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Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

METO e PIANEZZA: documenti, testimonianze, notizie
Gente di "Planitia"
Storie di parroci, di maestri… di orologi, di strade
A cura di Agostino Morandi

"In Pianeza canta ol gal e'l faurìs (incoraggia) tuta la Val". Il proverbio è riportato nei manoscritti sulla Valle di Scalve di Antonio Tiraboschi, depositati presso la Biblioteca Civica di Bergamo.
Lo stesso riferisce di essere venuto a conoscenza di questo aforisma dal sacerdote Simon Pietro Grassi di Schilpario, ed è citato anche da Giampiero Valoti (Cfr.: Havvi Gente..., p. 101).
"Questo dettato - spiega il Tiraboschi - ebbe origine dalla credenza che da una peste desolatrice scampasse un solo uomo di Barzesto; anch’egli abbandonava la sua Valle desolata, quando dall’alto di Pianezza udì il canto di un gallo. Mosse tosto a quella volta e quivi trovò una povera donnicciuola colla quale s’intese. Per la loro unione la Valle di Scalve si ripopolò e da quel tempo si tenne di buon augurio il canto del gallo, che si fa udire dalla parte di Pianezza". Eugenio Pedrini nelle sue "Notizie cronologiche raccolte sulla Valle di Scalve" ritiene che la peste in questione fosse quella del 1630 che semplicemente - e non è poco - decimò la Valle. Con il suo stile rigoroso puntualizza che il superstite di Barzesto non abbia incontrato una "povera donnicciuola", bensì una graziosa "fanciulla". Tornando al Tiraboschi, nelle pagine dedicate a Vilminore scrive che "dal caseggiato principale s’innalzano il colle del Gallo e la Costa".
Se si può azzardare una interpretazione del termine Pianezza in latino "planitia" ha anche il significato di "pianura, piano"; ciò sembrerebbe verosimile, anche se in Valle di Scalve pianure vere e proprie non esistono, al massimo sono delle terrazze con un lieve declivio. Applicando un’etimologia latina anche per Meto, "meta", nella lingua di Cicerone stava anche come "luogo ove si gira". Il tracciato della più antica strada che conduceva alle due contrade, come si vedrà, potrebbe confermare questa supposizione.
Con i documenti che si conoscono, risulta vano il tentativo di datare i primi insediamenti delle due contrade: forse questo si potrebbe stabilire con una specifica ricerca.
A Pianezza è possibile che fosse stata costruita una rocca, un castello, od una torre, considerando la posizione strategica e di osservazione, in direzione della gran parte del territorio della Valle.
Con la realizzazione della nuova strada si è reso necessario radere al suolo una costruzione caratteristica, che era situata nell’attuale piazza, che gli abitanti del luogo chiamavano "la torre" ed anche "tor di pagà". "Pagani" che si ritrovano dappertutto nelle nostre zone. Anche poco a monte di Meto ci sono delle profonde fessure nella roccia dentro le quali la tradizione vuole che fossero stati segregati i pagani. Per quanto riguarda Meto che è la più piccola contrada del Comune di Vilminore, alcune informazioni vengono fornite da Miriam Romelli: non ci sono notizie sicure intorno all’epoca dei primi insediamenti. I primi dati riguardano i Romelli, che è il cognome unico per tutti i nuclei familiari. Consultando ancora il Pedrini, nello scritto citato, leggiamo che "nel 1491 un ramo dei Batilli di Dezzolo (...) passò di questi tempi a Vilminore col cognome di Romelli. I Romelli ebbero nel parteggio del bosco della Costa detto l' "Astengo". La notizia più volte riferita dal maestro di S. Andrea trova una conferma nella data incisa sulla pietra dell’abitazione di Pietro Romelli a Meto, e precisamente nella stalla, che è certamente la parte più antica della costruzione. Quanto all’origine dei Romelli, bisogna ricordare che c’è anche un’altra versione conservata nella memoria collettiva, secondo la quale essi sarebbero giunti a Meto dalla cittadina di Breno.
Tuttavia ci si chiede se è verosimile che in una costa tanto soleggiata i primi insediamenti possano aver avuto inizio solo nel XV  secolo... Alcuni testimoni riferiscono che a est dell’abitato, nella zona chiamata "le stalle", esistevano dei tuguri, dei quali si è trovato una traccia durante lo sbancamento della nuova strada. Nello stesso luogo sono tutt’ora evidenti i resti di un’antica fontana - abbeveratoio.
E’ quindi possibile che nella costa di Meto ci fosse qualche edificio anche prima dell’insediamento dei Romelli. Si è accennato alla più antica strada di collegamento per Meto e Pianezza: questo era d’altra parte il tracciato più naturale, perchè iniziava alla "Valle di Croce" e sebbene con una notevole pendenza iniziale, raggiungeva Meto a quota 1154 in poche centinaia di metri e quindi Pianezza, a quota 1263. Ora il sentiero è franato in corrispondenza della cascata, ma si può osservare che aveva una larghezza di oltre due metri, e nel tratto più ripido era ben lastricato. La strada proseguiva con un tornante a destra verso l'attuale "Sepolcro", e con un altro a sinistra verso Meto, raggiungendo la contrada proprio nella parte centrale. Durante i lavori di costruzione della strada Vilminore Pianezza, negli anni ‘70, sopra il caseggiato "Rina" fu scoperto e quasi completamente demolito un forno, o meglio, un reperto di eccezionale importanza: una calchera ricavata completamente nella roccia per la produzione di calcina di tufo: Questo fu il risultato dell’analisi chimica effettuata per l’interessamento dell’Ing. Andrea Bonicelli, il quale, in un primo momento aveva ipotizzato che si trattasse di una "reglana" o di un forno sabatino, manufatti che servivano per la torrefazione del ferro o di altri metalli. Giuseppe Romelli sostiene che questa "calchera", alta circa due metri e con un diametro di tre, fosse molto antica: sarà stata utilizzata per la costruzione delle case di Meto e forse anche di Pianezza; non si può escludere però che questo forno di produzione di una particolare calce viva sia stato utilizzato anche in occasione della costruzione della chiesa e della torre campanaria di Vilminore: infatti nelle memorie del notaio Oprando Albricci, prezioso ed inedito documento nel quale vengono descritti i principali avvenimenti che si sono succeduti in Valle tra il 1780 ed il 1840, si legge a riguardo della costruzione del campanile, che peraltro dopo otto anni di lavoro crollò il 22 settembre 1789: "... la erezione delle calchere per la calcina fu tutta somministrata gratuitamente dai membri componenti la vicinanza di Vilminore..."

