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Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

VILMAGGIORE DALL VIII SECOLO AD OGGI
Sulle tracce dell'antico capoluogo
Storie di personaggi illustri - Storie di gente comune
A cura di Agostino Morandi e Miriam Romelli

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Non è facile immaginare come si presentasse il "Vicus Major" (Vilmaggiore) verso la fine del VIII° secolo, allorchè il conte di Brandelegno fu costretto con la forza ad abbandonare la sua rocca, posta nella località tra i due rami del Tino Verde e del Tino Secco: certamente nella zona vi era un villaggio e probabilmente altri fortilizi risalenti all’epoca romana: gli abitanti dell’antico Vilmaggiore avranno certamente schernito il tiranno sopraffatto dalle armate di Carlo Magno e costretto ad abiurare il paganesimo sulla pubblica piazza...
Non che il Re dei Franchi fosse un evangelizzatore, ma come altri che seguirono, semplicemente un prepotente invasore; tuttavia con il suo dominio iniziò una nuova epoca per tutti gli abitanti della Valle Decia, che decisero di rinsaldare la loro unione per affrancarsi dai dominatori di turno.
Ancora una volta storia e leggenda si intrecciano in una maniera non del tutto casuale, e ciò conferma l’esistenza di antichi insediamenti in Valle di Scalve, forse risalenti all’epoca romana. Di nuovo si fa strada l’ipotesi che in Valle confluissero non solo cristiani, ma anche dei pagani, costretti a sottrarsi ai nuovi dominatori. Non a caso nella località sopra Vilmaggiore, verso la Valle del Tino si trovano i resti di una galleria sotterranea chiamata "bus di pagà". Questa forse era un collegamento con il castello soprastante che dallo storico Gabriele Rosa fu giudicato di epoca romana. I primi abitanti di Vilmaggiore furono dei pastori che a mano a mano diventarono agricoltori, disboscando una plaga dove ora sono le migliori praterie della Valle; gli stessi pastori, abbandonate le capanne, iniziarono a costruire delle vere e proprie abitazioni. E’ probabile che, almeno verso la fine del V° secolo, prima della caduta dell’Impero Romano, presso il "Vicus Major" vi fosse un edificio fortificato, sede di un comandante.
Questa rocca o castello si trovava in una zona indubbiamente strategica: i suoi resti sono ben visibili ancor oggi e si trovano al limite dell’ampia spianata (a sud della chiesa della S. Trinità) che viene ancor oggi denominata "i castèi", era certamente questo il più importante punto di avvistamento: la costruzione doveva avere una struttura quadrata. Attualmente è chiamata "ol tònt" e comprende una superficie di circa 2.000 mq.
Dalla fortificazione si potevano controllare quasi tutti gli accessi della Valle, come il passaggio del giogo della Presolana, le "forche caudine" alla confluenza del Povo col Dezzo, la costa della "Barùse"; tutta la zona in direzione di Vilminore, "Vicus Minor" e quindi verso Barzesto ed il Grumello di Schilpario, dove pure si possono rilevare delle tracce di antichi fortilizi.
Sopra Vilmaggiore, come si è accennato, vi erano altre rocche ("ol castèl"); quindi in Brandelegno ed un’altra ancora nel prato di "Trèna".
Dopo il secolo XI° il "Vicus Major" andò perdendo importanza come centro amministrativo e religioso. Nel 1195 era console di Scalve Pietro Lupo, che accolse l’istanza degli scalvini perché la Valle fosse elevata a dignità di Borgo. Il 19 gennaio 1195, a seguito di una richiesta del Consiglio di Valle, i notabili giunti da Bergamo fissano i confini del Borgo Franco: questo si estendeva dalla Valle di Croce al "fossato" di Vilmaggiore. In una nota apposta alle "Notizie Cronologiche raccolte sulla Valle di Scalve", Eugenio Pedrini scrive: "A noi non è pervenuta memoria dove fosse il Fossato di Vilmaggiore, che era il confine del Borgo a mattina, e non è facile indovinarlo. Il Grassi comprende nel Borgo Vilmaggiore, ma non si dice dove fosse questo fossato. Io sono del parere - conclude il Pedrini - che Vilmaggiore fosse escluso, e che per fossato si abbia ad intendere il Tino o qualche roggia dal Tino estratta per seghe o mulini che ancor esistettero lungo il corso del torrente per più secoli. Tino e Tinasso includono a nostro credere l’idea di un fossato di poca importanza, ma di particolare forma ristretta, rinserrata fra ceppi. Soltanto posteriori alluvioni debbono aver portato tanto devastamento nell’alveo inferiore del torrente Tino come puossi ancora osservare al presente". Fra i notai che rogarono l’atto di istituzione del borgo franco si trova un Petri de Palestena, di Vilmaggiore. I Palestena - osserva il Pedrini - si troveranno tra i fuochi (famiglie) nella divisione della Vicinìa nel 1251. Nel 1231 era Cancelliere di Valle G. Lanfranci Bernardi de Scalve, appartenente ad un casato di Vilmaggiore, dal quale sono emersi anche parecchi notai. Il 1251 - ricorda ancora il Pedrini - è pure memorabile negli annali di Scalve per la divisione della Vicinanza di Vilmaggiore con Barzesto e Schilpario. Schilpario assumeva sempre maggiore importanza per l’escavazione ed il traffico del ferro... ciò favorì la definitiva decadenza di Vilmaggiore, che in quell’anno contava 66 fuochi, mentre Barzesto ne contava 80 e Schilpario 84. Le parti, alla presenza del Podestà Guidino de Suardi, convennero presso la chiesa di S. Giorgio.
Tra i rappresentanti di Vilmaggiore si trovano i cognomi de Roncadicio, gli Astenghi, i Palestena, quindi Suliani, Bernardi, de Cava, Marasi, de Porta, Pavarine, de Pavesto, de Maga, Scandella, ed infine i Graciadeus Alberici. Fra i rappresentanti dei fuochi vi era anche una certa Blanca Scalvini Dotte, che potrebbe appartenere alla famiglia dei Bedotti, e poi Bendotti, che con i Suliani, i Cava ed i Merli è sicuramente una delle più antiche famiglie di Vilmaggiore (Informaz. di Ambrogio Sugliani).
Sono estremamente interessanti le notizie fornite dal maestro" Pedrini intorno alla antica chiesa di S. Giorgio. Alla p.54 della trascrizione delle "Notizie cronologiche..." egli osserva: "La chiesa di S. Giorgio antica, era nel luogo ove ora è il cimitero, e fu sostituita dall’altra detta ora di S. Lucia, verso la fine del sec. XVII°, perché l’antica diroccava e fu sospesa. La località della prima chiesa è indizio dell’estensione delle terre verso quella parte divenuta franosa in causa di immani smottamenti. Restò invece la parte della terra verso l’altopiano restato incolume.
Quivi erano i fortilizi antichissimi dei quali si conservano i nomi de’ Castelli circondati a monte ed a mattina da abitazioni di cui conservasi ancora il nome di contrada di Porta, perché la terra verso le rocche dovette essere chiusa". Il maestro Pedrini mette in dubbio l’ipotesi del Grassi secondo il quale la prima Pieve di Scalve fosse S. Giorgio in quanto "questa dubitanza è destituita da ogni fondamento. Ad ogni modo bisogna ricercare le cause della celebrità e della prevalenza di Vilmaggiore ancora nei tempi romani, durante i quali forse era un pagus, o capitale della Valle". Cantagonismo tra Vilmaggiore e Vilminore si riscontra ancora nella seconda metà del XIV° secolo; lo ricorda ancora il Pedrini: dal momento che la parrocchia di S. Giorgio era retta da una vera "prevostura", è probabile che sorgessero gelosie tra questo canonico e l’Arciprete nell’esercizio della loro giurisdizione. E conclude con una osservazione che anticipa quelle che saranno le sorti delle chiese della Pieve e di S. Maria: "...dobbiamo anche riconoscere il disordine che regnava anche tra l’Arciprete ed il parroco di S. Maria, disordine che gli arcipreti non poterono mai togliere, se non col distruggere la detta parrocchia e fonderla in un unica parrocchia con la Pieve, e che avvenne poi sotto l’Arciprete Figura.
La Pieve era parrocchia gentilizia, (...) la quale con l’andar dei secoli avendo perduto il proprio nucleo di abitanti, non si sa per quale calamità o disastro, non era formata che da famiglie sparse a Vilminore, a Vilmaggiore, Caio, Barzesto e Ronco, le quali dovettero creare una vera anarchia e alla Pieve ed altrove...".

