Corriere della Sera, martedì, 4 dicembre 1923
Il Re fra le rovine da Darfo a Dezzo dopo l'immane disastro
La febbrile opera di soccorso - 400 morti accertati finora - Particolari ed episodi strazianti
Il dolore del Sovrano davanti alla strage

Bergamo, 3 dicembre.
La città e i paesi del Bergamasco e del Bresciano, attraverso i quali, oggi, è passato il Re, erano decorati con vessilli a mezz’asta e in gramaglie. Le espressioni di patriottismo e di cordoglio formavano mesta e fiera armonia lungo il passaggio del Sovrano, che giunto stamane con treno speciale nella Val Camonica, oltre il lago di Iseo, è sceso alla stazione di Pisogne per proseguire in automobile nelle zone colpite. Il Re era accompagnato dall'onorevole Carnazza ministro dei Lavori Pubblici, dall'onorevole Finzi, dal ministro della Real Casa Mattioli Pasqualini, dal generale Cattaneo comandante del Corpo d'armata di Milano, dal vescovo di Brescia Monsignor Gaggia, dal prefetto di Brescia commendatore Bocchini, dall'onorevole Farinacci e da altre autorità civili e militari. La prima sosta è avvenuta a Darfo, il paese a sinistra dell'Oglio, che ebbe case allagate, ma non patì crolli e vittime. Il Re, scorgendo in distanza il quadro delle rovine e presentato dalla frazione d'oltre il fiume Corna, ha subito chiesto in che modo la valanga d'acqua poté miracolosamente deviare. Ed ha appreso, con meraviglia, che oltre i massi rotolati dalla montagna, fecero da barriera, in favore di Darfo, il terrapieno e il ponte su cui scorre la ferrovia Iseo- Edolo. Gli è stato detto che gli abitanti scamparono salendo sui tetti, mentre l'acqua giunse solo ai primi piani. Ma fu l'acqua dell'Oglio perché la valanga liquida scaricandosi nel fiume ne sbarrò il corso. Le due correnti urtandosi produssero balzi di spume altissime.

I riti funebri

Quando al Re è stato riferito, stamane, che Darfo, pur non avendo vittime da deplorare, accoglieva nella camera mortuaria 120 salme, ha deciso di salire subito sulla breve altura su cui l'edificio è costruito. Entrando nella cappella si è tolto il berretto, irrigidendosi come fosse sull'attenti. Egli rendeva, in quel momento, l'omaggio suo e del paese non solo a quelle vittime, ma a tutte. E il suo viso esprimeva il cordoglio, la commozione.
Le povere salme, avvolte da lenzuoli, ricoperte di fiori, illuminate da ceri, apparivano allineate una accanto all'altra, mentre in disparte erano raccolte membra sanguinolente.
Il Sovrano ha chiesto se erano stati già riconosciuti quegli sventurati e a quali paesi appartenevano. Gli è stato risposto che i primi e ancora scarsi riconoscimenti provano che quei cadaveri debbono quasi tutti appartenere a paesi lontani trenta chilometri dal punto in cui furono rinvenuti. Un vecchio è stato riconosciuto come il capo d'una famiglia di Dezzo. Un senso di raccapriccio ha colto il Re quando ha appreso che quell'orribile carnaio umano fu travolto in mezz'ora sul percorso di trenta chilometri. Un confronto tra l'ora in cui Dezzo fu colpita e l'ora in cui Corna fu schiacciata ha permesso di stabilire che la valanga ha proceduto con la rapidità di un treno diretto, a 60 chilometri all'ora.
Mentre Re Vittorio usciva dall'ospedale, un gruppo di falegnami si avvicinava recando casse funebri, inchiodati in fretta e in gran numero, con sopra il coperchio una croce pennellata con l'inchiostro: - Quando si faranno i funerali? - ha domandato il re. Dai parroci del vicariato di Darfo, venuti incontro al Sovrano con il vescovo di Brescia, ha appreso che in ogni chiesa, rimasta in piedi, nei luoghi colpiti, sarà celebrata una messa in memoria dei defunti. Man mano che i sacerdoti, i parenti e i sindaci avranno riconosciuto le salme, queste verranno sepolte nei cimiteri del paese nativo. Gli estinti non riconosciuti saranno, dopo qualche giorno, chiusi in casse sul cui coperchio rimarrà, all'altezza del volto, un vetro, in modo che il riconoscimento sia possibile ancora.
Naturalmente una delle più premurose domande del Re si è riferita all'esatto numero degli uccisi. Gli è stata presentata una lista approssimativa che darebbe sette morti a Vilminore Massa, sotto il lago artificiale, 14 a Bueggio, 172 a Dezzo Colere e 47 a Dezzo di Azzone, 40 lungo la via Mala e 130 a Corna. Le vittime, secondo questo calcolo, risulterebbero oltre 400. Ora la maggior incognita è rappresentata dalla Via Mala sulla quale si suppone che numerosi fossero i passanti allorché precipitò la valanga d'acqua. La tragedia avvenne sabato: giorno di mercato per le popolazioni di quelle valli. Per la stessa ragione, però, si è indotti a supporre che dai paesi allagati fossero partiti, prima del disastro, numerosi valligiani diretti, appunto, al mercato. Un'altra incognita - così è stato riferito oggi al Sovrano - è rappresentata dagli artigiani che lavoravano nei paesi di Valle Dezzo, pur non figurando nei registri come residenti di quei posti.