"In luglio 1673 hanno proposto dl fare il campanile"

Nello Zibaldone contrassegnato con la lettera L del Maestro Eugenio Pedrini (1847 - 1926) si trova la trascrizione di una parte del libro della contrada Pianezza, relativo al periodo 1600 1700. Il transunto sembra essere stato fatto dal figlio Lorenzo, (1893 - 1918) il quale appone le proprie iniziali al termine dello scritto. In qualche parte del libro, nel 1853 un anonimo aveva aggiunto alcune "osservazioni". "La trascuratezza nella custodia e nella conservatione dei pubblici registri ha cagionata la perdita di alcune carte in principio ed anche in fine del presente libro (...) però si ritenga pure per certo che, anno più anno meno questo libro ebbe principio all’epoca nella quale venne eretta la Cappellania di questa Chiesa, che fu l’anno 1648. (...) Si presume che l’edificazione della Chiesa risalga al 1500 e le opere relative alla medesima come l’ancona, il quadro, ossia l’immagine del protettore S. Lorenzo e una campana di pesi ventidue e mezzo (oltre 170 Kg) che certamente vi era, siano tutte queste opere contenute nel già nominato libro della contrada che non si sa che fine abbia fatto".
In ordine cronologico, a partire dal 23 dicembre 1650, fino al 1708 si trovano una serie di notizie utilissime. Per maggiore praticità, si riporta alla lettera una parte del riassunto eseguito dall’anonimo citato. "In luglio del 1673 hanno proposto di fare il campanile e l’anno incominciato subito.
Li 14 ottobre 1674 hanno fatto l’accordio (contratto) di terminarlo in luglio del 1675 con due maestri di Vilmaggiore, Gio. Antonio Tagliaferri e Pietro Cantamessi, obbligandosi a pagare ai detti maestri cinquanta scudi che importavano L.300.
Undici anni dopo la costruzione del campanile essendosi rotta l’unica campana si fece rifondere in Schilpario e si fece la spesa di L.150. Contiguo affatto alla Chiesa vi era una stalla detta la stalla della Tomasina; questa, oltre essere indecente al luogo sacro, cagionava alla chiesa cattive conseguenze, onde congregati i capi di famiglia della contrada dietro la direzione del benemerito sacerdote Don Domenico Morzenti di Bueggio Cappellano di Pianezza, proposero di comprarla per demolirla (...) e così fecero l’ultimo di novembre del 1700. Anche i due quadri della Concessione della Madonna (sic) e di S. Salvatore fatti dal pittore Baldassar Rocca di Bormio in aprile dell’anno 1699. (...) Al quadro di S. Salvatore è stata sostituita la Madonna Addolorata l’anno 1820.
Sino all’anno 1693 la Chiesa non ebbe mai capitoli di rendita ma era sostenuta la più parte da limosine di butirro, di formagello ecc… et occorrendo anche di talie, a riserva di qualche legna nelle crape e nei mezzolini nella qual epoca fu investito un capitale di L.200".
L’anonimo che ha riassunto le notizie del libro di contrada conclude con l’informazione che il cappellano don Morzenti, dopo aver servito la Cappellania dal 1682 al 1710, fu fatto curato di Bueggio "sua Patria", e prima di morire, nel 1629, con testamento ha lasciato "il caselino sotto la sagristia vecchia".
L’esistenza della chiesa di Pianezza, che era più propriamente un "oratorio", cioè luogo di preghiera, è confermata dai verbali del visitatore inviato da S. Carlo Borromeo: la visita in Valle di Scalve avvenne nel settembre del 1575. L’estensore del verbale dedica poche righe all’oratorium campestre S. Laurentii Planetia; scrive che ha un altare staccato dalla parete, non ha rendite e si celebra solo il giorno di S. Lorenzo. L’oratorio di forma rettangolare, misurava 15 x 10 braccia.
Il campanile consisteva in un pilastro con una campana. Scorrendo la trascrizione del libro di contrada eseguita dal Pedrini, si leggono alcune informazioni interessanti, anche per quanto riguarda i nomi, i cognomi, ecc. "Mager" è il cognome più ricorrente; vi sono però anche i Romelli, i Taiafer, i Vaerini (che sono per l’esattezza Tagliaferri e Vaiarini). Nel 1680 viene menzionato un Gio. Ronchi; nel 1708 un Tomaso Bianchi. I nomi di persona (maschili) si ricavano dalla cronologia che riporta le nomine dei sindaci della chiesa (Gisiola di S. Lorenzo); essi sono: Bertolame, Giovanni, Bernardo, Martì, Nicola, Deleido, Mafe (anche Maffeo), Pietro, Marco e Zampietro. Abbastanza comune doveva essere anche Viviano: infatti troviamo che nel 1673 vengono eletti sindaci Marco Magri ed un certo Vivianino q. Romelli.
Le donne compaiono solo incidentalmente sul libro di contrada: la già menzionata Tomasina ed una certa Francesina "molie del q. Zanantone Magri". Nel 1657 forse esisteva il legato del "sale": in quell’anno viene fatto il "compartito del sal", cioè la distribuzione alle famiglie del prezioso prodotto. Ancora oggi vi è un piccolo bosco denominato "del sale": era consuetudine che venisse utilizzato da tutti, per ricavarne un po’ di legna, una trave per il tetto od una stanga. Nelle carte di famiglia messe a disposizione da Ezio Magri si trova l’elenco della "dispensa della farina dalla eredità Tagliaferri di Pianezza": nel 1831, per esempio i 12 percepienti ne ricevettero complessivamente 52 pesi (un peso = 8 Kg. circa).

