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Vilmaggiore
Dezzolo e S. Andrea
Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

SULLE TRACCE DELL'ANTICO CAPOLUOGO
En 'Vilmasùr uno olto s'fao festù de cà dol diaol
Ritagli di storie per rievocare la memoria di un paese
A cura di Agostino Morandi e Miriam Romelli

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Facendo seguito al tentativo di ricomporre alcune vicende storiche di Vilmaggiore utilizzando - per quanto è stato possibile - i documenti reperiti, la ricerca continua prendendo in esame il periodo compreso dagli anni ‘30 ad oggi. A questo scopo vengono utilizzate alcune testimonianze raccolte tra gli abitanti di Vilmaggiore; le interviste sono state condotte inizialmente adottando i canoni classici: l’infanzia, i ricordi di particolari avvenimenti, ecc...
A mano a mano, la narrazione diventata sempre più spontanea anche se a volte è stata rettificata - o meglio - indirizzato dall’intervistatore; questo è avvenuto per una obbiettiva necessita di raccogliere il tutto in un racconto unitario: sono sortite tante storie, anzi … mille storie, ed alcune di esse trovano un preciso riscontro sia nell’analisi delle varie testimonianze, anche da una ulteriore documentazione ottenuta con una ricerca documentaria più mirata.
Chi ha raccolto le testimonianze intende esimersi da deduzioni sociologiche o giudizi morali; ma è convinto che una Valle od una contrada senza memoria sono un Valle ed una contrada senza storia: ma questo è esattamente il contrario rispetto all’esperienza in atto sia per quanto riguarda Vilmaggiore, che per le altre contrade. Le preziose e schiette testimonianze registrate e trascritte, sono documenti irripetibili. Il maestro Pedrini ha avuto un grande merito nel raccogliere e trascrivere i documenti che ora possiamo agevolmente utilizzare: ma se ancora fosse vivente, ci invidierebbe soltanto due cose: l’invenzione del magnetofono e degli strumenti di riproduzione delle "carte".
Tornando ai nostri testimoni, è necessario ribadire che solo di tanto in tanto si è ricorso a dei "correttivi", anche perché l’intervista viene sempre preventivamente concordata; tuttavia nel corso del racconto a volte è facile focalizzare argomenti e magari fatti personali che assumono evidentemente un valore marginale rispetto alla narrazione esaminata nel suo insieme. Anche per quanto attiene Vilmaggiore, sortisce una storia "corale": una storia che rievoca soprattutto le vicende della gente comune ... di tutta la nostra gente: contadini, minatori, emigranti. Per agevolare la lettura si omette la citazione dei testimoni che veri ranno elencati alla conclusione dell’esposizione. Il frequente uso delle espressioni dialettali è dettato dalla convinzione che nessuna altra lingua potrebbe esprimere con eguale vivacità i ricordi e le situazioni che si vanno raccontando...

