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I FIORI DELLA VAL DI SCALVE
di Manfredo Bendotti,
introduzione di Filippo Tagliaferri.
Programmazione e digitalizzazione immagini:
Software & Technology Information e Foto Giorgio
Vilminore di Scalve (BG)
Visita "Nel posto giusto, al momento giusto" di Manfredo Bendotti
Introduzione
Viaggio
tra i fiori della valle di Scalve
di
Filippo Tagliaferri
Per la geografia botanica, la
valle
di Scalve appartiene al Settore Prealpino meridionale. La vegetazione
propone un succedersi di piani che non si scosta da quello classico di tale
settore. Dal basso, via via salendo, incontriamo
boschi
montani con latifoglie ed aghifoglie, vaste
peccete,
arbusteti subalpini,
pascoli,
macereti,
vallette
nivali,
rupi,
creste
e
vette. All'interno di
questo quadro, due aspetti assumono un particolare valore caratterizzante: i
boschi di
Abete bianco
e i relitti delle antiche
faggete.
Tra 900 e 1500 m di altitudine, l'Abete bianco, in dense e uniformi compagini
che in lontananza assumono tonalità bluastra, fascia i versanti più umidi e
freschi. Così tra Azzone e Giovetto di Paline, o lungo il fianco meridionale
della cosiddetta "Pineta di Schilpario". Alle stesse quote è molto
diffuso nella valle il
Faggio
che trova qui condizioni climatiche idonee alle proprie esigenze di pianta
mesofila: umidità moderata ma persistente, escursioni termiche non accentuate.
Un tempo le faggete scalvine erano molto più estese, occupando le attuali
stazioni a ceduo ed i rimboschimenti dove si sono privilegiate le conifere. Oggi
ne restano solo frammenti, numerosi ma quasi mai in condizioni di purezza.
Tra le molte preziosità floristiche ospitate dal bosco montano eccone alcune,
in scarno elenco, che faggete, abetaie e peccete scalvine possono offrire: tra
le Felci: il
Blechnum
spicant che dal centro della rosa delle fronde sterili innalza, quasi una
piuma, la fronda fertile; tra le Orchidaceae, il rarissimo
Epipogium
aphyllum, la candida, minuscola
Goodyera repens, e la
Cephalanthera
rubra, dai tepali delicatamente rosati; tra le Ranunculaceae, il pendulo
Aconitum
paniculatum, abitatore delle forre umide, e l'Helleborus
odorus, tenuemente profumato; tra le Liliaceae, il vistoso
Veratrum
nigrum, sui substrati dolomitici nel settore meridionale della valle; tra le
Campanulaceae, la
Campanula
elatinoides, simbolo della flora insubrica; infine, le diverse, graziose
specie della famiglia delle
Pyrolaceae,
tutte rappresentate nella flora scalvina.
Ma il richiamo più forte ci giunge sempre dalla flora alpina.
Immaginiamo allora di percorrere assieme un itinerario che, partendo e
richiudendosi al passo di Manina, vada via via snodandosi attraverso le convalli,
le creste e le vette scalvine. Potremo così scoprire la flora alpina della
valle in alcuni dei suoi più significativi aspetti.
Saliamo al passo, per prendere l'avvio, attraverso i riposi del bestiame
popolati a distesa da
Seneci
e
Romici. Nei prati
torbosi del fondo della valletta, in prossimità di residui delle valanghe
primaverili, notiamo colonie dell'elegante, rosea
Primula
farinosa. Più in alto, dopo gli ultimi isolati Larici, sui ripidi
articolati costoloni che scendono dal Gleno, ecco la flora dei pascoli a
substrato acido:
Pulsatilla
alpina a fiore giallo, vicariante qui di quella a fiore bianco che predilige i
calcari;
Paradisea
liliastrum, appariscente liliacea delle Alpi meridionali;
Gentiana
punctata, la più comune tra le Genziane maggiori.
Caliamo un poco nella
valle
del Gleno. La
Sanguisorba
dodecandra, qui e nella vicina valle del Tino, lungo i greti, tra 1000 e
2000 m, colonizza estese superfici. E' specie endemica che interessa sia il
versante valtellinese che quello bergamasco delle Orobie ed ha in valle di
Scalve il limite orientale del proprio areale. Raggiunge il metro e più in
altezza; ha fiori giallo-verdastri, leggermente profumati e raggruppati in
pendule infiorescenze cilindriche. Scopritore, nel 1829, ne fu Giuseppe Massara,
medico condotto in Valtellina e appassionato naturalista.