L'orologio: "sono gia" molto tempo che vado pensando e ripensando...

L’orologio pubblico sul campanile, nel corso dell’800 ha sostituito definitivamente le meridiane, delle quali si scoprono ancora frammenti qua e là sulle vecchie abitazioni.
L’utilità di sistemare l’orologio sulla torre del campanile si spiega soprattutto per il fatto che veniva così a trovarsi in una posizione già di per sè strategica. Dal momento che la gran parte degli abitanti della Valle svolgeva lavori agricoli, anche a notevole distanza era possibile avvertire i rintocchi della campana. E per gli abitanti delle contrade diventava anche un motivo di prestigio poter disporre di un orologio pubblico. Considerato quindi di pubblica utilità, le relative spese venivano sostenute dal Comune. Pianezza nel 1872 era l’unica contrada del Comune di Vilminore che non avesse l’orologio pubblico. Tra le carte di famiglia di Antonio Magri (n.1961) si trovano due commoventi documenti: il primo consiste nella richiesta ai capi famiglia di Pianezza circa un’ "adesione di massima" all’iniziativa; il secondo è una petizione in grande stile, rivolta alla Giunta Comunale. Ecco il contenuto del primo documento, scritto da Gaetano Magri il 31 dicembre 1872: "Io unito insieme ai miei compatriotti sono già molto tempo che vado pensando e ripensando al gran bene che sarebbe il poter avere l'orologio sul Campanile. Ora però per poter metter mano all’opera come spero che sarà il desiderio di tutti vengo con questa mia a pregarvi a sottoscrivere ognuno ciò che avrete determinato per la offerta.
Nel caso che l’opera non venisse eseguita secondo il desiderio di noi tutti per causa che non si trovasse un orologio da potersi mettere sul nostro Campanile o per qualche altro motivo sarò responsabile di rendere ad ognuno il denaro ricevuto".
Sottoscrivono il documento 22 capi famiglia, oltre allo stesso Gaetano Magri; la sottoscrizione - 59 lire italiane - è una garanzia perchè l’iniziativa possa avere un buon esito.
Infatti il 3 marzo 1873 viene presentata all’ "Onorevole Giunta Municipale" di Vilminore una istanza che si riporta integralmente: "La necessità in cui versano gli abitanti della frazione di Pianezza di essere provvisti di pubblico orologio, la cui mancanza li pregiudica molte volte nei loro interessi, lavori agricoli, domestiche occupazioni, orario delle scuole, ecc..., la cui mancanza, fra tante frazioni che compongono i comuni della Valle di Scalve, non si osserva che in questa, non potrà a meno di non balenare alla mente anche dell’Onorevole Giunta Municipale. Se si fa riflesso alla posizione topografica dell’abitato di Pianezza del tutto isolato e sgregato da cotesto capoluogo e dalle altre frazioni, per cui gli abitanti sono positivamente impossibilitati d’orizzontarsi al suono delle ore di altri orologi; se si fa riflesso al numero della popolazione che ammonta a 130 e più abitanti, che come membri di questa comune concorrono sempre alle spese che si debbono dallo stesso sostenere (...) si ravvisano in diritto che sia munita la loro torre di pubblico orologio, per lustro e loro comodità, onde si sappia almeno in che ora si nasce e si muore, come richiede anche lo stato civile.
Tenuto calcolo infine che tale spesa non si fa sopportare che in parte alla cassa comunale; stante che alla presente si atterga una volontaria sottoscrizione a farne dell’opera stessa (...)".
I sottoscrittori concludono ringraziando e si dichiarano certi che la Giunta "vorrà compiacere al voto di tutta una popolazione, ordinando quanto prima perchè si provveda in proposito (...)". Questa volta sono 34 capifamiglia - tutti Magri, tranne un Bonomi, due Romelli ed un "N.N." - e mettono a disposizione del Comune la somma di L.78.

Un orologio "all’italiana"