La vita era magra

"Quando ero piccolo ... la vita era magra. A sei o sette anni il gerlo (zarl) l’avevamo sempre in spalla: per raccogliere la legna, 'l patùs e per trasportare lo stallatico. Il papà faceva il copritetti, ma ci dava un aiuto nel periodo di maggiore lavoro, come durante la fienagione. Eravamo otto fratelli... ricordo che nel 1932 avevamo cinque capi di bestiame; eravamo fortunati rispetto ad altre famiglie. D’inverno si passavano le serate nelle stalle; quando siamo diventati un po’ grandi si riusciva a comprare in compagnia un fiasco di vino e si faceva la cantata… Si frequentava molto la casa degli Spada che erano dei provetti cacciatori: raccontavano sempre storie di battute di caccia. Le leggende riguardavano sempre storie di morti, come quella della "càsò mortò" che passava qui vicino … io non l’ho mai vista … quindi erano storie lugubri di disciplini e di folletti". Le feste e le particolari ricorrenze religiose erano anche l’occasione di divertimento soprattutto per i ragazzi; il lavoro si limitava ad accudire il bestiame.
"La festa del S. Crocifisso … della Trinità (Patrono di Vilmaggiore) ... una volta si facevano dei fest de cà dol diàol!. Ora che continuano a cambiare i preti non si sa nemmeno quando ci sono le feste… Ai tempi di don Rudelli c’era sempre la banda; con don Filippo un po’ meno. Prima della guerra (1940 - 45) Vilmaggiore avrà avuto trecento e più abitanti, oltre ad una trentina di Sottomargine e di Fonte". Il numero di capi di bestiame di proprietà di ogni famiglia era proporzionato all’estensione dei prati che si potevano coltivare.
"...Noi avevamo poca campagna e solo nel 1942 abbiamo avuto una mucca... a metà con il pittore Alebardi, che era uno sfollato di guerra ed abitava a Vilmaggiore. Lui aveva pagato la bestia; il vitello era suo ed il latte della mucca veniva diviso a metà. Mio padre era minatore ed è stato anche in Africa a lavorare dal 1935 al 1937. Ricordo che in tempo di guerra portavamo a macinare l’orzo e la segale al mulino del Tino...".
Verso la fine degli anni ‘50 si accentua il fenomeno dell’abbandono delle attività agricole: in qualche misura ciò avviene anche per Vilmaggiore; tuttavia la contrada può contare il primato anche per quanto riguarda la ripresa, avvenuta negli anni ‘70. E' interessante la testimonianza di G. G., nato nel 1930. Secondogenito di una famiglia con dieci figli, ha sempre fatto l’agricoltore. Alla soglia dei 65 anni, teme che dovrà forse attendere ancora per potersi dichiarare pensionato... con i tempi che corrono. Tuttavia, dopo una vita di lavoro non avanza nessuna pretesa, come se la misera pensione fosse un regalo non meritato.
"Dall’età di 6 - 7 anni, d’estate andavamo negli alpeggi con il bestiame: in Roncaglia, in Camorino … nel 1938 ero nelle Stable. Avevamo una quindicina di capi di bestiame. Quando si usciva dalla scuola ti mandavano a lavorare. Ho fatto la quinta elementare a 18 anni, con un corso accelerato. Quando avevo il cavallo, andavo a fare qualche giornata. A Vilmaggiore c’erano almeno un centinaio di capi; il latte veniva conferito per la maggior parte al caseificio turnario; in questo si trasformavano giornalmente 3 - 4 q.li di latte. Per parecchi anni l’ha gestito Antonio Merli: era un ottimo casaro... e poi si impegnava a farti vendere il burro e tirava sul prezzo... a nostro vantaggio. Il casaro predisponeva i locali, provvedeva all’attrezzatura necessaria; veniva pagato in proporzione alla quantità di latte che lavorava. C’era un locale per il deposito del latte e dei formaggi ed un altro nel quale avveniva la lavorazione, quest’ultimo era négher negrént... a volte andavo ad azionare la zangola del burro per conto di una vecchietta... c’era pure un crocifisso alla parete: négher negrént anche quello; di tanto in tanto lei lo guardava e diceva: pòer cristo!. Ci sono state delle annate di magra a causa della supha (afta epizoòtica) e poi l’aborto infettivo... no... no... c’e voluto del tempo prima di debellare certe malattie: per lunghi periodi non potevamo allevare nemmeno un vitello!. Per fortuna si integrava lavorando anche d’inverno, con il legname e portando la bricolla del contrabbandiere. Per fare il mistèr del contadino bisogna avere una grande passione e voglia di lavorare...
B.B., classe 1933, appartiene anch’egli ad una famiglia numerosa e conserva dei precisi ricordi riguardo al periodo della fanciullezza e della vita contadina: "la mia famiglia possedeva solo piccoli appezzamenti di terra, i miei fratelli andavano già da piccoli per "famèi"... la mucca l’abbiamo comprata solo dopo la guerra. In paese solo due o tre famiglie non avevano affatto bestiame. Si allevavano anche numerose pecore ed alcune capre.

