Sono varie le osservazioni e gli stimoli
che provengono dalla lettura del resoconto che presenta, in forma nuova,
il progetto di conservazione della chiesa parrocchiale di Vilminore di
Scalve. In uno scritto contenuto nel volume qualcuno osserva che qui si
è realizzata una serie di circostanze favorevoli che hanno fatto
dell’intervento un esempio positivo, come purtroppo poche volte avviene.
Condivido questa osservazione e la prima delle condizioni che mi pare opportuno
segnalare è quella che più raramente si riscontra: la qualità
della committenza. In genere il "conservatore" si trova di fronte, come
primo solido ostacolo, una serie di richieste incompatibili con la realtà
fisica dell’edificio che tuttavia spesso nascono da un censimento dei bisogni
assai concreto e plausibile, ma astratto rispetto all’oggetto che si vorrebbe
utilizzare. In questo caso la realtà culturale dell’edificio, il
suo "essere stato" qualcosa, è di fatto negata: esso, al di là
delle eventuali nobili finalità dell’uso, è strumentalizzato
e sostanzialmente mercificato. E’ ovvio che vi sono momenti in cui persone
e comunità difficilmente possono fare a meno di una risorsa per
rispondere a fini avvertiti come essenziali, ma è altrettanto vero
che se sussiste una conoscenza, un rapporto con la storicità dell’oggetto,
la sensazione dei modi con i quali esso si è costituito nel tempo
ed è appartenuto all’esperienza, l’attenzione aumenta e quindi anche
la disponibilità a trovare linee di intervento che massimizzino
il permanere.
Si potrebbe pensare che la costanza
della funzione in un edificio religioso sia di per sé garanzia di
conservazione del manufatto, ma l’esperienza ci smentisce. Esistono esigenze
legate al mutamento della liturgia, la indiscriminata applicazione di norme
previste per la costruzione dei nuovi edifici, ma soprattutto assai spesso
una volontà ingiustificata della ricerca della novità, una
inquieta e poco ponderata misconoscenza del valore degli oggetti se utilizzati
come strumento di formazione della coscienza, di arricchimento della persona,
naturalmente senza feticismi.
Nel caso di Vilminore la conservazione
nasce anche dalla volontà di una comunità, che ha compreso
quanto l’edificio sia necessario per la definizione della propria identità
e si è assunta un non lieve impegno finanziario, ma che ha anche
compreso, evidentemente, che il valore del denaro consiste nella possibilità
che esso offre di ottenere qualcosa d’altro, che in questo caso è
stato individuato nel piacere di mantenere un oggetto caro, una testimonianza
di appartenenza, una casa comune.
Decidere per la conservazione ha
condotto ad un altro risultato di rilievo: si è costatata una coincidenza
tra interesse particolare, della piccola comunità, ed interesse
generale. L’apprezzamento di un bene ha salvaguardato valori testimoniali
che interessano tutti, mantiene una ricchezza culturale propria di chi
più direttamente li esperimenta nella vita quotidiana, ma questo
produce anche una consapevolezza che da Vilminore, si diffonde, come accrescimento
della cultura generale, come esempio positivo.