Nell’archivio del Comune di Vilminore non c’è traccia della risposta della Giunta; tuttavia, a seguito di una analoga petizione degli abitanti delle contrade di Dezzolo e S. Andrea, che è datata 27 aprile 1878, che era intesa ad ottenere la sostituzione dell’orologio, risulta che quello di Pianezza entrò in funzione al termine dell’anno 1873.
Gli artigiani incaricati dal Comune furono Memi Lorenzo con figlio Giuliano "orologiaio da torre in Albino". Nel "breve progettino", nonché preventivo presentato dallo stesso Memi per l’orologio di S. Andrea, si legge che la "piccola macchina ascenderà al carico aprossimativo di Kg. 44 non meno". Il sistema della batteria sarà "all’italiana, cioè a ore sei, con sei, escluso però della mezz’ora".
Il prezzo della macchina è di 425 L. ed il vecchio orologio dovrà rimanere "di ragione del fabbricatore".
Per analogia, quindi, si può ritenere che anche il prezzo dell’orologio di Pianezza, avendo le stesse caratteristiche di quello di S. Andrea, sia stato di circa 400 L., o poco più.
In una lettera del 30 settembre 1878, il Memi fa presente al Sindaco che dovendosi recare a Nona per collocarvi l’orologio, sarebbe. Disposto ad effettuare la riparazione di un guasto di quello di Pianezza, ma essendo scaduto il triennio per la "gratuita manutenzione": a questo punto chiede un adeguato compenso. Nella minuta abbozzata dal Sindaco di Vilminore sul dorso della lettera del Memi, si chiede che la riparazione potrebbe essere gratuita: "... Dappoichè ancor molto le resta da fare in questa Valle, voglio ritenere che non la baderà per il sottile a un’inezia e correre rischio di compromettersi in affari di maggior rilevanza. Il Sindaco conchiude la sua risposta senza occultare il tentativo di mettere in atto una velata e appassionata concussione: "... La prego pertanto confidenzialmente (...) acciò Ella abbia il meritato onore, e le sia arra (cioè: caparra) di nuove imprese, cui dove valga troverà dal canto dello scrivente appoggio, favore, preferenza". O tempora! o mores!
L’orologio di Pianezza mantiene ancor oggi la sua peculiarità "all’italiana", anche se nel 1992 la parte meccanica è stata sostituita con un sistema elettrico, mentre il quadrante sulla torre non è stato modificato. Il vecchio orologio è diventato per Pianezza un importante e prezioso cimelio.

Bech, Munusi’, Zamblere, Pascente...

Anche a Pianezza c’è un notevole numero di soprannomi di casato. Gli abitanti della contrada sono chiamati "BECH": il termine onora la capra maschio, tuttavia questo "scutùm". non sembra essere gradito a tutti. Ciò è anche una conferma che i soprannomi venivano imposti reciprocamente tra gli abitanti delle contrade ed entravano nel linguaggio comune, mantenendo il più delle volte un’accezione canzonatoria. In questo caso però ci può essere anche un motivo fondato, perchè è vero che a Pianezza si allevavano una sessantina di capi bovini, ma le capre erano numericamente superiori. Per i soprannomi di casato si può cercare di stabilire un ordine secondo l’importanza numerica della famiglia: SCARAMELE, CALCHEROCC, NIOI, ZAMBLERE, ZANDALEI, GESUE, UPI’, GAETANE; quindi seguono: FACENDE, CHILL’ANGEL, GUSI’, PIEMUNTES, QUAITE, MARCELE, CAMOSE e PUTINE. 
"CAPITANE" è piuttosto recente perchè un Capitanio Agostino di Vilminore si stabili a Pianezza meno di cent’anni fa.
Anche per gli abitanti di Meto, i "MUNUSI“ lo "scutùm" non è dei tutto fuori luogo e lo spiega Giuseppe Romelli: "munusì" era un alimento che si preparava con latte e polenta: questa poteva essere fredda o calda; raramente si faceva anche con polenta e vino, ma sempre munusì era... . Nella bella stagione questo pasto si consumava stando seduti sui gradini all’esterno delle case". Meto, da tempi immemorabili regno esclusivo dei Romelli, conta solo due soprannomi: PASCENTE e PRANDE; quest’ultimi divisi in due rami: quelli di "sopra" e di "sotto". Il termine "pascente", è attribuito a persone calme e tolleranti; trova senz’altro riscontro negli abitanti di Meto; ma come non ricordare le pur rare e memorabili sfuriate di Angelo Romelli (1891 - 1980) che era considerato e stimato come un patriarca...
A Pianezza viene ancora ricordato dagli anziani un personaggio di spicco: Antonio Magri "Scaramela" (1856 - 1931). L’archivio dello stesso, che era dirigente alle miniere di Manina, è stato descritto nel numero di dicembre 1992 di "Vilminoreinforma".
Tunì Scaramela rimane ancora oggi un emblema per Pianezza; le sue "carte" consistono in decine di registri attinenti la direzione delle miniere di Manina; corrispondenza con gli industriali Gregorini, relazioni, libri - paga. Inoltre, anche per tradizione familiare, si era fatto un nome anche per la produzione di genziana. Dalla minuta di una sua lettera, risulta che nel 1910 era agente della Compagnia Winter di "Waschington".
Può essere che vi fosse con questa ditta qualche scambio di generi alimentari o di distillati.

Quelli di Pianezza non mollano

Come si è visto, alla fine dell’800 vi erano a Pianezza 130 abitanti: dopo questo periodo è iniziato il trasferimento, prima per causa dell’emigrazione e quindi, a mano a mano, appena era possibile si costruiva la casa a Vilminore. Questa scelta obbligata è toccata anche ad Agostino Capitanio; "ho costruito la casa a Vilminore nel 1968... ma se ci fosse stata la strada avrei fabbricato a Pianezza".
Attualmente nella contrada vi sono 50 abitanti.
Ben più consistente è stato lo spopolamento di Meto: Giuseppe Romelli ricorda che nel secondo dopoguerra vi erano 48 abitanti. "Quelli di Pianezza hanno tenuto duro... ma verso gli anni '60, eravamo una squadra di giovanotti; sistemare le abitazioni era impensabile e quindi il trasferimento a Vilminore era l'unica soluzione anche in vista del matrimonio..."
La ristrutturazione delle abitazioni iniziata dopo l’arrivo della strada non ha però ancora ottenuto l’obbiettivo di far rinascere la piccola contrada che oggi conta 9 residenti. E’ diventata una tradizione che i Romeili si diano l’appuntamento il 24 maggio di ogni anno, in occasione della festa di Maria Ausiliatrice. La piccola cappella, che misura m. 4x4 è stata probabilmente eretta nel corso dell’800.
Dopo la costruzione della strada nuova è stato aggiunto il portichetto, che ha le stesse dimensioni della cappella. La devozione a Maria Ausiliatrice viene ribadita anche in una "promessa" che gli 8 capi famiglia di Meto sottoscrivono il 24 febbraio 1924. Il documento è conservato da Marilena Romelli. Vi si legge che "essendo stati colpiti da una infezione tifosa in questo inverno, affinchè S. Maria Ausilistrice li preservi per l’avvenire da ogni contagio (...). Essi si obbligano coi membri delle loro famiglie nel giorno 24 maggio, ad astenersi dal lavoro ed a frequentare la messa e altre Sante funzioni che si celebreranno nella Contrada, come in un festivo di precetto. A questa promessa si obbligano per 5 anni e cioè dal 1924 al 1928".