Maestre poco... canoniche

Il periodo della fanciullezza nel racconto dei testimoni è strettamente legato con la rievocazione della scuola e dell’asilo.
"...La scuola (negli anni ‘20) era nella casa dei Duci... bambini e bambine erano assieme; c’erano due file di banchi e c’era una sola maestra. Le maestre erano in gamba: alcune erano forestiere ma mi ricordo di una certa Magri di Vilminore. lo ho frequentato fino alla quarta...".
Verso la fine degli anni ‘30 don Filippo Colosio organizza la scuola serale: "... è stato un bravo maestro: ci insegnava a cubare i tronchi degli alberi e suggeriva il modo migliore di seminare le patate... I più giovani andavano alla scuola nel tardo pomeriggio, gli altri alla sera". Ed ancora: "... ho fatto la terza elementare... poi, nel 1938, a tredici anni, sono andato in miniera a Schilpario. Ho frequentato la scuola serale per parecchi anni. Come maestro, don Filippo era bravissimo, ma anche severo... lui ha condotto la scuola per parecchi anni, e sempre gratuitamente.
In assenza della maestra... regolare, era sempre lui il supplente fisso: "... a scuola ci insegnava soprattutto a fare i conti, a trattare di cose pratiche. Quanto all’apprendimento della lingua italiana, si faceva piuttosto poco... l’italiano non era la vera lingua "ufficiale"... si parlava per lo più in dialetto".
L’asilo infantile, che era la moderna scuola materna, fu ideato da don Colosio; l’iniziativa probabilmente aveva un duplice scopo: impartire una prima educazione ai bambini e sollevare le famiglie - per alcune ore al giorno - dall’impegno di accudire agli stessi. A quei tempi la scuola materna non rientrava nei compiti istituzionali del Comune ed era gestita dalla parrocchia. Nel Comune c’era fino a quell’epoca una sola scuola, a Vilminore, che era stata fondata nei primi anni del secolo con un lascito dell’ing. Tagliaferri; l’istituzione veniva poi di volta in volta sovvenzionata con altri legati.
Intorno alla costruzione ed ai primi anni di gestione dell’asilo di Vilmaggiore si possono avere delle informazioni spigolando alcuni fogli conservati presso l’archivio parrocchiale: essi sono senza dubbio la trascrizione di un diario o registro scritto da don Filippo, e del quale non c’è traccia. Dalla calligrafia si può supporre che l’idea di stralciare dagli scritti di don Colosio alcuni avvenimenti, appartenga alla maestra Anna Spada. La trascrizione risale agli anni ‘50. Si riportano qui di seguito alcuni brani: "...L’asilo infantile, nato nella mia mente fino dai primi giorni della mia venuta a Vilmaggiore, non potè essere realizzato che nel 1937. Il primo atto diretto a questo scopo fu la compera del terreno sotto la fontana, il 7 febbraio 1935 da Bendotti Viviano attraverso il suo rappresentante Tagliaferri Alessio. In marzo 1935 è incominciato il lavoro di sistemazione del cortile, spostamento della strada". I lavori si fermarono però … al primo piano, forse per non dover ricorrere a debiti eccessivi. La spesa infatti era stata di L. 5.687 contro un’entrata di poco più di £. 1.000.
Tuttavia i lavori riprendono nella primavera del ‘36 e si concludono in agosto. Raccontano che Don Colosio, rimboccando la veste, affrontasse i ponteggi portando i secchi della malta ed altro materiale. Egli stesso scrive: "... ai muratori ed al falegname il parroco dava la polenta gratis a mezzogiorno". Non è possibile sapere come Don Filippo facesse fronte alle ingenti spese perché, a lavori conclusi, l’asilo era costato L. 17.000 e le. Entrate non raggiungevano che la cifra di £. 1.777.
Fin dal primo anno ne risultò piuttosto difficile la gestione anche a motivo della presenza di maestre che usavano metodi od assumevano comportamenti non esattamente …canonici. Questo facile intendere continuando la lettura del diario citato: "... L'asilo è stato aperto solennemente il 27 settembre 1937 con la prima maestra Caterina Volpari con lo stipendio di L. 200 mensili; luce, legna e alloggio gratis. Chiuso l’asilo il 27giugno 1938 con risultati scarsi data l’imperizia della maestra che troppo trascurava i bambini e li lasciava razzolare per terra, abbandonati a se stessi, con scapito della pulizia e della educazione. Congedata". (sic!)
Non vi è dubbio che anche i più agguerriti moderni sindacati non avrebbero fatto fronte alla determinazione di don Colosio di procedere al licenziamento … in tronco della maestra. Tuttavia non ebbe una sorte migliore nemmeno quella successiva, certa Ghilardi Angelina di Verdellino che viene assunta il 17 ottobre 1938. (...) "Questa si è dimostrata una valente insegnante. Congedata dopo tre anni di servizio perché stretta relazione con maestre fuori comune. Parecchie volte si assentava la domenica e nei giorni di vacanza con amiche (o amici) le quali a loro volta restituivano le visite e introducevano nell’asilo clandestinamente amici indesiderati dal Parroco, coi quali organizzavano balli…". Inconsapevole antesignana dei moderni party collettivi, la "valente" Angelina, "... sorpresa una notte nel marzo 1941 a ballare con queste amiche e amici, venne deciso il suo licenziamento a fine anno scolastico". Dal 1941 al 1943 la maestra dell’asilo è Siboldi Rosa da Gandino: "... dopo due anni di servizio discreto, è stata licenziata non potendo affrontare la spesa dell’aumento richiesto. (L. 550 mensile)".

