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Amedeo Bellini
 

Sono varie le osservazioni e gli stimoli che provengono dalla lettura del resoconto che presenta, in forma nuova, il progetto di conservazione della chiesa parrocchiale di Vilminore di Scalve. In uno scritto contenuto nel volume qualcuno osserva che qui si è realizzata una serie di circostanze favorevoli che hanno fatto dell’intervento un esempio positivo, come purtroppo poche volte avviene. Condivido questa osservazione e la prima delle condizioni che mi pare opportuno segnalare è quella che più raramente si riscontra: la qualità della committenza. In genere il "conservatore" si trova di fronte, come primo solido ostacolo, una serie di richieste incompatibili con la realtà fisica dell’edificio che tuttavia spesso nascono da un censimento dei bisogni assai concreto e plausibile, ma astratto rispetto all’oggetto che si vorrebbe utilizzare. In questo caso la realtà culturale dell’edificio, il suo "essere stato" qualcosa, è di fatto negata: esso, al di là delle eventuali nobili finalità dell’uso, è strumentalizzato e sostanzialmente mercificato. E’ ovvio che vi sono momenti in cui persone e comunità difficilmente possono fare a meno di una risorsa per rispondere a fini avvertiti come essenziali, ma è altrettanto vero che se sussiste una conoscenza, un rapporto con la storicità dell’oggetto, la sensazione dei modi con i quali esso si è costituito nel tempo ed è appartenuto all’esperienza, l’attenzione aumenta e quindi anche la disponibilità a trovare linee di intervento che massimizzino il permanere.
Si potrebbe pensare che la costanza della funzione in un edificio religioso sia di per sé garanzia di conservazione del manufatto, ma l’esperienza ci smentisce. Esistono esigenze legate al mutamento della liturgia, la indiscriminata applicazione di norme previste per la costruzione dei nuovi edifici, ma soprattutto assai spesso una volontà ingiustificata della ricerca della novità, una inquieta e poco ponderata misconoscenza del valore degli oggetti se utilizzati come strumento di formazione della coscienza, di arricchimento della persona, naturalmente senza feticismi.
Nel caso di Vilminore la conservazione nasce anche dalla volontà di una comunità, che ha compreso quanto l’edificio sia necessario per la definizione della propria identità e si è assunta un non lieve impegno finanziario, ma che ha anche compreso, evidentemente, che il valore del denaro consiste nella possibilità che esso offre di ottenere qualcosa d’altro, che in questo caso è stato individuato nel piacere di mantenere un oggetto caro, una testimonianza di appartenenza, una casa comune.
Decidere per la conservazione ha condotto ad un altro risultato di rilievo: si è costatata una coincidenza tra interesse particolare, della piccola comunità, ed interesse generale. L’apprezzamento di un bene ha salvaguardato valori testimoniali che interessano tutti, mantiene una ricchezza culturale propria di chi più direttamente li esperimenta nella vita quotidiana, ma questo produce anche una consapevolezza che da Vilminore, si diffonde, come accrescimento della cultura generale, come esempio positivo.
