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Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

VILMINORE DAL 1700 AD OGGI
Vicus Minor: ritratto di un borgo
Un'esplorazione nel passato alla ricerca di Vilminore antica

a cura di Miriam Romelli

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Al termine della passeggiata nel Vicus Minor, ci si potrebbe chiedere quali fossero le abitudini dei suoi abitanti. Nel 1700 la Valle è ancora ricoverata sotto le ali del Leone Veneto, come gran parte dell’attuale Lombardia; Venezia ebbe nella seconda metà del secolo un’agonia "festosa e fastosa" e leggendo le cronache dei suoi balli, dei carnevali e delle licenziosità si può tentare un ardito (ma non troppo) paragone con quanto accadeva in quegli anni a Vilminore.
Vi era in paese una passione sfrenata per il ballo ed in particolare erano molto amati i "balli postati", quelli cioè che venivano fatti per impresa.
L’organizzatore trovava la stanza, pagava le ballerine del luogo (!), fissava i giorni e preparava i rinfreschi. Unica variante al menù veneziano: non limonate e sorbetti, ma pane, vino, formaggio e salsiccia.
Questi balli duravano fino a 12 giorni e gli uomini che volevano parteciparvi pagavano l’ingresso ed una quota supplementare per danzare con questa o quella signorina.
Le feste erano puntualmente boicottate dagli Arcipreti ed ognuno di loro aveva il proprio metodo per guastare il divertimento : l’Acerbis si mascherava da avventore e nel bel mezzo della furlana (danza molto in voga a quei tempi) estraeva una frusta da sotto il tabarro, con la quale si percuoteva schizzando sangue sui ballerini. In seguito (voliamo nel XX secolo) i metodi vennero perfezionati, fino a sembrare dei veri e propri raid. L’osteria di Piazzola era gestita negli anni ‘20 dalla famiglia Ghisalberti "Sulfrì" ed aveva tra le sue attrazioni persino il verticale, antenato dell’odierno jouke-box. Durante le serate danzanti erano molto richiesti i giovanotti di Bueggio, perché "belli, allegri e simpatici". …accadde una sera, che l‘Arciprete ed il Curato si appostarono all’uscita dell’osteria, armati di randello e pronti a colpire i ballerini che uscivano al termine delle danze. Ma le vittime potenziali, accortesi dell’agguato, fuggirono dal retro; l’Arciprete entrò nell’osteria allo scopo di perlustrare il luogo del misfatto e quando riemerse dalla sala ormai vuota, si prese una bastonata in testa sferratagli dallo zelante Curato. Si narra che da quel dì, le danze in Piazzola ebbero luogo indisturbate… (Nota curiosa riguardo al verticale: funzionava a gettone ed i ragazzi di Vilminore, evidentemente afflitti da una cronica mancanza di liquidi, avevano legato uno spago alla moneta in modo da poterla recuperare).
Negli anni ‘40 il Parroco don Gritti ricorse persino allo sciopero pur di stroncare lo scandalo del ballo: si rifiutò di benedire le case in segno di protesta. Per la verità, nel 1700, qualche reale motivo di preoccupazione i Parroci l’avevano, perchè in questo secolo si verificò un certo degrado nelle pratiche religiose. Le processioni, ad esempio, più che testimonianze di fede sembravano sfilate canevalesche, con il concorso di uomini e donne di ogni contrada.
Nessuno mancava all’appuntamento del Venerdì Santo, come narra l’Abate Mazzoleni (1719 - 1768) "... ma invece di piangervi Gesù Cristo si rideva, si amoreggiava, si tripudiava. Il Parroco tuonava: - o le donne a casa o tralasciamo! - Le fanciulle si vestivano elegantemente, con i rosari d’ambra avvolti al braccio, i giovanotti ammiravano le belle donne e ridevano delle vecchie.
Quelle di Bueggio (sempre loro! ) fioccavan giù che non ne restava una a casa. Le bimbe venivano vestite da monaca ed i maschietti da angeli seminudi o da Santi Giovannini con la pelliccia indosso…"
Orchestrina "Over" Menestrelli.

Ma quale paradiso terrestre?

