IPERTESTO E PROGETTO DI CONSERVAZIONE
Gian Paolo Treccani
La circostanza che ha dato l’opportunità di questa
giornata di studio, ovvero il restauro della Parrocchiale di Vilminore,
è senz’altro un episodio positivo. In un’attività, quale
quella del cantiere della conservazione del costruito, costellata da intoppi
di varia natura, qui c’imbattiamo in una catena di liete convergenze: una
committenza (l’intera comunità religiosa di Vilminore) prodigiosamente
illuminata oltreché impegnata nonostante la limitatezza delle risorse
disponibil, a far fronte ad un intervento economicamente molto oneroso,
un progettista sensibile alle problematiche della conservazione e del progetto,
una ditta esecutrice delle opere dotata di una mentalità orientata
alla continua verifica degli strumenti analitici e operativi, infine le
due Soprintendenze milanesi, quella ai Beni Ambientali e Architettonici
e quella ai Beni Artistici e Storici, disponibili al dialogo anche oltre
i meri doveri istituzionali.
Sono questi gli elementi imprescindibili per la riuscita
di quest’impresa.
Oltre a celebrare questo buon esito, la giornata d’oggi
è anche un’occasione per riflettere su un tema, quello del progetto
d’intervento sul costruito e dei metodi della sua elaborazione. E’ una
materia che qualifica in primo luogo l’esperienza svolta nel cantiere-laboratorio
di Vilminore ed oggi è di particolare attualità. Non è
un caso, del resto, che il Convegno "Scienza e Beni Culturali" che da quindici
anni a questa parte si svolge a Bressanone, occasione d’incontro fra le
più qualificate nel panorama italiano, si è intitolato appunto
al progetto ("Progettare i restauri: orientamenti e metodi" è
il titolo del convegno); un appuntamento al quale hanno aderito anche Giordano
Cavagnini e Attilio Cristini, esponendo
un’edizione, seppur non definitiva, del Cd che oggi ci mostreranno, che
narra proprio i restauri della Parrocchiale. Ma anche la letteratura scientifica
ha destinato largo spazio a questo tema.
Nonostante l’attualità dell’argomento, anche in
queste recenti iniziative non sono apparse novità di rilievo. Al
convegno di Bressanone, che possiamo senz’altro assumere come circostanza
rappresentativa dello stato dell’arte del restauro non solo nel nostro
Paese, si è registrata la partecipazione di numerosi contributi,
parecchie sono state le sedi accademiche rappresentate, così come
anche enti e istituzioni. Si sono insomma esposte le esperienze più
varie e aggiornate. Sul tema specifico del progetto, ed in particolare
dell’utilizzo di nuove strumentazioni analitiche, si ha tuttavia l’impressione
di non aver notato progressi indicativi, tantomeno sul piano dell’impostazione
teoretica. Sono stati interessanti invece i casi applicativi che si sono
illustrati: si è parlato, ad esempio, delle prospettive di affinamento
delle analisi preliminari al progetto, del perfezionamento dei sistemi
di calcolo strutturale grazie anche all’ausilio di nuove tecniche informatiche,
dei sistemi di rilevamento automatizzato, del significato progettuale dei
cosiddetti Manuali del recupero ecc. Si sono offerti cioè temi di
riflessione che in un certo senso ruotano attorno al progetto, ma su questo
punto specifico non si è prodotto nulla di rilevante. E’ mancata,
in sostanza, una revisione complessiva dei modi di pensare il progetto
specialmente alla luce delle nuove potenzialità messe a disposizione
dall’informatica, vantaggi che evidentemente non sono solamente "tecnici"
(quali quelli di velocizzazione dei tempi, maggior precisione e puntualità,
opportunità di compilare e gestire capitolati sempre più
specialistici ecc., cui si è fatto cenno) bensì culturali.