A quote superiori rispetto a quelle della Sanguisorba, oltre i 2300 m, tra il
grigio brecciame dei macereti spiccano, isolate o in radi tappeti, le corolle
rosa carico della Viola comollia, forse il più bello degli endemismi orobici.
La scoperta, anche in questo caso, è merito del Massara e risale al 1834. Le
prime
balze
meridionali del Gleno ed i macereti che ne lambiscono la base costituiscono
forse, data l'eterogeneità geologica, l'ambiente più ricco e vario per
flora di tutta la valle. Tra le molte compagne di
Viola
comollia notiamo:
Saxifraga
oppositifolia,
Androsace
alpina,
Geum
reptans,
Doronicum
grandiflorum,
Achillea
nana,
Thlaspi
rotundifolium,
Oxyria digyna.
Solo poco più in alto:
Armeria
alpina,
Arabis
caerulea,
Minuartia
rupestris,
Saxifraga
moschata, Veronica alpina.
Ci spostiamo ora verso la
valle
del Tino che solca il versante meridionale del pizzo Tornello. Le rocce sono
del Verrucano, i substrati sono acidi e la flora ne è conseguente:
Potentilla
aurea, vicariante ossifila della calcifila Potentilla crantzii;
Phyteuma
hedraianthifolium,
Primula
daonensis. Interessante è qui la presenza dei pulvini di una rara
primulacea rupicola:
Androsace
vandellii, dalle foglie grigio-argentee per fitto tomento di peli stellati.
Più in alto,
sulle
creste:
Lloydia
serotina,
Eritrichium
nanum,
Minuartia
sedoides, e accanto l'uno all'altra
Papaver
rhaeticum, pianta calcifila, e
Saxifraga
exarata, ossifila. Sono accostamenti che non devono stupire qui dove le
rocce sono quelle metamorfiche della formazione di Collio che annoverano, tra i
componenti originari, anche il Calcio.
Continuando verso est, attraversiamo le
valli
del torrente Vò che da Schilpario salgono al
Venerocolo.
Tra 1600 e 1800 m, i versanti sono rivestiti dall'intricata boscaglia a Pino
mugo. Nel pascolo arido e sassoso fiorisce il
Sempervivum
arachnoideum, mentre nei settori più umidi e freschi, presso ruscelli e
sorgenti, spicca la
Gentiana
bavarica. Tra 2200 e 2300 m le pendenze s'addolciscono ed è tutto un
succedersi articolato di
avvallamenti
nivali e laghetti: è l'habitat di
Soldanella
pusilla.
Salendo
incontriamo:
Primula
latifolia, vischiosa e leggermente odorosa,
Saxifraga
seguieri e, a testimoniare ancora una volta la varietà e l'eterogeneità
dei substrati, ecco non distanti tra loro piante con esigenze edafiche opposte,
Potentilla
nitida e
Ranunculus
glacialis.
Per scendere al
passo del Vivione possiamo scegliere
valle
Asinina o Valbona. Qui non mancano gli
ambienti
umidi e le
torbiere:
ai bordi appare la rara
Potentilla
palustris, mentre sugli sfagni, se avremo sufficiente attenzione e pazienza,
potremo notare, rossicce, le piccole carnivore
Drosere.
Tra le ultime testimonianze della flora ossifila,
Sempervivum
wulfenii e
Hieracium
aurantiacum, entriamo nella verde conca pascoliva dei
Campelli
dove, a fine giugno, sono ragguardevoli le fioriture a distesa di
Fritillaria
tubaeformis e di
Orchis
sambucina.
Al
passo dei Campelli
lo scenario bruscamente cambia: siamo ormai nel settore meridionale della valle
e da ora in poi i bianchi calcari non ci abbandoneranno.
Tra
i mughi e le ghiaie, una ricca stazione della classica
Scarpetta
della Madonna (Cypripedium calceolus) arricchisce e nobilita
questi ambienti.
Alla
base dei ghiaioni, tra i massi, nella tarda estate l'Arctostaphylos
alpinus ha foglie che s'infiammano di rosso, mentre sugli ultimi lembi
erbosi è ancora possibile imbattersi in piccole, isolate colonie di
Gentiana
lutea. All'estremità superiore dei macereti, tra le alte erbe che
s'addossano in ombra alla base delle pareti, ci soffermiamo sulle non comuni
Tozzia
alpina e
Pedicularis
foliosa.
