni, Baldoni, Romeri, Piccini, Chiappini, Camozzi e Tagliaferri. I Baldoni ebbero origine da Colere nell’anno 1668 . Messer Francesco fu Michele fu il capostipite della famiglia".
Leggiamo ancora su un foglietto che la vicinìa di Nona fu staccata da Vilminore l’anno 1474 e la divisione delle vicinìe di Bueggio, Pezzolo e Teveno avvenne il 22 gennaio 1577. Riguardo alla chiesa di S. Giacomo Pietro Zamboni annota che "fu fatta costruire verso il 1500 dalla famiglia Maffeo Albrici di Vilminore e venne donata poi dalla medesima famiglia alla contrada di Pezzolo" Alcuni nonesi invece sostengono che inizialmente l’edificio appartenesse a loro e che sia diventato proprietà dei pezzolesi a seguito della divisione dei beni delle contrade.

La chiesa, la parrocchia, i parroci

La storia di tutte le contrade è strettamente legata alle vicende della relativa chiesa; per quanto riguarda Nona, diventa difficile vagliare la notevole mole di informazioni a riguardo. Ci limitiamo quindi a stralciare qua e la alcune notizie.
Molto probabilmente la costruzione della chiesa ebbe inizio durante il ‘500 e la fondazione della parrocchia risale al 1614. Il primo parroco, che era mercenario, fu don Orazio Francesco Albrici di Vilminore, che andò poi a Bueggio nel 1638. "Mercenari" erano i parroci delle piccole parrocchie che non avevano beneficio; al loro sostentamento provvedeva il popolo con tasse e con servizi.
Nel 1614 i vicini di Nona donano al beneficio che si sta costituendo un mulino che si trova presso il ponte di Glenno.
Dal 1614 al 1966 furono a Nona 19 parroci, con una media di permanenza notevole: quasi 19 anni ! Un don Capitanio vi rimase 47 anni, dal 1681 al 1718; per 41 anni ressero la parrocchia don Silli (dal 1639 al 1680) e don Giovanelli (dal 1817 al 1858). Infine don Giovanni Piantoni (dal 1880 al 1913); fu parroco per 33 anni e morì a Nona lasciandovi un affettuoso ricordo.
Dopo la costruzione della chiesa proseguono i lavori per l’arredo interno: nel 1688 fu fatta l’ancona dell’altare dell’Immacolata.
Quindi dal libro di contrada leggiamo: "Adì 8 genaro 1713. Si sono congregati li uomini della contrada della Nona et si è proposto di fare una immagine della S.ma Concezione ed darla ad un intagliatore di tutta perfezione (...) et è stato balotato con bale ventidue tutte favorevoli et volontarie (...)."
Nel 1723 fu fatto il coro: imprenditori dell’opera furono Giuseppe Piccini "maestro" e Pietro Boni fu Comino.

Un artista leggendario: Giuseppe Piccini

Nel 1661 nasce a Nona Giuseppe Piccini, figlio di Viviano. Un personaggio legato alla leggenda anche perchè lo stesso Maestro Pedrini non è stato in grado di rilevare notizie sicure intorno alla vita ed alle opere.
E’ certo che crebbe alla scuola dei Fantoni e dei Romus di Edolo e non è improbabile che le tre celebri ditte insieme abbiano concorso per la realizzazione di importanti opere artistiche, come ad esempio nelle parrocchiali di Castione e di Tirano. In quasi tutte le chiese della Val di Scalve sono conservate opere del Piccini, e particolarmente a Nona, Pezzolo, Dezzo e S. Andrea; sembra che anche l’altare della vecchia chiesa di Bueggio fosse opera del maestro. Lo scultore nonese lavorò anche per alcune chiese della Valle Camonica.
Nella maturità pare che si sia ritirato "fra le altissime selve della sua Valle". Infatti Pietro Zamboni annota: "29 giugno 1721 - i capi famiglia si riunivano ed eleggevano due deputati: maestro Josef  Piccini (lo scultore) ed il maestro Pietro Boni per la costruzione di un acquedotto..." Per la chiesa della sua contrada produce un monumentale inginocchiatoio, o oratorio, che viene considerato il suo capolavoro: un’opera di finissimo intaglio e di valore inestimabile.
Tra le carte di Pietro Zamboni leggiamo a questo riguardo: "L’anno 1759 essendo parroco don Giovan Pietro Santi di Azzone veniva donato alla chiesa di Nona la reliquia di S. Vincenzo Ferreri, da parte di Vincenzo Olmo allora Podestà di Scalve. Costui riuscì però ad asportare da Nona il famoso oratorio dello scultore Piccini, capolavoro dell’artista". Fu un baratto imperdonabile, e lo Zamboni conclude: "la reliquia avrà anch’essa un po’ di valore, ma..." Si ha la certezza assoluta che il capolavoro sia quello che si può ammirare nella chiesa di Telgate, in quanto il prezioso mobile fu in seguito donato all’arciprete di quella chiesa da un certo Luigi Grassi Ghislotti di Schilpario; ma anche nel museo Poldi - Pezzoli di Milano c’è un oratorio che viene genericamente attribuito alla scuola fantoniana ( è stato poi confermato che l'opera è del Piccini).
Di quello conservato a Telgate esiste una minuziosa descrizione che Piccini stesso ha stilato di suo pugno nel 1725, lo stesso anno nel quale si ritiene che sia avvenuta la morte dell’artista.
Qualche tempo fa alcuni componenti il comitato di gestione della Biblioteca di Vilminore hanno fatto una "gita culturale" a Telgate, e dopo aver ammirato questo capolavoro di incomparabile bellezza, non escludono che si possa allestire in Valle - e perchè non a Nona ?... - una mostra sullo scultore scalvino.

