Passando alle Arma
Christi è dobbligo una premessa storica sullorigine di questa
raffigurazione, che ha introdotto in tutto il mondo cristiano un modo di praticare la
devozione alla passione di Gesù, sostituita dal Settecento dalla "Via crucis"
nella forma in uso ancora oggi.
Linizio di questa pratica devozionale è fatta risalire al Papa San Gregorio Magno
(540-604), sincero diffusore della verità della Messa come sacrificio della croce e della
reale presenza di Cristo nellEucarestia . Egli infatti racconta di aver avuto, al
momento della consacrazione, una visione del Cristo sofferente e di aver capito come
veramente il vino si era trasformato nel sangue di Cristo. In unicona del Cristo in
pietà, proveniente da Gerusalemme, Gregorio riconobbe le sembianze del Cristo
dellapparizione e fece diffondere copie dellicona, ritenendo che quello fosse
il vero volto di Cristo. Alla devozione di tale immagine egli legò delle indulgenze,
applicabili anche ai defunti.
Con il passare del tempo, le riproduzioni subirono delle modifiche, delle aggiunte, ad
esse furono annesse, da altri pontefici, il testo delle preghiere da recitare durante la
meditazione e lindulgenza plenaria.
La raffigurazione delle Arma Christi" è un insieme di simboli che si
riferiscono alla Passione di Gesù.
Riconoscendoli ed osservandoli, il fedele rievoca nella sua mente e nel suo cuore il fatto
narrato dal Vangelo: lo immagina e lo ricostruisce dentro di sé, considera i patimenti ed
i sentimenti di Cristo, i gesti e le parole di comprensione o di offesa che gli altri gli
rivolgono; si sente presente lui stesso a tali vicende e vive in sé le emozioni, esprime
al Signore Gesù la sua compassione, la sua partecipazione, il suo dolore, il suo
pentimento; sente di non essere estraneo alle sofferenze di Cristo, perché quelle pene
sono provocate anche dal suo peccato, dalle sue infedeltà, dalla sua lontananza dalla
giustizia e dalla carità verso Dio e verso il prossimo. Allora il fedele può
sperimentare la compunzione, che è, al tempo stesso, il riconoscimento delle proprie
colpe ed un sentimento di totale fiducia nel perdono di Dio.
La pratica di questa devozione richiede una partecipazione attiva: limmagine dà
solo lo spunto, loccasione per sviluppare una riflessione; il resto è frutto
dellimpegno del fedele: più egli è sensibile e religioso, più è capace di
immaginazione e di compassione, più egli raggiunge la vicinanza al Signore Gesù, più ne
condivide la sofferenza e più diviene disposto alla vera conversione, cioè al
cambiamento di vita con il pentimento sincero ed il distacco dai peccati.
Le Arma Christi di Vilminore sono una delle tante edizioni liberamente
interpretate dallartista di questo fatto religioso. Non è tra le più ricche di
simboli né tra le più originali, ma pur riproducendo un modulo assai diffuso, offre
sufficienti spunti di riflessione.
Per allargare un po la conoscenza di queste immagini, ne mostro alcune presenti in
territorio bresciano ed altre tra le più note in campo artistico, tutte riferibili allo
stesso periodo: due affreschi di Esine e di Berzo Inferiore, una tela e una tavola
conservate nel seminario vescovile di Brescia e una tavoletta di Memling conservata a
Melbourne, un affresco del Beato Angelico e una stampa conservata nella Biblioteca
Nazionale di Parigi.
In seguito, a quanti sono presenti questa sera, non sarà difficile trovare altri esempi
analoghi.
La rappresentazione più consueta prevede il Cristo in pietà, cioè con i segni della
passione, emergente dal sepolcro; alle
sue spalle cè la croce con alcuni strumenti di tortura; sono rappresentati i
personaggi che hanno partecipato ad alcune fasi della cattura, del processo e della
crocifissione; talvolta la Vergine e San Giovanni, altre volte riferimenti al Papa
Gregorio e il testo delle preghiere da recitare.