Si è molto insistito, nel dibattito di questi ultimi anni, sul rapporto tra opera di conservazione e conoscenza. Si studia l’oggetto, se ne rileva la realtà fisica, i dati che ne costituiscono la storicità, la particolarità; lo si conserva e il progetto che inevitabilmente aggiunge nuova stratificazione diviene momento di consolidamento e di aggiunta al conoscere, in un circolo che si autoalimenta, perché ogni acquisizione suscita domande, contribuisce a formare nuovo pensiero. Tuttavia si è verificata una scissione con la quale si riservava sostanzialmente agli specialisti la possibilità di acquisire dati attraverso il progetto sia nella sua esecuzione sia nella successiva osservazione, mentre al pubblico era riservata soltanto la esperienza del risultato finale, che del resto costituiva l’obbiettivo principale del restauratore. Non a caso l’opera era presentata attraverso le immagini del "prima" e del "dopo", quest’ultimo considerato situazione definitiva, storicamente compiuta e non più suscettibile di evoluzione. Oggi si è invece acquisito il concetto che la trasformazione è fatto inevitabile a cui non si contrappone un intervento di "restauro" ovvero di retrocessione nel tempo, ma un continuo processo di manutenzione, di controllo della trasformazione, di stratificazione ulteriore, accompagnati dallo sforzo di rendere massima la permanenza. E' evidente che in questa prospettiva il "progetto" non è più soltanto il mezzo con il quale si raggiunge un certo obbiettivo, ottenuto il quale la documentazione ha senso soltanto per un eventuale successivo restauro, ma vale in se stesso, come indicazione delle modalità di lettura del progettista, come strumento di avvicinamento al monumento per il pubblico dei "non esperti" che tuttavia sono fruitori, cioè coloro per i quali un lavoro è stato compiuto.
In questo senso il legame che si istituisce attraverso il mezzo informatico tra diversi aspetti, tra considerazioni che provengono da approcci pluridisciplinari, la connessione immediata tra immagine e lettura del lato tecnico, la possibilità di portare a conoscenza del pubblico in termini abbastanza semplici ma approfondibili, cognizioni specialistiche sfrondandole dalle difficoltà di lettura, è un fatto prezioso e che deve essere sfruttato. E’ un contributo importante alle possibilità di conoscenza diffusa.
Non insisto qui sulla possibile funzione dell’ipertesto per la formazione tecnica del progetto, che si estende anche alla gestione del cantiere, alla trasmissione delle comunicazioni tra progettista ed esecutore (un tentativo che si rivolge soprattutto in questa direzione è stato compiuto di recente con una tesi di laurea). Ciò perché è totale su questo punto la mia concordanza con quanto scrive Gian Paolo Treccani sulla natura del progetto e sulla possibilità di normarlo: d’altronde ho già avuto modo di dire e scrivere, anche in sedi istituzionali, dell’inutilità delle carte del restauro e delle norme prescrittive laddove si devono affrontare variabili problemi concreti, non per dare ragione ad un apriorismo senza principi, ma per affermare il carattere relativo alle circostanze contro le presunte certezze dei principi. Dunque normare il modo di formazione del progetto, con esso i modi del suo controllo quando necessario. Avevo anche proposto, laddove esistevano meccanismi di incentivazione del recupero delle preesistenze, di connettere l’erogazione con il grado di permanenza ottenuto, non misurato in assoluto, ma in rapporto al grado di conservazione od obsolescenza, ciò che concorda con l’idea che il progettista si renda responsabile, almeno moralmente, della inevitabilità della distruzione. Ma credo che sarebbe più opportuno che una norma lo costringesse a documentarla.
Per concludere: la volontà di conservare presuppone l’accettazione del fluire del tempo, la responsabilità dell’intervenire e del sostituire quando la necessità ci costringe, senza le scappatoie del rifacimento; la registrazione del processo è sostanziale per una comprensione che non si accontenti di pochi capisaldi arbitrariamente scelti, come, per esempio le caratteristiche formali; l’intervento che si confronta con la complessità negli aspetti esecutivi come di quelli conoscitivi, che sono inscindibili, richiede la massima interrelazione tra dati di origine diversa; il confronto, la comunicazione che si istituiscono con uno strumento espositivo complesso è una eccezionale opportunità, che ha in sé, come ogni potenzialità, i rischi della manipolazione, dell’uso finalizzato ad esaltare taluni aspetti e con questo a rendere inavvertita la cancellazione di altri. Il progetto di conservazione si può giovare di questi strumenti se essi sono utilizzati in forma colta ed aperta. L’esperimento, ma forse qualcosa di più, di Vilminore è un buon punto di partenza, un attento ed esemplare lavoro.
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