Gli omaggi delle popolazioni

Il Re, lasciando Darfo, ha ricevuto dalla popolazione prima un saluto reverente, silenzioso, poi espansivo. Un irrefrenabile applauso, espressione di fede, di serenità in cospetto dell'immane sventura, è scordato da quella folla commossa che nel dolore di Vittorio Emanuele ha sentito il dolore, la solidarietà della Nazione. Il Sovrano ha voluto recarsi a piedi nella frazione d'oltre fiume, attraversando il ponte e procedendo fra due ali di pubblico a capo scoperto.
Corna, trasformata da ridente località di villeggianti e di operai in fiume alpino, ha dato al Re un immediato senso della ciclopica rovina. Il lavorio che le acque operano attraverso anni ed anni, si compì, sabato mattina, in un minuto. Il Re ha osservato la massiccia tubatura metallica strappata alla montagna e lanciata 300 metri oltre. Egli si è portato sino all'orlo estremo delle rovine, superando pozzanghere e buche. È penetrato nelle Ferriere di Voltri, attraverso volte e colonnati che sino a tre giorni or sono accoglievano macchine e fervido lavoro.
Una breccia aperta dalla colonna d'acqua ha consentito al Sovrano di osservare il quadro più maestoso e truce del disastro: lo sbocco della gola da cui esce la via Mala: strette e alte pareti alla cui base si accatastano tonnellate di legna attraverso cui il torrente Dezzo lotta fragorosamente per passare. Oltre quella visione paurosa si nascondono le rovine di minuscoli paesi, di centrali elettriche e di mulini.
Il Sovrano avrebbe voluto recarsi per lo meno ad Angolo, lungo la via Mala, ma essendo la valle poco praticabile anche per i pedoni, il corteo reale ha dovuto seguire un altro itinerario: tornare, cioè, a Darfo per aggiungere Dezzo, attraverso Lovere, Clusone e il passo della Presolana.
I deputati della circoscrizione, onorevole Bellotti e Ducos, si erano incontrati col Sovrano a Corna. Anzi l'onorevole Bellotti aveva offerto a Re Vittorio una fotografia del paese di Dezzo perché egli potesse confrontare le rovine attuali con il grazioso gruppo di case esistito sino a sabato mattina.

Fra la tormenta

A Lovere e nei successivi paesi, il Sovrano ha incontrato rappresentanze con bandiere, scolaresche schierate e valligiani scesi anche da casolari lontani. Castione di Presolana è riuscito perfino ad erigere un arco trionfale con rami di pino e bandierine. Ma, forse, l'omaggio più impreveduto e gradito il Re l'ha notato dopo Castione, ad una svolta della strada montana. Nel paesaggio completamente deserto e sotto il nevischio che cominciava a scendere, ecco sul bordo della strada, due ragazzini, soli, fratello e sorella, scesi da una baita della Presolana con un foglietto sulla quale avevano scritto "Evviva il nosto Re!". Mancava una erre, ma c'era tanta grazia in quel piccolo gesto, che il Re ha fatto rallentare l'automobile. I fratellini che reggevano, a due mani, in alto, il foglietto come un'insegna, hanno potuto mirare a pochi passi il Sovrano, fin allora visto sulle monete, sorridere proprio per essi: nonostante il rischio e la rigida temperatura, egli era, com'è sua consuetudine, in una macchina scoperta.
Al passo della Presolana il nevischio si è trasformato in tormenta con raffiche e gelo. Sulla tortuosa strada in discesa le macchine procedevano con cautele per evitare slittamenti. Innanzi alla Cantoniera il Re ha notato un gruppo in gramaglia: quei cinque o sei superstiti rappresentavano altrettante famiglie totalmente distrutte. Erano saliti alla Cantoniera perché da agiati che erano ora sono senza tetto. E pure quei superstiti accennavano timidamente a battere le mani al Re. E lo stesso fenomeno il Sovrano ha più diffusamente notato allorché è giunto a Dezzo. Anche qui in cinquanta scampati trovandosi in cospetto del Re erano colti da impeti di consolazione e di tenerezza.
Prima di incontrarsi con questo gruppo, Re Vittorio è sceso dall'automobile all'ingresso di quello che fu Dezzo. Ricordandosi nella fotografia ricevuta dall'onorevole Bellotti ne ha confrontato l'immagine col nulla lasciato dalla valanga d'acqua. Poi vedendo un ponticello quanto mai primitivo, costituito da assi buttati fra un masso e l'altro attraversò il torrente, a voluto recarsi sull'altra sponda nella quale appariscono ancora simulacri di case, che è di melma, di cadaveri e di carogne di animali.