Si è visto come in genere i sistemi informatici si adoperino allo
scopo di ottimizzare le procedure consuete, ma all’interno di una logica
del progetto che si mantiene tradizionale. Alla luce di queste mutate condizioni
varrebbe la pena di considerare come il problema che si ha di fronte oggi
non sia riduttivamente quello di migliorare la "qualità" dell’apparato
tecnico-grafico che precede l’intervento, neppure di affidarci entusiasticamente
a quelle che si stimano le infinite possibilità aperte dall’informatica,
ma di ripensare in termini culturalmente fondati al significato del progetto.
Nella storia recente e meno recente del restauro questo
argomento è stato poco illuminato da contributi teoretici, quasi
ignorato. Anzi, potremmo riferire che la storia e la tradizione del restauro
si è programmaticamente sottratta al confronto e ad una riflessione
generale sui temi del progetto. Un testo di Carlo Perogalli del 1954-55,
riedito in questi anni, il Progetto di restauro è stato il
primo e per molti anni ancora l’unico contributo specifico all’argomento.
E’ in un certo senso curioso notare come anche il recentissimo Manuale
del Restauro, a cura di Giovanni Carbonara, opera per altri aspetti
assolutamente meritoria, a questo tema specifico rivolge solo qualche vago
cenno. Laddove ci si preoccupa di ragionare attorno a questo argomento
lo si affronta ancora su un piano meramente "tecnico" oppure lo si intende,
in modo per noi ancora riduttivo, come luogo d’affermazione di generali
principi teoretici che a loro volta definiscono temi progettuali senz’altro
importanti ma parziali quali ad esempio quello della reversibilità
dell’intervento, del concetto del minimo impatto, della compatibilità
dei materiali ecc.. Insomma si tratta l’operazione progettuale ancora una
volta deprivandola d’ogni dignità scientifica autonoma, dando per
scontati alcuni principi che invece scontati non sono. L’ostacolo principale
che si frappone ad una trattazione concettualmente giustificata del tema
del progetto di restauro è rappresentata dal fatto che comunemente
si è stimato, in termini negativi, una sorta di contaminazione fra
ambiti ritenuti vicendevolmente estranei quali l’aspetto pratico e operativo,
insito nell’operazione progettuale, e dall’altro lato la "sfera dei valori",
territorio nel quale l’opera del restauratore si è alimentata ed
ha mirato ad affermare in modo esclusivo il proprio sapere e le proprie
competenze.
In linea generale, si può sostenere che la cultura
del restauro (inteso questo termine ovviamente come momento creativo,
innovativo o anche integrativo) ha determinato i modi del
progetto non esplicitandoli teoreticamente. In ogni modo li ha orientati
alla selezione e, di fatto, si è confrontata progettualmente solo
con la parte dell’opera da restaurare cui si attribuiva una valore
specifico, che si riteneva più indicativa. Il costume in sostanza
si è tradizionalmente improntato al confronto circoscritto fra un
"prima" (privo di valore) e un "dopo" (valorizzato), ambito del progetto
in cui l’elemento grafico ha giocato un ruolo assolutamente decisivo.
La stessa normativa in materia di tutela dei beni ambientali
e architettonici nel nostro Paese, l’architetto Borellini ci potrà
dare conferma, disciplina un po' vagamente l’argomento. Incarica le Soprintendenze
al vaglio di un progetto d’intervento su un bene assoggettato alla legge
di tutela. Com’è noto, manca un regolamento d’attuazione di tale
legge se non un richiamo ad un superato regolamento d’inizio secolo. Non
ci sono insomma designazioni specifiche su che cosa debba essere un progetto,
quali documenti lo debbano corredare ecc.. Si può peraltro osservare,
a questo proposito, come tra i tanti tentativi, forse vani, di regolamentare
la complessa materia del restauro svolti nella redazione delle Carte presentate
a muovere dal 1883, sforzi vani poiché la materia in sé non
può essere oggetto di normalizzazione, il tema esclusivo del progetto
sia l’unico argomento trascurato ma sul quale, entro certi limiti, sia
ammissibile davvero mettere in pratica un criterio normativo.
