Corriere
della Sera, martedì, 4 dicembre 1923
Il Re fra le rovine da Darfo a Dezzo dopo l'immane disastro
La febbrile opera di soccorso - 400 morti accertati finora - Particolari ed
episodi strazianti
Il dolore del Sovrano davanti alla strage
Bergamo, 3 dicembre.
La città e i paesi del Bergamasco e del Bresciano, attraverso i quali, oggi, è
passato il Re, erano decorati con vessilli a mezz’asta e in gramaglie. Le
espressioni di patriottismo e di cordoglio formavano mesta e fiera armonia lungo
il passaggio del Sovrano, che giunto stamane con treno speciale nella Val
Camonica, oltre il lago di Iseo, è sceso alla stazione di Pisogne per proseguire
in automobile nelle zone colpite. Il Re era accompagnato dall'onorevole Carnazza
ministro dei Lavori Pubblici, dall'onorevole Finzi, dal ministro della Real Casa
Mattioli Pasqualini, dal generale Cattaneo comandante del Corpo d'armata di
Milano, dal vescovo di Brescia Monsignor Gaggia, dal prefetto di Brescia
commendatore Bocchini, dall'onorevole Farinacci e da altre autorità civili e
militari. La prima sosta è avvenuta a Darfo, il paese a sinistra dell'Oglio, che
ebbe case allagate, ma non patì crolli e vittime. Il Re, scorgendo in distanza
il quadro delle rovine e presentato dalla frazione d'oltre il fiume Corna, ha
subito chiesto in che modo la valanga d'acqua poté miracolosamente deviare. Ed
ha appreso, con meraviglia, che oltre i massi rotolati dalla montagna, fecero da
barriera, in favore di Darfo, il terrapieno e il ponte su cui scorre la ferrovia
Iseo- Edolo. Gli è stato detto che gli abitanti scamparono salendo sui tetti,
mentre l'acqua giunse solo ai primi piani. Ma fu l'acqua dell'Oglio perché la
valanga liquida scaricandosi nel fiume ne sbarrò il corso. Le due correnti
urtandosi produssero balzi di spume altissime.
Quando al Re è stato riferito, stamane, che Darfo, pur non avendo vittime da
deplorare, accoglieva nella camera mortuaria 120 salme, ha deciso di salire
subito sulla breve altura su cui l'edificio è costruito. Entrando nella cappella
si è tolto il berretto, irrigidendosi come fosse sull'attenti. Egli rendeva, in
quel momento, l'omaggio suo e del paese non solo a quelle vittime, ma a tutte. E
il suo viso esprimeva il cordoglio, la commozione.
Le povere salme, avvolte da lenzuoli, ricoperte di fiori, illuminate da ceri,
apparivano allineate una accanto all'altra, mentre in disparte erano raccolte
membra sanguinolente.
Il Sovrano ha chiesto se erano stati già riconosciuti quegli sventurati e a
quali paesi appartenevano. Gli è stato risposto che i primi e ancora scarsi
riconoscimenti provano che quei cadaveri debbono quasi tutti appartenere a paesi
lontani trenta chilometri dal punto in cui furono rinvenuti. Un vecchio è stato
riconosciuto come il capo d'una famiglia di Dezzo. Un senso di raccapriccio ha
colto il Re quando ha appreso che quell'orribile carnaio umano fu travolto in
mezz'ora sul percorso di trenta chilometri. Un confronto tra l'ora in cui Dezzo
fu colpita e l'ora in cui Corna fu schiacciata ha permesso di stabilire che la
valanga ha proceduto con la rapidità di un treno diretto, a 60 chilometri
all'ora.
Mentre Re Vittorio usciva dall'ospedale, un gruppo di falegnami si avvicinava
recando casse funebri, inchiodati in fretta e in gran numero, con sopra il
coperchio una croce pennellata con l'inchiostro: - Quando si faranno i funerali?
- ha domandato il re. Dai parroci del vicariato di Darfo, venuti incontro al
Sovrano con il vescovo di Brescia, ha appreso che in ogni chiesa, rimasta in
piedi, nei luoghi colpiti, sarà celebrata una messa in memoria dei defunti. Man
mano che i sacerdoti, i parenti e i sindaci avranno riconosciuto le salme,
queste verranno sepolte nei cimiteri del paese nativo. Gli estinti non
riconosciuti saranno, dopo qualche giorno, chiusi in casse sul cui coperchio
rimarrà, all'altezza del volto, un vetro, in modo che il riconoscimento sia
possibile ancora.
Naturalmente una delle più premurose domande del Re si è riferita all'esatto
numero degli uccisi. Gli è stata presentata una lista approssimativa che darebbe
sette morti a Vilminore Massa, sotto il lago artificiale, 14 a Bueggio, 172 a
Dezzo Colere e 47 a Dezzo di Azzone, 40 lungo la via Mala e 130 a Corna. Le
vittime, secondo questo calcolo, risulterebbero oltre 400. Ora la maggior
incognita è rappresentata dalla Via Mala sulla quale si suppone che numerosi
fossero i passanti allorché precipitò la valanga d'acqua. La tragedia avvenne
sabato: giorno di mercato per le popolazioni di quelle valli. Per la stessa
ragione, però, si è indotti a supporre che dai paesi allagati fossero partiti,
prima del disastro, numerosi valligiani diretti, appunto, al mercato. Un'altra
incognita - così è stato riferito oggi al Sovrano - è rappresentata dagli
artigiani che lavoravano nei paesi di Valle Dezzo, pur non figurando nei
registri come residenti di quei posti.
Il
Re, lasciando Darfo, ha ricevuto dalla popolazione prima un saluto reverente,
silenzioso, poi espansivo. Un irrefrenabile applauso, espressione di fede, di
serenità in cospetto dell'immane sventura, è scordato da quella folla commossa
che nel dolore di Vittorio Emanuele ha sentito il dolore, la solidarietà della
Nazione. Il Sovrano ha voluto recarsi a piedi nella frazione d'oltre fiume,
attraversando il ponte e procedendo fra due ali di pubblico a capo scoperto.
Corna, trasformata da ridente località di villeggianti e di operai in fiume
alpino, ha dato al Re un immediato senso della ciclopica rovina. Il lavorio che
le acque operano attraverso anni ed anni, si compì, sabato mattina, in un
minuto. Il Re ha osservato la massiccia tubatura metallica strappata alla
montagna e lanciata 300 metri oltre. Egli si è portato sino all'orlo estremo
delle rovine, superando pozzanghere e buche. È penetrato nelle Ferriere di
Voltri, attraverso volte e colonnati che sino a tre giorni or sono accoglievano
macchine e fervido lavoro.
Una breccia aperta dalla colonna d'acqua ha consentito al Sovrano di osservare
il quadro più maestoso e truce del disastro: lo sbocco della gola da cui esce la
via Mala: strette e alte pareti alla cui base si accatastano tonnellate di legna
attraverso cui il torrente Dezzo lotta fragorosamente per passare. Oltre quella
visione paurosa si nascondono le rovine di minuscoli paesi, di centrali
elettriche e di mulini.
Il Sovrano avrebbe voluto recarsi per lo meno ad Angolo, lungo la via Mala, ma
essendo la valle poco praticabile anche per i pedoni, il corteo reale ha dovuto
seguire un altro itinerario: tornare, cioè, a Darfo per aggiungere Dezzo,
attraverso Lovere, Clusone e il passo della Presolana.
I deputati della circoscrizione, onorevole Bellotti e Ducos, si erano incontrati
col Sovrano a Corna. Anzi l'onorevole Bellotti aveva offerto a Re Vittorio una
fotografia del paese di Dezzo perché egli potesse confrontare le rovine attuali
con il grazioso gruppo di case esistito sino a sabato mattina.
A
Lovere e nei successivi paesi, il Sovrano ha incontrato rappresentanze con
bandiere, scolaresche schierate e valligiani scesi anche da casolari lontani.
Castione di Presolana è riuscito perfino ad erigere un arco trionfale con rami
di pino e bandierine. Ma, forse, l'omaggio più impreveduto e gradito il Re l'ha
notato dopo Castione, ad una svolta della strada montana. Nel paesaggio
completamente deserto e sotto il nevischio che cominciava a scendere, ecco sul
bordo della strada, due ragazzini, soli, fratello e sorella, scesi da una baita
della Presolana con un foglietto sulla quale avevano scritto "Evviva il nosto
Re!". Mancava una erre, ma c'era tanta grazia in quel piccolo gesto, che il Re
ha fatto rallentare l'automobile. I fratellini che reggevano, a due mani, in
alto, il foglietto come un'insegna, hanno potuto mirare a pochi passi il
Sovrano, fin allora visto sulle monete, sorridere proprio per essi: nonostante
il rischio e la rigida temperatura, egli era, com'è sua consuetudine, in una
macchina scoperta.