La rapina delle campane

Il periodo della guerra nel racconto della maggior parte dei testimoni viene ricordato in una maniera un po’ confusa; qualcuno addirittura assimila le azioni dei repubblichini con quelle dei partigiani; questi ultimi, con alcune ingloriose azioni e con discutibili requisizioni, non contribuirono a lasciare un positivo ricordo: ciò è quanto traspare da una prima analisi dei ricordi tramandati dalla memoria collettiva. Per una interessante rilettura di alcuni avvenimenti relativi al periodo bellico, ed in particolare dall’8 settembre ‘43 fino alla liberazione, si veda la monografia di Eugenia Valtulina in "Havvi gente buona et laboriosa..." (da p. 327 a p. 395). Anche il racconto degli abitanti di Vilmaggiore contribuisce ad una maggiore conoscenza delle "mille voci di chi fa la storia senza saperlo".
"...I partigiani sono venuti due volte a rubare a Vilmaggiore ... poi avevano caricato al Semperboni (gestiva il bar "Presolana") un sacco di farina e sono partiti alla volta di Schilpario … ma giunti presso il cimitero hanno tagliato il sacco: addio farina!. Poi hanno incominciato ad importunare il Luigi Bragulò (Luigi Giudici): alcuni di Vilmaggiore hanno affrontato i partigiani proprio sulla porta di casa sua e li hanno accompagnati fino al cimitero. Un nostro compaesano era armato di sigursèl (scure); dopo questo fatto non hanno più osato fermarsi a Vilmaggiore".
Qualcuno conserva precisi ricordi di particolari avvenimenti, come dell’aereo degli Alleati che aveva scaricato delle bombe nella zona delle "Corne Strette" nel settembre 1944, e del rastrellamento dei nazi-fascisti, avvenuto il 4 ottobre Successivo: "... mi ricordo quando hanno buttato le bombe dagli aerei … con altri ragazzi di Sottomargine siamo andati a nasconderci sotto alcune grotte naturali…
Prima del rastrellamento dei tedeschi un partigiano ci aveva avvertito e noi abbiamo nascosto sotto terra alcune suppellettili…" tra gli scritti di don Filippo Colosio non si riscontrano né notizie né considerazioni sulle scorrerie dei partigiani e dei fascisti. Nella trascrizione di un suo diario, già citata, vengono descritti due avvenimenti per i quali rimase particolarmente scosso: l’asportazione di due campane dal campanile e gli avvenimenti succedutisi dopo l'8 settembre 1943. Già dal maggio 1941 dalla Regia Prefettura di Bergamo era stata inviata ai podestà e commissari prefettizi della provincia di Bergamo una lettera "riservatissima raccomandata": questo scritto potrebbe essere oggetto di uno studio particolare, sia per la forma e sia per il contenuto, e dà l’idea delle malefatte alle quali è potuto giungere l’esecrabile regime fascista che non ha risparmiato - con la sacrilega asportazione delle campane - nemmeno questi preziosi simboli della religiosità per una "ragione di Stato" imperdonabile; la lettera del Prefetto si conchiude anche con un esplicito invito ai parroci "...per la cui esecuzione (il censimento e la successiva rapina delle campane, n.d.a.) essi hanno il maggior interesse a cooperare con le Autorità Governative in modo che le supreme ragioni di stato possano armonizzarsi il più possibile con il legittimo interesse del culto e dei fedeli". Fu un boccone indigesto per don Colosio, che aveva dovuto inoltrare al podestà una nota che indicava il numero delle campane della chiesa di Vilmaggiore, e la relativa data di fabbricazione (1921). Il 20 maggio 1941 il podestà di Vilminore di Scalve trasmette al prefetto il 1° elenco del censimento delle campane di edifici destinati al culto: il peso complessivo delle campane di Vilmaggiore (oltre 41 q.li) è secondo solo a quello di Vilminore (10 campane per un peso di 70 q.li). Il censimento comprende perfino le campane della chiesa di Pianezza, di S. Carlo e di S. Nicola a Teveno. Complessivamente sono 172 q.li di bronzo e ne furono probabilmente asportati circa un terzo. Il 15 aprile 1943 don Filippo scrive: "Oggi, per la nostra parrocchia è stato un giorno di grande lutto! Dal magnifico concerto di campane (n. 5 in Rebemolle) del peso complessivo di Kg. 4151 furono tolte la terza e la quarta per essere conferite all’Ente Endirot (?) per scopi di guerra. A queste due venne unita la campana di S. Lucia per raggiungere il minimo del peso voluto. Tutta la popolazione era costernata (...) e in silenzio si subìla spogliazione pronosticando, come castigo di Dio, la disfatta dell’Asse... già in cammino": Dopo una settimana dall’annuncio dell’armistizio, il parroco riprende la cronaca e ribadisce la propria avversione al fascismo ed alla guerra dallo stesso innescata. "15 settembre 1943 - Il giorno 8 settembre, alle ore 18.30 dalla Radio Londra ho sentito l’annuncio dell’armistizio italiano. Appena sentita questa notizia, mi sono precipitato sulla strada per annunciarla al popolo. Fu una esplosione di gioia. Alcuni si precipitarono, con il mio consenso, nel campanile per suonare le campane a festa, ma non pratici suonarono a morto. Quel contrasto mi fece senso. Era forse una profezia? Oggi, dopo otto giorni, gli avvenimenti militari, la liberazione di Mussolini (...) hanno portato la nazione all’anarchia, alla guerra civile, moltiplicando le distruzioni, le vittime e la morte!!!".