Le dorsali che separano
la valle di Scalve da Lozio e da Borno sono rupestri a nord, prevalentemente
erbose a sud. Qui abbondano le
Stelle
alpine (Leontopodium alpinum). Ma altre presenze, meno celebrate ma non meno
belle, è opportuno notare; nel pascolo:
Nigritella
miniata,
Botrychium
lunaria,
Allium
victorialis; sulle rupi:
Campanula
raineri,
Petrocallis
pyrenaica,
Androsace
helvetica.
In corrispondenza
dei due versanti che scendono al solco del Dezzo, a est dal
Camino,
a ovest dalla
Presolana,
vivono due importanti endemismi:
Cytisus
emeriflorus, una leguminosa arbustiva che qui conclude il proprio areale
orobico, e
Moehringia
dielsiana, una poco appariscente ma graziosa pianticella rupicola a
fiorellini bianchi, scoperta da Mattfeld nel 1925 al pizzo Plagna, ultima
propaggine meridionale della Presolana.
Per molti anni, unica località nota per Moehringia dielsiana rimase il luogo
del primo reperto. Negli anni recenti, a seguito di intense ricerche, se ne sono
rinvenute altre stazioni, alcune nell'impluvio del Dezzo, altre in val Seriana.
Entriamo ora nel cuore della
Presolana
e non sarà difficile imbatterci nella
Saxifraga
presolanensis, simbolo della flora scalvina. Scoperta nel 1894 da Engler sui
dirupi sovrastanti Colere, dimenticata o ignorata per oltre 60 anni, fu
ritrovata nel 1956 all'Arera. In seguito i reperti si moltiplicarono,
soprattutto in val di Scalve dove oggi appare assai diffusa nei gruppi montuosi
calcarei. Vive alla soglia delle
grotte
o nelle nicchie, ma anche in parete purchè al riparo dalle intemperie. I
cuscinetti sono un pò flaccidi, le foglie vischiose e d'un verde pallido, i
fusti esili e allungati; i piccoli fiori paiono stelline dalla tonalità
giallastra. L'impressione che si riceve osservandola è di estrema fragilità.
Nei
canali e sulle
creste della Presolana merita attenzione un recente ritrovamento:
Androsace
hausmannii, è una primulacea che ha l'areale principale nelle Dolomiti;
radica le minuscole rosette nelle fessure delle rocce o sul detrito.
Ma, oltre queste peculiarità, a caratterizzare la flora della Presolana è
anche la consistente presenza delle specie endemiche alpino-orientali e di
quelle insubriche:
Saxifraga
vandellii,
Saxifraga
hostii subsp. rhaetica,
Rodothamnus
chamaecistus,
Aquilegia
einseleana,
Telekia
speciosissima,
Viola
dubyana.
A nord-ovest della Presolana, dopo il vasto e tormentato altipiano carsico,
detto "Mare in burrasca", s'innalza isolato il cocuzzolo roccioso del
Ferrante.
E' opportuno costeggiarne la base. Infatti è qui ospitata una piccola,
rarissima scrophulariacea a fiore giallo, che a stento si riesce a notare
nascosta come nel biancore dei sassi del ghiaione calcareo. E' la
Linaria
tonzigii, scoperta nel 1947 da Lona all'Arera, quindi ritrovata al monte
Pegherolo e infine, terza e per ora ultima località, qui al Ferrante.
Al di là del Ferrante, lasciate ormai alle spalle le ultime tormentate dorsali
rocciose, attraverso il
verde
riposante dei pascoli e degli alneti dell'alpe
Barbarossa
che, senza soluzione di continuità, si saldano con quelli di Manina, giungiamo
al termine di questo nostro ideale itinerario floristico scalvino.
Più che un itinerario percorribile, ce ne rendiamo conto, abbiamo delineato uno
schema, un pretesto per accostarci alla realtà di una flora che,
inevitabilmente, rispetto alla riduttività e aridità degli schemi, risulterà
infinitamente più ricca, complessa ed attraente agli occhi, alla mente e al
cuore di chi avrà la fortuna di avvicinarla di persona.
Perchè
non raccogliere i fiori!
di Manfredo Bendotti
La valle di Scalve è ricca di specie di fiori di montagna,
e qui ve ne mostriamo alcuni, forse i più significativi. Perché non
raccoglierli?