Al passo della Presolana il nevischio si è trasformato in tormenta con raffiche
e gelo. Sulla tortuosa strada in discesa le macchine procedevano con cautele per
evitare slittamenti. Innanzi alla Cantoniera il Re ha notato un gruppo in
gramaglia: quei cinque o sei superstiti rappresentavano altrettante famiglie
totalmente distrutte. Erano saliti alla Cantoniera perché da agiati che erano
ora sono senza tetto. E pure quei superstiti accennavano timidamente a battere
le mani al Re. E lo stesso fenomeno il Sovrano ha più diffusamente notato
allorché è giunto a Dezzo. Anche qui in cinquanta scampati trovandosi in
cospetto del Re erano colti da impeti di consolazione e di tenerezza.
Prima di incontrarsi con questo gruppo, Re Vittorio è sceso dall'automobile
all'ingresso di quello che fu Dezzo. Ricordandosi nella fotografia ricevuta
dall'onorevole Bellotti ne ha confrontato l'immagine col nulla lasciato dalla
valanga d'acqua. Poi vedendo un ponticello quanto mai primitivo, costituito da
assi buttati fra un masso e l'altro attraversò il torrente, a voluto recarsi
sull'altra sponda nella quale appariscono ancora simulacri di case, che è di
melma, di cadaveri e di carogne di animali.
Il
Re, senza preoccuparsi della violenta corrente e fendendo il nevischio è passato
da solo sulle stragi di assi e si è diretto alle case superstiti, fra due ali di
soldati e di volontari della Milizia nazionale, i quali si erano posti
sull'attenti udendo lo squillo di una tromba che annunciava il Re. Però Vittorio
Emanuele ha voluto che la parata cessasse subito e che i giovanotti
riprendessero il loro lavoro di scavo, come ovunque, lungo il suo passaggio,
aveva vietato qualunque attività in suo onore che distraesse le popolazioni e i
militari dalle opere di soccorso. Ma quale soccorso realmente era possibile
recare alle popolazioni colpite?
Anche il Re s'è posto da domanda più volte, man mano che interrogava le autorità
del luogo. Egli stesso ha riconosciuto che il disastro ha lasciato ben poche
cose riparabili: - Io sono qui - ha soggiunto - per recare conforto agli
scampati. Vorrei anch'io contribuire con iniziative. Ma che cosa si può fare?
Il Sovrano ha voluto interrogare i due sindaci di Dezzo, due perché il paese
così chiamato, pur componendo una sola parrocchia, appartiene, anzi apparteneva,
a due comuni: uno alla destra dell'Oglio detto Colere e l'altro alla sinistra,
detto Azzone. Mentre Colere e Azzone sono collocati in alto, le due frazioni di
Dezzo da essi dipendenti si trovavano, fino a sabato mattina, in fondo alla
valle. I due sindaci hanno denunciato al Re la scomparsa complessiva di 147
abitanti.
A Dezzo comincia la serie delle camere mortuarie: un fienile, un cimitero
accolgono gli uccisi di quella località: le altre salme - in tutto, finora, 250
- sono raccolte a Corna, a Darfo e a Lovere. Tra le vittime di Dezzo, otto erano
emigranti rientrati in paese la sera prima del disastro.
La
visita reale alla conca resa deserta dalla formidabile cascata è proseguita per
tre quarti d'ora. Pure imperversando la bufera. Re Vittorio ha voluto rendersi
conto d'ogni particolare e entrando anche in una delle case rese inabitabili e
nere dall'inondazione. Il tanfo interno lo ha costretto a uscire. Sulle soglie
degli orribili tuguri erano i pochi abitanti che il Sovrano interrogava sulle
loro sventure. Le risposte erano così raccapriccianti che Vittorio Emanuele ad
un certo punto è stato colto da commozione: fissava negli occhi quegli
sventurati privi a un tratto dell'intera famiglia e un nodo alla gola gli
impediva di parlare. Ha tenuto fra le sue, a lungo, le mani dei poveretti, poi,
guardando affettuosamente quella piccola folla spaurita, ha ripassato il
primitivo ponte di assi e con l'automobile è risalito al passo della Presolana.
Anche sulla via del ritorno, sino a Bergamo, il corteo reale ha incontrato gli
abitanti della Val Seriana schierati e plaudenti. Era già sera quando il Re,
seguendo le vie della periferia, è giunto alla stazione di Bergamo. Mentre
congedava le autorità - la partenza avvenuta alle 18.30 fra gli applausi della
folla - egli ha espresso la sua ammirazione per la forza d'animo dimostrata, in
questa tremenda circostanza, dalle popolazioni colpite, solide e fiere come le
loro montagne, dignitose nel loro strazio cupo e silenzioso. Non un lamento, non
un'istanza. Esse non hanno chiesto nulla al Re. Lo hanno ringraziato con gli
occhi e con le semplici, schiette parole: e nella sua persona hanno salutato
anche tutte le regioni d'Italia spiritualmente vicine.
O. Cavara
Commoventi manifestazioni di solidarietà
Bergamo, 3 dicembre, notte.
Prima che partisse per Brescia abbiamo potuto avvicinare alla stazione il
sottosegretario alla Guerra onorevole Bonardi, che aveva accompagnato il Re con
altri rappresentanti del governo sul luogo del disastro.
Interrogato sui provvedimenti che il Governo intende adottare per il disastro,
l'onorevole Bonardi ha detto che essi sono in corso di attuazione e saranno
basati sui rapporti di un ispettore superiore del Genio civile, che è sul posto,
e dei prefetti e dei rappresentanti del Governo che hanno visitato in questi
giorni le località colpite.
Secondo l'onorevole Bonardi i provvedimenti da prendere sono più che altro
d'indole finanziaria, di ripristino di comunicazioni e di conforto ai
danneggiati. I feriti si riducono a ben pochi. Siamo purtroppo in presenza di
centinaia di morti e di località completamente devastate. Le sottoscrizioni, che
sono subito iniziate a Bergamo, Brescia e in tutte le altre città d'Italia con
uno slancio che risponde alle nobili tradizioni del nostro paese, non
mancheranno di essere completate dal Governo.
È difficile poter dare un'idea di quello che più è necessario per le popolazioni
colpite. Il lavoro più urgente è quello della ricerca dei cadaveri, così che
nessuno di essi rimanga sperduto. La visita odierna del Re ha beneficamente
impressionato le popolazioni colpite ed ha sollevato moralmente tutti i
superstiti. L'onorevole Bonardi ritornerà a Darfo prima di ripartire per Roma.
Fra il pianto e l'orrore dei superstiti
Dezzo, 3 dicembre, notte.
La compatta tomba di fango contende tenacemente agli scavatori le sue vittime.
Pochi cadaveri sono stati strappati al massiccio bastione di ghiaione, travi e
mota che la valanga liquida ha eretto con spaventosa rapidità davanti alla
frazione di Dezzo di Azzone, e al cumulo di rottami che sembra proteggere
l'unica casa superstite dall'altra frazione, Dezzo di Colere.
Con infinita precauzione gli sterratori hanno esumato sulla riva sinistra una
bambina di otto anni: tutta rosea ancora nel livido vestito di fanghiglia, con
le braccine alzate ad arco intorno al capo, la bocca semiaperta come per
sorridere. Il corpicino è stato deposto in una stanzetta attigua alla chiesa di
Dezzo, sul lieve strato di segatura su cui posava già il cadavere di un vecchio
dissepolto ieri.
Tre persone sono state esumate sulla riva destra: un uomo e due donne. L'uomo è
stato riconosciuto. È completamente nudo e porta una sola scarpa.
Per riavere questi corpi i soldati del 78º fanteria, che da sabato si trovano
Dezzo, hanno rimosso a lungo un confuso ammasso di rottami, tegole, travi,
scalette, pagliericci, alto diversi metri. Nel pomeriggio soltanto le tre salme
sono apparse, nude, col viso deformato, schiacciate, quasi ridotte ad un impasto
di carne.
Nella seconda camera mortuaria di Dezzo, uno stanzone al primo piano della casa
incolume, le salme sono state allineate vicino alle altre trovate ieri. A Dezzo
di Colere si raggruppano così 17 cadaveri: alcuni avvolti in sacchi, altri in
tende: tutti color di fango. Una bambina riposa ancora nella sua culla di vimini
appena lacerata. Un altro pietosissimo gruppo di bimbi è riunito su un materasso
intriso di acqua.
Ma
con l'esiguo numero dei cadaveri recuperati contrasta lugubremente il risultato
delle indagini fatte sulla quantità probabile delle vittime. Il lugubre
censimento dei mancanti sì è concluso con queste cifre: nella frazione di Dezzo
di Colere 110 scomparsi su 165 abitanti. Sì è constatata la presenza di 35
superstiti. Si sta provvedendo all'accertamento dell'esistenza degli altri 20.
Alcuni dei superstiti sono bimbi, ai quali una morte atroce ha tolto tutta la
famiglia. A Dezzo di Azzone il sindaco ha accertato 43 scomparsi su 240
abitanti. Nel vicino comune di Colere i morti sono tre e fra essi vi è il
vice-segretario del Comune, Clemente Piantoni.