Le parole del Sovrano

Il Re, senza preoccuparsi della violenta corrente e fendendo il nevischio è passato da solo sulle stragi di assi e si è diretto alle case superstiti, fra due ali di soldati e di volontari della Milizia nazionale, i quali si erano posti sull'attenti udendo lo squillo di una tromba che annunciava il Re. Però Vittorio Emanuele ha voluto che la parata cessasse subito e che i giovanotti riprendessero il loro lavoro di scavo, come ovunque, lungo il suo passaggio, aveva vietato qualunque attività in suo onore che distraesse le popolazioni e i militari dalle opere di soccorso. Ma quale soccorso realmente era possibile recare alle popolazioni colpite?
Anche il Re s'è posto da domanda più volte, man mano che interrogava le autorità del luogo. Egli stesso ha riconosciuto che il disastro ha lasciato ben poche cose riparabili: - Io sono qui - ha soggiunto - per recare conforto agli scampati. Vorrei anch'io contribuire con iniziative. Ma che cosa si può fare?
Il Sovrano ha voluto interrogare i due sindaci di Dezzo, due perché il paese così chiamato, pur componendo una sola parrocchia, appartiene, anzi apparteneva, a due comuni: uno alla destra dell'Oglio detto Colere e l'altro alla sinistra, detto Azzone. Mentre Colere e Azzone sono collocati in alto, le due frazioni di Dezzo da essi dipendenti si trovavano, fino a sabato mattina, in fondo alla valle. I due sindaci hanno denunciato al Re la scomparsa complessiva di 147 abitanti.
A Dezzo comincia la serie delle camere mortuarie: un fienile, un cimitero accolgono gli uccisi di quella località: le altre salme - in tutto, finora, 250 - sono raccolte a Corna, a Darfo e a Lovere. Tra le vittime di Dezzo, otto erano emigranti rientrati in paese la sera prima del disastro.

Orribili tuguri

La visita reale alla conca resa deserta dalla formidabile cascata è proseguita per tre quarti d'ora. Pure imperversando la bufera. Re Vittorio ha voluto rendersi conto d'ogni particolare e entrando anche in una delle case rese inabitabili e nere dall'inondazione. Il tanfo interno lo ha costretto a uscire. Sulle soglie degli orribili tuguri erano i pochi abitanti che il Sovrano interrogava sulle loro sventure. Le risposte erano così raccapriccianti che Vittorio Emanuele ad un certo punto è stato colto da commozione: fissava negli occhi quegli sventurati privi a un tratto dell'intera famiglia e un nodo alla gola gli impediva di parlare. Ha tenuto fra le sue, a lungo, le mani dei poveretti, poi, guardando affettuosamente quella piccola folla spaurita, ha ripassato il primitivo ponte di assi e con l'automobile è risalito al passo della Presolana.
Anche sulla via del ritorno, sino a Bergamo, il corteo reale ha incontrato gli abitanti della Val Seriana schierati e plaudenti. Era già sera quando il Re, seguendo le vie della periferia, è giunto alla stazione di Bergamo. Mentre congedava le autorità - la partenza avvenuta alle 18.30 fra gli applausi della folla - egli ha espresso la sua ammirazione per la forza d'animo dimostrata, in questa tremenda circostanza, dalle popolazioni colpite, solide e fiere come le loro montagne, dignitose nel loro strazio cupo e silenzioso. Non un lamento, non un'istanza. Esse non hanno chiesto nulla al Re. Lo hanno ringraziato con gli occhi e con le semplici, schiette parole: e nella sua persona hanno salutato anche tutte le regioni d'Italia spiritualmente vicine.
O. Cavara