Don Antonio Magri "Manca Mai"

Nella seconda metà dell’800, per ovviare alla mancanza di sacerdoti nella diocesi, il vescovo di Bergamo mons. Speranza dispose che potessero accedere all’ordinazione sacerdotale anche laici, anche se privi di una adeguata istruzione in seminario, scapoli oppure vedovi. La prima ordinazione di questo genere fu quella di Giovan Bono Piffari di Lizzola: il Piffari era sacrestano; rimasto vedovo, dopo un anno di istruzione sommaria fu ordinato sacerdote a sessant’anni e resse la parrocchia di Lizzola dal 1874 al 1891. "don Gioambù" non era parroco, ma curato. L'attività pastorale di questi preti era limitata alla celebrazione della messa e ad una generica istruzione religiosa.
Antonio Magri era nato a Pianezza il 27 dicembre 1853, ed apparteneva alla famiglia "Nioi"; era fratello di Stefano, che ha fatto il fotografo a Vilminore. Certamente il Vescovo sarà stato sollecitato dagli abitanti di Pianezza con qualche petizione. Antonio Magri viene ordinato sacerdote a 26 anni, nel 1879 ed è cappellano del paese fino al 1932, anno della sua morte. Viveva con una sorella, e condivideva una dura esistenza insieme con i suoi parrocchiani. Celebrava la messa tutte le mattine, quindi si dedicava ai lavori agricoli; aveva una mucca ed una cascina in cima al prato di "Carina" e spesso dava una mano ai più bisognosi, come le vedove e gli anziani, soprattutto durante la fienagione. Per un certo periodo fu anche maestro elementare della sezione maschile della scuola di Pianezza. L'8 maggio 1890 l’ispettore scolastico di Clusone visita la scuola di Pianezza: la sezione maschile è diretta dal Maestro Magri don Antonio e quella femminile da Magri Antonia. Le "raccomandazioni" contenute nella relazione inviata al sindaco sono più o meno uguali per tutte le scuole del Comune: anche per Pianezza si prega di "provvedere d’un locale più ampio... di banchi più adatti, ecc.". Per quanto riguarda la scuola femminile lo spigliato ispettore invita a provvedere "delle immagini di Cristo e del Re, le attuali essendo rese dal tempo e dall’umidità indecenti".
In una lettera inviata alla Giunta Municipale il 31 maggio 1894 don Antonio fa presente che essendosi recato dall’esattore comunale "per riscuotere l’intiero assegno per la scuola semestrale", gli fu risposto che il pagamento non poteva essere fatto che alla fine dell’anno. Chiede quindi alla Giunta di ordinare il pagamento entro il 15 giugno, minacciando di non svolgere più "nessuna prestazione a riguardo di scuola".
Quindi si sottoscrive "um.mo servo Sac. Antonio Magri M. Elementare". Per comprendere alcune caratteristiche di questa simpatica figura di sacerdote, maestro e contadino, non c’è modo migliore che riportare le testimonianze di alcune persone che l’hanno conosciuto. "lo gli ho servito la messa, mi, aveva preparato mio zio don Antonio (che diventerà parroco di Valcanale); a sei anni sapevo il latino. Don Antonio mi dava certe stungiàde... ma quando si avvicinava S. Lucia diceva: tusèi, purtèm la scarpa!.
Quando c’era l’avvisaglia di un temporale partiva con la zappa in spalla e andava a liberare le strade, a tenere aperti i canali". Qualcuno ricorda che mentre don Antonio si precipitava per prevenire in prima persona i possibili danni... materiali, il vecchio Calcheròt, a qualsiasi ora, anche di notte, si metteva un perpuntì (trapuntino) sulla testa e correva a suonare le campane.
Egli era sagrista e addetto anche. al caricamento dell’orologio. "Lo chiamavano Mancamai perchè non si perdeva nemmeno un funerale in Valle... però non era un oratore; scampava del suo manca mai... girava le parrocchie; partecipando ai funerali ed alle feste, gli davano qualcosa" (Arcadio Pacifico Magri, n. 1922).
"Avevamo una certa soggezione, ma le botte le prendevamo da quello di Azzone, don Bettoni, che era l’arciprete di Vilminore. Don Antonio faceva il catechismo ai ragazzi..." (Lorenzina Domenica Magri, n 1923).
Tra le carte di Giuseppe Romelli si trova una nota delle spese per il funerale. Della nonna Spada Maria. Alla cerimonia, avvenuta il 10 luglio 1922 parteciparono ben dieci sacerdoti: il compenso per l’arciprete di Vilminore fu di L.21, mentre al cappellano di Pianezza toccarono L.13. Dal momento che a Pianezza non esisteva un beneficio parrocchiale che sarebbe servito per il sostentamento del cappellano, tutti contribuivano come potevano: "...era severo, ehee... non si parlava di andare in chiesa co lì màneghe trade so... . Quando si uccideva il maiale, la braciola era per don Antonio..., il formagello era per don Antonio..." (Giuseppina Giovanna Magri, n. 1915).
Era una tradizione consolidata fare un omaggio al parroco in occasione della macellazione del maiale: infatti un testimone di Pianezza aggiunge: "Non sono molti anni che abbiamo smesso di portare la braciola all’arciprete di Vilminore..." Anche Maria Morzenti (1902 - 1988) conobbe per un breve periodo don Antonio: "era un sant’uomo... diceva la messa, ma non confessava. L’ho proprio presente!. Era una persona molto familiare; non mi sembra che facesse delle prediche. Era un prete più serio di quelli che ci sono adesso..."(Test. raccolta nel 1986).
Prima di don Antonio era stato coadiutore a Pianezza don Filippo Bettonaglia che vi morì il 19 luglio 1873. Aveva esercitato il suo ministero per ben 41 anni, a partire dal 1832. Nella sagrestia c’è un’iscrizione dove si legge che fu "umile, ingenuo, generoso, cortese, amico di tutti".