Le antiche famiglie

In una pergamena risalente alla meta del 1300 viene nominata la famiglia Carenzoni o de Carensonibus: un certo Rosso de Carizzoni si trasferì da Castione a Vilminore dove era fittabolo di parecchi terreni. I Carizzoni abitavano nella Contrada della Canale, presso la fontana vecchia, vicino all’attuale Piazza Giustizia.
Durante il 1800 un ramo della famiglia si trasferì a Dezzo, uno a Parre ed un altro a Vilmaggiore. Durante il 1300 un Bernardi di Vilmaggiore prese dimora a Clusone.
Altre famiglie emigrate od estinte sono i già nominati Palestena, i de Roncadicio, Marasi, de Porta, Pavarine, de Pavesto, de Maga, Scandella, Agoni. Quindi vi erano i Cantamessi, gli Alberici, i Capitani, i Dotte; questo cognome si è trasformato in Bedolti e quindi in Bendotti. Si ha notizia certa circa la provenienza dei Merli da Trabuchello, in Valbrembana, verso la meta del 1400. Nello stesso periodo una parte della famiglia Suliani si trasferì a Venezia: infatti un certo Tonolo Suliani fu Gotaldo, nel testamento dispose di beni a Venezia e di una bottega da fabbro a Vilmaggiore. I Suliani erano rinomati perchè a Vilmaggiore costruivano armi ed armature sceltissime. I Cantamessi erano maestri muratori e ad essi fu affidata nel 1712 la costruzione del ponte di pietra al Forno Vecchio di Schilpario.
Nel 1674 Pietro Cantamessi e Gio. Antonio Tagliaferri - anche questi di Vilmaggiore - furono incaricati di costruire il campanile della chiesa di Pianezza.
Nei registri parrocchiali si osserva che alla fine del 1700 a Somargine (Sottomargine) vi era una famiglia Battalia, proveniente da Losso (Lozio); nella stessa contrada vi abitarono i Bernardi: essi provenivano da Carona, in Valtellina; infine si trasferirono a Caio (Cài, sotto la Cà di Barzesto).
All’epoca del Visitatore di S. Carlo, nel 1575 vengono presi provvedimenti contro una Giovannina "de Palazzolo", che viveva in concubinato con Marco di Giovanni. Da un registro che riporta lo "stato d’anime" nel 1699 a Vilmaggiore - comprendendo forse Sottomargine e Fonte - vi erano 273 abitanti, questo dato, ricavato dal Pedrini dallo spoglio dei registri parrocchiali, non è forse del tutto attendibile perchè solo quindici anni prima, nel 1684, gli abitanti risultano essere 143 e diventano 157 nel 1686.
Non si tratta tuttavia di un errore: è ancora il maestro a fornire la spiegazione: "Intorno al 1690 la popolazione soggetta a S. Giorgio era di 150 anime. Dopo il 1691 per i nuovi confini fissati fra la Pieve e S. Giorgio, la popolazione s’accrebbe di un centinaio. Tali famiglie erano i Capitani, i Cantamessi, Balabeni, soggetti alla Pieve, e gli Albrici che facevano riferimento a S. Maria". I cognomi prevalenti sono i Suliani, Cantamessi, Merli, Bendotti, Cava; quindi vi sono gli Albrici, i Capitanio, i Dumiotti, i Tagliaferri; vi sono poi due famiglie Balabeni; a Fonte abita la famiglia di Francesco Carizzoni. Non vi sono ancora i Giudici, gli Andreoletti, gli Spada: alcuni di questi cognomi appaiono nei documenti soltanto verso la fine del 1700. Più avanti verranno illustrati i nuovi cognomi riportati nel registro della popolazione di Vilminore compilato nella seconda metà del 1800.