Commoventi manifestazioni di solidarietà

Bergamo, 3 dicembre, notte.
Prima che partisse per Brescia abbiamo potuto avvicinare alla stazione il sottosegretario alla Guerra onorevole Bonardi, che aveva accompagnato il Re con altri rappresentanti del governo sul luogo del disastro.
Interrogato sui provvedimenti che il Governo intende adottare per il disastro, l'onorevole Bonardi ha detto che essi sono in corso di attuazione e saranno basati sui rapporti di un ispettore superiore del Genio civile, che è sul posto, e dei prefetti e dei rappresentanti del Governo che hanno visitato in questi giorni le località colpite.
Secondo l'onorevole Bonardi i provvedimenti da prendere sono più che altro d'indole finanziaria, di ripristino di comunicazioni e di conforto ai danneggiati. I feriti si riducono a ben pochi. Siamo purtroppo in presenza di centinaia di morti e di località completamente devastate. Le sottoscrizioni, che sono subito iniziate a Bergamo, Brescia e in tutte le altre città d'Italia con uno slancio che risponde alle nobili tradizioni del nostro paese, non mancheranno di essere completate dal Governo.
È difficile poter dare un'idea di quello che più è necessario per le popolazioni colpite. Il lavoro più urgente è quello della ricerca dei cadaveri, così che nessuno di essi rimanga sperduto. La visita odierna del Re ha beneficamente impressionato le popolazioni colpite ed ha sollevato moralmente tutti i superstiti. L'onorevole Bonardi ritornerà a Darfo prima di ripartire per Roma.

Fra il pianto e l'orrore dei superstiti

Dezzo, 3 dicembre, notte.
La compatta tomba di fango contende tenacemente agli scavatori le sue vittime. Pochi cadaveri sono stati strappati al massiccio bastione di ghiaione, travi e mota che la valanga liquida ha eretto con spaventosa rapidità davanti alla frazione di Dezzo di Azzone, e al cumulo di rottami che sembra proteggere l'unica casa superstite dall'altra frazione, Dezzo di Colere.
Con infinita precauzione gli sterratori hanno esumato sulla riva sinistra una bambina di otto anni: tutta rosea ancora nel livido vestito di fanghiglia, con le braccine alzate ad arco intorno al capo, la bocca semiaperta come per sorridere. Il corpicino è stato deposto in una stanzetta attigua alla chiesa di Dezzo, sul lieve strato di segatura su cui posava già il cadavere di un vecchio dissepolto ieri.
Tre persone sono state esumate sulla riva destra: un uomo e due donne. L'uomo è stato riconosciuto. È completamente nudo e porta una sola scarpa.
Per riavere questi corpi i soldati del 78º fanteria, che da sabato si trovano Dezzo, hanno rimosso a lungo un confuso ammasso di rottami, tegole, travi, scalette, pagliericci, alto diversi metri. Nel pomeriggio soltanto le tre salme sono apparse, nude, col viso deformato, schiacciate, quasi ridotte ad un impasto di carne.
Nella seconda camera mortuaria di Dezzo, uno stanzone al primo piano della casa incolume, le salme sono state allineate vicino alle altre trovate ieri. A Dezzo di Colere si raggruppano così 17 cadaveri: alcuni avvolti in sacchi, altri in tende: tutti color di fango. Una bambina riposa ancora nella sua culla di vimini appena lacerata. Un altro pietosissimo gruppo di bimbi è riunito su un materasso intriso di acqua.

Famiglie distrutte

Ma con l'esiguo numero dei cadaveri recuperati contrasta lugubremente il risultato delle indagini fatte sulla quantità probabile delle vittime. Il lugubre censimento dei mancanti sì è concluso con queste cifre: nella frazione di Dezzo di Colere 110 scomparsi su 165 abitanti. Sì è constatata la presenza di 35 superstiti. Si sta provvedendo all'accertamento dell'esistenza degli altri 20. Alcuni dei superstiti sono bimbi, ai quali una morte atroce ha tolto tutta la famiglia. A Dezzo di Azzone il sindaco ha accertato 43 scomparsi su 240 abitanti. Nel vicino comune di Colere i morti sono tre e fra essi vi è il vice-segretario del Comune, Clemente Piantoni.
Il vice-pretore di Clusone, avvocato Pasinetti, sì è soffermato a lungo nelle tre camere ardenti, alle quali le circostanze tragiche negano un fiore e un cero, per identificare le salme. Sì è formato così il lugubre elenco dei morti di Dezzo di Colere. La famiglia più provata di questa frazione è quella dell'ufficiale postale Giovanni Piantoni, che aveva dodici figli. Il Piantoni è perito nella spaventosa rovina con la moglie e otto figli. Quattro figli si sono salvati: due ragazze che si trovavano alla Cantoniera, una bambina che era salita ad Azzone per andare a scuola, e un figlio di 27 anni che era poco lontano dalla casa paterna quando questa fu rasa al suolo. Mentre la casa e la famiglia erano inghiottite davanti ai suoi occhi dall'ondata di fango, il disgraziato giovane veniva gettato nella valletta laterale del torrente Rino e vi restava ferito.
Il calcolo dei mancanti è stato fatto per famiglie 25 di esse sono colpite. Una sola ha un solo morto: in tutte le altre i vuoti vanno da un minimo di due a un massimo di 10. Tre famiglie hanno perduto sei persone: altre tre, cinque persone e una ha avuto sette scomparsi. Delle 40 case una sola, come si è detto, è in piedi. L'impresario della Via Mala, Arcangelo Pedrini, è morto con tutta la famiglia: la moglie e quattro figli. Della sua casa non rimangono che tre gradini.