A purtà 'l sac

Durante gli anni ‘30 si sviluppa in tutta la Valle un notevole traffico di generi di contrabbando provenienti dalla Svizzera. Inizialmente si trasportava quasi esclusivamente il caffè. I sacchi, chiamati bricolle contenevano circa 30 Kg. di merce. Questi venivano portati dai contrabbandieri valtellinesi presso le baite lungo la valle di Belviso; da qui venivano trasferiti in Valle di Scalve attraverso i numerosi passaggi in alta montagna; alcune volte per sfuggire al controllo della finanza, il passaggio avveniva attraverso il passo di Belviso. I sacchi venivano poi nascosti nei fienili o nelle abitazioni presso Vilmaggiore, Sottomargine e Dezzolo. I "padroni", o meglio i committenti, erano per la maggior parte abitanti di queste contrade. Sono rimasti famosi per questo traffico i "Tròle" di Sottomargine ed i "Lingère" di Dezzolo. La merce veniva poi trasportata fuori valle con le automobili, ma spesso gli spalloni riprendevano il viaggio e raggiungevano i paesi della Valseriana. Quasi tutti gli uomini di Vilmaggiore, a suo tempo giovanotti, hanno fatto l’esperienza del contrabbandiere. Il viaggio era organizzato "a port", cioè, come si è detto, per conto terzi. "Prima della guerra si trasportava il caffè, poi tabacco ed altri generi. Il più delle volte si andava fino a Pila e Cap, sopra la diga: per questo viaggio il compenso era di 25 lire; dall’Aprica erano il doppio. Ci volevano due giorni e si dormiva nelle cascine.
Di Vilmaggiore eravamo sempre cinque o sei ed a volte si organizzavano delle squadre di una trentina di uomini. Il percorso normale era attraverso il Venerocolo. Si andava anche d’inverno: ricordo ad esempio che nel 1951 abbiamo fatto viaggi per tutto l’inverno e si utilizzavano la racchette: sul Venerocolo c’erano 10 metri di neve! Il contrabbando non era considerato dalla gente come reato: certo, se perdevi il sacco nella fuga non prendevi la paga. Dopo la guerra qualcuno di noi si messo in proprio, e parecchie volte mi hanno perquisito la casa". Raramente le perquisizioni della finanza avevano buon esito, anche perché non poteva certo contare su soffiate o confidenti del posto. Dopo gli anni ‘50 il contrabbando è continuato con gli spalloni a ...quattro ruote, ed è cessato quando 'l ghèro più ol tu autem col cambe, vale a dire quando non è più risultato conveniente il cambio della lira con la valuta svizzera.
"Ho fatto anch’io il contrabbandiere per un paio d’anni, nel 1950 e 1951. Per andata e ritorno dal ponte di Frera (sotto la diga) ci volevano 24 ore. Da Vilmaggiore si ripartiva, seguendo i sentieri e le strade secondarie e si andava fino a Ponte Nossa. Prendevamo tremila lire per il trasporto dalla Valtellina ed altrettanto per il viaggio a Ponte Nossa"."Mio padre andava spesso a "purtà 'l sac". Anch’io ho fatto alcuni viaggi; più o meno si faceva un trasporto ogni settimana. La prima volta ho ricevuto tremila lire: era il 1949. Ricordo che alla cascina di Pila c’erano sessanta sacchi da trasportare, c’erano anche parecchi uomini di Schilpario.
Il contrabbando non era considerato immorale, ma si faceva per necessità". Nel 1932 un gruppo di contrabbandieri di Vilmaggiore si trovava in una cascina presso la contrada "LìScèc", in attesa di riprendere il viaggio al mattino. Ci fu un falso allarme che annunciava la presenza della finanza. Luca Sugliani, di diciotto anni, nel saltare una finestra inciampò e cadde battendo il capo. Lo stesso fratello Ambrogio (Giuseppe) ricorda la disgrazia: "... sono stato avvisato da un suo compagno mentre mio fratello era assistito dal Cardoso "l’americano". A piedi, ho raggiunto la cascina dove si trovava mio fratello: era in fin di vita; con una macchina l’abbiamo portato a casa... abbiamo accettato la nostra disgrazia".

A caccia con mauser e parabellum

La caccia ai selvatici è sempre stata considerata un passatempo riservato ai ricchi, i quali disponevano del tempo e del denaro necessari per praticare questa attività. Per la verità, c’era anche della gente comune, un po’ in tutti i paesi che andava a caccia per una vera e propria necessità; a volte diventava anche una passione. Molti ricordano anche le battute per catturare la volpe, la cui pelle aveva un notevole valore e, alla fine, era considerato un animale dannoso.
A Vilmaggiore vi sono sempre stati parecchi cacciatori, come gli Spada: "... erano cacciatori di camosci... d’inverno scampavano con le volpi… d’inverno, nelle stalle, raccontavano sempre le storie di battute di caccia. Il Gianì (Giovanni Spada) raccontava che una volta aveva teso l’agguato alla volpe per ben nove notti e lo raccontava in versi: "Dopo nove notti insonni ti colsi di sorpresa mentre tu pensavi di andare sempre illesa; un colpo decisivo ed un fischiar di piombo: tu hai dato l’addio a tutto il mondo… (...)".
La preda più ambita era il camoscio, per la sua carne, ma anche per la pelle e le corna: "raccontavano che appena … dopo aver abbattuto e sgozzato il camoscio, bevevano un bicchiere di sangue... acquistavano un tale brio che a volte riuscivano ad abbatterne un altro... e gli stessi cacciatori riuscivano a correre come i camosci". Rimane però anche la memoria dei racconti di vecchi cacciatori che non escludevano che con un bicchiere di sangue di questo animale veniva superato di gran lunga l’effetto di qualsiasi altro afrodisiaco. "... a quei tempi la caccia (per fortuna) non era regolata come adesso... dopo la guerra c’erano armi dappertutto: faradèi (parabellum), mauser... una volta alcuni di Vilmaggiore, sorpresi dal maltempo, sono andati a finire a Lizzola; non si sono ammazzati per un caso..."
La passione per la caccia al camoscio riusciva a coinvolgere anche quanti erano inesperti in fatto di armi: "...non sono mai stato un cacciatore, ma una volta ho proposto a mio fratello di comprare assieme una carabina... ma non aveva la licenza e non si è fidato... poi ha fatto sistemare un 91, un fucile della prima guerra.. .devo dire che qualche camoscio l'ha abbattuto!". Anche un insospettabile bracconiere di Vilmaggiore cede a qualche confidenza: "... certo, qualche volta sono andato a caccia ... di frodo prima ed anche dopo la guerra: si usavano i mauser ed anche i parabellum. Se ne prendevo? ... Ho ancora le pelli!. Andavo a caccia per necessità adesso le armi le ho fatte sparire". Ambrogio Sugliani (Giuseppe), classe 1912, è una delle persone più anziane di Vilmaggiore e non è mai stato un cacciatore... ma "... una volta sono andato a caccia con un mio cugino… un amico teneva un vetterlit (?) nascosto nella zona della presa d’acqua. Siamo andati dietro le cime ed abbiamo abbattuto un camoscio. Non sono certo che i cacciatori bevessero il sangue del camoscio appena ucciso… questo però lo raccontavano gli Spada: in un momento di contentezza dicevano che bevevano un po’ di sangue… Anche mio padre e mio nonno erano cacciatori; mio nonno Luca aveva portato un cucciolo di camoscio a dei cremonesi e questi gli avevano dato in cambio un moderna carabina...".