Il santuario del Crocifisso

La tradizione vuole che nel 1585 una sordomuta, fermatasi in preghiera davanti all’immagine del Crocifisso, osservò che questa perdeva sangue; improvvisamente ella riacquistò l’udito ed incominciò a parlare. Attingendo ancora dai manoscritti del Pedrini, è interessante riportare la sua narrazione: "L’Arciprete Morelli invitava il Vescovo alla verifica del prodigio avvenuto nel santello da tre anni dipinto col S. Crocifisso: il 1° luglio 1585 si esegue il sopralluogo il Provicario Generale Salomoni che udite le cose ed i segni apparsi nel santello, ordinava la costruzione di un santuario dandone le misure che corrispondono all’attuale presbiterio della chiesa detta poi della SS. Trinità. (...) Fu fabbricata la chiesuola, poi aggrandita su progetto di un ingegnere di Lovere, ed il prodigioso santello fa ora da ancona, essendo il terreno stato molto abbassato come si vede ancora. Il santello era sulla strada che sormontava il dosso, e fu di tanto abbassato il dosso che la strada si fece passare dietro il santello, ciò anche per ragione di difenderlo dall’umidità. (...)
Nel 1889 Vilmaggiore fece un solenne centenario durato tre giorni con oratori di grido tra cui don Bortolo Giudici del luogo, prevosto di Bottanuco. Vi assistetti anch’io, essendo allora maestro di Vilmaggiore". Pedrini conclude: "E’ tradizione che il Santuario del Crocifisso in Vilmaggiore fosse in grande fama a Venezia e che di là venissero fatte forti elemosine in denaro, ma specialmente in arredi e indumenti sacri, tra cui argenterie e ganzi, che ancor questi ultimi si conservano in un paramento completo di primo ordine. Tutto ciò deve essere vero quando si consideri che a Venezia si trovavano famiglie di Vilmaggiore in ottime condizioni, quali i Suliani, gli Albrici ed i Capitanei (...). Il santuario decadde e durante il secolo XVIII° se ne volle far parrocchia, abbandonando S. Giorgio. (...) Anche certi parroci non se ne curarono o poco, come il Morzenti che sulla metà del XIX° secolo distrusse la classica ringhiera di ferro battuto che era stata fatta dai nostri fabbri Baldoni alle Fucine delle Fontane, ora Madonnina, (...) e con questo fatto si è tolto del tutto l’idea di Santuario".
Pedrini conclude amaramente con altre considerazioni: "Vilmaggiore ha salvato pochissimo delle antiche ricchezze della chiesa, mentre il beneficio s’impinguò con la soppressione della parrocchia di S. Maria, il cui benefìcio si divise fra l’arciprete e S. Giorgio, e quale matrigna dimenticò le parrocchie figlie che se ne erano separate, quali tutte quelle di Oltrepovo, Colere, S. Andrea e Pradella.
Si stenta a credere che una tale aperta ingiustizia sia stata consumata sotto l’Arciprete Acerbis. Come si è accennato, l’antica chiesa di S. Giorgio esisteva già nel 1251: essa si trovava in aperta campagna, verso mattina, ove si trova ora il cimitero. Nella zona c’è un fondo chiamato "di S. Giorgio".
Nella descrizione del Visitatore di S. Carlo, la chiesa era lunga braccia 14 e larga 10; aveva un campanile con due campane; uno degli altari laterali era dedicato alle Sante Agata e Lucia. La nuova chiesa di S. Giorgio verrà quindi chiamata anche di S. Lucia. Nei decreti del Visitatore si invita a riparare la parte meridionale della chiesa, che minaccia di rovinare. Le anime che facevano riferimento alla parrocchia di S. Giorgio erano 400. Circa lo stato pericolante dell’edificio c’è una conferma nella relazione trovata recentemente presso la Curia di Bergamo: la visita viene fatta dal Vescovo Regazzoni il 27 luglio 1578; fra l’altro, nei decreti si legge: "... si provvidi con ogni mezzo che questa chiesa non roini". La nuova chiesa di S. Giorgio era stata edificata nel 1666 presso la contrada di Porta. Secondo il Pedrini vi si ufficiò fino al 1726; lo stesso storico ritiene che non fosse compiuta interamente la costruzione.
Riguardo alla torre campanaria, forse l’osservazione del Pedrini non è del tutto fuori luogo: essa potrebbe essere stata adattata sopra gli avanzi di una torre. (Informaz. di Donato Giudici)