E’ oltremodo indicativo, riguardo ai temi di cui discutiamo
oggi e in particolare attorno alla relazione fra quadro di riferimento
teorico generale e modi di produzione del progetto, richiamare il contenuto
di quello che possiamo ritenere la prima disposizione che ha teso a regolare
questa complessa materia, il Decreto che regola il servizio per l’esecuzione
dei lavori di restauro, emanato da Fiorelli 21 lug. 1882. In quella
circostanza, il tema della valutazione delle differenze fra quello
che si definiva stato normale e danno subito del monumento
è il vero motivo che ispira i modi di produzione del progetto d’intervento,
modi evidentemente improntati e circoscritti al confronto, cui fa
da sfondo un panorama teorico e politico preciso. Non a caso, quando in
quel documento si affronta il nodo dell’intervento su un manufatto che
non ha subito "danni" e si definisce questa opera di "semplice conservazione"
il pur minimo bagaglio operativo in dote al restauratore è subito
svilito: "I restauri per cui evidentemente non si altererà nulla
di quanto abbia importanza per la storia o per l’arte, si potranno progettare
applicando in modo sommario le disposizioni precedenti, con una relazione
desunta da uno studio riassuntivo, con disegni dimostrativi o con opportune
fotografie, con un semplice calcolo estimativo e con le principali condizioni
di esecuzione".
Bisognerà attendere la tanto discussa Carta italiana
del restauro del 1972 per imbattersi in qualche breve timido cenno ai temi
su cui stiamo disquisendo ("il progetto deve essere preceduto da un
attento studio sul monumento, relativamente all'opera originale, come alle
eventuali aggiunte o modifiche"); ma si tratta davvero di ben poca
cosa.
Oggi si percepisce, insomma, l’inevitabilità di
un revisione generale in ordine anche al mutato orizzonte teoretico del
restauro.
Per chi si occupa di costruito e tenta di ragionare intorno
ai metodi per condurre nel migliore modo il provvedimento di conservazione
della materia di cui il costruito è composto, al contrario, il tema
del progetto è un nodo sostanziale. E’ una questione centrale che
rimanda ad argomenti più generali che toccano in primo luogo il
problema della conoscenza, di quella che definiremmo la documentazione
dello stato di fatto e soprattutto dell’intervento che si deve eseguire;
tema quest’ultimo da sempre negletto. Non è proprio un caso, ad
esempio, che nella più comune pratica professionale i progetti di
restauro, così come i rilievi che li anticipano, sono eseguiti in
scale grafiche del tutto manchevoli; approssimazione che evidentemente
dà conto di una complessiva distrazione nei confronti di questi
argomenti. La scala 1:100 è quella consueta (pensiamo come sia assolutamente
inadatta questa scala, ma anche quelle di maggior dettaglio, a descrivere,
ad esempio, i materiali che costituiscono un edificio e le patologie che
si riferiscono a tali materiali) e quando l’ente di tutela o l’amministrazione
preposta al rilascio delle autorizzazioni reclama una scala di maggior
dettaglio spesso si scontra con pregiudizi, inerzia o vecchie abitudini
professionali difficili da rimuovere.
Dall’altro lato, anche quando l’apparato grafico è
conforme alle necessità di una maggiore attenzione e documentazione,
va osservato come il progetto nella sua impostazione classica si esaurisca
nel raffronto, il più delle volte schematicamente esibito, tra il
prima e il dopo. La tavola più consona a rappresentare le intenzioni
del progettista è il confronto contenuto nell’elaborato grafico
che si definisce la "dei gialli e rossi". La struttura progettuale è
in ogni caso un apparato solitamente scarno che esaurisce il suo potenziale
informativo in un generico paragone quantitativo fra un prima (rilievo
delle geometrie, quasi mai dei materiali e delle patologie) e un dopo
(progetto degli spazi, quasi mai dei materiali e dei modi di realizzazione
delle parti aggiunte).