Gli avventurosi matrimoni dei vedovi

Uno degli avvenimenti che viene frequentemente ricordato e che è rimasto impresso nella memoria collettiva degli abitanti di Vilmaggiore riguarda le vicende seguite al matrimonio di Luigi Giudici (n.1899) con Anna Spada. La menzione di questo fatto ha il solo scopo di mettere a fuoco alcune tradizioni che oggi sono andate in disuso, come per esempio quella di ... rompere le scatole ai vedovi quando decidevano di passare ad un nuovo matrimonio. Questa usanza è stata sempre molto diffusa in tutta la Valle e si raccontano storie ed aneddoti che a volte sfiorano l’incredibile. A volte lo sposo, per evitare di essere fatto segno di pesanti scherzi, svolgeva un’azione preventiva, mettendo a disposizione dei compaesani una damigiana di vino: in questo modo gli scherzi rientravano. Ma a Vilmaggiore, all’inizio del 1946, le cose andarono un po’ diversamente e si possono ricostruire dal racconto dei testimoni… oculari.
"...C’è stata una guerra quando si sono sposati il Luigi Bragull con la maestra Anna: loro avevano combinato il matrimonio di nascosto, ma le donne avevano fatto un grande fracasso dopo la cerimonia, provocando le reazioni dei figli e dei cognati dello sposo.
Due mesi dopo vi fu il matrimonio del Raimundì (Raimondo Piantoni, anch’egli vedovo) con Celestina Giudici: quando sono tornati dal viaggio di nozze, Severo Piantoni, amico dello sposo, per evitare incidenti, aveva portato in piazza una damigiana di vino e tutti hanno bevuto ... hanno cantato e fatto baldoria. Anche in questa occasione le cose si stavano mettendo male, perché (i partigiani delle fazioni opposte) stavano di nuovo partendo con armi e scuri…
Ma tornando al matrimonio del Giudici, l’ultima guerra è avvenuta al bar: stavano litigando quando è entrato uno, il quale, brandendo il sigursèl - come era sua consuetudine - dice: adesso è ora di finirla! Ed ha appioppato un cazzotto al Luigi il quale, colto di sorpresa, ha infilato suo malgrado una porta di servizio battendo la testa...". Altri due testimoni (e attori) dell’avvenimento forniscono la loro versione con un linguaggio particolarmente vivace: "... noi eravamo in cima alle ùrbede (nei prati dietro il paese) e suonavamo le ciòche (campanacci) e qualcuno dal basso ci ha indirizzato delle fucilate… abbiamo fatto battaglia per una settimana… hanno fatto intervenire anche i carabinieri; io avevo preso due sberle dal… poi (i Reali) volevano portarmi in caserma… Infine (i partigiani del Luigi) si sono presentati all’osteria del Cardoso e lui ha tirato fuori la rivoltella ed ha intimato loro di togliersi dalle scatole. In quel frangente un anonimo aveva scritto e fatto circolare una "mbusinàda composta di parecchie strofe in rima: in Vilmaggiore c’è un ometto grande, grosso e di bell’aspetto che or la passa tra i signori (...) in casa sua cambiò finestre e portoni, perfin la fidanzata che pur bella e graziosa non trovò più all’altezza di esser sua sposa … (...).
Nella rievocazione dell’avvenimento, il racconto di altri testimoni si infittisce di particolari divertenti: "...se mi ricordo? mur di Dio… ma la polemica era stata maggiore perché lo sposo aveva abbandonato la precedente fidanzata e la "mbusinàda l’avevano scritta quelli che stavano dalla parte di quest’ultima… Una sera tornavamo a casa dal rosario e, vista l’aria che tirava, siamo scappati… qualcuno era riuscito ad estrarre da una finestra le corde delle campane ed aveva suonato a lutto: li chiamavano gròp: sono dei lugubri rintocchi che si usava suonare quando c’era qualcuno in agonia. Quella sera hanno sparato diverse fucilate in direzione del bosco, dove c’erano quelli che facevano baccano...".

