Non nascondo una certa titubanza ad affrontare, unico storico
dell’arte tra tanti architetti, un tema strettamente -e a ragione- legato
alla professione dell’architetto quale quello del progetto.
Anzi, con un po' di malizia, potrei pensare ad un invito
provocatorio se non avessi diretta conoscenza della limpida disponibilità
di coloro che mi hanno chiesto questo intervento.
Nonostante il clima disteso però, su questo terreno,
in questa compagnia, continuo a sentirmi come il manzoniano vaso di coccio
tra i vasi di ferro, ed è solo a motivo di alcune radicate convinzioni
che mi sento autorizzata a proporre poche considerazioni di usuale buon
senso senza pensare di invadere arbitrariamente un ambito che non mi deve
appartenere.
La prima tra queste convinzioni è quella dell’indispensabile
interdisciplinarietà (che è cosa diversa, più complicata
e meno applicata della pluridisciplinarietà) della conoscenza che
deve sostanziare la tutela dei beni culturali; la seconda è la persuasione
che proprio sul terreno del progetto si possa instaurare un’intesa feconda
tra professionalità diverse.
Partirei da un sommario esame linguistico.
Il Grande Dizionario della Lingua Italiana di
Salvatore Battaglia (Utet, Torino), alla voce "Progetto" porta, come prima
definizione "Piano per l’attuazione o l’esecuzione di quanto è
stato stabilito, di quanto si medita di fare.- Anche, in senso generico:
riflessione ordinata ed articolata sulle cose da farsi o che si intendono
fare o, più genericamente, sul futuro prevedibile".
Si tratta senza dubbio di una definizione assai ampia
e poco precisa, ma che contiene alcuni elementi irrinunciabili di ragionamento.
Progetto è, insieme "piano per l’attuazione" e "riflessione
ordinata ed articolata sulle cose da farsi": la concretezza, il fare,
stanno certo al primo posto, ma non si configurano come un agire casuale
e disordinato. E’ un fare nutrito di riflessione e aggiungerei (credo senza
arbitrio) di conoscenza; si snoda con ordine e consequenzialità,
un passo legato all’altro da mille nodi e pensieri, da mille vicende passate,
da mille ipotesi sul futuro.
Ecco, credo che su questa definizione lo storico dell’arte
e l’architetto si possano incontrare senza troppi imbarazzi o remore.
Le perizie di restauro di un dipinto o di una scultura,
tanto più lineari di quelle relative anche al più semplice
restauro architettonico nascono anch’esse, o dovrebbero nascere, da un
tessuto di conoscenze ed osservazioni che guidano in modo ‘ordinato
ed articolato’ le ‘cose da farsi’.
In questo senso il progetto, e soprattutto il progetto
di restauro, diviene l’essenza del lavoro di un tecnico di soprintendenza,
che non può ridursi, come spesso si tende a fare, ad attività
sadicamente censoria (art.11 della legge 1089), ma deve soprattutto restare
-almeno nelle mie tenaci speranze- quello più creativamente attivo
e proiettato verso il futuro: progettuale appunto (mi si perdoni un’altra
digressione etimologica: progetto deriva dal latino tardo proiectare, che
significa "gettare avanti"). Che proprio per questo però
dovrebbe essere condotto con l'indispensabile collaborazione di altri,
specifici professionisti.
Ho citato interdisciplinarietà e necessità
della ricerca. Quando si tratta di beni culturali è divenuto un
luogo comune evocare la prima, eppure non si tratta di una banalità
ma di una condizione necessaria del progetto. E’ richiesta, imposta, dalla
stessa complessità degli oggetti sui quali si lavora: per arrivare
ad una più completa conoscenza, che ne assicuri una più matura
salvaguardia si devono battere le più diverse piste di indagine,
per capire la ragioni delle condizioni attuali e individuare soluzioni
non standardizzate.
Ecco allora ricerche d’archivio e ricerche storiche,
ma anche analisi scientifiche, chimiche o fisiche, rilievi grafici e fotografici,
esami puramente visivi che dovrebbero stare prima di qualsiasi azione conservativa
ma, nello stesso tempo, dovrebbero essere incrociate costantemente con
i dati che emergono dal restauro.
E’ un reciproco illuminarsi. Ricerca ed interdisciplinarietà
non possono essere fiori all’occhiello per mostrasi più bravi e
filologi, oppure semplici raccolte di nuove informazioni da lasciare agli
storici futuri, ma fonte costante di riflessione critica che porta più
matura comprensione e guida l’operare. Sono una delle poche modalità
in nostro possesso per rendere percepibile e feconda la dimensione storica
del bene culturale e tradurne nel modo più fedele la straordinaria
complessità.