In questo senso, l'ausilio concesso dall'ipertesto così
come sperimentato nel caso di Vilminore, in altre parole un documento costituito
da un insieme di elementi informativi integrati (testo, grafica, registrazioni,
video ecc.) che dispone di funzioni per una consultazione non sequenziale,
bensì guidata dal flusso logico del criterio di ricerca, è
un importante punto di avanzamento. In ogni caso - va affermato – si tratta
di un sistema d’ausilio alla strumentazione tradizionale non certo sostitutivo.
L'importanza che si attribuisce alla fase progettuale
è dunque corrispondente all'interesse del progettista per la documentazione,
la conoscenza, l'analisi, e la testimonianza del proprio operato.
Attilio Cristini e Giordano Cavagnini ci hanno introdotto
un tema di grande attualità e per noi conservatori, convinti della
condizione d’assoluta relatività del nostro giudizio, straordinariamente
importante, vale a dire quello della registrazione sistematica di tutti
i dati che interessano sia il progetto (e i momenti analitici che lo precedono)
sia il cantiere. Si tratta di informazioni non tutte evidentemente graficizzabili
e anche per tale ragione spesso trascurate o rimosse. Promuovendo l’uso
di un sistema informatico "aperto" (dove con questo termine s’intende anche
la possibilità di assumere differenti modalità di registrazione
dei dati) ci invitano insomma a superare il generico confronto di matrice
tipografica che caratterizza l’elaborazione del progetto e ad acquisire
una mentalità diversa, altre sensibilità e competenze. Mentre,
dall’altro lato, sollecitano a registrare sistematicamente le informazioni
che si possono raccogliere, secondo un criterio per il quale notizie (
che riguardano ad esempio l’attività di cantiere) che oggi possono
apparire del tutto trascurabili un domani potrebbero essere decisive nel
contesto di futuri restauri e nell’ambito di mutate condizioni.
Si è detto che in genere il personal computer
è impiegato allo scopo di perfezionare le procedure, ma sempre all’interno
di una strategia che potremo definire di tipo consueto. La sfida che ci
si propone oggi è delicata. Implica il passaggio, certamente come
abbiamo detto non l’abbandono, da un consueto disegno tipografico, cioè
rappresentato sulle tavole, ad un progetto regolato sulla narrazione, ad
un sistema che recuperando la complessità della comunicazione orale
ci consenta di accogliere diversi livelli di lettura, di interpretazione,
dia modo di registrare le informazioni a mano a mano che si rintracciano,
di assumere anche quegli inevitabili mutamenti dei livelli di apprendimento
derivanti dal fatto che si attiva il cantiere e contemporaneamente evidentemente
si aprono nuove forme di conoscenza. Dunque il mutamento che si compie
è da uno schema concettuale costruito sul raffronto (prima/dopo)
a quello di una struttura di narrazione (lo definiremo progetto-programma:
composto da testo, immagini, riprese, documenti d’archivio, registrazioni
ecc.)
Tutto questo non può che mettere in discussione
l’apparato tecnico che sin qui è stato l’unica dotazione strategica
del progetto e oggi rischia di divenire un supporto insufficiente sul piano
concettuale prima ancora che operativo.
Se è vero che dobbiamo guardare a una modificazione
della strumentazione analitica e operativa anche in ragione del mutamento
dell’orizzonte teorico del restauro, abbiamo l'obbligo d’interrogarci su
quale significato si debba accordare oggi alla voce progetto.
Il tema della complessità, ora tanto di moda,
è per noi, come per tanti altri ambiti disciplinari, un argomento
straordinariamente attuale, ed è una sfida che va accolta. Il progetto
di conservazione è in sé un procedimento complesso e al servizio
di questa complessità va vista l’adozione dell’ipertesto, ma è
una delle tante ipotesi che vanno praticate. Non si sostiene che questa
sia la risposta definitiva, unica, assoluta, però forse è
da qui che possiamo iniziare ad introdurre elementi di novità certamente
importanti.
Altro tema, giustamente citato da Attilio Cristini nel
suo intervento, è quello dell’aggiornamento progettuale. Il progetto
tradizionale è concepito come un elaborato "chiuso". Oltre le tavole
di rilievo, quelle di progetto, non vi sono altri dispositivi ideati e
combinati per aggiornare nel tempo il progetto, non solo in termini di
registrazione di nuove conoscenze consentite dal cantiere, ma anche per
governare le sfide della futura manutenzione.