Don Colosio: un prete tutto d'un pezzo

Nella prima parte della narrazione di alcune vicende riguardanti la storia di Vilmaggiore (Gazzetta Comunale, ottobre ‘94) si è accennato alla figura di don Filippo Colosio, parroco dal 1932 al 1976.
Dopo una consultazione dei suoi scritti e la rievocazione offerta dai testimoni, non sarebbe difficile delinearne la figura; tuttavia è forse più interessante riportare fedelmente le parole di quanti lo hanno conosciuto.
"...Noi abbiamo avuto un parroco che ricorderemo per sempre… anche solo per quello che ha fatto per Vilmaggiore: ha fabbricato l’asilo con i sòlcc de la mèl… e poi si interessava degli anziani e delle persone sole. Come prete era severo: quando faceva la dottrina camminava su e giù dalla chiesa e faceva domande all’uno e all’altro. Se non sapevi rispondere ti faceva fare la figura… le prediche le faceva anche in dialetto; d’estate quando c’erano i villeggianti, le ripeteva anche in italiano. A volte ci dava dè chele strupàde sò li gambe...". Il suo carattere piuttosto deciso, ed a volte anche un pò autoritario si può riscontrare anche da alcuni scritti già citati indirizzati al podestà di Vilminore Giovanni Morandi; con questo, che era proprietario di terreni un pò in tutta la Valle, don Colosio aveva anche delle discussioni per questioni di confini e di termini; controversie di questo tipo avvenivano anche con altri: "ma lui non aveva paura ed era solito dire che un termine non poteva spostarsi da solo...". Il racconto continua con un fatto divertente: "una volta l’ho fatta a pugni con Don Filippo: ero uscito dalla chiesa e pioveva. lo sono sempre stato un pò cipètt (signorinetto), ed avendo il vestito nuovo mi sono fermato con un amico sotto la grondaia della chiesa. Il prete doveva fare la congrega alle donne nella Chiesina; lui esce e ci dice che volevamo origliare su quanto diceva alle donne; ha fatto il gesto di spintonarmi ed allora io… pinf e panf… poi è venuto a casa a chiedermi scusa". All’assistenza spirituale dei parrocchiani don Filippo affiancava anche quella... materiale: "come prete era… avanzato. Per esempio, quando ci siamo sposati, nel 1966, ci ha detto: se non desiderate avere bambini è meglio non metterli al mondo. Il progetto della mia casa lo ha fatto lui ed ha diretto anche i lavori. Il tutto con la complicità di un suo amico geometra (Celeste Duci)".
Nella notte del 26 dicembre 1940 a Sottomargine di sopra scoppiò un furioso incendio e andarono distrutte tutte le abitazioni. Il fatto viene descritto dallo stesso Don Colosio: "...la rapidità con cui il fuoco si propagò da un'abitazione all’altra fu tale, che in meno di due ore tutto il caseggiato era investito. Quando quelli del centro si accorsero (...) non si potè più fare nulla. (...) Le famiglie rimaste prive assolutamente di tutto sono cinque con un complesso di ventiquattro individui, per un danno di L. 160.000". Il parroco si impegnò personalmente a dare una mano ad una famiglia con alcuni bambini orfani del padre: "... si è messo in campo Don Filippo; ha pensato lui alla ricostruzione della nostra casa e poco alla volta la mamma gli ha restituito i soldi". L’attenzione di don Filippo per le necessita materiali viene confermata anche da altre persone: "... era anche un uomo di traffico... molti si rivolgevano a lui per chiedere consigli o per avere un aiuto. Come prete... non gli mancava niente: all’inizio mi sembrava piuttosto severo, ma poi, diventato adulto, ho cambiato opinione". La "praticità" di don Colosio si era manifestata fino dal momento della nomina a economo di Vilmaggiore, avvenuta il 4 febbraio 1932. Nella trascrizione della sua cronaca si legge: "... preso alloggio nella vecchia casa parrocchiale (vicino alla chiesa di S. Giorgio) (...) il suo primo pensiero fu di cambiar casa e l’occasione si presentò nel febbraio 1933. Il cavalier Bortolo Baldoni, nativo di Vilmaggiore, che fini suoi giorni tragicamente per un incidente stradale nell’Africa del Nord, ed era il duce della Valle di Scalve, per debiti personali, contratti in una vita scapestrata, fu costretto a vendere segretamente la sua casa costruita ex novo nel 1927. L’incaricato della vendita era il Cav. Stocchi che ne fece segretamente parola al sottoscritto il quale pure segretamente conchiuse il contratto e si procedette all’atto notarile in Clusone il 16 febbraio 1933, versando l’importo di L. 42.000".