Il vice-pretore di Clusone, avvocato Pasinetti, sì è soffermato a lungo nelle
tre camere ardenti, alle quali le circostanze tragiche negano un fiore e un
cero, per identificare le salme. Sì è formato così il lugubre elenco dei morti
di Dezzo di Colere. La famiglia più provata di questa frazione è quella
dell'ufficiale postale Giovanni Piantoni, che aveva dodici figli. Il Piantoni è
perito nella spaventosa rovina con la moglie e otto figli. Quattro figli si sono
salvati: due ragazze che si trovavano alla Cantoniera, una bambina che era
salita ad Azzone per andare a scuola, e un figlio di 27 anni che era poco
lontano dalla casa paterna quando questa fu rasa al suolo. Mentre la casa e la
famiglia erano inghiottite davanti ai suoi occhi dall'ondata di fango, il
disgraziato giovane veniva gettato nella valletta laterale del torrente Rino e
vi restava ferito.
Il calcolo dei mancanti è stato fatto per famiglie 25 di esse sono colpite. Una
sola ha un solo morto: in tutte le altre i vuoti vanno da un minimo di due a un
massimo di 10. Tre famiglie hanno perduto sei persone: altre tre, cinque persone
e una ha avuto sette scomparsi. Delle 40 case una sola, come si è detto, è in
piedi. L'impresario della Via Mala, Arcangelo Pedrini, è morto con tutta la
famiglia: la moglie e quattro figli. Della sua casa non rimangono che tre
gradini.
Poco
lontano dall'ufficio postale sorgeva il molino elettrico, un piccolo successo
industriale della vallata, che era costato mezzo milione a due amici tornati
dall'America dove si erano fatti ricchi a furia di stenti. Uno dei due soci è
scomparso con tutto il personale, salvo il mugnaio Angelo Caccia, che si salvò
in tempo vedendo fermarsi improvvisamente il motore. Egli si gettò fuori dal
fabbricato essi arrampicò sulla sponda erbosa. La valanga passava intanto,
portandosi seco tutto il mulino.
Episodi di morti pietosissime e di salvataggi miracolosi fioriscono lentamente
sulle bocche dei superstiti appena riavuti dallo stordimento. Uno di essi,
Stefano Novelli, era sceso a Dezzo per una commissione sabato mattina ed era
stato invitato da un amico, carbonaio, a bere con lui il caffè. Non accettò e
ripartì subito, mentre un boato gigantesco annunciava l'imminente sciagura.
Il Novelli vide, attraverso un sottopassaggio ora distrutto, le acque
precipitarsi. Salì in una casa, si aggrappò ad una trave del letto e fece per
gettarsi sul prato ripido che si estendeva dietro la casa stessa. L'acqua lo
raggiunse e lo sommerse a due o tre riprese. Quando l'onda, apertosi il varco
nella valle d'Angolo, si ritirò, egli poté prendere il fiato e gettarsi su di
una pianta, da cui poi discese a terra salvo.
Anche Fiorina Piantoni, che abitava una casetta isolata sopra Dezzo, poté
emergere dal gorgo limaccioso quando già la morte sembrava ghermirla vincitrice.
Ma l'acqua, andandosene, portò via tutti i suoi quattro figlioli. La disgraziata
madre li aveva riuniti intorno al focolare per far loro un po' di caffè e latte.
Faceva freddo e i bimbi stavano scaldandosi, quando la casa fu invasa. La
poveretta tentò invano di afferrare le proprie creature per strapparle al
tragico loro destino, ma le vide sparire ad una ad una e invano di ogni per i
capelli l'ultimo nato. Anche questo le fu strappato. Fu poi raccolta e salvata
ed è stata trasportata oggi a Bergamo con la clavicola fratturata.
Terrificante è stata la morte dei 15 operai che lavoravano nella fonderia della
ditta Angelo Maj. Alcuni di essi dormivano. Altri attendevano al faticoso
lavoro. L'acqua, irrompendo, fece saltare i forni e i quindici uomini morirono
certo bruciati. Di essi non si è ancora trovata alcuna traccia.
L'accorrere dei soccorsi e l'arrivo di visitatori illustri hanno un po’
sollevato gli animi. E un primo segno di questa ripresa degli spiriti è la
manifestazione di pietà fraterna fra gli stessi desolati superstiti. I piccoli
orfani non sono stati abbandonati. Una decina di essi hanno trovato una nuova
famiglia nelle stesse famiglie colpite dalla sventura nella frazione di Dezzo d'Azzone.
Un'altra bambina è stata ricoverata presso una famiglia di Gazzaniga. Un'altra
famiglia della provincia ha chiesto che le fosse mandata subito una bambina.
Vicino a queste prove di pietà e di amor fraterno va rilevata la cura affannosa
e affettuosa dei primi soccorritori. Appena giunti sul posto, il sottoprefetto
di Clusone avvocato Roseti col tenente dei carabinieri La Presti e due militi,
accompagnati da un medico che portava la cassetta di medicinali si preoccuparono
di quelli che potevano essere i bisogni dei superstiti. Il disastro aveva
interrotto le vie di comunicazione. C'erano viveri soltanto per tre giorni.
La prefettura di Bergamo assicurò che avrebbe garantito i viveri, infatti già
oggi si sono incominciati a costituire due depositi di farina, che ne
conterranno 200 quintali ciascuno. La sera stessa del disastro era riattivato un
telefono provvisorio nelle vicinanze di quello che fu l'ufficio postale.
Sull'altra sponda, nelle scuole comunali, un rozzo cartello di legno indica:
Poste e Telegrafi. È un piccolo ma chiaro segno di volontà di rinascere.
Fra
la colonna di soccorso che scende in fila indiana dal Giogo di Scalve verso la
valle desolata filano rapide le automobili che recano i tecnici sul luogo della
sventura. Ieri stesso alcuni ingegneri sono saliti al bacino del Gleno, dove
sorgeva l'imponente diga in calcestruzzo ad archi.
Davanti ai quattro piloni superstiti, gli studiosi si sono chiesti come avesse
potuto rovinare un'opera così solidamente incastrata nella montagna. L’imponente
successione di 24 archi è "saltata" letteralmente.
Pochi costruttori di dighe si erano finora posti l'ipotesi di una simile rovina.
La mente del tecnico, avvezza a ridurre in cifre ogni possibilità, non aveva
contemplato la più fatale, ritenendola forse troppo lontana da ogni calcolo. Ma
una spaventosa controprova ha sollevato questo grave interrogativo: si deve
prevedere per queste ciclopiche costruzioni, che sembrano ricavare dalle
montagne cui si appoggiano una completa sicurezza, il caso di un disfacimento.
Le rovine della diga di Gleno racchiudono un enigma che avrebbe appassionato
tutti gli ingegneri italiani anche se le conseguenze del crollo non fossero
state tanto funeste. La passione di "vedere" ha preso quindi molti fra i più
eminenti costruttori di bacini artificiali: fra domenica ed oggi sono saliti a
Gleno l'ingegner professor Angelo Forti, insegnante a Padova, l'ingegner Guido
Mina, che ha costruito numerose dighe, l'ingegner Damioli, altro costruttori di
dighe, l'ingegner Selvade, l'ingegner Marinoni. È attesa la visita dell'ingegner
commendator Rampazzo, inviato dal Ministero dei Lavori Pubblici.
Fra i primi visitatori è salito a Gleno il progettista della diga, un giovane
tecnico palermitano, l'ingegner D'Angelo, che risiede a Milano. Ha rievocato in
poche frasi, fra le quali trapelava la commozione, che era la terza costruita in
Italia ad archi multipli ed era stata preceduta dall'ormai celebre opera del
Tirso in Sardegna e da quella di Scoltella sull'Appennino.
La
diga era quasi finita. Mancava solo una parte del coronamento. Era ultimato lo
sfioratore. Essa era completata da una volta di ritenuta robustamente armata con
ferro, che permetteva di sopportare le variazioni di temperatura. La diga
racchiudeva un bacino di otto chilometri quadrati, formante un lago di 5.400.000
metri cubi. Della superba costruzione rimangono ora quattro piloni e il tampone
di fondo. Donde venne il disastro: il custode della diga, che vide la sciagura
nascere e che assistette terrorizzato e impotente allo scatenarsi della rovina,
narra di aver udito cadere, verso le sette del mattino di sabato, alcuni sassi
dall'alto, guardò la diga e scorse una fenditura nella quale le acque
prigioniere entravano gorgogliando impetuosissime, sviluppando un enorme
pressione che vinse in pochi momenti ogni resistenza. La barriera crollò e
lanciò la morte e la devastazione nella vallata. Il guardiano, atterrito, udì
muggire la fiumana e la vide partire.