Se proprio tutti partecipavano alle processioni, forse qualcuno non poteva divertirsi con il ballo, od era troppo stanco per poterlo fare. Dopo una giornata di lavoro durissimo molti passavano la sera nella stalla; le donne filavano e legavano (termine usato a quei tempi per indicare il lavoro a maglia), gli uomini discutevano, fumavano la pipa - come del resto molte donne - e nelle vigilie di festa avranno forse sognato il pranzo del giorno dopo, visto che erano queste le uniche occasioni per rallegrare il palato. I menù quotidiani consistevano infatti in pane di segale o di miglio, gnocchi di polenta conditi con latte e mascherpa, minestre di legumi od orzo e carne "molte rare volte".
Nelle grandi occasioni apparivano in tavola i predecessori dei nostri "capù": polpette di pane e mascherpa avvolte dentro una foglia di cavolo. Questa pietanza, contrariamente a quanto accade oggi, era ritenuta nauseabonda dai forestieri che avevano l’occasione di assaggiarla. Veniva additato come pubblico peccatore chi andava a donne, beveva, giocava a carte e leggeva libri che non fossero il messale; l’unico divertimento concesso era il gioco del pallone, che veniva praticato nelle praterie dei Ronchi.
La sera, dopo la recita del rosario in Chiesa e l’ascolto della predica, conveniva tornare subito a casa, per non rischiare di prendersi un’archibugiata nella schiena. Molti erano infatti i "facinorosi" che circolavano armati nottetempo, come risulta dai verbali dei processi celebrati in quegli anni a Vilminore. Per dirla col Pedrini: "Oggi si ha un bel vociare, che una volta era il paradiso terrestre, ma chi si fermasse un po’ a considerare le calamità toccate à nostri avi, le miserie, le gare, le disunioni, la mancanza di sicurezza nella roba e nella vita, la giustizia corrotta, certo non si augurerebbe di retrocedere à quei tempi".

Odio, amore, o...

Il nuovo soffio del 1700 mutò le condizioni della Chiesa e dei benefici parrocchiali ed i Seminari educarono un Clero zelante ed operoso, perché il Concilio di Trento e le fatiche di S. Carlo e del Barbarigo fruttificarono più in questo secolo che nel 1600. L’impegno nel temporale dei Parroci, l’indignazione verso il governo spagnolo che russava vicino, l’alito di libertà portato in Valle dalle università e la caterva di discordie che regnavano a Vilminore, contribuirono a segnare la fine delle Chiese di S. Pietro e S. Maria. Dagli archivi della Curia di Bergamo è recentemente emersa la relazione scritta il 1° Marzo del 1700 dall’Arciprete Antonio Figura, in occasione della visita pastorale del Vescovo Mons. Ruzzini.
Nel testo inedito le due Chiese vengono sommariamente descritte ed il motivo di tanta superficialità è facilmente intuibile: nella mente dell’Arciprete i due edifici erano già pronti per essere rimpiazzati dalla nuova Pieve quasi ultimata. Ma la documentazione, per quanto tristemente scarna, è pur sempre l’ultima descrizione di queste due Chiese ed è quindi opportuno riportarne i passi più significativi: "…da una nota posta sopra d’un missale antico consta essere stata consacrata (la Chiesa di S. Pietro), ma non si sa da quale Vescovo, solo questa nota dice la consacrazione è stata fatta alli 18 di ottobre ... ha altari n.5, inprimis l’altare maggiore con la pietra portatile … il secondo è l’altare della veneranda scola del SS.mo Sacramento ... il terzo è l’altare del SS.mo Rosario … l’altare di S. Salvatore … l’altare di S. Antonio da Padova … La sagrestia della Chiesa è fornita delli paramenti, reliquie non ce ne sono …" (Evidentemente erano state eliminate quelle maleodoranti e piene di polvere trovate da S. Carlo 125 anni prima).
Con queste (e poche altre) parole venne liquidata una chiesa che fu, forse per un millennio, il centro della vita religiosa in Valle. L’antichità della Pieve può essere giustificata da molteplici motivazioni:
- Nel 744 si ha notizia dell’esistenza di S. Lorenzo in Bondione, che più tardi troveremo dipendente dalla Pieve di Scalve, divenuta poi Plebana Vicaria con il titolo di Arciprete tramutato forse da quello di Corepiscopo.
- Il nome di "Scalve" si trova già in documenti del secolo IX e si può supporre si trovasse già nella donazione di Carlo Magno del 774, perché da lì è riportato nella permuta fatta col Vescovo di Bergamo nel 1026. Ebbene, la liturgia sacra non ha raccolto questo nome, bensì il più antico originario di Vallis Decia, quasi a provare che quando si fondò la prima Chiesa, la Valle era ancora chiamata così. Se Scalve non fu raccolto dalla liturgia è perchè ancora non si usava.
- La cappella sotterranea (forse la prima Chiesa sepolta da una frana) è probabilmente una Pieve battesimale. L’altare di S. Giovanni Battista ed i tre gradini d’accesso (indicanti nella liturgia del tempo il cammino pasquale) sono infatti tipici di queste Pievi, sorte per non dover portare i battezzandi fino in Duomo. La logica vuole che la Pieve di Scalve fosse una delle prime ad essere eretta, considerata la distanza della Valle da Bergamo.
Un occhio di riguardo sembra essere riservato dal Figura alla Chiesa di S. Maria, o meglio, ai suoi mecenati, la famiglia Albrici di Vilminore: "... ne meno si sa da chi sia stata consacrata, essendo state bruciate le scritture nella casa parrocchiale già anni 70 incirca … La Chiesa ha 5 altari, il primo é l’altare Maggiore ed è consacrato tutto … L’altare della scola del Santissimo … L’altare del Rosario … L’altare di S. Caterina …L’altare di S. Giusepp e … in tutta la cura di Vilminore sono anime 658".
Le due Chiese verranno smantellate negli anni seguenti e gli arredi distribuiti nelle varie parrocchiali. Ogni "pezzo" ha la sua storia; eccone una tra le tante: Nel 1584 la famiglia Albrici si tassò di una buona somma ed il 1° dicembre dell’anno successivo il sig. Ascanio Albrici si recò in Bergamo ed acquistò dai frati di S. Francesco l’organo vecchio, che venne portato nella Chiesa di S. Maria. Le note che escono da alcune canne di quest’organo, allietano ancora oggi le funzioni nella nuova Pieve di Vilminore.