Episodi terrificanti

Poco lontano dall'ufficio postale sorgeva il molino elettrico, un piccolo successo industriale della vallata, che era costato mezzo milione a due amici tornati dall'America dove si erano fatti ricchi a furia di stenti. Uno dei due soci è scomparso con tutto il personale, salvo il mugnaio Angelo Caccia, che si salvò in tempo vedendo fermarsi improvvisamente il motore. Egli si gettò fuori dal fabbricato essi arrampicò sulla sponda erbosa. La valanga passava intanto, portandosi seco tutto il mulino.
Episodi di morti pietosissime e di salvataggi miracolosi fioriscono lentamente sulle bocche dei superstiti appena riavuti dallo stordimento. Uno di essi, Stefano Novelli, era sceso a Dezzo per una commissione sabato mattina ed era stato invitato da un amico, carbonaio, a bere con lui il caffè. Non accettò e ripartì subito, mentre un boato gigantesco annunciava l'imminente sciagura.
Il Novelli vide, attraverso un sottopassaggio ora distrutto, le acque precipitarsi. Salì in una casa, si aggrappò ad una trave del letto e fece per gettarsi sul prato ripido che si estendeva dietro la casa stessa. L'acqua lo raggiunse e lo sommerse a due o tre riprese. Quando l'onda, apertosi il varco nella valle d'Angolo, si ritirò, egli poté prendere il fiato e gettarsi su di una pianta, da cui poi discese a terra salvo.
Anche Fiorina Piantoni, che abitava una casetta isolata sopra Dezzo, poté emergere dal gorgo limaccioso quando già la morte sembrava ghermirla vincitrice. Ma l'acqua, andandosene, portò via tutti i suoi quattro figlioli. La disgraziata madre li aveva riuniti intorno al focolare per far loro un po' di caffè e latte. Faceva freddo e i bimbi stavano scaldandosi, quando la casa fu invasa. La poveretta tentò invano di afferrare le proprie creature per strapparle al tragico loro destino, ma le vide sparire ad una ad una e invano di ogni per i capelli l'ultimo nato. Anche questo le fu strappato. Fu poi raccolta e salvata ed è stata trasportata oggi a Bergamo con la clavicola fratturata.

La fraternità tra i superstiti

Terrificante è stata la morte dei 15 operai che lavoravano nella fonderia della ditta Angelo Maj. Alcuni di essi dormivano. Altri attendevano al faticoso lavoro. L'acqua, irrompendo, fece saltare i forni e i quindici uomini morirono certo bruciati. Di essi non si è ancora trovata alcuna traccia.
L'accorrere dei soccorsi e l'arrivo di visitatori illustri hanno un po’ sollevato gli animi. E un primo segno di questa ripresa degli spiriti è la manifestazione di pietà fraterna fra gli stessi desolati superstiti. I piccoli orfani non sono stati abbandonati. Una decina di essi hanno trovato una nuova famiglia nelle stesse famiglie colpite dalla sventura nella frazione di Dezzo d'Azzone. Un'altra bambina è stata ricoverata presso una famiglia di Gazzaniga. Un'altra famiglia della provincia ha chiesto che le fosse mandata subito una bambina.
Vicino a queste prove di pietà e di amor fraterno va rilevata la cura affannosa e affettuosa dei primi soccorritori. Appena giunti sul posto, il sottoprefetto di Clusone avvocato Roseti col tenente dei carabinieri La Presti e due militi, accompagnati da un medico che portava la cassetta di medicinali si preoccuparono di quelli che potevano essere i bisogni dei superstiti. Il disastro aveva interrotto le vie di comunicazione. C'erano viveri soltanto per tre giorni.
La prefettura di Bergamo assicurò che avrebbe garantito i viveri, infatti già oggi si sono incominciati a costituire due depositi di farina, che ne conterranno 200 quintali ciascuno. La sera stessa del disastro era riattivato un telefono provvisorio nelle vicinanze di quello che fu l'ufficio postale. Sull'altra sponda, nelle scuole comunali, un rozzo cartello di legno indica: Poste e Telegrafi. È un piccolo ma chiaro segno di volontà di rinascere.