Perché e come si era prodotta la fenditura? Il segreto del disastro del Gleno è
qui, ma non sarà presto rivelato. I tecnici che hanno visitato il bacino sono
molto riservati, per quanto a essi non incomba il penoso incarico della ricerca
delle responsabilità. Essi convengono nel giudizio che dopo un primo esame non
si possa affermare nulla di positivo e non possano essere rintracciate né le
cause né le concomitanze di cause che possono avere prodotto l'immenso danno.
La risposta al quesito non apparirà chiara se non dopo rilievi e studi accurati
e collettivi, dei quali si occuperà la Commissione apposita che siede presso il
Ministero dei Lavori Pubblici e che esamina i progetti di costruzione delle
dighe.
Coi tecnici sono accorsi fra i primi i gerenti della ditta Viganò costruttrice
dell'opera. I due protagonisti della grande impresa furono i fratelli
Michelangelo e Virgilio Viganò, figli di un cotoniere brianzolo, Galeazzo Viganò
di Ponte Albiate, ora morto.
Oltre alla rovina di Dezzo si ha a Bueggio una traccia impressionante della
potenza del flagello. Com'è noto, il piccolo paese di Bueggio, frazione di
Vilminore, ha avuto distrutta la Chiesa. In questa si trovava qualche pittura
pregevole del Piccini. Il paese era congiunto con Oltrepovo da un ponte di
legno, lungo circa sei metri. La furia dell'acqua ha travolto il ponte ed ha
eroso i fianchi della Valle aprendo un varco di circa 150 metri di ampiezza.
La violenza della massa acquea sì è arrestata soltanto contro le rocce. Essa si
è scatenata anche sulle strade. La Via Mala è interrotta per 5 chilometri nel
tratto bresciano. Sono così ostacolate per molti mesi le comunicazioni dirette
fra l'alta Valle di Scalve e lo sbocco in Valcamonica.
Un'altra interruzione non meno importante è quella della strada camionabile che
da Dezzo saliva a Sant'Andrea e da qui a Schilpario. È la strada per la quale
passarono tutti i rifornimenti di viveri. La sua interruzione è lunga circa un
chilometro. Fra le opere di soccorso, la riattivazione di queste strade è una
delle più urgenti.
Oggi i lavori di recupero a Dezzo sono continuati. Vi hanno atteso, come ieri,
gli infaticabili operai della Valle, numerosi soldati e circa 300 fascisti. Il
picchiettio dei picconi è durato sino quasi alle 17. Poi sul paese desolato e
percosso dalla sventura si è fatto silenzio. Tra il velo del nevischio si sono
accese le prime torce a vento.
A. Ceriani
D'Annunzio tra i letti dei feriti
Darfo, 3 dicembre, notte.
Poco dopo la partenza del Re, è giunto a Darfo Gabriele D'Annunzio, accompagnato
dall'avvocato Masperi di Brescia. Il poeta ha visitato i feriti ricoverati
all'ospedale, rincuorandoli e dicendo loro che si possono sentire figli del
miracolo. Dopo la visita ai cadaveri delle vittime, accompagnato dal sindaco del
paese e dal console della Milizia Turati, ha visitato la Ferriera di Voltri,
dove la rovina appare in tutta la sua gravità. Il poeta ha detto che è questa
una terribile prova, che deve saggiare l'unità della nazione, e che occorre un
paziente e tenace sforzo di ricostruzione. Prima di partire, come offerta
personale, D'Annunzio ha lasciato L. 6500 al sindaco di Darfo.
I
soccorsi del Governo
Il dolore del Papa
Roma, 3 dicembre, notte.
Il governo, appena avuta notizia del grave disastro del bergamasco, ha
provveduto i primi soccorsi. Il Mistero dell'interno ha messo disposizione del
prefetto di Bergamo una prima somma di denaro.
Il ministro delle Finanze, onorevole De Stefani, ha telegraficamente disposto la
sospensione della riscossione delle imposte dirette per i comuni di Azzone e di
Colere, ed ha interessato l'intendente di finanza di Bergamo a presentare ogni
opportuna relazione e proposta per l'adozione degli ulteriori provvedimenti.
Il Papa è rimasto profondamente commosso dalle prime notizie del disastro ed ha
fatto tosto telegrafare ai vescovi di Brescia e di Bergamo, partecipando loro
quanta parte egli prendeva al lutto ed al dolore delle popolazioni colpite e che
dopo aver pregato per le povere vittime, desiderava che fossero arrecate ai
superstiti paterne parole di conforto e la benedizione apostolica. Mentre poi
sollecitava ulteriori notizie della spaventosa sciagura, disponeva perché si
inviassero per i primi soccorsi lire 25.000 al vescovo di Bergamo, e lire 15.000
al vescovo di Brescia.
Anche la Croce Rossa ha incominciato a prendere provvedimenti per suo conto.
L'onorevole Belotti ha presentato un'interpellanza sulle cause del disastro del
Dezzo e sui provvedimenti presi dal Governo.
L'onorevole Romanin Jacur ha pure presentato un'interrogazione al ministro dei
Lavori Pubblici per avere notizie intorno al grave disastro di Dezzo, e più per
conoscere quali provvedimenti di vigilanza intende adottare il Governo per
impedire, nel limite del possibile, il ripetersi di consimili disastri.
Le condoglianze della Germania
Berlino, 3 dicembre, notte.
Il ministro degli Esteri Stresemann ha oggi espresso all'ambasciatore d'Italia,
conte Bosdari, le vive condoglianze del Presidente dell'Impero Ebert e del
Governo delle vittime della catastrofe del bacino di Gleno.
Scene e visioni della grande tragedia
L'immane valanga d'acqua
Bergamo, 3 dicembre, mattina.
La Via Mala italiana, che direttamente congiunge i due paesi, è impraticabile.
Lungo tutta la vallata incassata e torva la valanga d'acqua sgorgata l'altra
mattina dal laghetto di Gleno ha formato, per un corso di molti chilometri, un
letto nuovo, quale soltanto un vasto e potente fiume si sarebbe potuto aprire.
Mentre sino a sabato mattina il torrente Dezzo, passando attraverso il paese
omonimo, non ne misurava da una sponda all'altra più di tre metri, ora ne copre
in larghezza almeno 500.
Una cascata esiste oggi dove sino all'alba di sabato sorgevano le case. Queste,
allorché furono investite, si capovolsero come casse galleggianti, poi si
sfasciarono. Questo fenomeno è stato avvertito dai pochi superstiti, che si
trovavano sui pendii laterali a fare legna, a pascolare o a caccia. Costoro
hanno ora narrato più compiutamente i fulminei episodi che si susseguirono
allorché la diga del laghetto si sfasciò.
La
valanga fu preceduta da un'improvvisa raffica di vento, sotto la quale gli
alberi si segarono e molti tetti si scoperchiarono. Poi, in fondo al paese di
Dezzo, balenarono alte fiamme. L'acqua, giungendo a contatto della centrale
elettrica, aveva determinato un corto circuito: inoltre, invadendo i forni della
fabbrica di ghisa, ne aveva causato lo scoppio. La luce elettrica sparì dalle
case.
Si presentò infine la massa d'acqua, che nella incerta luce della mattinata
piovigginosa apparve ai testimoni come una spaventosa frana, biancastra e
ribollente, come una moltitudine di cose galleggianti: massi enormi, tronchi
d'albero, mobili, porte, animali morti.
I testimoni che dall'alto vedevano questa specie di sconvolgimento tellurico -
essi credettero infatti a un fenomeno sismico - si gettarono in ginocchio.
Incontrandosi poi, benché amici di infanzia, stentavano persino a riconoscersi,
tanta era la confusione dei loro spiriti, sconvolti dall'orrore del cataclisma.
Il diluvio durò cinque minuti, lasciando dietro di sé un paesaggio totalmente
mutato. Coloro i quali non videro mai Dezzo, accorrendo ora sul posto, non hanno
potuto formarsi un'idea precisa del disastro, in quanto mancava loro ogni
termine di confronto. Sembra persino inverosimile questa semplice realtà: che
qui, fino all'altro ieri, esisteva un paese di 600 abitanti.
Mentre si attende dai tecnici appositamente incaricati di poter ricostruire con
esattezza le cause e i modi del crollo, rimane pure avvolto di incertezza
tragica il bilancio del disastro. Circa i danni materiali si parla di 100
milioni: distruzione della diga, di cinque centrali elettriche, di 30 chilometri
di strada, di centinaia di abitazioni. I calcoli delle vittime umane potranno
essere fatti con approssimazione quando una specie di censimento sarà compiuto.
Qualche operazione iniziale è avvenuta ieri: l'appello dei superstiti.
Fra
le poche case sventrate di Dezzo-Azzone, che un blocco roccioso ha risparmiato
dalla totale rovina, un incaricato del
Municipio ha riunito intorno ad un tavolo all'aperto 15 tra uomini e donne,
chiedendo loro: "Quanti morti avete avuto nella vostra famiglia?". Ognuno ha
risposto con uno spaventoso elenco. Chi indicava cinque estinti, chi dieci.