Scutum e nomi dei "Simo Lares"

E’ abbastanza curioso che in una contrada di un centinaio di abitanti vi fosse un così grande numero di soprannomi di casato; essi sono facilmente rilevabili dai registri d’anagrafe del Comune, ed anche dai documenti della parrocchia. Le famiglie originarie di Nona non sono più di cinque o sei; spesso per i rami che ne derivavano venivano coniati nuovi nomi. Attualmente è difficile discernerli, anche perchè in passato venivano frequentemente adoperati soprannomi anche per le singole persone; tuttavia è interessante elencarli: CANOE, CHIMENS, CURNELE, GARBI, MARTU, MINGHI, TUMAS, DAVICC, PILIGRI, VALENTI, FIUR, NISOLE, GAI, POLICC, DOS, SINSI, MIRE, MARTUNSI, MARILI, SGAREI, FRER; quest’ultimo soprannome è molto diffuso in Valle di Scalve e deriva dall’attività prevalente di alcune famiglie: i lavoratori delle "frere" (miniere), fino all’inizio dell’800 erano chiamati "frerì". Li troviamo anche a Teveno (famiglia Piantoni) ed a Schilpario. Altri soprannomi si trovano in alcuni documenti, ma non sono confermati dalle testimonianze orali, come i PODESTA’ (Piccini); infine in un registro della parrocchia viene menzionata la famiglia SIBORIA'. SIMO' LARES è il soprannome attribuito agli abitanti della contrada di Nona: è inutile tentarne l’accezione; tuttavia il verbo "simà" significa "tagliare la cima", "simà sò" sta per "emergere"; infine, è usato nel linguaggio maschilista tutt’ora in uso.
Consultando il registro dei nati tra il 1825 ed il 1877, si può fare una statistica dei nomi di battesimo più comuni all’epoca, e che si sono anche fedelmente tramandati. Per gli uomini prevale il nome Pietro che è seguito, nell’ordine, da Viviano, Antonio, Fermo, Angelo, Giacomo, Giuseppe, Luigi e Gaetano. Nello stesso tempo troviamo anche alcuni nomi esotici: vi sono due Melchiorre, e nelle famiglie "Mire" nascono Procolo, Rustico e Gaspare.
Per le donne il primato appartiene ai nomi composti con Maria; e precisamente con Teresa, Anna, Caterina, Antonia, Flora, Maddalena; quindi seguono Maria, Lucia, Teresa, Margherita, Francesca, Giovanna e Giacomina.

Le grandi nevicate e la paura del Giavallo

Ancora dalla cronaca della parrocchia si possono trarre delle notizie sugli avvenimenti atmosferici: al termine del 1917 scrive don Zucchelli: "Terribile fu l’inverno 1916 - 1917 perchè quassù a Nona la neve in aprile raggiungeva l’altezza di quattro metri, però non vi furono disgrazie come si poteva temere a causa di valanghe, che potevano arrecare danni non lievi". Nel 1933 scrive il parroco don Zambruni: "In quest’anno 1933 avemmo un triste e lungo inverno con mt. 3 di neve..." In epoca più recente, vi furono delle eccezionali nevicate nell’inverno 1950 - 1951; don Pasinelli ne da una puntuale testimonianza: "anno 1950 - quest’anno è finito con la scomparsa di Nona dalla faccia della terra. Possiamo dire così perché siamo sepolti sotto parecchi metri di neve e quello che è peggio continua ancora a nevicare. Nessuna persona vecchia del paese ricorda un anno simile a questo. Speriamo almeno di non restare travolti da qualche improvvisa valanga dai boschi Strinati speriamo di no ora che son tutti folti di piante ma il Giavallo... rimane sempre la paura vecchia e nuova (...) ma se attorno al ponte del giavallo la valanga prendesse qualche curva a capriccio povera Nona! poveri Nonesi! (...)" . In un diario del maestro Pedrini leggiamo che le nevicate del 1888 provocarono enormi danni: il 29 febbraio "si misura (a S. Andrea) quasi un metro di neve, ed alla Nona quasi due metri". Quanto alla caduta di valanghe, le vallette che bisogna attraversare per raggiungere la Manina sono insidiose quanto il Giavallo: il 10 febbraio 1731 furono travolti da una valanga nel Sobalzo e nella Pedrassa due compagnie di frerini, composte da sei uomini: furono trovati il giorno seguente, dopo sedici ore: morì Giovan Battista Duci "Minghì"; gli altri sopravvissero. Questa notizia viene riportata alla 44° memoria del diario di Comino Morzenti di Teveno.