Ponendosi su questo orizzonte, che, ripeto, in teoria
è piuttosto scontato mentre lo è molto di meno nella pratica
quotidiana, emerge chiara l’utilità di uno strumento quale l’ipertesto
preparato per l'intervento sulla parrocchiale di Vilminore, che raccoglie
i risultati di ricerche svolte in ambiti diversi e le mette immediatamente
a disposizione, ne permette l’incrociarsi ed il continuo aggiornamento
sulla base delle risultanze di cantiere, e consente di spostarsi, con agilità
prima insperata, nei diversi tempi che governano le varie parti di un’opera
articolata quale una chiesa con tutti i suoi arredi.
Esso è, insieme, strumento di lavoro, mezzo di
conservazione (altri si sono soffermati sulla fase indispensabile della
manutenzione e dell'utilità di tale mezzo per questo scopo), fonte
di scoperte e condizione indispensabile per la più volte celebrata
interdisciplinarietà: le diverse professioni possono lavorare davvero
bene e insieme su quest'orizzonte di progetto complessivo e condiviso,
in reciproca, costante comunicazione.
Da questo punto di vista il caso di Vilminore, dalla
sua posizione periferica, prefigura quella che voglio sperare sia la condizione
del nostro operare futuro, poiché testimonia, ancora in embrione,
la reale possibilità di collaborazione non in un importante cantiere
di stato, ma su un qualsiasi cantiere di territorio. E lo ha fatto con
uno strumento che non sarà lo strumento definitivo ed ideale, ma
che proprio sull'orizzonte territoriale - e, vorrei specificare, su questo
particolare orizzonte territoriale- può trovare applicazioni molto
feconde a condizione che non resti un caso isolato.
Mi spiego meglio. La storia della Valle di Scalve non
è ancora state scritta nei dettagli ma, se dobbiamo credere ai dati
anche superficiali forniti da quell'osservatorio privilegiato che sono
le chiese parrocchiali, uno dei suoi momenti nodali fu costituito dai decenni
a cavallo tra Seicento e Settecento.
Infatti considerando anche soltanto alcune delle chiese
della zona, quali quelle di Azzone, Colere, Dezzo, Dezzolo, Schilpario
o Vilmaggiore (citate a caso e, come si vede, in rigoroso ordine alfabetico)
notiamo che si tratta di edifici eretti nel giro per lo più di un
cinquantennio, dove vediamo all’opera le stesse maestranze (
i Fantoni, anche in qualità di architetti, Gian Giacomo Piccinni,
muraturi e decoratori a stucco dalla Val d’Intelvi, i pittori Cifrondi
e Albrici) e che sono stati sottoposti a restauri
ed aggiornamenti pressappoco negli stessi anni del nostro secolo.
Disponendo per tutti di una sequenza di dati analoga
a quella raccolta per la parrocchiale di Vilminore sarebbe possibile non
solo chiarire il perchè di questa fioritura e le sue dinamiche interne,
ma disegnare una mappa degli spostamenti delle maestranze, dei vari ruoli
all'interno dei cantieri, delle modalità costruttive e di pagamento
degli operai, delle ragioni della committenza, del concretizzarsi della
devozione popolare…Diverrebbe dunque uno strumento prezioso per la lettura
della storia complessiva della zona.
Buona parte di quanto si è ora scritto, pur non
essendo, ripeto, affatto originale, non è scontato. Ci si augura
che possa diventare prassi normale, ma fino ad ora non lo è stato.
Qui, a Vilminore, si è in qualche misura realizzato.
Per questo vorrei in conclusione sottolineare l’importanza
che ha sempre, negli ‘affari di tutela’ quell’elemento imponderabile che
è il ‘fattore umano’.
Sempre fondamentale, spesso del tutto casuale, come è
stato qui.
In quest’angolo di Valle di Scalve si sono incontrati
una comunità generosa, intelligente ed attiva, legata alle proprie
radici ma non ostinatamente chiusa o sorda alle voci che giungevano da
'fuori' e diversi attori che, nello svolgere i propri compiti, si sono
scoperti legati da stima reciproca, capacità di ascolto, fiducia
ed anche simpatia. Credo che questa sia stata, senza ombra di dubbio, una
tra le condizioni che hanno reso possibile questa sorta di piccolo miracolo.
Proprio il germe di futuro positivo contenuto in questa
esperienza eccezionale però deve fare sì che la legittima
soddisfazione per questo successo non diventi schermo per nascondere la
realtà, costituita da centinaia di altri edifici, con gli innumerevoli
oggetti in essi contenuti, bisognosi di una infinità di interventi,
della più varia natura.
Essi richiamano tutti noi, che ne abbiamo in varia misura
la responsabilità, alla necessità della conoscenza e -ancora
una volta- del progetto, centrato questa volta sulla scala più ampia
, e molto più impegnativa, della politica di gestione territoriale.
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