Si è molto insistito, nel
dibattito di questi ultimi anni, sul rapporto tra opera di conservazione
e conoscenza. Si studia l’oggetto, se ne rileva la realtà fisica,
i dati che ne costituiscono la storicità, la particolarità;
lo si conserva e il progetto che inevitabilmente aggiunge nuova stratificazione
diviene momento di consolidamento e di aggiunta al conoscere, in un circolo
che si autoalimenta, perché ogni acquisizione suscita domande, contribuisce
a formare nuovo pensiero. Tuttavia si è verificata una scissione
con la quale si riservava sostanzialmente agli specialisti la possibilità
di acquisire dati attraverso il progetto sia nella sua esecuzione sia nella
successiva osservazione, mentre al pubblico era riservata soltanto la esperienza
del risultato finale, che del resto costituiva l’obbiettivo principale
del restauratore. Non a caso l’opera era presentata attraverso le immagini
del "prima" e del "dopo", quest’ultimo considerato situazione definitiva,
storicamente compiuta e non più suscettibile di evoluzione. Oggi
si è invece acquisito il concetto che la trasformazione è
fatto inevitabile a cui non si contrappone un intervento di "restauro"
ovvero di retrocessione nel tempo, ma un continuo processo di manutenzione,
di controllo della trasformazione, di stratificazione ulteriore, accompagnati
dallo sforzo di rendere massima la permanenza. E' evidente che in questa
prospettiva il "progetto" non è più soltanto il mezzo con
il quale si raggiunge un certo obbiettivo, ottenuto il quale la documentazione
ha senso soltanto per un eventuale successivo restauro, ma vale in se stesso,
come indicazione delle modalità di lettura del progettista, come
strumento di avvicinamento al monumento per il pubblico dei "non esperti"
che tuttavia sono fruitori, cioè coloro per i quali un lavoro è
stato compiuto.
In questo senso il legame che si
istituisce attraverso il mezzo informatico tra diversi aspetti, tra considerazioni
che provengono da approcci pluridisciplinari, la connessione immediata
tra immagine e lettura del lato tecnico, la possibilità di portare
a conoscenza del pubblico in termini abbastanza semplici ma approfondibili,
cognizioni specialistiche sfrondandole dalle difficoltà di lettura,
è un fatto prezioso e che deve essere sfruttato. E’ un contributo
importante alle possibilità di conoscenza diffusa.
Non insisto qui sulla possibile
funzione dell’ipertesto per la formazione tecnica del progetto, che si
estende anche alla gestione del cantiere, alla trasmissione delle comunicazioni
tra progettista ed esecutore (un tentativo che si rivolge soprattutto in
questa direzione è stato compiuto di recente con una tesi di laurea).
Ciò perché è totale su questo punto la mia concordanza
con quanto scrive Gian Paolo Treccani sulla natura del progetto e sulla
possibilità di normarlo: d’altronde ho già avuto modo di
dire e scrivere, anche in sedi istituzionali, dell’inutilità delle
carte del restauro e delle norme prescrittive laddove si devono affrontare
variabili problemi concreti, non per dare ragione ad un apriorismo senza
principi, ma per affermare il carattere relativo alle circostanze contro
le presunte certezze dei principi. Dunque normare il modo di formazione
del progetto, con esso i modi del suo controllo quando necessario. Avevo
anche proposto, laddove esistevano meccanismi di incentivazione del recupero
delle preesistenze, di connettere l’erogazione con il grado di permanenza
ottenuto, non misurato in assoluto, ma in rapporto al grado di conservazione
od obsolescenza, ciò che concorda con l’idea che il progettista
si renda responsabile, almeno moralmente, della inevitabilità della
distruzione. Ma credo che sarebbe più opportuno che una norma lo
costringesse a documentarla.
Per concludere: la volontà
di conservare presuppone l’accettazione del fluire del tempo, la responsabilità
dell’intervenire e del sostituire quando la necessità ci costringe,
senza le scappatoie del rifacimento; la registrazione del processo è
sostanziale per una comprensione che non si accontenti di pochi capisaldi
arbitrariamente scelti, come, per esempio le caratteristiche formali; l’intervento
che si confronta con la complessità negli aspetti esecutivi come
di quelli conoscitivi, che sono inscindibili, richiede la massima interrelazione
tra dati di origine diversa; il confronto, la comunicazione che si istituiscono
con uno strumento espositivo complesso è una eccezionale opportunità,
che ha in sé, come ogni potenzialità, i rischi della manipolazione,
dell’uso finalizzato ad esaltare taluni aspetti e con questo a rendere
inavvertita la cancellazione di altri. Il progetto di conservazione si
può giovare di questi strumenti se essi sono utilizzati in forma
colta ed aperta. L’esperimento, ma forse qualcosa di più, di Vilminore
è un buon punto di partenza, un attento ed esemplare lavoro.
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