La sedia del celebrante

Nel 1680 l’arciprete della Pieve Bendotti da Vilmaggiore, che era in continuo dissidio con i parrocchiani, fa cambio di parrocchia col Figura, parroco di Vilmaggiore. Il Palamini descrive il Bendotti come una persona litigiosa ed apparteneva ad una famiglia di Porta detti Rampini. Il suo ritratto, che lo raffigurava irto di mustacchi, era conservato in S. Giorgio e fu poi donato dal parroco Albrici, nel 1910, alla famiglia Patèra. La chiesa della S. Trinità fu terminata nel 1694, frutto di un diligente lavoro. Sul tetto corre una cornice di pietra che in parte proviene dai fortilizi di Trena e Brandelegno.
La chiesa è stata poi arredata anche con oggetti provenienti dall’antica Pieve; nell’archivio della parrocchia di Vilminore esiste un documento interessante che risale al 10 dicembre 1690: "Essendo trattata l’unione tra gli abitanti di Vilminore tanto quelli soggetti dalla Pieve quanto di S. Maria... fu dalli deputati di Vilminore dimandato a quelli di Vilmaggiore quanto pretendevano di volertanto de’... 
Il 21 dicembre giunge la risposta di quelli di Vilmaggiore: essi "intendono come fratelli farsi la divisione, come fratelli di tutto...". Si sa per certo che finì a Vilmaggiore anche la sedia del celebrante, fatta nel 1678 dall’intagliatore di Clusone Francesco Stanzino. Nel 1711 venne fabbricato il campanile e vi si impiegò, come per la chiesa, del materiale proveniente dai fortilizi. Per altre notizie intorno al Santuario del Crocifisso, diventato ora chiesa in onore della SS. Trinità, si rimanda al supplemento de "Il Giornalino di Schilpario", pubblicato nel 1986 in occasione del 4° centenario del Miracolo.

La fallita secessione del 1834

La sciagurata Legge Cisalpina 6 termidoro 1797 decretava lo scioglimento delle vicinìe: esse, dette anche vicinanze, erano costituite da beni propri delle singole contrade: boschi, pascoli, mulini, forni fusori. Con l’avvento dei francesi questi sodalizi formatisi in epoca medievale tra le famiglie originarie della Valle cessarono defìnitivamente; Le successive assegnazioni provocarono un malcontento generale, e come osserva G. B. Grassi, proprio nel momento nel quale tutti parlavano di uguaglianza, ebbero inizio "tutti quei mali che cagionava la dovizia di pochi e l’assoluta miseria di molti".
Le ultime divisioni riguardarono la vicinìa della Nona, nel 1811 e quella di Azzone, nel 1816. La vicinanza di Vilmaggiore affitta per cinque anni, a partire dal 1803, la montagna del Giovetto al "cittadino" Gio. Tomaso Merli "la quale montagna è stata levata dal detto Merli al pubblico incanto in pubblica piazza di Vilminore in lire cinquecento e venti". Ancora nel 1808 si legge in un contratto che "la Contratta (contrada) di Vilmaggiore dà in affittanza per anni cinque il monticello detto li Casinetti a Bortolo Tomasoni e Filippo Migliorati di Bratto". Vilmaggiore venne ovviamente aggregato al Comune di Vilminore, ma per parecchio tempo durarono le proteste per quanto atteneva quella che noi chiamiamo "spesa pubblica", ecc... . Il 21 aprile 1834 un certo Gio. Merli si fa portavoce degli abitanti di Vilmaggiore e scrive una lettera all’avvocato Bortolo Marinoni di Clusone: "Li abitanti di Vilmaggiore, prima formanti una Comune (sic) separata, indi riuniti a quella di Vilminore (...) assai si dolgono ritrovandosi trattati male da quelli di Vilminore, perchè hanno sempre grandeggiato, e continuano pure di presente a grandeggiare colle spese di nuovi riattamenti, ed in ogni altro ramo a solo comodo vantaggio di quelli di Vilminore, e per le altre frazioni nulla hanno mai voluto fare (...). Ed è perciò che bramerebbero di separarsi di Comune, ed almeno se ciò non fosse possibile, di ottenere di poter tenere conti separati per l’avvenire, e di fare conti di conguaglio per il passato, ciò che viene anche prescritto dal decreto 18 settembre 1808".
Il Merli premette di essere stato sollecitato dagli abitanti della contrada ad assumere "l’icombensa" di studiare tutte le possibili soluzioni del problema: ricorda all’avvocato che "Vilminore fa la metà di popolazione, ha circa la metà anco delle entrate comunali (...). Vilmaggiore fa un quarto di popolazione, un quarto abundante di estimo...". Il Merli dimostra - cifre alla mano - che le spese del Comune non vengono ripartite equamente nelle singole frazioni, e sarebbe soprattutto Vilmaggiore ad averne più danno: gli abitanti desidererebbero che nel caso non sia possibile formare un proprio Comune "fossero fatte le spese necessarie .in proporzione della popolazione ed entrate...".Purtroppo non si conosce la risposta dell’avvocato di Clusone, il quale viene sollecitato dal Merli a studiare una soluzione anche per gli abitanti di Batzesto che intendono separarsi da Schilpario; qualora ciò fosse possibile, "riuscirà forse più facile e meno dispendiosa la causa". Una delle cause delle lamentele da parte degli abitanti di Vilmaggiore era la questione della scuola elementare: nel 1828 alcuni abitanti inviano una petizione alla Deputazione Comunale di Vilminore.
Dopo aver premesso che gli abitanti della parrocchia ed "ex Comune di Vilmaggiore" costituiscono circa un quarto della popolazione del nuovo Comune, e che a Vilminore esiste la scuola elementare maschile e femminile, mentre a Vilmaggiore "è stata attivata... così in qualche modo solo la scuola dei fanciulli", chiedono quindi l’istituzione della Scuola femminile: inoltre che "sia assegnato un conveniente salario al Maestro e Maestra in Vilmaggiore". Ribadiscono infine che "essendo anco l’estimo di Vilmaggiore eguale e forse anco superiore a quello di Vilminore, se si esclude Pianezza e S. Andrea che hanno le loro Scuole particolari". Fra i cinque esponenti, c’è un Pietro Ghisalberti "illeterato" che firma con una semplice croce.