Documentazione e registrazione
Altro aspetto che non può essere trascurato in
questo nostro giro d’orizzonte è collegato alla esigenza di documentare
nel migliore dei modi e possibilmente senza "filtri" gli interventi eseguiti.
Il restauro, nella sua formulazione tradizionale, è impropriamente
stimato come " ultima edizione " del monumento. Secondo questa logica si
crede che il nostro lavoro, che giudichiamo sempre benefico per
la salute del malato da guarire col restauro, debba essere l’ultima opera
che si depone sul monumento. In realtà evidentemente non è
cosi, solo se si giudica che l’effetto di un buon intervento è apprezzabile
nell’arco di qualche lustro o al massimo di qualche decennio.
Al contrario, uno dei principali problemi che si incontrano
nei cantieri del restauro riguardano neopatologie provocate proprio da
interventi sbagliati, poco accorti o, nei casi migliori, ma anche in quelli
più diffusi, più semplicemente dovute al fatto che nel frattempo
sono intervenute condizioni (d’uso, ambientali, d’interazione tra materiali
diversi ecc.) che non si erano previste. Il cosiddetto "restauro del restauro"
è una delle condizioni più frequenti, soprattutto negli interventi
eseguiti meno di trent’anni fa con materiali che con una certa dose di
spensierato ottimismo si definirono sperimentali. In queste non felici
circostanze capire cosa si è fatto in quel precedente restauro e
quali materiali si sono usati diviene il problema principale, ma il più
delle volte insolubile proprio per la ragione che i restauratori che ci
hanno preceduto non hanno ritenuto di lasciare traccia documentaria del
loro intervento calcolando che la loro opera fosse eterna.
La consapevolezza che il nostro intervento non sia l’ultimo
ma solo uno dei tanti di una lunga catena, dovrebbe sollecitarci invece
a documentare fino in fondo il lavoro che andiamo ad eseguire, non affidandoci
esclusivamente alle capacità trasmissive delle tavole di confronto,
ad un capitolato d’appalto più o meno generico, ad un computo metrico
di poche pagine. Significa in sostanza attivare forme di documentazione
non tradizionale e in questa direzione la strumentazione informatica regolata
sull’ipertesto qualche aiuto lo può senz’altro offrire.
Vi è dunque ormai una diffusa consapevolezza dell’indispensabilità
della documentazione del nostro lavoro, così come del resto praticano
altre discipline, la medicina innanzi tutto. Un’impostazione progettuale
"aperta" quale quella consentita dall’uso dell’ipertesto accorda un progresso
anche in questa direzione e rende ammissibile, inoltre, istituire una relazione
coerente fra elaborati di progetto e programmi di manutenzione attivati
successivamente alla fase del cantiere dell'intervento. La sfida non è
dunque meramente tecnologica ma quella d’acquisire prima di tutto una strumentazione
in grado di consentire una registrazione sistematica (innanzitutto, come
si è detto, di quanto si compie nel cantiere) poiché può
essere utile per capire eventuali problemi che nel tempo si possono produrre.
E’ importante allora mettere a punto strumenti per la più estesa
documentazione dell'intervento mirando a sviluppare tutte le potenzialità
offerte dall'ipertesto compresa l'interazione con data-base o motori di
ricerca.
L'impressione che spesso si ricava dalla lettura di un
progetto tradizionalmente concepito, lo abbiamo definito di specie tipografica,
è quella di trovarsi di fronte ad un testo regolato da una lettura
in un certo senso indirizzata, in altre parole influenzata dalle attitudini
e dall'interesse del progettista. Ciò che offre l'ipertesto è
invece la possibilità di attivare criteri individuali di analisi.