Don Antonio "Scaramela"

Come si è accennato, a Pianezza è nato anche un altro sacerdote: anch’egli si chiamava don Antonio Magri ed era figlio del "Tunì Scaramela"; era nato nel 1901 e morì a Valcanale nel 1962. Fu parroco di questa frazione di Ardesio per 24 anni.
Nel volume "Valcanale - Storia e Ambiente", pubblicato nel 1991 si legge che "Visse sempre in grande povertà, risparmiando per la costruzione dell’oratorio. Di carattere un po’ burbero ma bonario, si dedicava con grande slancio alla formazione spirituale della gente, curando in particolare i giovani...
Prima della sua morte aveva lasciato una somma di denaro per la costruzione di una piccola segheria a Pianezza ed esecutore della sua volontà fu il fratello Pietro (Pierì Frer). Fu infatti costruito un piccolo manufatto con annessa una cappella dedicata alla Madonna di Lourdes: la segheria però - come ricorda il nipote Domenico Magri - funzionava con un sistema un po’ troppo artigianale: c’era un motore a scoppio ma l’avanzamento era manuale. Antonio Magri (n. 1961) ricorda che per fare una tavola ci voleva mezz’ora...
L’iniziativa era lodevole, ma don Antonio non poteva prevedere che con la strada nuova la segheria sarebbe presto andata in disuso. Utilizzando ancora i risparmi di don Antonio, Pietro Magri commissionò un nuovo portale della chiesa a Mario Magri di Vilminore.

La strada nuova: "...poi ognuno ha votato come gli pareva..."

Tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute dopo l’ultimo dopoguerra hanno tenuto in considerazione le istanze riguardanti il collegamento stradale di Meto e Pianezza con il capoluogo. Particolarmente attivi furono a questo proposito Gio. Maria Romelli e Pietro Magri.
Diffìcoltà di ogni genere, ed anche divergenze per progetti diversi; ma soprattutto bisognava reperire i finanziamenti.
In risposta ad una richiesta del Sindaco di Vilminore Bortolo Piantoni, il 2 dicembre 1955 scrive da Roma l’on. Cavalli: "(...) Ho perfettamente compreso la situazione. Come consiglio posso suggerirle di predisporre domanda sia alla Cassa per il Mezzogiorno (sic!), sia al Ministero dell’Agricoltura per le strade interpoderali. In ambedue i casi però mi risulta non vi sia per ora possibilità alcuna di accoglimento...".
Un fatto divertente avviene negli anni "50: a Gio. Maria Romelli era succeduto come consigliere di Meto Giuseppe Romelli, il quale ricorda quella vicenda: il segretario comunale aveva suggerito di non votare...per protesta. "Quando hanno distribuito i certificati elettorali li ho raccolti tutti io; erano 75, tra Meto e Pianezza... me li hanno dati spontaneamente. Poi hanno incominciato per prima le donne a dirmi che non volevano fare peccato... non volevano andare all’inferno... istigate da qualcuno...". Di questo fatto si erano interessati perfino i giornali provinciali.
A questo punto il segretario propone un’altra tattica: "Restituisci i certificati e raccomanda di dare la preferenza ad un unico candidato: Scaglia; io l’avverto che avrà un’ottantina di voti ecc...". E prosegue Romelli: "Altri mi avevano consigliato di rivolgermi a don...: Lu ‘l sà, lu ‘l dis, lu ‘l brigo..."... Ma il suggerimento dell’influente ecclesiastico non produsse che una bella frittata. "E così s’è risolta (male) la faccenda: mi ha scritto un biglietto consigliandomi di votare tutti i candidati bergamaschi...; me ne ha dette un sacco: cosa pretendete voi su la?!. Questa - conclude Romelli - non gliel’ho ancora perdonata. Poi ognuno ha votato come gli pareva..."
Ad una lettera inviata dal sindaco Piantoni all’on. Cavalli veniva allegata la relazione tecnica ai "tre tracciati di massima" che vengono evidenziati nel disegno. L'Iing. Andrea Bonicelli, autore dello studio, oltre a descrivere dettagliatamente le tre ipotesi di allacciamento, prevede una spesa di circa 31 milioni per i primi due tracciati, e di 24 milioni per il terzo.
L’impegno finanziario del Comune varia da 6 a 8 milioni. La pendenza è compresa tra il 7 e 18%; la lunghezza è rispettivamente di m. 2855, 3080, 2910.
Per il primo tracciato, che è stato realizzato, è superfluo riportare la descrizione. Con il secondo partendo dalla cascina "Baicòs" si evitava il ponte sul Fossato; dopo un tornante presso la Valle di Croce si congiungeva col primo a monte del punto di partenza.
Il terzo, con inizio alla chiesa di S. Carlo, prosegue seguendo la mulattiera per il ponte di Gleno, passa sotto Meto e prosegue verso la Valle del Pizzo. Tutti i tracciati prevedono tre tornanti. "I primi due - spiega l’Ing. Bonicelli - hanno esposizione ottima, mentre il terzo lascia molto a desiderare in proposito, perchè oltre alla cattiva esposizione, attraversa un bosco ("Bucabèi") di alto fusto". La relazione di stima si conclude riportando il parere dell’ispettore forestale Carocci che ha espresso parere favorevole per il secondo tracciato.
Già nel 1954 il Comune di Vilminore aveva chiesto ed ottenuto dal Ministero del Lavoro l’istituzione di un "Cantiere di Lavoro" che prevedeva l’impiego di circa 20 allievi per complessive 1520 giornate. I lavori del cantiere n. 7578 avevano inizio nell’aprile del 1955. Il 30 novembre dello stesso anno l’ente gestore, che era il Comune di Vilminore con la consulenza del Corpo Forestale dello Stato, redige una relazione, e quindi una richiesta di prosecuzione del cantiere. I lavori di rimboschimento e di sistemazione stradale erano stati eseguiti per la maggior parte sulla frana sotto il cimitero di Bueggio e lungo la strada di Valbona. Il sindaco Piantoni adduce come giustificazione il fatto che si trattava di opere urgenti e necessarie, e quindi veniva rimandato l’inizio della strada di Pianezza. E conclude con la richiesta di istituzione di un nuovo cantiere - scuola "affinchè sia possibile dare inizio alla costruzione della strada forestale di Pianezza (...) che rappresenta una veramente atavica aspirazione della popolazione della zona interessata e di tutto il paese". Una ulteriore richiesta di prosecuzione del "cantiere di rimboschimento" viene inviata al Ministro del Lavoro dal sindaco di Vilminore in data 30 novembre 1956. Nel "programma didattico" si accenna alla necessità di interventi urgenti riguardo ai "danni diretti ed indiretti causati dagli eventi bellici al patrimonio forestale italiano..."
Al punto E si accenna all’importanza delle costruzioni stradali, ecc... . Il documento porta la firma di Piantoni, del direttore dei lavori, certo Boncompagni, dell’insipiente direttore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro, Miglia. Infine c’è il visto del Corpo Forestale dello Stato, dr. Angelo Ortisi. Nel palleggiamento di autorizzazioni, visti e competenze, il 15 dicembre 1956 interviene in modo autorevole Angelo Ortisi, che sarà, fra l’altro, un affezzionato villeggiante di Vilminore. Per sollecitare la prosecuzione del cantiere 7578/R invia una relazione al Ministero. Nella premessa si legge che "le condizioni economico - sociali (di Vilminore) sono fra le più misere e depresse; la quasi totalità degli abitanti dedica la sua attività all’industria silvo- pastorale..."
E’ indispensabile - secondo Ortisi - la costruzione di una strada forestale dalla località "Trebolt" alla località "Meta" (sic) sullo sviluppo di circa 1200 ml.
Il 7 aprile 1957 il consiglio comunale approva il progetto predisposto dall’ing. Bonicelli per la costruzione della strada carrozzabile con inizio alla località Trebolt, per una spesa complessiva di 51 milioni.
Si dava quindi incarico al sindaco di esperire le pratiche per il finanziamento con la legge sulle aree depresse e con quella sui comuni montani, ecc...
Finalmente il Comune ottiene la concessione di un cantiere di rimboschimento con un finanziamento di L 1.935.490. La decisione finale sulla scelta del tracciato, fu concordata dal sindaco Andrea Bonicelli e da Angelo Ortisi. L’inizio dei lavori ha luogo il 1° marzo 1960; dopo una sospensione estiva per mancanza di manodopera, questi riprendono in autunno.
Con l’esiguo finanziamento la strada s’interrompe dopo 200 metri. E riprenderà dopo una decina di anni. Finalmente nel 1968 interviene il Bacino Imbrifero Montano dell’Oglio: seguendo le indicazioni dell’ing. Bonicelli, l’ing. Ferrini di Sarnico ha l’incarico come progettista e direttore dei lavori della strada; l’opera è finanziata sulla legge n. 614 del 22/7/1966 ed il concessionario è appunto il BIM dell’Oglio. Il primo e secondo lotto vengono assegnati all’impresa Spada Giacomo di Schilpario per un importo complessivo di 67 milioni.
Sul secondo lotto la stessa impresa aveva praticato un ribasso del 29,10%. I lavori terminano il 30 giugno 1973. Nello stesso anno da parte del BIM c’è un’assegnazione straordinaria al Comune di 15 milioni per opere di manutenzione straordinaria. Il 3° lotto di 19 milioni, assegnato all’impresa Mora Emilio, viene rescisso dal BIM "per grave negligenza e ritardi nell’esecuzione dei lavori". Il provvedimento risale al novembre 1974.
Di nuovo subentra l’impresa Giacomo Spada che porta a termine i lavori che comprendono anche l’asfaltatura del primo tratto di strada. Nel 1980 viene completato l’asfalto (ml.1496) a carico del Comune, per un importo di 62 milioni.
Riconoscenti ad una persona che aveva profuso un particolare impegno per la "loro strada", gli abitanti di Pianezza hanno dedicato la piazza all’ing. Andrea Bonicelli.