Ho incominciato ad amare i fiori di montagna, quando già tredicenne salii sopra
il paese con mio fratello Massimino quasi quindicenne. Per la prima volta vidi
l’Anemone alpina, non conoscevo né il nome né l’esistenza, mi sembrò
meraviglioso (e lo è), senza pensarci ne raccolsi un bel mazzo, naturalmente
scendendo appassirono. Arrivato a casa credevo e speravo che mettendoli in un
vaso colmo d’acqua sarebbero rinvenuti splendidi come quando li raccolsi, ma
cosi non fu. Più tardi compresi, che i fiori recisi, specialmente i fiori
spontanei, per la stragrande maggioranza non rinvengono, o comunque non sono più
cosi belli come quando li abbiamo raccolti, ci danno solo una pallida idea di
com’erano quando erano vivi e nel loro ambiente. Per scopi scientifici e
didattici, mi diedero il permesso di sradicare e raccogliere piante protette e
semi di fiori, per trapiantarli e seminarli nei giardini botanici, ma la
stragrande maggioranza non attecchivano e se attecchivano davano dei miseri
risultati. E’ vero che nei giardini botanici si ottengono delle belle
fioriture, ma a quale prezzo? Anche privati cittadini con molto amore e maestria
riescono ad avere dei soddisfacenti risultati, se coltivano questi fiori oltre i
mille metri di quota. Quindi il mio consiglio è di non raccogliere e tanto meno
di sradicare i fiori, non solo per aiutare la natura (non ne ha bisogno), ma per
non avere la grande delusione di vederli appassire, lasciandoci solo un macabro
ricordo.
Ho detto che la natura non ha bisogno del nostro aiuto (per me è un atto di
superbia credere di riuscire a modificare e tanto meno di distruggere la
natura), non di meno va rispettata. La natura è prodigiosa, quindi non va
tutelata come se fosse in pericolo di vita, se mai va rispettata, come si è
costretti a rispettare chi è più forte di noi. Come si vede non sono un
fanatico allarmista. Non credo che la scomparsa di certe specie vegetali sia
causata dalla raccolta indiscriminata, credo che certe specie scompaiono per la
concorrenza fra specie e specie, spinte dalla forza vitale che inesorabilmente
coinvolge tutti gli esseri viventi in perenne lotta per l’habitat, forza
vitale che per varie cause naturali si esaurisce. Se scompare un fiore, ce n’è
un altro al suo posto, che se è troppo comune è chiamato erbaccia, ma sempre
fiore è. Tuttavia se vi capita di incontrare dei bei fiori non coglieteli e
tanto meno sradicateli, ma ammirateli e fotografateli sul posto, perché
ponendoli nello zaino o nella borsa diventeranno solo uno sporco rifiuto.
Diventeranno come briciole di pane, che finché è pane, è bello e buono, ma
sbriciolato diventa solo sporco rifiuto.
La natura offre il suo spettacolo meraviglioso solo se non si va a modificare il
suo ambiente, un fiore è bello in una cornice alpina, diventa un corpo estraneo
in un ambiente domestico.
Pubblichiamo una lettera del Presidente del F.A.B. Giuseppe Falgheri
Bergamo 11 luglio 2002
Caro
Filippo,
del tutto casualmente l'altra sera ho visitato il sito Internet della Val di
Scalve, e ho così potuto ammirare la sezione relativa ai fiori che hai curato
con Manfredo.
Mi complimento perché ritengo esaustiva per ogni appassionato che volesse
informazioni sulla flora scalvina. Sono rimasto per quasi un'ora ad ammirare
quei fiori, di cui alcuni da me ben conosciuti, altri meno.
Ho naturalmente provveduto a stimolare gli amici che frequentano la Val di
Scalve, oltre che i Soci del FAB, affinché anche loro visitino questo bellissimo
sito.
Come sai fin dagli anni '30 la mia famiglia trascorre a Schilpario le vacanze
estive, e io stesso conosco e amo moltissimo quei luoghi.
Per questo mi congratulo con tutti voi che avete realizzato il sito.
La Val di Scalve, vero paradiso naturalistico, ha bisogno di essere conosciuta,
e con queste iniziative voi certamente la aiutate.
Con stima
Giuseppe Falgheri
(Flora Alpina Bergamasca)
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