A Vilminore è presente al centro della
scena il Cristo deposto che emerge a mezzo
busto dal sepolcro. Limmagine è molto deteriorata e dal punto di vista artistico ha
perduto molto del suo valore.
Tuttavia lespressione del Cristo evidenzia una sofferenza intensa, una sorta di
abbandono, un venir meno sotto un eccessivo peso di dolore, uno sfinimento supremo. Questo
volto ha subito gli sputi e gli schiaffi, i colpi di canna sul capo, la trafittura delle
spine; egli ha visto ed udito gesti di scherno e parole di umiliazione, di sfida, di
derisione e di disprezzo. E veramente "luomo dei dolori", sul quale
sono ricadute tutte le colpe dellumanità. La sua regalità è indicata
dallacorona di sangue che le punture delle spine hanno provocato sul suo capo,
la sua obbedienza al Padre dalle ferite, il dono della salvezza dallabbondante
flusso di sangue che cola dal costato squarciato dalla lancia.
Nei segni del suo patire si coglie la grandezza del suo sacrificio, la totalità
dellofferta di sé, linvito pressante a non rifiutare la salvezza conquistata
a così alto prezzo.
Diventa qui più che mai opportuno linvito del salmista: "Gustate e vedete
quanto è buono il Signore" (salmo 34, 9). Veramente qui è possibile considerare
quanto Egli è buono e quanto gli siamo costati.
Egli emerge dal sepolcro sul cui frontespizio permangono i
segni di una lunga scritta in caratteri gotici, non più
leggibile,ma il raffronto con il dipinto di Fuipiano e la presenza di quattro lettere
rosse, che indicano l'inizio di un periodi, consentono di identificarla con lauda sacra
scritta in tre strofe sul sarcofago di Fuipiano, che faceva parte integrante del pio
esercizio per lucrare le indulgenze. A Esine la stessa lauda in quattro strofe è
riportata a sinistra della scena, mentre a Vanzone di Borgosesia (VC) nella cappella del
castello è scritta su uno stendardo a fianco dellaltare sul quale San Gregorio sta
celebrando la Messa. La lauda completa si trova a Sovere, nella chiesa di San gregorio e
si compone di sette strofe. Ecco il testo delle tre strofe, al termine delle quali si
doveva recitare il Padre nostro e l'Ave Maria:
O Signore, Gesù Cristo, adoro Te messo in croce,
con la corona di spine sul capo
e Ti prego con la tua croce
mi liberi dell'angelo della morte.
Signore, Gesù Cristo, adoro Te trafitto sulla croce
tutto coperto di spighe ed abbecerato di fiele ed aceto,
e Ti prego che le tue piaghe
siano la salvezza dell'anima mia.
Signore, Gesù Cristo, adoro Te deposto dalla croce,
posto nel sepolto con odorosi balsami e mirra,
e Ti prego che la tua morte
sia per me dono di vita.
Dietro il Cristo sorge la croce di legno chiaro piallato che evidenzia le naturali
venature: in essa sono confitti a destra i chiodi, più sotto si intravede la canna che
forse recava la spugna; a sinistra si intravede una fascia, che riprende la rigatura del
perizoma del Gesù bambino della scena precedente, e che potrebbe essere la fascia servita
per la bendatura degli occhi di Gesù nel cortile del Sinedrio o le bende in cui era stato
avvolto il cadavere nel sepolcro; quindi la lancia e allestrema sinistra i flagelli
pendono dalla croce; più sotto la tenaglia
servita per sfilare i chiodi e per calare Cristo dalla croce.
Naturalmente ognuno di questi segni richiede di ricordare il momento in cui essi sono
stati utilizzati ed invita alla riflessione cui è stato fatto cenno, che può arricchirsi
degli spunti della narrazione della Passione fatta dai testi evangelici, dai brani biblici
che la anticipano nelle profezie, dai salmi che fanno riferimento al Cristo sofferente.