Un problema angoscioso

Fra la colonna di soccorso che scende in fila indiana dal Giogo di Scalve verso la valle desolata filano rapide le automobili che recano i tecnici sul luogo della sventura. Ieri stesso alcuni ingegneri sono saliti al bacino del Gleno, dove sorgeva l'imponente diga in calcestruzzo ad archi.
Davanti ai quattro piloni superstiti, gli studiosi si sono chiesti come avesse potuto rovinare un'opera così solidamente incastrata nella montagna. L’imponente successione di 24 archi è "saltata" letteralmente.
Pochi costruttori di dighe si erano finora posti l'ipotesi di una simile rovina. La mente del tecnico, avvezza a ridurre in cifre ogni possibilità, non aveva contemplato la più fatale, ritenendola forse troppo lontana da ogni calcolo. Ma una spaventosa controprova ha sollevato questo grave interrogativo: si deve prevedere per queste ciclopiche costruzioni, che sembrano ricavare dalle montagne cui si appoggiano una completa sicurezza, il caso di un disfacimento.
Le rovine della diga di Gleno racchiudono un enigma che avrebbe appassionato tutti gli ingegneri italiani anche se le conseguenze del crollo non fossero state tanto funeste. La passione di "vedere" ha preso quindi molti fra i più eminenti costruttori di bacini artificiali: fra domenica ed oggi sono saliti a Gleno l'ingegner professor Angelo Forti, insegnante a Padova, l'ingegner Guido Mina, che ha costruito numerose dighe, l'ingegner Damioli, altro costruttori di dighe, l'ingegner Selvade, l'ingegner Marinoni. È attesa la visita dell'ingegner commendator Rampazzo, inviato dal Ministero dei Lavori Pubblici.
Fra i primi visitatori è salito a Gleno il progettista della diga, un giovane tecnico palermitano, l'ingegner D'Angelo, che risiede a Milano. Ha rievocato in poche frasi, fra le quali trapelava la commozione, che era la terza costruita in Italia ad archi multipli ed era stata preceduta dall'ormai celebre opera del Tirso in Sardegna e da quella di Scoltella sull'Appennino.

Come si annunziò il disastro

La diga era quasi finita. Mancava solo una parte del coronamento. Era ultimato lo sfioratore. Essa era completata da una volta di ritenuta robustamente armata con ferro, che permetteva di sopportare le variazioni di temperatura. La diga racchiudeva un bacino di otto chilometri quadrati, formante un lago di 5.400.000 metri cubi. Della superba costruzione rimangono ora quattro piloni e il tampone di fondo. Donde venne il disastro: il custode della diga, che vide la sciagura nascere e che assistette terrorizzato e impotente allo scatenarsi della rovina, narra di aver udito cadere, verso le sette del mattino di sabato, alcuni sassi dall'alto, guardò la diga e scorse una fenditura nella quale le acque prigioniere entravano gorgogliando impetuosissime, sviluppando un enorme pressione che vinse in pochi momenti ogni resistenza. La barriera crollò e lanciò la morte e la devastazione nella vallata. Il guardiano, atterrito, udì muggire la fiumana e la vide partire.
Perché e come si era prodotta la fenditura? Il segreto del disastro del Gleno è qui, ma non sarà presto rivelato. I tecnici che hanno visitato il bacino sono molto riservati, per quanto a essi non incomba il penoso incarico della ricerca delle responsabilità. Essi convengono nel giudizio che dopo un primo esame non si possa affermare nulla di positivo e non possano essere rintracciate né le cause né le concomitanze di cause che possono avere prodotto l'immenso danno.
La risposta al quesito non apparirà chiara se non dopo rilievi e studi accurati e collettivi, dei quali si occuperà la Commissione apposita che siede presso il Ministero dei Lavori Pubblici e che esamina i progetti di costruzione delle dighe.
Coi tecnici sono accorsi fra i primi i gerenti della ditta Viganò costruttrice dell'opera. I due protagonisti della grande impresa furono i fratelli Michelangelo e Virgilio Viganò, figli di un cotoniere brianzolo, Galeazzo Viganò di Ponte Albiate, ora morto.

Le interruzioni stradali

Oltre alla rovina di Dezzo si ha a Bueggio una traccia impressionante della potenza del flagello. Com'è noto, il piccolo paese di Bueggio, frazione di Vilminore, ha avuto distrutta la Chiesa. In questa si trovava qualche pittura pregevole del Piccini. Il paese era congiunto con Oltrepovo da un ponte di legno, lungo circa sei metri. La furia dell'acqua ha travolto il ponte ed ha eroso i fianchi della Valle aprendo un varco di circa 150 metri di ampiezza.
La violenza della massa acquea sì è arrestata soltanto contro le rocce. Essa si è scatenata anche sulle strade. La Via Mala è interrotta per 5 chilometri nel tratto bresciano. Sono così ostacolate per molti mesi le comunicazioni dirette fra l'alta Valle di Scalve e lo sbocco in Valcamonica.
Un'altra interruzione non meno importante è quella della strada camionabile che da Dezzo saliva a Sant'Andrea e da qui a Schilpario. È la strada per la quale passarono tutti i rifornimenti di viveri. La sua interruzione è lunga circa un chilometro. Fra le opere di soccorso, la riattivazione di queste strade è una delle più urgenti.
Oggi i lavori di recupero a Dezzo sono continuati. Vi hanno atteso, come ieri, gli infaticabili operai della Valle, numerosi soldati e circa 300 fascisti. Il picchiettio dei picconi è durato sino quasi alle 17. Poi sul paese desolato e percosso dalla sventura si è fatto silenzio. Tra il velo del nevischio si sono accese le prime torce a vento.
A. Ceriani