Il fatto che impressionava di più era questo: la denuncia avveniva al ciglio
asciutto con le più laconiche espressioni. I superstiti rispondevano
automaticamente, come accennassero a fatti lontani nel tempo e dal loro spirito.
Gli è che l'enormità della sventura li aveva soverchiati.
Dopo aver risposto alle domande dell'impiegato, ognuno è tornato a una sua
occupazione: riflesso d'una idea fissa. Uno si è seduto su un mucchio di grossi
ciottoli, sotto vi ritiene sepolti i quattro figli e la moglie. Un altro ha
ripreso a frugare in un ammasso di poltiglia, perché con un bastone aveva
avvertito l'esistenza d'un corpo. Cerca e scava. Ecco che invece di un caro
congiunto ha trovato la pecora che l'altra mattina gli era scomparsa.
Producevano strani effetti, nelle conversazioni dei crocchi, certe improvvise e
secche risate: erano individui mezzo impazziti dallo schianto che narravano i
loro casi sbalorditivi. Uno era in letto, quando fu ghermito dall'acqua e
buttato fra pezzi di legname. Aggrappandosi a quelli, poté giungere per l'impeto
della corrente all'orlo di un altro prato. Un vecchietto riuscì a salvare la
propria nipotina sollevandone la culla al di sopra dell'acqua, che gli arrivava
sino al collo.
Il
medico condotto di Dezzo, il dottor De Caro, giunto da soli tre mesi, era nella
sua camera, nell'unico albergo del paese, allorché udì il boato della valanga
d'acqua. Dalla finestra si buttò nella voragine, prevedendo il crollo della
casa. Poi, rotolando nella melma, ingoiando acqua, si trovò sbattuto contro un
albero, al quale si aggrappò. Una impressione terrificante lo colse quando, da
quella posizione di naufrago, sentì una voce di donna che, da una casa vicina e
alla grata, gridava: "Dottore, dottore!". Un istante dopo più nulla. Il medico
fu strappato dall'albero e buttato in una conca apertasi sulle rovine delle
case. Poté essere rintracciato più tardi, gravemente ferito, da valligiani scesi
dai pascoli.
Del resto di questi episodi se ne sono prodotti a centinaia, dal paese di
Bueggio, il primo incontrato dalla valanga, alla grossa borgata di Corna,
assalita 30 chilometri dopo. A Corna un boscaiolo, dall'alto della selva in cui
era a far legna, ha visto le sue cinque figlie apparire al ballatoio,
aggrapparsi le une alle altre come se dall'unione sperassero nella salvezza, e
piombare così avvinghiate, come la casa stessa, nei vortici.
Il segretario del Fascio di Corna è stato inghiottito dall'acqua mentre era
nella sua camera. Una trave del soffitto gli è caduta addosso, ed egli si è
aggrappato a quella percorrendo un chilometro, finché è svenuto. Mentre veniva
trascinato dalla corrente, riceveva urti da oggetti invisibili che rotolavano
con la melma e con l'acqua.
I
cadaveri rintracciati lungo il gran letto alluvionale sono pochi, in confronto
al supposto numero delle vittime. Non superano i 150. Sono stati scoperti a
grande fatica, sotto la melma, tra i massi. Appariscono quasi ignudi, sfigurati,
mutilati. Tanto a Dezzo quanto a Corna, cioè a molti chilometri di distanza, i
superstiti pretendevano di aver riconosciuto la signora Piccoli, moglie del
direttore della centrale di Valbona in due differenti ed egualmente
irriconoscibili tronchi di donna.
I miseri resti sono allineati in cappellette ardenti che ogni paese oggi si è
composto nella stanza di qualche edificio ancora in piedi, oppure in chiesa.
Ardono alcuni ceri. E sono sparse piante invernali tolte ai boschi, le piante
che i bambini prediligono per l'ornamento dei presepi. Ogni tanto si presenta
qualcuno nelle camere funebri e consegna un lugubre fardello di resti umani
rintracciati mentre cercava fra gli aggrovigliati ammassi di sterpi, di oggetti
domestici, di spranghe contorte, formatisi alle curve dell'improvvisato corso
d'acqua.
Come la valanga d'acqua ha tormentato per chilometri e chilometri le povere
vittime, così ha reso irreperibili anche le più massicce macchine delle officine
investite lungo il percorso. Di tante dinamo, di tante turbine non si è
rinvenuto che un supporto. E della fonderia di ghisa sono apparse sole, in fondo
al greto, alcune piastre di metallo. Di 6 ponti, di una chiesa, d'un campanile,
e di altri edifici industriali, sono sparite le tracce.
La
caratteristica dominante che si può riassumere con la formula "rasa al suolo",
s'arresta a un tratto in cospetto di Corna, la borgata posta nella vallata
dell'Oglio, di fronte allo sbocco della valle del Dezzo. Il torrente, dopo aver
costeggiato la Via Mala, esce da una gola costituita da due bastioni di roccia
scura, passa in mezzo a Corna e sfocia nell'Oglio.
Corna non è stata rasa al suolo, ma schiacciata dai massi. Infatti, ieri
mattina, la valanga d'acqua scesa dal lago rovesciò fulmineamente sopra Corna
una ventina di blocchi voluminosi come case. Nonostante l'enorme peso,
l'irruenza dell'acqua li aveva fatti rotolare a valle per chilometri. Dove erano
i diversi alberghetti, i caffè, le botteghe e il cinematografo, i blocchi hanno
creato un letto degno d'un fiume alpino, come se una montagna vi si fosse
spezzata fra cascate d'acqua.
Rimangono sulle sponde di questo nuovo fiume - sotto un cimitero - alcuni
edifici, fra cui le Ferriere di Voltri, danneggiate solo in parte dal passaggio
dei giganteschi massi. Talune case devono la loro salvezza ad una grossa
conduttura metallica che si pose di traverso mentre il rotolavano i blocchi
rocciosi.
Così il paese di Darfo, sorgente sulla sponda opposta dell'Oglio, non è stato
distrutto perché i massi, schierandosi tra il torrente e il fiume, hanno
finalmente rallentato la velocità delle acque, tanto più che la liquida colonna,
dopo essere precipitata lungo l'angusta Via Mala, si era diffusa nella piana che
si estende sino al Lago d'Iseo.
La fabbrica di carburanti di cui si è già segnalata la totale distruzione
facendo la cronaca di Darfo, era uno stabilimento sorto per iniziativa del
dottor Ernesto Baslini di Milano, che si era accinto alla fabbricazione di
prodotti sintetici di notevole uso industriale e di importanza per gli usi
bellici. Nessun danno alle persone: ma lo stabilimento è scomparso asportato
dalla furia delle acque.
Da
Corna al Lago d'Iseo il disastro ha assunto le caratteristiche dell'inondazione.
La campagna ai lati dell'Oglio sembra trasformata in risaia disordinatamente
irrigata. Lo stesso lago d'Iseo è aumentato di livello, invadendo i primi metri
di riva. Lo specchio che si stende innanzi allo sbocco dell'Oglio ha ricevuto
dal fiume i rottami galleggianti del disastro. E si ritiene pure che l'Oglio
abbia trascinato non pochi cadaveri nel lago, tanto vero che i barcaioli ne
rastrellano il fondo e le ricerche sono proseguite stanotte sotto i fasci di
luce dei proiettori.
Le difficoltà delle ricerche impediscono di stabilire esattamente il numero
complessivo delle vittime. In ogni paese sono denunciate cifre contraddittorie.
Mancano i dati per stabilire con certezza chi fosse assente e di presente al
momento del disastro. Nei paesi colpiti il fenomeno dell'immigrazione o delle
assenze temporanee per motivi di lavoro è assai diffuso. Certo metà degli
iscritti ai Comuni non erano presenti. Secondo una prima vista, i morti
sarebbero 400 e cioè: 200 a Corna, 150 a Dezzo e 50 nelle altre località.
Ma nello stesso tempo c'è chi assicura che i morti di Corna sarebbero 400 e
quelli di Dezzo 300.
I feriti invece sono pochissimi. Il disastro è stato assoluto: non ha lasciato
le case a mezzo o le vittime semi-colpite. Cosicché i soccorritori e sanitari,
giunti in forte quantità da Milano, Bergamo e Brescia, non hanno trovato case da
puntellare e nemmeno feriti da medicare.
Le rovine da noi visitate ieri non offrono possibilità di pronti rimedi.
Occorreranno vari anni prima che alla plaga sia restituito il suo aspetto
normale di vita.
O. Cavara
Lungo il tragico cammino
Dezzo, 3 dicembre, mattina.
Una nube bianca, un colpo come di fulmine, un rombo spaventoso, poi il silenzio
infinitamente tragico della catastrofe compiuta.
La stretta profondissima gola di Val d'Angolo, che sembra dannata da una
previsione col nome di Via Mala, centuplicò la forza ciclopica delle acque
sfociate dal bacino artificiale di Gleno, e lasciatele infine libere, le scagliò
con una potenza infernale sui paesini affacciati allo sbocco, perché vi
compiessero l'ultima strage.