Trasmissione del sapere come principio di scientificità
La necessità di una verifica su larga scala dell’efficacia
dei prodotti e dei metodi del restauro dovrebbe essere un’altra preoccupazione
del restauratore. Come accade in altre discipline, la costruzione di una
rete di informazioni sembrerebbe essenziale, una sorta di affermazione
del principio di scientificità, soprattutto per una disciplina che
si fonda su un pensiero non solo su una tecnica. Ma il restauratore è
tradizionalmente una figura solitaria; così capita che nei cantieri
quasi mai è possibile fruire di chiarimenti e ciò accade
solo a cantiere pubblicato. Ma un conto è pubblicare gli esiti di
un lavoro, selezionando e filtrandone le informazioni che più o
meno legittimamente si giudicano interessanti, altro è mettere a
disposizione l’intero lavoro prodotto, i dati di base, quelli sistematicamente
registrati su un supporto, qual è ad esempio l’ipertesto, in grado
cioè di consentire ricerche analitiche liberamente attinte e orientate.
E’ dunque necessario uscire da quelle che qualcuno ha
definito logiche del "segreto di bottega", proprie delle medicine pre-scientifiche
o di quelle professioni che non si sono date uno statuto rigoroso. Del
resto divulgare un restauro attraverso le pagine di una rivista, ancorché
rigorosa e prestigiosa, è sempre più un atto limitativo;
anzi, in questa logica i sistemi di comunicazione tradizionali, ovvero
le riviste di restauro, sembrano ormai sempre più strumenti di divulgazione
concettualmente insufficienti, adeguati semmai ad ospitare un dibattito
teorico (che spesso purtroppo si trasforma in disputa ideologica) ma inadeguati
quale strumento di documentazione. Si rischia di offrire il fianco alla
politica della bella immagine scattata a restauro concluso o del confronto
tra un prima e un dopo, dimenticando che trasmettere la complessità
di un restauro semplicemente attraverso due fotografie e una relazione
più o meno critica o approfondita, è un modo di diffondere
il sapere e l’esperienza assolutamente improprio rispetto alla complessità
del lavoro che in un certo modo legittima l’intervento.
Altre discipline dalla medicina, all’archeologia, per
esempio, si sono preoccupate di dotarsi di strumenti di diffusione del
proprio operare. Noi archeologi dell’elevato, conservatori di manufatti
con tanti aspetti di complessità, dobbiamo porci il problema della
trasmissione del nostro operato, non solo del nostro sapere disciplinare
più o meno rigoroso, scientifico. L’obiettivo è quello di
fornire a chi ovviamente è interessato la possibilità di
conoscere e valutare il nostro lavoro. Nel caso di un intervento più
o meno impegnativo, come accade in medicina, non ci si confronta con l’unica
terapia possibile. Il restauratore non deve emettere un "Certificato di
guarigione" del manufatto esibendo le immagini del volto del malato ormai
guarito, ma deve semmai far capire come e attraverso quali strumenti da
una condizione "a" si è legittimamente mossi ad una condizione "b".
Per apprezzare questo passaggio è necessario disporre del più
alto numero di informazioni possibile e di percorsi cognitivi non vincolati.
L’intervento di conservazione o restauro è un’operazione
che va letta e giudicata attraverso strumenti liberamente orientabili e
con un procedimento di percorsi analitici propri dell’ipertesto e facilmente
accessibili da tutti. Il passo successivo, come giustamente ha detto Giordano
Cavagnini nel suo intervento, è quello di utilizzare la rete Internet
per fornire a chiunque la possibilità di navigare dentro
il cantiere e il progetto, di capire quali erano le condizioni di partenza,
quali sono gli strumenti che si sono ammessi, come si è posto rimedio
a certe situazioni.
La chiave estetica per la valutazione del restauro è
una chiave inadeguata, il restauro non è bello o brutto (forse può
anche definirsi tale, ma il discorso ci porterebbe davvero molto
lontano), ma è soprattutto qualcosa d’altro e le opportunità
offerte dall’ipertesto ci avvicinano a questo qualcos’altro, ad
una conoscenza meno superficiale e ad un giudizio tutto sommato più
fondato.
Torna a:
Indice - Giornata di studio