Quindi la sosta di meditazione può ben prolungarsi e anche variare a discrezione del
fedele, che può indugiare ora su un momento ora sullaltro dei gravi patimenti del
Signore.
A destra e a sinistra del Cristo, con partecipazione accorata, ma tutta intimamente
vissuta, stanno la Vergine Madre ed il
discepolo che Cristo amava più
dogni altro. Sono loro che hanno potuto e voluto non abbandonarlo, sono stati loro i
presenti ai piedi della croce, per condividere e consolare la sua agonia, per raccogliere
e conservare le sue ultime preziose parole di sollecitudine e damore, per lasciarsi
straziare dal suo forte grido nellesalare lo spirito, ma anche per testimoniare la
ferma fiducia nella divinità del Cristo e nellazione salvifica del sacrificio della
croce.
Ripercorrere di ora in ora la sofferenza di Maria, il significato del suo "Fiat"
mantenuto dallAnnunciazione fino a questo momento (ma certo anche fino alla
Resurrezione, allAscensione, alla Pentecoste ed allAssunzione), è un
esercizio spirituale di altissima tensione, di commozione profonda, di intima ed intensa
considerazione della grandezza della condizione e del destino della creatura umana, che
misteriosamente Dio chiama a grandi cose.
La figura della Vergine è ritratta con delicatissimo garbo in unindagine affettuosa
e precisa. Ella indossa abiti vedovili, questa specie di abito monacale scuro che in
origine era bleu, con bianco soggolo; il viso, assai mutato da quello giovanile effigiato
a sinistra, sembra un vero ritratto per la finezza dei lineamenti e per la forza
espressiva. Cè in questo volto il segno di un dolore contenuto da una compostezza
dignitosa, che nulla cede allesibizione e allostentazione, ma piuttosto si
atteggia, accompagnato dal gesto orante delle belle mani, alladorazione e al
riconoscimento profondamente convinto della divinità del Figlio. Lartista indugia a
descrivere con precisione il volto, labito, le mani della Vergine, offrendo
unimmagine di notevole dignità e nobiltà.
La figura di Giovanni, molto compromessa e già ritoccata prima dellattuale
restauro, risulta in gran parte ridipinta e poco conserva dellespressione che il
pittore doveva averle impresso. Lo sguardo, fisso nel vuoto, è scarsamente espressivo ed
anche le mani non presentano la finezza di quelle della Vergine nelle due immagini in cui
è ritratta.
Complessivamente questopera ha un suo chiaro significato ed un suo fascino, per la
sequenza delle due scene, che come si è visto sono in stretto rapporto di significato e
di simbologia per il delicato garbo con cui lartista si esprime, nello sforzo ben
riuscito di conciliare un messaggio, tutto sommato colto, in un linguaggio facilmente
comprensibile alla semplicità dei fedeli ai quali veniva proposto.
Nel bordo inferiore della scena, posta
a destra, si notano ancora i segni della iscrizione ormai illeggibile, che doveva indicare
il nome del committente o quello dellartista.
Il dipinto è stato eseguito e sussiste per altri motivi: per la religiosità di chi
lha voluto, per la sensibilità dellartista che lha eseguito e per il
chiaro intento di invitare ad una pratica religiosa. Forse solo questultimo intento,
quello che più conta, è sopravvissuto cinquecento anni, è giunto fino a noi a
riproporci il desiderio e la fede di quelle persone, almeno due, il committente e
lartista, che continuano a farci un dono rinnovato e prezioso.
E il loro invito non può che essere quello, raccolto dalla comunità di
Vilminore, di
vivere, di custodire e di trasmettere il messaggio religioso in esso racchiuso, gustando
con gioiosa riconoscenza il messaggio e il dono.