I pochissimi testimoni oculari rievocano la spaventosa scena come la semplice
parola del montanaro: "E fu come un fulmine e poi più nulla". Domenico
Belingheri, un giovane contadino che si era avviato a Dezzo per farvi provviste,
ebbe davanti a gli occhi la visione del flagello che passava squassando e
dilaniando, e ne restò come tramortito. Una forza occulta e inaudita si era
rovesciata sulle case e sui ponti: davanti a lui un largo corso d'acqua fangosa
e cumuli di alberi e tronchi.
Il
silenzio dopo la strage era spaventoso. Un consigliere comunale di Colere,
Giuseppe Belingheri, che accorse fra i primi, incontrò alcuni superstiti
istupiditi. Inoltre egli scorse sulla riva sinistra del Dezzo, cioè davanti alla
parte del paese che costituisce una frazione di Azzone, alcune forme umane che
facevano cenni di dolore e di invocazione. Le due frazione di Dezzo, Dezzo di
Colere e Dezzo di Azzone, sono gettate in fondo alla valle, dove il sole giunge
di rado e senza colore. Per avere soccorsi il Belingheri dovette salire, per 500
metri di dislivello, alla Cantoniera della Presolana, dove abbatté l'uscio d'una
cabina telefonica e lanciò lungo la linea un appello disperato.
Da Colere, da Azzone, da Vilminore scendono uomini terrorizzati, che avevano
intuito senza vederla la spaventosa sciagura. Quelli di Colere ebbero i primi
allarmi da un denso fumo che si levò dai vecchi forni delle fonderie di ghisa,
che esistevano a Dezzo sotto un roccione della riva sinistra: forni che la
gigantesca massa d'acqua spense e polverizzò. Accorsero temendo un incendio e
videro la scena terrificante.
Il sindaco di Colere, Antonio Bonomi, scendendo a valle, trovò sulla riva destra
le sole quattro persone superstiti, tra cui due ferite. "Dezzo è distrutta" gli
dissero. "Da chi? Perché?". Le domande rivolte ai disgraziati, inebetiti dal
terrore, restavano senza risposta, sino al momento in cui si seppe che la diga
del bacino di Gleno si era improvvisamente aperta, gettando per un largo strappo
un'ondata micidiale come una tromba marina sulla vallata.
La
singolarità di questa atroce tragedia, originata indirettamente da una forza
umana e compiuta dalla forza della natura, sta nella fantastica rapidità e nella
spaventosa violenza. La stessa violenza ha soffocato ogni voce. Anche quest'oggi
Dezzo, brulicante di uomini affaccendati, è muta come un sepolcro.
Ed è anche un sepolcro. Alle prime diciotto salme raccolte in due gruppi, nel
cimitero insozzato dalle onde fangose e in una casa sommersa da una mostruosa
ondata che vi ha accumulato sopra e intorno pali divelti e piante sradicate, si
aggiungono lentamente altri cadaveri, che il piccone toglie dalla sabbia.
Il flagello, abbattendosi sulle povere casette di Dezzo, è stato arrestato da un
enorme roccione, che sorregge una casa e che lo ha deviato, lanciandolo sulla
frazione di destra. Ma l’immane ondata ha lasciato oltre il roccione una diga
improvvisata di sabbia e di fango, alta qualche metro. Con questa manata
ciclopica di terriccio ha murate vive alcune creature umane che stavano nelle
casette della riva sinistra del torrente.
Qui sono cominciate oggi le prime ricerche. Cinquanta uomini, diretti
dall'ingegner Giuseppe Sassi del Genio Civile di Bergamo, si sono dati agli
scavi, incitati dalle donne atterrite e lacrimanti. Al tocco sono sopraggiunti
cinquanta pompieri bergamaschi e i pompieri di due ditte private di Bergamo e di
Ponte San Pietro, carabinieri, militi fascisti e dell'assistenza pubblica.
Alle 14 uno dei montanari che scavavano al sol piccone e carezza lentamente con
una mano la sabbia, soffiandola via adagio adagio. Aveva scoperto un braccio
umano che affiorava. "Presto una barella" gridò un milite dell'assistenza.
Carabinieri e militi si precipitarono. I curiosi che si affollavano sull'orlo
dello scavo furono allontanati, poiché il terriccio stava per cedere. A palate,
ora vigorosi, ora lentissime, gli scavatori procedettero nel loro lavoro, con
una pietà nuda e semplice che commuoveva.
Ecco
la mano, poi una parte del tronco, poi il viso. Oh? L'espressione di quel volto
che si maschera lentamente tra la sabbia e rivela l'ultimo angoscioso istante di
vita, istante di stupore e di terrore. Il cadavere appare lentamente: è tutto
aggrovigliato con sbarre di un carro ed ha gli occhi rivolti a cielo. La morte
gli ha soffocato con una manciata di ghiaia l'urlo che stava per uscire dalla
gola.
Il disgraziato è interrato profondamente, tanto che i tre scavatori debbono
faticare oltre un'ora per estrarlo. A ogni colpo il fratello del morto, uno dei
pochi superstiti, accorre a carezzare il volto del dissepolto, tutto giallastro
e chiazzato di bruno. Poi si batte la fronte disperatamente e va a sedersi tra
un circolo di compaesani che lo confortano. Ritorna ancora e gli sterratori, per
tenerlo lontano e per evitare nuove angosce, gli sussurrano: "Lè minga lu",
oppure: "Gh'è temp, gh'è temp". Uno di essi viene colpito da malore, ma un altro
lo sostituisce prontamente.
Quando l'opera pietosa è finita, sei uomini raccolgono il corpo contorto e
maciullato e lo pongono sulla barella, valicando a stento la diga di sabbia e di
detriti che colma la viuzza vicina. Il piccolo corteo si dirige al Cimitero, ma
è arrestato da un gruppo di donne scarmigliate e rauche che vogliono vedere. Il
parroco di Azzone, che ha perduto quattro compaesani travolti fra le macerie di
Dezzo, le allontana e prepara l'ultimo ricovero alle salme.
Con lui si aggirano attivamente per il paese altri sacerdoti delle vicinanze: il
parroco di Colere, cauto e tremante, il parroco di Vilmaggiore, don Pietro
Rudelli, che è sceso dal suo paese - salvatosi dal flagello come Vilminore,
Azzone e Colere - e ha visitato Bueggio, un gruppo di case che sta quasi allo
sbocco della valle di Gleno a oltre un'ora da Dezzo.
La
bufera infernale ha atterrato a Bueggio la Chiesa e una casa. Tre persone che si
trovavano nella Chiesa, il sacrestano e due donne, furono aspirate dal turbine e
lanciate nell'ignoto. Il parroco, don Pietro Rota, fu gettato lontano oltre 100
metri dallo spostamento dell'aria ed ebbe una mano schiacciata dai rottami di un
ponte. Fu trasportato all'ospedale di Vilminore, dove oggi soltanto un medico ha
potuto salire a visitarlo. Gli altri feriti di Bueggio, una decina, furono
raccolti e trasportati nel vicino paese di Teveno.
Prima di piombare su Dezzo, la rovina si è abbattuta su tre centrali elettriche:
una a Molino di Povo, dove rimasero uccisi tre meccanici e un assistente, la
seconda a Valbona dove furono fulminati il direttore con la sua signora e uno o
due figli e tutto il personale, la terza - quella del Consorzio idroelettrico, -
a Dezzo dove restarono uccisi la signora del direttore, una sua bambina e tutto
il personale. Pochi resti della povera signora sono stati recuperati e raccolti
in un sacco. Il direttore si era salvato per puro caso, essendo partito da casa
un'ora prima del disastro.
Una baita sopra a Molino di Povo e un'altra baita fra la seconda e la terza
centrale furono spazzate via come fuscelli, con le persone e col bestiame che vi
stavano. Due frantumi di grossi tubi di conduttura di acqua, in ferro massiccio,
sono stati interrati a Dezzo, come pagliuzze nella sabbia. Della centrale di
Dezzo, rimangono soltanto il piccolo garage e un basamento di pietra.
Scagliandosi lungo la Via Mala, la fiumana ha lanciato formidabili ondate di
fango sui fianchi della valle. Prati, alberi, case superstiti ne sono stati
schiaffeggiati e insudiciati. Fra le ultime case dell'abitato e l'inizio della
Via Mala, si accumulano lungo il ciglio di questa i rifiuti che il flagello,
fendendo l'aria come un vomere colossale, ha gettato ai suoi lati.
La via è quasi ricoperta da pali, botti, materassi, porte, balle di fieno,
imposte, armadi, alberi divelti dal suolo, che mostrano le radici all'aria,
lavate e raschiate come da una macchina. Delle ultime case del paese restano
solo le basi, altre meno di un metro e colme di fango. Di una di esse non rimane
che l'impiantito lucido. Il legname, portato nella Via Mala, forma a tratti
cumuli che si alzano come barricate a vietare il passaggio.