D'Annunzio tra i letti dei feriti

Darfo, 3 dicembre, notte.
Poco dopo la partenza del Re, è giunto a Darfo Gabriele D'Annunzio, accompagnato dall'avvocato Masperi di Brescia. Il poeta ha visitato i feriti ricoverati all'ospedale, rincuorandoli e dicendo loro che si possono sentire figli del miracolo. Dopo la visita ai cadaveri delle vittime, accompagnato dal sindaco del paese e dal console della Milizia Turati, ha visitato la Ferriera di Voltri, dove la rovina appare in tutta la sua gravità. Il poeta ha detto che è questa una terribile prova, che deve saggiare l'unità della nazione, e che occorre un paziente e tenace sforzo di ricostruzione. Prima di partire, come offerta personale, D'Annunzio ha lasciato L. 6500 al sindaco di Darfo.

I soccorsi del Governo
Il dolore del Papa

Roma, 3 dicembre, notte.
Il governo, appena avuta notizia del grave disastro del bergamasco, ha provveduto i primi soccorsi. Il Mistero dell'interno ha messo disposizione del prefetto di Bergamo una prima somma di denaro.
Il ministro delle Finanze, onorevole De Stefani, ha telegraficamente disposto la sospensione della riscossione delle imposte dirette per i comuni di Azzone e di Colere, ed ha interessato l'intendente di finanza di Bergamo a presentare ogni opportuna relazione e proposta per l'adozione degli ulteriori provvedimenti.
Il Papa è rimasto profondamente commosso dalle prime notizie del disastro ed ha fatto tosto telegrafare ai vescovi di Brescia e di Bergamo, partecipando loro quanta parte egli prendeva al lutto ed al dolore delle popolazioni colpite e che dopo aver pregato per le povere vittime, desiderava che fossero arrecate ai superstiti paterne parole di conforto e la benedizione apostolica. Mentre poi sollecitava ulteriori notizie della spaventosa sciagura, disponeva perché si inviassero per i primi soccorsi lire 25.000 al vescovo di Bergamo, e lire 15.000 al vescovo di Brescia.
Anche la Croce Rossa ha incominciato a prendere provvedimenti per suo conto.
L'onorevole Belotti ha presentato un'interpellanza sulle cause del disastro del Dezzo e sui provvedimenti presi dal Governo.
L'onorevole Romanin Jacur ha pure presentato un'interrogazione al ministro dei Lavori Pubblici per avere notizie intorno al grave disastro di Dezzo, e più per conoscere quali provvedimenti di vigilanza intende adottare il Governo per impedire, nel limite del possibile, il ripetersi di consimili disastri.

Le condoglianze della Germania

Berlino, 3 dicembre, notte.
Il ministro degli Esteri Stresemann ha oggi espresso all'ambasciatore d'Italia, conte Bosdari, le vive condoglianze del Presidente dell'Impero Ebert e del Governo delle vittime della catastrofe del bacino di Gleno.

Scene e visioni della grande tragedia
L'immane valanga d'acqua

Bergamo, 3 dicembre, mattina.
La Via Mala italiana, che direttamente congiunge i due paesi, è impraticabile. Lungo tutta la vallata incassata e torva la valanga d'acqua sgorgata l'altra mattina dal laghetto di Gleno ha formato, per un corso di molti chilometri, un letto nuovo, quale soltanto un vasto e potente fiume si sarebbe potuto aprire. Mentre sino a sabato mattina il torrente Dezzo, passando attraverso il paese omonimo, non ne misurava da una sponda all'altra più di tre metri, ora ne copre in larghezza almeno 500.
Una cascata esiste oggi dove sino all'alba di sabato sorgevano le case. Queste, allorché furono investite, si capovolsero come casse galleggianti, poi si sfasciarono. Questo fenomeno è stato avvertito dai pochi superstiti, che si trovavano sui pendii laterali a fare legna, a pascolare o a caccia. Costoro hanno ora narrato più compiutamente i fulminei episodi che si susseguirono allorché la diga del laghetto si sfasciò.