Tutti in "coccarda"

L’influsso che la rivoluzione francese (1789) esercitò sull’Italia fu dapprima solo ideologico e limitato ad una sparuta pattuglia d’intellettuali. Ma dal 1796 in poi le idee si presentarono sotto forma di baionette e ribaltarono il vecchio equilibrio politico ed economico della penisola, compreso quello della Valle di Scalve.
Diversamente rispetto a quanto accadde un millennio prima, durante le invasioni carolinge, non ci fu in Valle una prolungata resistenza al "tornado napoleonico", fatta eccezione per una parodia di rivolta della quale si narrerà in seguito. Eppure questa pagina della storia cancellò per sempre la struttura sulla quale si era retto per molti secoli il nostro equilibrio economico: la promulgazione delle leggi napoleoniche, 6 termidoro, anno V° repubblicano, segnò infatti lo scioglimento delle Vicinie, il cui patrimonio passò da allora al libero commercio. La cronaca di questo periodo vilminorese, redatta in base allo studio comparato di diverse testimonianze, pare il copione di un’operetta, neppure troppo brillante.
Il 18 marzo 1797 giunse a Vilminore il nobile S. Borghi, con la coccarda bianca rossa e blu sul cappello, simbolo che fu distribuito al Podestà e ad altre autorità del paese. Il giorno seguente questi personaggi furono osservati con stupore dagli abitanti di Vilminore, che non sapevano cosa fosse quello strano fiocco. Qualche giorno dopo furono affissi in Chiesa diversi proclami, con i quali i vilminoresi venivano informati, tra l’altro, di essere diventati cittadini della Repubblica francese. Ognuno aveva poi l’obbligo di ornarsi della coccarda entro tre giorni, ordine che fu eseguito scupolosamente.
In seguito giunse per espresso una lettera a nome del popolo della Valseriana Superiore, che chiedeva alla Comunità di mandare 100 uomini contro "quelli di Bergamo", scesi in campo per combattere il Governo Veneto. E gli Scalvini spiegarono al vento la loro tarlata bandiera ed armati dei rugginosi moschetti della Comunità, marciarono verso Clusone. Ma qui, saputo della disfatta di Nese contro il Generale Landrieux, tornarono a casa con la coda tra le gambe.
L’Albero della Libertà tinto a tre colori venne quindi innalzato anche sulla piazza di Vilminore, la prima domenica di maggio, alla presenza di un foltissimo pubblico. Molti spettatori si prostrarono pure a baciarlo, prima che venisse issato sul poggiolo del Palazzo Pretorio. Il Rev. don Lorenzo Micheli pronunciò un caloroso discorso, durante il quale giurò a tutti che il lavoro si sarebbe tramutato in tanto oro. Furono bruciate le bandiere di S. Marco, vennero tolti tutti i ritratti dei Podestà di Bergamo, i titoli, le livree ed ogni altra effige indicante la Repubblica Veneta. Ai Sacerdoti fu imposto l’abito verde, alla Cisalpina, e furono costretti a portare di nascosto l’olio Santo agli infermi. Quest’ultima imposizione, unitamente al fatto di dover portare i morti in Chiesa di notte, fu "una cosa che rendeva abominazione, terrore e spavento anche ai più scostumati", come narra Oprando Albrici nelle sue memorie.
Il 24 aprile 1799 giunse a Bergamo l’esercito austro-russo che scacciando i francesi fu accolto come liberatore. Un drappello di uomini armati penetrò dalle Valli bresciane a Vilminore e tra gli evviva a S. Marco ed a Francesco I° costrinsero il Prete a maledire l’Albero della Libertà, che fu poi bruciato tra i battimani degli spettatori. Poco dopo corsero tutti in Chiesa a cantare il Te Deum.