Il Tino e la fonderia del rame

E’ facile comprendere l’importanza che avevano i torrenti nei secoli trascorsi: la forza motrice dell’acqua produceva energia a basso costo per il funzionamento di mulini, segherie, fucine, folli; in questi ultimi venivano trattati i tessuti e ne veniva feltrata la superficie in modo da non rendere più visibili i fili di trama e di ordito. I forni fusori, nei quali veniva prodotta la ghisa, si trovavano sempre nei pressi dei corsi d’acqua. Ciò rendeva possibile l’applicazione delle trombe eoliche. Si ricordano il forno vecchio ed il forno nuovo a Schilpario; per un certo periodo vene furono due a Dezzo; quello di Lania (in loc. Ponte Formello) fu attivo fino al 1840. Questi manufatti protoindustriali si trovavano lungo il corso del Dezzo, del Povo, del Nembo; indubbiamente fin da tempi remoti anche le acque del Tino dovettero essere sfruttate adeguatamente, sia nei pressi di Vilmaggiore nella località detta "alla Volta" ed anche vicino alla sottostante contrada Dezzolo. In occasione di forti nevicate e piogge eccezionali questo torrente veniva spesso a costituire un enorme pericolo, soprattutto per le valanghe e le frane che ostruivano il percorso formando delle dighe: rompendosi queste, l’acqua ed i detriti precipitavano a valle provocando enormi danni. Ancor oggi, sulla destra orografica si può osservare come il Tino abbia eroso le sponde, abbassandosi notevolmente: in base ad alcune notizie frammentarie si può supporre che verso, la fine del 1500 il torrente scorresse poco distante dalla chiesa della Pieve. Enormi erosioni avvenivano periodicamente soprattutto dopo l’anno mille.
Nella seconda meta del 1700 gli industriali Giovanelli di Gandino vollero riattivare le antiche miniere di rame del Venerocolo (presso i "canài dol ràm"): per questo scopo costruirono sulla sponda destra del Tino una apposita fonderia. Non si comprende il motivo per il quale la fonderia fosse costruita al Tino piuttosto che nella valle del Vò; tuttavia è noto che a quell’epoca la strada Vilminore - Schilpario era la migliore della Valle ed era transitabile anche con piccoli carri. La memoria collettiva vuole che anche nella valle del Tino si scavasse il rame; sembra però scomparsa ogni traccia, forse a seguito di frane e smottamenti. Verso la fine del mese di novembre 1791 una enorme alluvione del Tino travolse tutto, anche lungo il corso del Dezzo fino in Valle Camonica. La fonderia scomparve, così come i due mulini lungo il corso del Tino. Presso quello di Dezzolo morirono due uomini ed un certo Giuseppe Guadagni trovò una mano presso le ghiaie del Dezzo. Un testimone quasi oculare di questo avvenimento fu il notaio Oprando Albrici che ha scritto una memoria relativa al periodo dal 1780 al 1840.
Egli ricorda: "... nell’anno 1791 alli 12 di novembre seguì una dirotta pioggia e neve assieme che recò una grave strage qui in Valle, con distruzione, ed alluviamento di moltissima legna e appresso al fiume Tino vi esisteva un bel fabbricato, che si chiamava la Fonderia del Rame, che venne fabbricata nell’anno 1778 - 1779: e nell’anno 1780 si diede principio a colare il rame e continuò tal colo per due anni, e poi li Componenti di tale fonderia cessarono, perchè era troppo notte del 27 novembre alle ore 20 circa il Fiume Tino devastò del tutto tale Fonderia, con un mulino al disotto e restarono sommerse anche due persone (...) e un altro edificio chiamato Pastone cosichè tale distruzione rendeva spavento a tutti, non essendovi poi rimasta alcuna effigie di tali fabbricati ma solo dei grossi macigni.
L’ultima disastrosa alluvione del Tino risale a poco più di un secolo fa: nel 1865 si lavorava alla ricostruzione del ponte nei pressi di Dezzolo. Qui trovò la morte, a seguito di una caduta, l’arciprete di Vilminore Giovanni Palamini che si era portato sul posto per osservare i lavori. Il tragico avvenimento è ricordato in una lapide contenuta nel muro nei pressi del ponte.

L'abete della salvezza

Al Tino di Sopra, sempre sulla strada tra Vilminore e Vilmaggiore furono costruiti un mulino ed una tintoria dal Perito Gio. Merli; ciò avveniva all’inizio del 1800. Il mulino, mancante della ruota, esiste tutt’ora. Con la tintoria si era tentato più volte di dar vita ad una industria per la quale la Valle doveva dipendere da Gandino; l’iniziativa non ebbe successo ed il fabbricato andò in deperimento. Fu tenuto in piedi per essere adibito a fienile e ricovero di legna.
Nella notte del 4 aprile 1917 una valanga precipitata dal Tino Secco travolse e rase al suolo la tintoria e raccontano che l’enorme massa di neve si arrestò miracolosamente dietro il mulino, grazie anche ad un gigantesco abete sradicato dalla valanga stessa che si era addossato in posizione verticale all'abitazione - mulino, dove c’era una famiglia (i Duci "mulinèr"). Nello stesso anno era in costruzione nei pressi della tintoria una piccola centrate da parte della ditta Viganò per la produzione dell’energia elettrica che servirà ad illuminare gli edifici pubblici e le contrade; era stata stipulata una convenzione con i comuni della Valle; (si vedano le "Condizioni generali" in "Havvi gente...",pp. 474 - 477). Per il funzionamento della turbina venne utilizzata l’acqua della copiosa sorgente che a quel tempo era chiamata "dell’acqua fredda"; quindi l’acqua venne convogliata verso Vilminore e Vitmaggiore, per l’alimentazione delle fontane. L’impianto di illuminazione pubblica a Vilmaggiore viene realizzato nella primavera del 1919; dalle fatture presentate al Comune di Vilminore, risulta che "l’impianto luce pubblica" a Vilmaggiore costò L. 1.250.