La via lungo la valle devastata è stata battuta dai carabinieri, che l'hanno
percorsa risalendola da Darfo a Dezzo. Sei militi, col maresciallo Ponti, sono
partiti da Lovere sabato alle 11 e hanno percorso la strada Camuna fino a Darfo,
poi si sono inoltrati nella Via Mala, raccogliendo diciassette cadaveri sulla
riva del torrente ad Angolo. Fra i morti il maresciallo ritrovò un suo vecchio
conoscente, l'albergatore Franceschetti di Dezzo.
Da Darfo a Dezzo la strada misura meno d'una ventina di chilometri: i militi
impiegarono venti ore a percorrerla, perché dovettero risalire per lunghi tratti
sui fianchi del monte e superare così le vaste interruzioni, le frane e i
crepacci che la tagliavano.
Allo sbocco della Val d'Angolo in Valle Camonica sono state distrutte altre due
centrariere di Voltri. L'ardito canale industriale che corre sul fianco
orientale della Via Mala è gravemente danneggiato in qualche tratto. A questi
danni constatati sono da aggiungere le rotture di tre ponti: il ponte di
Formello, a monte di Dezzo, il ponte fra le due frazioni di questo paese e il
ponte sul torrente Rino, che è un affluente del torrente Dezzo.
Gli
ultimi due ponti sono stati sostituiti oggi come passerelle provvisorie dal
Genio Civile. I pompieri di Bergamo hanno lavorato nel pomeriggio a
consolidarle. Domani verranno iniziati i lavori di ripristino della strada che
congiungeva Dezzo con Schilpario, strada che è ora franata e interrotta.
Schilpario è da ieri completamente isolato. Occorre ridare a questo paese e le
sue comunicazioni con le vallate di rifornimento.
Oggi nel pomeriggio si sono attivate le prime opere di assestamento: mentre
forti squadre ricercano i cadaveri interrati, altre squadre di pompieri
abbattono i muri pericolanti e aiutano lo sgombro delle case di Dezzo rese
inabitabili cioè da tutte le rimaste, ad eccezione di 4.
I soccorsi affluiscono generosamente. Sulla strada che da Bergamo per Clusone
conduce al Giogo di Scalve e scende a Dezzo le automobili si rincorrono
rombando: giungono ambulanze, autocarri con rifornimenti di viveri, con plotoni
di militi nazionali e carabinieri. Al Giogo, dove è ancora la Cantoniera della
Presolana, una pattuglia ferma le vetture che ospitano soltanto curiosi, e
questi sono obbligati a scendere a piedi i tornanti verso la valle devastata.
L'onorevole Bonardi ha fatto una visita a Dezzo nel pomeriggio, per un incarico
del Governo. Vi si è incontrato col prefetto di Bergamo e col generale Gazzagne,
comandante il raggruppamento alpino che ha sede a Bergamo.
Stasera il sindaco di Colere, da cui dipende la frazione di Dezzo che è stata
quasi completamente distrutta, ha comunicato il doloroso lavoro di
identificazione degli scomparsi. Egli ha presentato a un commissario di P. S. di
Bergamo l'elenco di tutte le famiglie abitanti nella frazione quali risultavano
dall'ultimo censimento e ha proceduto alla verifica dei mancanti. Prima di
questo calcolo ufficiale si era già presunto che, su 175 persone che abitavano
la frazione, ne rimanessero vive soltanto 5. A queste vittime vanno aggiunti i
morti dell'altra frazione, che finora risulterebbero sette.
A. Ceriani
La storia e le caratteristiche degli impianti idroelettrici distrutti
Bergamo, 3 dicembre, notte.
Allo scopo di meglio formarsi un'idea degli impianti idroelettrici della valle
del Dezzo e della importanza delle opere che sono andate distrutte, è opportuno
seguire le opere stesse sulla carta oroidrografica.
Sotto Schilpario, alla confluenza del torrente Vo col Dezzo, una prima diga
convoglia l'acqua in un canale che si svolge nei prati sopra Azzone e che, con
un salto in tubazione di metri 240, animava la centrale elettrica di Dezzo,
siturata nel fondovalle, a monte dell'abitato di Dezzo e prima della confluenza
con la valle di Gleno.
Lo scarico di questa centrale, di volume scarso, fornito all'acqua del torrente
Povo, veniva nuovamente raccolto da una diga appena a monte delle pronte e sul
Dezzo e convogliato in un canale dello sviluppo di nove chilometri, in molta
parte in galleria, che portava le acque in territorio di Mazzunno, dove
muovevano una seconda centrale, con una caduta forzata di metri 225. Questa
centrale era di una potenza tripla della prima per il maggior volume d'acqua di
cui, in confronto, poteva disporre.
Le due centrali marciavano normalmente in parallelo, e l'energia elettrica alla
tensione di 12.000 volt mediante una linea trifase, superato il valico della
Presolana, veniva utilizzata fino allo sbocco della valle Seriana dalle ditte
comproprietarie, formanti il Consorzio idroelettrico del Dezzo e che sono, come
già è stato detto, il Cotonificio Valseriano di Gazzaniga per il 50%, la ditta
Gioacchino Zopfi di Ranica, per il 33% e la Società Italiana dei Cementi per il
17%. Queste due centrali, da una disponibilità di 6000 cavalli vapore in tempo
di morbida, scendevano nelle magre invernali a 3000.
Quaranta metri a valle dello scarico di questa seconda centrale nell'alveo del
torrente Dezzo (che lungo il percorso aumenta fortemente di volume per le
numerose ed abbondanti sorgenti che scaturiscono nella valle) un'altra diga
convogliava le acque in un terzo canale, sempre sulla sponda sinistra, e le
portava sulla centrale a valle dell'abitato di Mazzunno, meglio conosciuta come
la centrale di Angolo, perché era situata in fondo alla valle di fronte a quest'abitato.
Questa centrale era di proprietà della Società Elettrica Bresciana e sviluppava
in portata media 4000 cavalli.
Finalmente l'acqua era nuovamente raccolta e per un minor salto, ma il maggior
volume, per l'ultima centrale delle Ferriere di Voltri a Darfo, della potenza
media di altri 3000 cavalli. Complessivamente, dunque, prima della formazione
del bacino del Gleno, la valle del Dezzo aveva quattro centrali elettriche,
capaci di produrre una forza media di 12.000 cavalli.
Il massiccio del Gleno si eleva a metri 2852 dalla catena spartiacque tra la
valle di Scalve e la valle Seriana, ed i suoli abbondanti e quasi perpetui nevai
alimentano da una parte e i corsi d'acqua del piano del Barbellino e delle valli
di Bondione e Lizzola, e dall'altra, in valle di Gleno, il torrente Povo che
passando tra Oltrepovo e Vilminore sfocia nel Dezzo mezzo chilometro a monte
dell'abitato.
Fu il compianto ingegner Gmur che ebbe l'idea di creare uno sbarramento in un
punto opportuno di questa valle per fermare un ampio bacino di raccolta
d'energia idrica latente. I lavori per la formazione del bacino vennero iniziati
nell'anno 1918 e proseguirono, attraverso vicende diverse e modifiche di
progetti, per ben quattro anni, così che solo l'anno scorso si iniziò il periodo
d'esercizio per conto di un'azienda elettrica che l'ebbe a prendere in locazione
per un periodo di 20 anni.
Non è il caso di soffermarsi a descrivere il sistema usato nella costruzione
della diga di sbarramento, così detta ad archi multipli, che è una delle più
moderne concezioni dell'ingegneria idraulica. Diremo solo che essa sorgeva a
1500 metri sul livello del mare e che 400 metri più sotto esisteva una prima
officina elettrica, alimentata direttamente dal bacino, e successivamente ne
sorgeva una seconda, detta di Vo, alimentata dallo scarico della prima. Le due
centrali avevano la potenza media complessiva di 10.000 cavalli.
Fu l'acqua raccolta in questo enorme bacino di 8 milioni di metri cubi di
capacità, che a causa dello sfasciamento di una parte della diga, si abbatté
sulle costruzioni a valle, annientandole tutte e riducendo così a nulla un'opera
grandiosa, creata con tenaci studi e fatiche in una lunga serie di anni, e
seminando la strage, la desolazione, la rovina, la disoccupazione forzata, lo
spettro della miseria, in due fiorenti ed industri vallate delle province di
Bergamo e di Brescia.
Ciò che si dice al Ministero dei Lavori Pubblici
Informazioni del Sottosegretario onorevole Sardi
Roma, 3 dicembre, notte.
Sul tremendo disastro bergamasco-bresciano l'onorevole Sardi, sottosegretario ai
Lavori Pubblici, ha fatto ad alcuni giornalisti dichiarazioni tecniche ed ha
dato notizia sulle prime disposizioni rese dal Governo.