Leggenda delle tre vecchie

Una delle leggende più conosciute a Nona ci viene narrata da Emilia Boni (n. 1935). Pur variando in alcuni particolari rispetto al racconto di altri testimoni di Nona, riportiamo alla lettera la sua versione: "Era inverno, e da parecchio tempo, dopo il crepuscolo, puntualmente si introducevano in una casa di Nona tre misteriose vecchiette: provenivano dai "pìs", nella valle verso il Nembo, o forse dal Giavallo. Partecipavano alla "filanda" delle donne e delle ragazze del paese. L’aria di mistero che portavano con sè era accentuata dal fatto che se ne stavano mute vicino al focolare ad ascoltare...
Verso mezzanotte improvvisamente si dileguavano nel buio: nessuno sapeva da dove venissero e dove potessero trascorrere il resto della notte. Una sera, i ragazzi della famiglia ospite, decisero di fare uno scherzo a queste misteriose vecchie: finalmente avrebbero parlato ! Un’ora prima della visita, i ragazzi posero sul fuoco le due pietre sulle quali si accomodavano gli... ospiti. Rimesse al loro posto le pietre, si rifanno vive le tre vecchie e si siedono sui sedili roventi: apriti cielo! rialzandosi immediatamente, alla turca, riassettandosi frettolosamente i vestiti, proferiscono queste parole: "scòto scòto mè pelàdo gnirò pio ‘nde ‘sto cuntràdo e per set generassiù ‘nde ‘sto ca 'l ghe ‘nsarà mio de pio dè du !"
Il feroce scherzo dei ragazzi costò assai caro alla loro famiglia, perchè in essa, per sette generazioni, non vi furono più di due maschi contemporaneamente.
Molti racconti hanno spesso qualche relazione con storie di morti che si "rifanno vivi" nei modi più strani: "di notte si aveva paura a passare dappertutto: le Corne Strette, il Giavallo, il bosco di Cangia, la Polza... si diceva che in questi posti si sentivano i morti. Mia madre mi diceva di recitare gli "eterni riposi"... io non sò, perchè erano sempre affamati ed i morti li importunavano dappertutto... Si racconta che sulle rocce del crinale che separa le Saline dalla Bellavalle compariva spesso un prete che celebrava la messa: quando andavo al Gleno con mio padre, a raccogliere il fieno o la genziana, me lo ricordava sempre... me lo raccontava proprio con fede...".
Il miglior deterrente per superare la paura delle apparizioni dei morti sembra fosse quello di recitare preghiere per loro: "il Memo (Boni Fermo) raccontava che andava a Bueggio a "moròse", e quando tornava a casa era inseguito da una processione di gente che cantava. Dicevano anche che si vedevano spesso delle persone che ballavano alle Corne Strette. I nostri vecchi raccontavano che, dopo aver "cresìt", cioè aumentato gli orèmus, le apparizioni cessarono definitivamente".