…E ancora carestie

Dalla cronaca di queste frenetiche giornate risulta evidente che i repentini cambiamenti d’umore dei vilminoresi non furono dettati dalla consapevolezza di quanto stava accadendo, ma vennero causati unicamente da forze esterne; tale reazione appare ancora più assurda, se si considera che in questa prima fase dell’invasione non vi furono imposizioni paragonabili a quelle verificatesi in seguito.
L’Armata napoleonica occupò infatti nuovamente l’Italia a distanza di pochi mesi e sradicò tradizioni che furono solo parzialmente ripristinate dopo il 1814, anno della Restaurazione seguita al Congresso di Vienna. I legati lasciati a suffragio dei Defunti, ad esempio, furono aboliti, come molti altri lasciti, ed assegnati al Monte Napoleone; venne inoltre soppressa la Confraternita dei Disciplini, la cui cappellina annessa alla parrocchiale sarà in seguito consacrata alla Vergine di Lourdes. La miseria andò aumentando negli anni, a causa delle continue costrizioni (chi non voleva arruolarsi, disertava, lasciando comunque la famiglia senza sostegno) ed aggravata da sempre nuove tasse e balzelli.
A tutto ciò si aggiunse la terribile carestia del 1815-16, alla quale fece seguito una grave pestilenza. Narra ancora Oprando Albrici: "...carestia tale che molti sono morti dalla fame e molte famiglie anno dovuto desabitare dai loro paesi, per recarsi in altri paesi, sperando di cangiar fortuna, ma pochissime anno ottenuto prosperità, ma anno dovuto disgraziatamente soccombere…". Pure Giovanni Bianchi di Bueggio accenna a questo fatto: "…ora lo stesso circondario (si riferisce alla Valle) deve emettere annualmente copiose emigrazioni per ogni dove, ma specialmente in Sardegna e nell’America, perchè divenuto quivi il lavoro (ill.) ad alimentarli … e questi emigranti, nell’eventuale rimpatrio, portando seco nuovi costumi, li comunicano e li generalizzano per tutta la Valle…".

Contadini, sarti, calzolari...