L'altezza massima raggiunta dalla diga del Gleno nella gola in corrispondenza
del paramento a valle - ha detto il sottosegretario - era di metri 50,20;
l'altezza massima degli speroni su cui si impostano le volte era di metri 29,50;
il franco totale lasciato sulla diga era di metri 2,50, essendo il pelo massimo
di ritenuta normale a quota 1548. La diga risultava, in definitiva, di una diga
in muratura di grande raggio, sormontata da una diga ad archi multipli di
altezza totale di metri 29,5; la lunghezza totale della diga era di metri 254,
in corrispondenza dell'asse della passerella superiore; la larghezza si riduceva
in basso a metri 4, in corrispondenza del greto del fiume. Attraverso lo
sfioratore era possibile smaltire, quando il pelo del serbatoio era alla quota
1549, una portata d'acqua superiore a 50 mc. al minuto secondo, portata che
risultava superiore all'afflusso del bacino imbrifero e superiore in tempo di
piena straordinaria di circa 12 mc. al minuto secondo. L'afflusso massimo che si
era riscontrato nella località al punto di Gleno, secondo i dati forniti nel
progetto, fu nel novembre 1916, in condizioni di piena eccezionale, di circa 6 e
7 mc. al secondo.
Il
progetto presentato al ministro dei Lavori Pubblici dalla ditta Galeazzo Viganò
era corredato da una relazione geognostica del 20 ottobre 1920 del professor
Torquato Taramalli di Pavia, il quale dichiarava le favorevoli condizioni della
località.
Quanto alle cause del disastro l'onorevole Sardi ha detto che l'evento può
essere stato determinato o da difetti di costruzione della diga, o da
eccezionali precipitazioni atmosferiche, o da movimenti del terreno, specie nei
punti di appoggio delle spalle della diga. Nessun giudizio può essere però
emesso prima che vengano fatti gli opportuni accertamenti.
Il ministro dei Lavori Pubblici - ha proseguito il sottosegretario - non appena
venuto a conoscenza del disastro, impartì telegrafiche disposizioni ai
funzionari del Genio civile di Bergamo e Brescia, perché si recassero nelle
località danneggiate con tutti i mezzi occorrenti per gli accertamenti del caso.
I detti funzionari hanno dato continue informazioni telegrafiche al Ministero, e
risulta che essi sono entrati prontamente in azione con squadre di operai per
provvedere agli sgomberi e al ripristino del traffico. La sera stessa del
disastro fu inviato in un sopralluogo l'ispettore superiore del Genio civile
commendatore ingegnere Angelo Rampazzi, addetto alla direzione generale delle
opere pubbliche in Italia settentrionale, perché assumesse la direzione del
servizio, dando così un'ordinata e unica direttiva alle opere di soccorso. Per
quanto il disastro sia grave e commuova profondamente, pure esso non deve
determinare degli allarmi, che sarebbero ingiustificabili, circa tal genere di
opere e di iniziative. In Italia in questo momento sono in corso molte
iniziative analoghe, le quali daranno, completate, una grande ricchezza
idraulica e elettrica alla Nazione, con ingenti benefici per la generale
economia del paese.
Il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, che è composto da tecnici
valentissimi, esamina con scrupolo i progetti ed è di piena e indubbia garanzia
per la serietà di tali opere. Il bacino del Gleno, pur essendo importante per la
sua ampiezza e per le utilizzazioni che ne derivavano, non era certo fra i
maggiori; si pensi, ad esempio, che quello del Tirso è di 400 milioni di metri
cubi e da esso dipende il risorgimento economico della Sardegna, la cui
fertilità sarà posta in valore con grande vantaggio dell'economia del paese.
Disastri simili sono avvenuti, anche più gravi, all'estero.
La
Tribuna ha raccolto alcuni dati relativi alla concessione dei lavori della diga.
Si tratta di un'utilizzazione d'acqua della quale la ditta Viganò è
concessionaria in virtù di un decreto prefettizio 31 gennaio 1917. Il torrente
Povo riceve nella sua parte superiore e in destra la valle Saline, nella quale
confluisce anche la Bella Valle e nella sua parte inferiore, anche in destra, il
torrente Nembo. A valle della confluenza del Nembo nel Povo quest'ultimo
torrente sbocca nel fiume Dezzo, alquanto a valle della confluenza del torrente
Tino nel Dezzo stesso. La concessione del Prefetto di Bergamo consentì alla
ditta due utilizzazioni: di derivare acqua dal Povo superiore mediante la
costruzione di un bacino artificiale di ritenuta e scarico nella località detta
Piana del Gleno, nella misura di litri 2,50 al minuto secondo, per produrre, col
salto utile di metri 310,71 la potenza di cavalli dinamici nominali (H.P.)
1702,13 in una centrale detta dei molini del Povo: di derivare in sponda destra
del Povo inferiore e in sinistra dell'affluente Nembo, nel territorio del comune
di Oltrepovo, con prese d'acqua del torrente Povo al di sotto dello scarico
della utilizzazione suddetta, il volume complessivo di litri 375 al minuto
secondo per produrre sul salto utile di metri 182 la potenza di H.P. 914.035,
con centrale elettrica a Valbona. La potenza dei successivi impianti risultava
così di complessivi H.P. 2616,48.
La suddetta concessione fu fatta in base a progetti di massima, l'uno a firma
dell'ingegner A. Toscana, l'altro, concernente varianti al bacino di ritenuta al
piano di Gleno, a firma degli ingegneri Giovanni Zaretti e Giuseppe Gmur. Per
difficoltà dipendenti dallo Stato di guerra, il Ministero accordò una proroga
chiesta dalla ditta per la presentazione dei progetti definitivi. La proroga fu
fissata al 30 settembre 1918. Il Genio civile di Bergamo approvò poi, in data 28
marzo 1921, il progetto del primo impianto, cioè quello del Povo superiore.
Il 13 dicembre 1922 il Genio civile informò il Ministero che la ditta aveva
prodotto i chiesti progetti delle utilizzazioni sussidiarie del Povo inferiore,
nonché un progetto per allacciare nell'impianto superiore, nel serbatoio di
Gleno, la valle Saline col suo tributario Bella Valle, col contributo annuo di
200 metri cubi, cui corrisponde una portata media ridotta continua pari a litri
40 al minuto secondo, capace di produrre sul salto, alla centrale di Molini Povo,
la potenza di H.P. 266.
Una diffida ministeriale
Su
tutti questi progetti si sarebbe dovuta compiere un'unica istruttoria e il Genio
civile avvertiva che intanto la ditta chiedeva la dichiarazione di urgenza e
indifferibilità dei lavori per le derivazioni sussidiarie da Valle Saline e
Bella Valle, dal Nembo e dal Tino.
Il Ministero, rilevato che si taceva sulla questione dello sbarramento al piano
di Gleno e del relativo atteso progetto, richiamò prontamente il 21 dicembre
1922 l'ufficiale del Genio civile, affinché fosse fornito ogni altro elemento in
proposito. Inoltre, anche quando il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, con
un voto primo marzo 1923, ebbe a dar parere favorevole per la dichiarazione
d'urgenza e indifferibilità dei lavori attinenti all'utilizzazione dei corsi
d'acqua minori, il Ministero, prima di darvi esecuzione, impartì categoriche
disposizioni al Genio civile affinché notificasse alla ditta un breve,
perentorio a termine per la presentazione del progetto esecutivo completo
relativo all'impianto del Povo superiore, con creazione di serbatoio al piano di
Gleno.
Per coordinare poi ogni provvedimento sulla complessa utilizzazione avrebbe
dovuto la Ditta presentare una riassuntiva domanda per l'esecuzione delle
diverse varianti, con allegati i vari progetti, e su di essa si sarebbero
esperite le pubblicazioni previste dalla legge. Solo dopo ottemperato a ciò il
Ministero avrebbe dato corso alla dichiarazione d'urgenza dei lavori per le
utilizzazioni minori deliberate dal Consiglio superiore. In seguito a tale
pressione, il Genio civile di Bergamo informò il 31 maggio 1923 il Ministero che
la ditta Galeazzo Viganò aveva presentato l'istanza riassuntiva in data 18
maggio 1923, nonché il progetto per il Povo superiore e lo sbarramento del Gleno.
Assicurato il Ministero di tale adempimento, si diede corso con decreto
ministeriale 5 luglio 1923 alla dichiarazione d'urgenza e indifferibilità dei
lavori per le utilizzazioni minori.
Il Ministero aveva voluto inoltre assolutamente che la ditta producesse
l'elaborato tecnico relativo allo sbarramento del serbatoio ad archi multipli.
Non appare dunque - nota la Tribuna - che la ditta si attenesse strettamente
alle esigenze della pubblica Amministrazione. Vi fu anzi una regolare diffida.
Ora si dovrà pronunziare il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici non appena
saranno state eseguite le varie inchieste tecniche disposte dal ministro
Carnazza. Il giornale si domanda però come, di fatto, la diga poté essere
costruita e poté funzionare senza la regolare autorizzazione governativa.