Il parroco prestava spesso la sua assistenza quando era necessario risolvere ingarbugliate questioni di eredità: "...era in buoni rapporti con un notaio ed era anche in grado di stendere gli accordi preliminari. Per sistemare alcune questioni faceva entrare in campo i fabbriceri che firmavano anche col nome di persone delle quali si erano perse le tracce..: ma tutto a fin di bene". Da un’altra testimonianza si scopre anche il nome del notaio di fiducia di don Filippo: "...quando si facevano le divisioni, prendeva preventivi contatti con il notaio Messa di Clusone: preparava il terreno per giungere ad una definizione. In questo modo riusciva a togliere dai guai molte persone, ma non agiva per interesse personale. In occasione delle feste invitava gli altri preti. Di quello di Pradella era solito dire: poarì.. almeno avrà un buon pranzo ogni tanto!". Questo prete viveva in una tale miseria che il Mario del Tì (Duci), comunista dichiarato e probabilmente affetto da qualche tentazione... anticlericale, gli aveva regalato una tonaca nuova, a condizione che il gesto venisse reso pubblico…
Tornando a don Filippo, si può avere una ulteriore conferma dell’attenzione che rivolgeva ai più bisognosi: "...ti posso dire che una volta ha regalato le proprie mutande ad una vecchietta di Sottomargine!". Il più giovane narratore, nato nel 1957, conserva un ottimo ricordo del "prèost": "... usava una corretta severità... però, quando abbiamo realizzato un locale per il ritrovo dei giovani, lui l’ha appoggiato. D’estate, anche la domenica, durante la fienagione, anticipava la celebrazione della messa, perché comprendeva e rispettava le tradizioni della gente". L’attenzione di don Colosio riguardo alle esigenze materiali dei suoi parrocchiani è surrogata da un aneddoto raccolto in quel di Vilminore: una volta, alla fine di una cerimonia religiosa, perdurando una grande siccità avrebbe detto: "Adès pregòm perché 'l Signùr ol mànde l’acqua... e magàre anche culdina!". Si potrebbero raccontare altre "storie" su Vilmaggiore: una contrada che ha avuto a sua volta una storia importante, fatta soprattutto da gente tenace ed intraprendente, ed in questo senso viene efficacemente descritta da Cristoforo Morandi: "sono dei laurentù, e nessuno rimane a lungo disoccupato. Sono tornati ad abitare a Vilmaggiore parecchi giovani che hanno formato la loro famiglia, anche se continuano a lavorare altrove; tutte le coppie hanno un figlio o due. Quelli che lavorano fuori Valle o all’estero non fanno un lavoro "normale", ma sono in Svizzera o nei cantieri edili". È emblematica la definizione che lo stesso Cristoforo dà di sé stesso: all’età di 24 anni, a seguito di un grave incidente subìito in un cantiere edile ha perso l’uso degli arti inferiori ma dimostra di possedere - come anche tutti i suoi compaesani - una grande voglia di lavorare: "...se dovessi fare l’impiegato, mi verrebbe la ngòscio al còr... io sono sempre in attività; basta fare qualcosa: tirò, sbùto, mòlo, strèpo, fà argòt...". Si può certamente osservare come gli abitanti della contrada abbiano sempre mantenuto una buona compattezza: non vi sono grosse rivalità, caso mai piccoli screzi tra famiglie. Non si è ancora completamente sopito l’antagonismo con Vilminore; come si è già accennato, vi erano stati diversi tentativi di secessione nella prima metà dell’800. Proprio a questo riguardo si può consultare un curioso scritto nel "Libro degli istromenti della contrada di Vilmaggiore", proveniente dal fondo Albertoni. e conservato presso la Comunità Montana. Si tratta di una lunghissima lettera (24 pagine!) indirizzata al "Regio Governo della Lombardia". In essa viene espressa una serie interminabile di motivazioni che dovrebbero indurre il Governo ad una decisione perché "sia il detto loro paese segregato da Vilminore ed eretto in Comune separato da sè. È spassosa la lamentela riferita all’uso delle legne dei boschi comunali: "... un altro grave danno alla riproduzione del bosco si è quello che dai medesimi abitanti di Vilminore viene apportato colla indebita e proibita estirpazione dei zocchi (soch, ceppaie), distruggendo in modo tale bosco che non può più ripopolarsi". Insomma, quelli di Vilminore commettevano abusi d’ogni genere "sotto il pretesto d’essere comunisti".

Si esprime un vivo ringraziamento a quanti hanno contribuito a questa indagine (1° e 2° parte) fornendo testimonianze, fotografie e documenti.
Essi sono: Abele Andreoletti, Carlo e Sperandio Andreoletti, Bortolo e Maria Battaglia, Margherita Battaglia, Angelo Bendotti, Luigi Bianchi, don Ezio Bolis, Francesco e Rino Duci, Adelaide Giudici, Donato Giudici, Giovanni Bortolo Giudici, Adele Merli, Bortolo Merli, Cristoforo Morandi, Ambrogio Sugliani (Giuseppe)
Le riproduzioni fotografiche, salvo diversa indicazione, sono di Foto Giorgio. La composizione della stampa è stata curata da Gianmario Morandi.

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