L'impianto luce del Viganò e l'acqua dalle baite Merli

Dopo l’entrata in funzione della centrale elettrica dei Viganò presso il Tino, la stessa ditta provvede a mano a mano alla realizzazione dell'impianto luce nel capoluogo e nelle frazioni. S’inizia nel 1918 con il palazzo comunale, farmacia, illuminazione pubblica a Vilminore. Nel '19 tocca a Vilmaggiore e S. Andrea e nella primavera del 1920 quelli che gli anziani chiamavano "busitì dol Viganò" entrano in funzione "anche a Pianezza. Dalla relativa fattura risulta che i punti luce sono quattro e consistono in "bracci completi di portalampade, riflettori e lampadine".
Il lavoro, compresi gli accessori, 20 ore di elettricista e 5 di garzone, comporta una spesa di L.303,40.
L’approvigionamento idrico di Pianezza - ed anche di Meto - è stato risolto definitivamente soltanto una decina di anni fa. Il promontorio della valle del pizzo presenta delle caratteristiche simili alla costa che da Valbona sale fino a Nona: le sorgenti sono poche e limitate; quelle consistenti si trovano nella parte bassa, come sotto Valle di Croce e sulla strada di Valbona. Nei periodi di forte siccità, asciugandosi la piccola sorgente a monte di Pianezza, era necessario raccogliere l’acqua nella zona di Comen ed anche verso il Ponte del Gleno, all’inizio del bosco, dove c'è ancora una fontana. "Mi ricordo che si era tutti affiancati, con il secchio, davanti alla fontana...
C’è stato un "lieve beneficio nel 1950 quando sono stato incaricato dal sindaco di cercare più in profondità la sorgente, facendo una piccola galleria con Giuseppe Magri... E’ stata costruita una vasca e poco alla volta l’acqua è arrivata direttamente nelle case" (test. di Domenico Magri "Menego" (1912 - 1993) raccolta il 6 marzo 1980 da Piero Bonicelli). Nello stesso periodo alcuni di Meto venivano incaricati dal Comune di fare un’analoga ricerca presso la cascina Comen: un prete rabdomante aveva assicurato l’esistenza di una abbondante sorgente, ma l’indicazione si rivelò un vero e proprio... bidone.
Nell’ottobre 1971, mentre perdurava un’eccezionale siccità, scoppiò un incendio nel fabbricato che comprende anche la fontana. Molti accorsero a Pianezza per dare un aiuto, come Pietro Duci che con la sua squadra di operai riuscì a circoscrivere l’incendio che minacciava l’intera contrada. La strada appena tracciata si rivelò provvidenziale perchè riuscirono a raggiungere Pianezza i pompieri di Lovere che erano volontari dell’Italsider, e pur con pochi mezzi poterono utilizzare l’acqua trasportata con le betoniere di Dezzo che il Comune aveva prontamente fatto intervenire.
Con il completamento della strada inizia la ristrutturazione ed il risanamento delle abitazioni. Di conseguenza aumenta il consumo di acqua al quale non può far fronte la sorgente che di tanto in tanto va in asciutta. Nel 1981 l’Amministrazione Comunale, presieduta da Guido Giudici, dopo aver individuato la sorgente, fa eseguire al geom. Carlo Bonicelli un progetto generale dell'importo di 177 milioni:,dalla sorgente presso le "Baite Merli" fino a Pianezza e quindi a Meto. Con l’approvazione della Regione vi è anche un - contributo della stessa di 100 milioni. Si ottiene inoltre un contributo a tasso zero dalla Cassa Depositi e Prestiti.
I lavori sono assegnati all’impresa Cristoforo Belingheri, ed hanno inizio nel 1981. Si rende poi necessaria una perizia supplettiva al primo lotto" (95 milioni). Per l’acquedotto vengono interrati 2850 m. di tubo PVC del diametro di 11 e di 8 mm.
L’eccedenza della sorgente viene convogliata nella vasca sopra la Pieve. Costo complessivo dell’opera: 236 milioni, dei quali 13 a carico del Comune. Questa è stata una scelta onerosa, ma altrettanto necessaria ed avveduta.
A conclusione di questa esposizione, nella quale sono stati volutamente mischiati documenti, testimonianze, ed anche notizie apparentemente di poco conto, emerge ancora una volta come anche delle piccole contrade come Meto e Pianezza abbiano avuto una storia importante; tuttavia non sarebbe di alcuna utilità limitarsi ad una nostalgica rievocazione: scorrendo le carte e gli album di famiglia non si può non trarre utili insegnamenti. Le ricche testimonianze che si vanno raccogliendo potrebbero essere riprese ed analizzate in un secondo momento.
Sono questi i documenti più preziosi, nei quali viene ricostruita a tasselli la storia di una comunità che si allarga anche oltre la contrada.
Descrivono le fasi di un’esistenza segnata da un paziente "carpe diem", ma che allo stesso tempo era anche "un sereno vivere alla giornata". Dalle testimonianze a volte emergono episodi dagli incredibili risvolti: una madre di Pianezza raccontava di aver visto morire la propria figlioletta due minuti dopo che il medico, in base ad una diagnosi affrettata, le aveva praticato un’iniezione.
Come si è visto anche le piccole notizie sono utili per ricostruire. le "storie": qualcuno ad esempio ha chiesto che si sappia che i gradini (scalì) che salgono a Meto sono 118: non uno in più, non uno in meno. Come non soddisfare il suo invito?.
Per riguardo agli abitanti di Pianezza, bisogna infine far menzione della consuetudine dell’appuntamento "in trasferta" la sera del 10 agosto, festa del patrono S. Lorenzo: non senza qualche malizia i vicini di Vilminore giurano (e spergiurano) che in quella data, a tarda ora, gli abitanti della contrada rompevano in un incontenibile pianto; i vilminoresi, verso sera, cantilenando, andavano in giro dicendo: "stasèro i farà la luciàdo chi de Pienèso al Santo Sepolcro..."
Incurante delle malelingue, da quasi quattro secoli, ogni mattina "in Pianeza canta ol gal..."

Sono citati nel testo quanti hanno contribuito con notizie, documenti, testimonianze e fotografie.
Ad essi va un vivo ringraziamento, come pure a Teresa Assunta Romelli, Francesco Magri, Giacomo Spada, Abele Piffari ed agli impiegati del Comune di Vilminore.
Foto Giorgio ha curato le riproduzioni fotografiche e Gianmario Morandi la composizione della stampa.

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