La corriera della Nona

"Anno 1955 - nel mese di giugno ha incominciato ad arrivare la corriera a Nona". L'informazione viene fornita dalla cronaca aggiornata da don Pasinelli. Il quale aggiunge: "Adesso abbiamo ormai tutte le comodità principali. Due osterie, due botteghe di generi alimentari. Non si ha tante comodità nemmeno in città... e qui in un paesino di duecento anime..."
La strada nuova Pezzolo - Nona era stata completata nel 1933. L’istituzione di un servizio di trasporto pubblico per Nona e per le altre frazioni di Oltrepovo era stato sollecitato dalle autorità comunali e dai dirigenti della Soc. Ferromin, anche perchè alla miniera erano occupati oltre duecento operai.
Il primo autista della corriera fu Luigi Magri (Gino): a soli venti anni, non aveva ancora conseguito la patente di 3° grado per poter guidare una corriera. "Era come ai tempi del Far-West" - ricorda lo stesso Luigi Magri: "Era un OM TAURUS non unificato, quelli col muso davanti; un residuato bellico, per intenderci. Ho fatto l’autista di questa linea per cinque o sei anni. Dormivo a Nona dal Riccardi e partivo alle 4,40 per la coincidenza del pulman di Milano che passava a Vilminore alle 5,15. Quindi tornavo a Nona per il trasporto degli operai. Per le otto ero di nuovo a Vilminore: la gente andava all’ambulatorio, al consorzio agrario. Erano complessivamente sedici corse al giorno. La fermata era in piazza Vittorio Veneto e lì si faceva il carico di sacchi di farina e di tutto un pò. La corriera che aveva 26 posti a sedere, era sempre piena...
D’inverno era dura, perchè la sera dovevo togliere l’acqua dal radiatore per rimetterla alla mattina... niente riscaldamento... le catene erano di tipo artigianale…" Una mattina che c’era una forte tormenta, superata la prima curva scendendo da Nona, trovo la strada completamente ostruita dalla neve e informo l’unico passeggero che era don Piero: "o ci fermiamo oppure tento di superare la barriera! Con il suo consenso ho arretrato di 40 metri, ho preso la rincorsa e sono partito... don Piero recitava i requiem a raffica... insomma, per un bel tratto non si vedeva più niente... una volata! don Piero continuava a gridare: Gino, fèrmet che ‘nse còpo ! ..."
Quanto alle trombe della corriera, erano talmente familiari ed assordanti, che i ragazzi di Bueggio avevano affibbiato al simpatico e temerario autista un soprannome onomatopeico. Sulla scorta delle testimonianze raccolte emergono alcune caratteristiche proprie della popolazione di Nona. Nella cronaca parrocchiale scritta dall’inizio del ‘900 fino agli anni cinquanta, si trova spesso l’espressione "...questa buona popolazione, ecc..."
I testimoni diretti concordano soprattutto su un aspetto, e cioè quello di una grande solidarietà. "…Quelli di Nona... si aiutavano a vicenda come fratelli..." Ed ancora: "c’era sì tanta povertà ma anche una forte solidarietà..." Emblematica è stata a questo proposito la figura di Rosa Mistica Boni (1887 - 1965).
Madre di dieci figli, trovava sempre il tempo per dare una mano a tutti: "se c’era, qualche ammalato... passava intere notti ad assisterlo... non pretendeva niente in cambio. Era come un medico ma anche un ottimo consigliere. Era una persona di una discrezione eccezionale. Era molto energica... ma con un amore del prossimo..." 
Nona ha dato i natali allo scultore Giuseppe Piccini, ma si scopre ora che anche altri artisti collaboravano con lui. L’arte dell’intaglio si è poi ben mantenuta a Nona. Racconta un testimone: "Anche mio padre era uno scultore: aveva scolpito cose meravigliose... io andavo a S. Andrea a prendere il legno di martèl (bosso) dal Martino..." La non felicissima posizione geografica, con le stagioni invernali che a volte duravano oltre sei mesi, ha favorito l’intraprendenza degli abitanti e ne è derivata una netta attitudine all’autosufficienza: il reddito proveniente dal lavoro nelle miniere era costantemente integrato dall’allevamento e dai prodotti della terra: foraggio, segale, orzo, canapa e lino. Il frerino, il portino, lo strusino erano allo stesso tempo ottimi agricoltori che provvedevano autonomamente alla costruzione di qualsiasi attrezzo: dall’arnese per correggere la crescita delle corna degli animali al "campàs", vocabolo tipico di Nona che indica il gerlo grande, usato per la raccolta delle foglie. Gli stessi nonesi, con oculatezza, al momento giusto, raccoglievano le rane, le lumache, i funghi, la genziana; dalle carte di Antonio Magri "Scaramèla" di Pianezza sappiamo che nel 1906 acquistò 20 q.li di radice di genziana, raccolta in gran parte dai nonesi.
In questo tentativo di raccogliere alcune notizie sulle storia della contrada di Nona e dei suoi abitanti, che non è altro che l’indicazione per ulteriori ricerche ed approfondimenti, si è utilizzato nella parte introduttiva uno scritto di don Piero Pasinelli; per concludere è ancora la sua vivace "cronaca" a fornirci una divertente nota di colore "politico" sui nonesi: "Anno 1946 - vi furono le elezioni politiche e il referendum: a titolo di cronaca e ad onore e rispetto delle idee dei nonesi si nota che tutti unanimi votarono in favore del re perchè convinti che la repubbliche non vanno mai bene. Tale diportamento lo tennero anche quelli di Colere e di Napoli".
A cura di Agostino Morandi

***

Si ringraziano per la collaborazione: Giovanni Zamboni, Antonio Boni, Maria Boni, Emilia Boni, Maria Angela Duci, Abele Boni, Luigi Magri, Maurizio Duci, Orsola Isabella Boni, G. Mario Morandi

www.scalve.it