Gli ultimi anni del mulino

Nel progetto generate di sfruttamento dei torrenti della Valle predisposto dalla ditta Viganò, era compreso anche il Tino, ma essendosi opposto il Comune alla derivazione del lago di Varro verso la diga del Gleno, in quanto si era accertato che da esso veniva alimentata la sorgente "acqua fredda", nel 1921 viene stipulata una "memoria di accordo" tra la ditta ed i fratelli Duci, proprietari del mulino del Tino e titolari del diritto di derivazione dette acque. Nel documento, messo a disposizione da Francesco Duci si legge che la famiglia cederebbe alla ditta Viganò ogni diritto sull’acqua che "anima" il Tino "se detta ditta si obbliga a fornire il mulino di macchinario competente e adatto alla macinazione di almeno 19 o 20 quintali per ogni giornata e la forza motrice per azionare detto macchinario per anni trenta". L’accordo preliminare fra te parti non ebbe alcun seguito. Il mulino, di proprietà di una famiglia Merli, era stato acquistato da Elipio Duci; nel 1922 gli eredi dello stesso rinnovarono al Genio Civile la domanda di "il riconoscimento del diritto di derivare.(...) la quantità d’acqua media annuale di moduli 1,00 per produrre col salto utile di m. 7,90 la potenza nominale media di HP 10.50 per azionare un mulino da grano... ecc..."
Nel 1946 Mario Duci rivolge una istanza al Ministero dei Lavori Pubblici, intesa ad ottenere per altri 30 anni il diritto di derivazione e utenza dell’acqua necessaria per azionare il mulino. Nel 1952 lo stesso Duci chiede il rinnovo della licenza di macinazione, ma poco dopo il mulino cessa ogni attività.

Cavre, lumagher, gacc...

Si è già accennato ad alcuni cognomi antichi ricavati da documenti del 1600 - 1700. Nei due secoli trascorsi c’è stato a Vilmaggiore (di cui fanno parte anche Sottomargine e Fonte) un notevole ricambio relativo alle migrazioni ed alle immigrazioni. Gli scutùm, o soprannomi di famiglia, sono stati classificati solamente in base alle testimonianze orali; stranamente, nei documenti consultati non vengono mai citati. Forse sarebbe possibile ottenere un riscontro da una attenta disamina dell’archivio parrocchiale.
La famiglia BENDOTTI è antichissima; pare che abbia avuto la prima diffusione alla contrada Porta, quindi a Caio ed a Colere. Gli scutùm sono: Patére, Capurài, Paganéi, Fréde e Ferarì.
I MERLI erano denominati Merlìne. I SUGLIANI contano due rami: Sécc (pr. c dolce) e Niculì. I CAVA sono divisi in Càvre e Barislì. I CARIZZONI sono detti Carlì e gli SPADA Lumaghér.
Dei GIUDICI si hanno le famiglie Avarù, Cumensoi, Marséi, Ciudì e Bragulì. Gli ANDREOLETTI sono chiamati Gàcc (gatti); questo soprannome è in relazione con il tradizionale mestiere di famiglia: il copritetto (ticì). Nel registro di popolazione di Vilminore troviamo che nella seconda meta dell’800 c’era a Vilmaggiore un solo nucleo familiare di cognome Andreoletti: è quello di Gio. Maria, nato a Oltrepovo nel 1800, di professione copritetto. Il cognome è molto diffuso a Gromo da dove sicuramente provengono. I BATTAGLIA di Sottomargine sono detti Lusì; i BETTINESCHI abitanti nei due gruppi di case di Sottomargine erano Tròle e Bérti. I DUCI erano soprannominati Mulinèr. Il già menzionato Elipio era nato a Vilminore ma l’origine della famiglia era di Bueggio ("Berebénf").
Nel citato "registro di popolazione", vengono elencate 47 famiglie, compresa quella del parroco Pietro Boffetti, nativo di Bedulita. Vi sono poi dei cognomi di famiglie estinte od emigrate, come un Felice Ceribelli "calzolaio", proveniente da Brescia. Vi sono due famiglie Mussitelli e la famiglia di Bonacorsi Giovanni, nato a Bondione; egli fa lo spazzacamino e la moglie Caterina Ferrari è "questuante". Vi è poi una famiglia Raineri, una Ghibesi, una Bianchi ed infine quella di Caterina Scandella, "venditrice d’acquavite". A "Somarzine" vi sono quattro famiglie: sono Battaglia e Bettineschi; la famiglia di Paolo Bettineschi conta ben 12 figli. Nella località "Fond" (Fonte) risiede Giuseppe Carizzoni, qualificato come "possidente".
Si può supporre che i Giudici siano giunti a Vilmaggiore provenienti da Clusone verso la fine del '700: infatti vi sono solo due famiglie patriarcali: Giovanni Maria "mandriano" è nato a Vilminore nel 1832 e convive con 18 persone: i figli, fratelli, cognate. Giovanni Giudici, forse fratello o parente del precedente, è "agricoltore"; la sua famiglia è composta da 16 persone. Anche Gio. Bettino Sugliani è agricoltore e nella sua casa vivono anche figli, nuore e nipoti. E’ interessante notare come i nomi di persona di questa famiglia siano stati fedelmente tramandati: Cecilia, Luca, Angelo, Catterina, Ambrogio, Teresa, Giovanna, Margherita, Maria, Giuseppe e Sperandio. Il soprannome degli abitanti di Vilmaggiore è "fregaroi":questo nome indica anche una specie di gnocchi di farina bianca impastata con il latte; bolliti, costituivano un piatto tradizionale e particolarmente sostanzioso.
Negli anni ‘30 si affermò un secondo soprannome, decisamente canzonatorio: "Gos" (gozzo, struma); esso fu imposto dagli abitanti di Vilminore all’epoca nella quale Antonio Merli ("Tone gòs", 1895 - 1984) era solito celebrare il regime fascista con discorsi altisonanti. Alcuni abitanti di Vilmaggiore tuttavia respingono decisamente l’assegnazione di questo epiteto e rammentano di aver conosciuto a Vilminore perfino parecchie donne dotate dello spiacevole attributo del gozzo.