Il Ruolo generale della popolazione del Comune di Vilminore, redatto nel 1856, e l’elenco delle famiglie compilato dai Parroci, forniscono altri dati interessanti riguardo alla popolazione del paese in questo periodo. A Vilminore vivono 490 persone, ed il raffronto con le 658 anime dichiarate dal Figura 150 anni prima, la dice lunga sugli effetti di pestilenze, carestie ed emigrazioni. Da questi documenti emergono dati interessanti circa la composizione dei nuclei familiari, percentuali che riguardano però tutto il Comune: l’età media della popolazione maschile è di 44 anni, non si desume quella femminile perchè accanto al nome delle donne non è riportata la data di nascita; la media dei componenti i nuclei familiari è di sei persone.
Il 65,4 % degli abitanti esercita la professione di giornaliero o contadino, il 7% è "possidente" ed in tutto il Comune di Vilminore vi sono solo due studenti. Solo un cittadino è "negoziante" e tale scarsità di negozi (non si parla di rivendite di generi alimentari) è naturalmente dovuta la fatto che all’epoca non esisteva, ad esempio, il "prèt à portèr"; infatti nell’elenco sono registrati 5 sarti e ben 10 calzolai! Se Vilminore ha poi sempre avuto Chiese in abbondanza, e osterie non sono da meno: ne troviamo infatti sei nel solo capoluogo, situazione che rimarrà peraltro immutata fino ai giorni nostri.
Negli anni '40 vi erano, tra le altre, "ol cafinì dol Teto" (diventerà in seguito Albergo Scalvino, gestito dalla famiglia Capitanio "Cardinai") e l’osteria di Piazzola, di proprietà della famiglia Albrici. Quest’ultima taverna, sede di un’antico ufficio postale (la buca delle lettere è ancora visibile all’interno dell’attuale abitazione) era situata in una posizione oltremodo strategica: davanti all’entrata passava l’unica strada per Oltrepovo. Molti ricordano ancora il cartello con la scritta "OGGI TRIPPA" esposto sulla facciata, o meglio, ne rievocano il profumo che usciva dalla finestra della cucina. Trippa a parte, pare non vi fossero molti altri pranzi conviviali ed i pochi consistevano in salame e polenta, polenta e cotechino … "Se proprio arrivava qualche forestiero - narra una testimone - si correva dal macellaio a comprare una bistecca … bevevano vino … giocavano a carte ed alla morra … se qualcuno faceva le ore piccole, rimaneva da solo in osteria, al mattino trovavamo i soldi sul tavolo … tanto non si chiudeva a chiave perchè non c’era niente da rubare. Le donne non si sognavano neanche di entrare da sole in osteria, forse qualcuna la domenica, con il marito a bere il caffe...".
Dai registri comunali e parrocchiali notiamo pure l’insediamento a Vilminore di nuovi nuclei familiari: troviamo i Canova "Migabù", gli Scandella, i Lenzi; nuovi arrivati sono pure gli Stocchi ed i Ghisalberti. Le tre famiglie Morandi menzionate nell’elenco provengono da Barzesto, perchè gli attuali Morandi di Vilminore giungeranno da Fiumenero solo alla fine del secolo, così come i Sizzi che pare provengano dai dintorni di Gandino.

Adescati dal lusso di futili monili

Se il Bianchi attribuisce al rientro degli emigranti il mutare dei costumi a Vilminore, non sembra pensarla allo stesso modo il Maestro Pedrini: "...in questo periodo cominciò ad esercitare il commercio minuto un buon numero di bottegucce, impiantate soprattutto a Vilminore da forestieri che ambulavano ovunque in cerca di fortuna. Allora cominciò il piccolo lusso delle cotonine, dei nastri, dei bottoncini lucidi e l’esodo dell’oro e dell’argento che vi era un pò in tutte le case. Alla seta ed alla lana si sostituirono le prime tele di cotone. Gogioni, spadini e filigrane andarono fuori a sacch i fino ancora al 1900, ma di questo commercio non si arricchì nessuno scalvino. Le signore adescate dal lusso di futili monili si privarono di anelli, pendenti, orecchini con brillanti e filigrane del più fìno oro giallo di Venezia.
Vidi ancora al mio tempo (scrive nel 1910) delle stanze piene di ogni più svariato utensile domestico, peltro, ferro, ottone … mi fu detto che spettavano ad un esattore delle imposte … In tutte le famiglie che fossero di qualche conto vi erano busti e vestiti di seta guarniti in argento, che si tramandavano per generazioni .., ora un vestito basta appena per qualche stagione …".
In parole povere … ci siamo "modernizzati".

A proposito di opinioni

Alcune pietre hanno un'anima

Bibliografia
A. Tiraboschi - Appunti sulla Valle di Scalve
Maironi da Ponte - dizionario odeporico della Provincia Bergamasca
Comune di Vilminore - Ruolo Generale della Popolazione per l’anno 1856 Eugenio Pedrini - Memorie Storiche sulle Opere d’arte Antiche site nella Valle di Scalve Comunicate alla Regia Sovrintendenza
Abate Mazzoleni - Vita De’ Servi di Dio Giuseppe Roncelli e Giovanmaria Acerbis - 1767 - 
Eugenio Pedrini - Memorie sulla nobile Famiglia Albrici di Valle di Scalve
Angela Polloni - l’occupazione Francese nella Valle Seriana Superiore e nella Valle di Scalve - Tesi di Laurea
Gianbattista Grassi - Alcune notizie sulla Valle di Scalve
Oprando Albrici - Memorie dagli Anni 1780 Al 1840
Eugenio Pedrini - Notizie Cronologiche raccolte sulla Valle di Scalve Giovanni Bianchi - Notizie d sono stati reperiti in collaborazione con Agostino Morandi

Fonti Orali: Abramo Giovanni Battista Albrici, Pietro Agostino Capitanio (Pierino), Pietro Capitanio "Checulì", Mario Bortolo Magri, Giovanna Morandi
Rilievo dati Statistici: Simona Duci
Composizione Grafica: Alberto Francesco Romelli
continua...

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