La popolazione: alcuni dati

Quanto alla consistenza numerica di Vilmaggiore nei secoli trascorsi, bisogna attingere ai registri di "stato d’anime" redatti dai Premesso che all’epoca del visitatore di S. Carlo vi erano 400 anime e che questo è il numero di quanti facevano riferimento alla chiesa di S. Giorgio, lo storico G. Battista Grassi, attribuisce a Vilmaggiore, nel 1579, solo 124 abitanti. Sono 143 nel 1684 e durante il 1700 variano da 141 a 180. Come si è detto, i 252 abitanti rilevati dal Pedrini nell’anno 1719, comprendono anche parecchi di Vilminore.
Nell’anno 1800 vi sono 142 anime; pochi anni dopo lo storico Maironi da Ponte scrive che "...Non ha presentemente che cento trenta abitanti, quasi tutti montanisti (addetti ai lavori nelle miniere), ciclopi, (addetti ai forni e alle fucine) o impiegati nel preparar carbone". Ancora il Maironi osserva. che "Vedesi tutto diroccato o quasi abbandonato il suo caseggiato, sebbene la esposizione locale fosse la migliore". Analoga è la descrizione di Antonio Tiraboschi (1838 - 1883) che negli "appunti sulla Valle di Scalve" (seconda metà dell’800) osserva: "...la sua postura è bella, ma il suo aspetto denota decadenza. Oggidì ha poco più di 200 abitanti". Bisognerà attendere il ‘900 per assistere ad una decisiva ripresa di quella che è stata forse la più antica capitale della Valle. Vi è stato un progresso sotto tutti i punti di vista; non per ultimo un considerevole sviluppo edilizio. Al 30 settembre 1994 all’anagrafe del Comune risulta che Vilmaggiore conta 284 residenti, e precisamente 143 donne e 141 uomini.

Gli "animosi" parroci di Vilmaggiore

Dopo l’unità d’Italia, nonostante l’apertura della Via Mala che permetteva un consistente miglioramento dei traffici e del commercio, soprattutto con la Valle Camonica, andò però decadendo l’industria mineraria (forni fusori, fucine, ecc...) nella quale erano occupati anche parecchi di Vilmaggiore. Per molti di essi, come per anche tutti gli Scalvini non rimarrà, in alternativa ad una vita di stenti, che la strada dell’emigrazione, verso altre regioni italiane; quindi verso gli stati europei e le Americhe. Prima di lasciare il 1800 non si può non menzionare la figura di don Pietro Boffetti, parroco di Vilmaggiore dal 1850 al 1876: egli dovette avere un ruolo importante nelle vicende della costruzione della Via Mala; abbiamo questa informazione da una nota del Pedrini. Racconta infatti lo stesso Maestro: "Costui, postosi a capo di una deputazione scalvina si presentò al Ministero o forse al parlamento in Torino e tanto fece, che ottenne un sussidio dal Governo italiano per la costruzione della celebre strada di Angolo. L’animoso sacerdote Boffetti spese del suo, ma poi l’ingrata deputazione scalvina l’abbandonò e tenne tutto per sè il monopolio della costruzione, che fruttò non poco a taluni Deputati e Commissari..."
Non si conoscono i torti che ebbe a subire l’intraprendente sacerdote; forse ne sapeva qualcosa il Pedrini che conclude commentando: "...Ma il povero Boffetti che fu oggetto di ingratitudine da parte dei deputati della via d’Angolo, lo fu anche da parte dei parrocchiani di Vilmaggiore, e di ciò è forse meglio non parlarne...".
Un’altro sacerdote del quale si conserva una positiva memoria è don Paolo Rudelli, nato a Gandino nel 1885 e parroco di Vilmaggiore dal 1916 al 1932. Ambrogio Sugliani ("Giuseppe") racconta: "... era un cacciatore sfegatato... ma era anche il medico dei suoi parrocchiani... molte persone della Valle venivano a chiedere un consulto da lui. Prima di diventare prete era studente in medicina. Durante una escursione sulla Presolana, a causa della nebbia si era visto perduto..: ed aveva fatto il voto che se fosse scampato al pericolo sarebbe diventato sacerdote...".
Nel 1932 viene nominato parroco di Vilmaggiore don Filippo Colosio. Era nato a Vigolo nel 1889 e fu ordinato sacerdote nel 1916. La sua permanenza a Vilmaggiore ha lasciato un tangibile e vivo, ricordo nelle persone, e nel giornale edito nella ricorrenza del IV° centenario del Miracolo del Crocefisso, viene definito "umile e grande Maestro di fede e di vita". Fu indubbiamente dotato. di una forte personalità e di un carisma particolare. Dai toni burberi, non era tenero nemmeno con sè stesso: ne sono la prova alcuni "propositi" che egli scrive nel 1938 sul "libro delle messe". Ad esempio fa il voto di astenersi dalla frutta e dal vino il venerdì ed il sabato, per la durata di un anno; quindi rinuncia alla caccia per due anni.
Ed infine: "emancipazione dalla pipa"...ma forse non vi riuscì completamente. Altrettanto preciso doveva essere negli impegni di tutti i giorni. La levata è alle ore 5.30; quindi si recava in chiesa per la meditazione e la Messa. Ore 8: colazione, giornale radio, visita infermi e alle api. "Se vi è nulla da fare", dopo il pranzo, potrà permettersi un’altra "occhiata all’apiario". La giornata proseguiva con una fitto programma e si concludeva alle 21,45.
Il 10 dicembre 1943 don Filippo, accusato dai fascisti di nascondere in casa il fratello Domenico (in effetti era riuscito a fuggire) viene rinchiuso nel carcere di S. Agata a Bergamo; viene però liberato alla vigilia di Natale. La vicenda dell’arresto e della detenzione è riportata da Eugenia Valtulina in "Havvi gente buona...", pp. 362 - 365. Fu molto attivo per quanto riguarda le opere parrocchiali: tra queste l’acquisto della nuova casa canonica, interventi di manutenzione alla chiesa e la costruzione dell’edificio che avrebbe ospitato anche le scuole e l’asilo. Tutte le persone intervistate in occasione di questa ricerca citano frequentemente don Filippo: sono sufficienti a descriverne la personalità; oltre a questo vi sono alcuni documenti significativi, come alcune lettere inoltrate al podestà di Vilminore. Il 27 settembre 1939 don Colosio ricorda all’Amministrazione Comunale che a seguito dell’aumento della tassa famiglia, che definisce "più che salata", oltre all’obbligo di quattro giornate lavorative a beneficio del Comune, ecc... non c’è stata nessuna contropartita, come potrebbe essere la riparazione o la sostituzione dell’orologio del campanile. "Il negarlo - conclude - sarebbe vergogna". Nell’archivio comunale c’è la bozza della risposta del podestà Giovanni Morandi, il quale, giustificando il proprio operato conclude: "... pertanto vi prego di voler esimervi su cose di cui non siete competente, o quanto meno vi prego di esprimervi in modi più educati..." In un’altra lettera, in risposta ad una richiesta di aumento dell’affitto della scuola, il podestà usa toni offensivi nei confronti di don Colosio: "... dovreste vergognarvi della veste che portate...". Per nulla avvilito don Filippo, ribatte coraggiosamente: "... non sono per nulla offeso che abbiate la convinzione che sia avaro" e con cifre alla mano dimostra ad esempio dell’acquisto della casa parrocchiale e la ristrutturazione dei locali destinati per l’asilo, sono sì stati un affare, ma non certo a proprio beneficio, tanto è vero che "mi sono industriato di pagare con taglio di legnami, con ricavo miele e portando anche qualche risparmio dalla casa paterna:..".
Sicuro di aver fatto delle legittime richieste, invita il podestà a visitare l’asilo: "... vedrete come spendo i miei risparmi... annegheremo la vertenza con un buon bicchiere di vino. Ossequi". Nell’ottobre 1939 don Colosio ribadisce la necessità di rivedere la questione della tassa famiglia, perchè è insostenibile almeno per alcuni padri di famiglia e respinge allo stesso tempo l’accusa di incompetenza in materia. "Quando nel 1918 morì mio padre, che reggeva da 25 anni, come Sindaco, l’amministrazione del Comune di Vigolo - Consorzio - Esattoria e faceva anche da segretario, per mancanza di personale in quegli anni di guerra, ho dovuto intervenire per la liquidazione delle partite in pendenza. Le cose erano state condotte così bene che nella elezione dei consiglieri mancanti fui scelto a pieni voti e fino all’avvento dei Podestà fui tra i consiglieri revisori dei conti, membro di commissioni... (...)".
Don Colosio, come si è visto, era un esperto apicoltore ed aveva incentivato anche in Valle la coltura delle api. Adele Merli ricorda  la costruzione dell’asilo le arnie di don Filippo avevano prodotto ben quindici quintali di miele. In un biglietto risalente al 1942 si trova la nota del miele "regalato o somiregalato": sono una ventina di Kg. e tra i beneficiari vi sono, oltre ad alcuni parrocchiani, il Milite Forti, il Messo Comunale, il notaio Messa, l'avv. Fogaccia, il segretario, il medico, il maresciallo dei carabinieri; un Kg. viene dato agli impiegati dell' "ammasso patate". Nell’elenco non compare però il podestà: dimenticanza o premeditata esclusione?
La posizione di don Colosio nei confronti del fascismo viene evidenziata da una nota lapidaria a p. 206 del "libro delle messe": "1943 - luglio 25. Mussolini se n’è andato - Viva l’Italia".
Quasi tutte le persone di Vilmaggiore che hanno collaborato a questa indagine con la loro testimonianza, hanno nitidi ricordi soprattutto rispetto ad alcuni fenomeni, personaggi ed avvenimenti: il fascismo, la figura di don Colosio, il traffico del contrabbando, la caccia. Naturalmente la vita contadina viene descritta con unanime esattezza. In omaggio ad un pur minimo rigore storico, bisogna affermare che l’evento del fascismo rappresenta per Vilmaggiore una parentesi poco felice. Racconta un testimone: "... certamente a Vilmaggiore c’erano più fascisti che in altri paesi... però bisogna tener presente che qui abitava il Baldoni (podestà di Vilminore dal 1926 al 1929); essendo lui il capo, aveva fatto iscrivere parecchi al partito... poi dicevano che andavano a dare l’olio a quelli contrari al regime... avevano anche la divisa...".
C’erano ovviamente anche degli antifascisti, come Mario Duci (1898 - 1982) che fu costretto ad emigrare perché non aveva mai celato la sua viscerale avversione al regime.
Nel prossimo numero del "giornale", allo scopo di dare voce alle numerose testimonianze raccolte, verrà messo a fuoco il periodo compreso dagli anni ‘30 fino ad oggi… Con alcune curiosità ed anche con la rievocazione di fatti divertenti...
continua...

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