Impressioni di superstiti

La valanga fu preceduta da un'improvvisa raffica di vento, sotto la quale gli alberi si segarono e molti tetti si scoperchiarono. Poi, in fondo al paese di Dezzo, balenarono alte fiamme. L'acqua, giungendo a contatto della centrale elettrica, aveva determinato un corto circuito: inoltre, invadendo i forni della fabbrica di ghisa, ne aveva causato lo scoppio. La luce elettrica sparì dalle case.
Si presentò infine la massa d'acqua, che nella incerta luce della mattinata piovigginosa apparve ai testimoni come una spaventosa frana, biancastra e ribollente, come una moltitudine di cose galleggianti: massi enormi, tronchi d'albero, mobili, porte, animali morti.
I testimoni che dall'alto vedevano questa specie di sconvolgimento tellurico - essi credettero infatti a un fenomeno sismico - si gettarono in ginocchio. Incontrandosi poi, benché amici di infanzia, stentavano persino a riconoscersi, tanta era la confusione dei loro spiriti, sconvolti dall'orrore del cataclisma.
Il diluvio durò cinque minuti, lasciando dietro di sé un paesaggio totalmente mutato. Coloro i quali non videro mai Dezzo, accorrendo ora sul posto, non hanno potuto formarsi un'idea precisa del disastro, in quanto mancava loro ogni termine di confronto. Sembra persino inverosimile questa semplice realtà: che qui, fino all'altro ieri, esisteva un paese di 600 abitanti.
Mentre si attende dai tecnici appositamente incaricati di poter ricostruire con esattezza le cause e i modi del crollo, rimane pure avvolto di incertezza tragica il bilancio del disastro. Circa i danni materiali si parla di 100 milioni: distruzione della diga, di cinque centrali elettriche, di 30 chilometri di strada, di centinaia di abitazioni. I calcoli delle vittime umane potranno essere fatti con approssimazione quando una specie di censimento sarà compiuto. Qualche operazione iniziale è avvenuta ieri: l'appello dei superstiti.

Strazianti interrogatori

Fra le poche case sventrate di Dezzo-Azzone, che un blocco roccioso ha risparmiato dalla totale rovina, un incaricato del Municipio ha riunito intorno ad un tavolo all'aperto 15 tra uomini e donne, chiedendo loro: "Quanti morti avete avuto nella vostra famiglia?". Ognuno ha risposto con uno spaventoso elenco. Chi indicava cinque estinti, chi dieci.
Il fatto che impressionava di più era questo: la denuncia avveniva al ciglio asciutto con le più laconiche espressioni. I superstiti rispondevano automaticamente, come accennassero a fatti lontani nel tempo e dal loro spirito. Gli è che l'enormità della sventura li aveva soverchiati.
Dopo aver risposto alle domande dell'impiegato, ognuno è tornato a una sua occupazione: riflesso d'una idea fissa. Uno si è seduto su un mucchio di grossi ciottoli, sotto vi ritiene sepolti i quattro figli e la moglie. Un altro ha ripreso a frugare in un ammasso di poltiglia, perché con un bastone aveva avvertito l'esistenza d'un corpo. Cerca e scava. Ecco che invece di un caro congiunto ha trovato la pecora che l'altra mattina gli era scomparsa.
Producevano strani effetti, nelle conversazioni dei crocchi, certe improvvise e secche risate: erano individui mezzo impazziti dallo schianto che narravano i loro casi sbalorditivi. Uno era in letto, quando fu ghermito dall'acqua e buttato fra pezzi di legname. Aggrappandosi a quelli, poté giungere per l'impeto della corrente all'orlo di un altro prato. Un vecchietto riuscì a salvare la propria nipotina sollevandone la culla al di sopra dell'acqua, che gli arrivava sino al collo.

Casi raccapriccianti

Il medico condotto di Dezzo, il dottor De Caro, giunto da soli tre mesi, era nella sua camera, nell'unico albergo del paese, allorché udì il boato della valanga d'acqua. Dalla finestra si buttò nella voragine, prevedendo il crollo della casa. Poi, rotolando nella melma, ingoiando acqua, si trovò sbattuto contro un albero, al quale si aggrappò. Una impressione terrificante lo colse quando, da quella posizione di naufrago, sentì una voce di donna che, da una casa vicina e alla grata, gridava: "Dottore, dottore!". Un istante dopo più nulla. Il medico fu strappato dall'albero e buttato in una conca apertasi sulle rovine delle case. Poté essere rintracciato più tardi, gravemente ferito, da valligiani scesi dai pascoli.
Del resto di questi episodi se ne sono prodotti a centinaia, dal paese di Bueggio, il primo incontrato dalla valanga, alla grossa borgata di Corna, assalita 30 chilometri dopo. A Corna un boscaiolo, dall'alto della selva in cui era a far legna, ha visto le sue cinque figlie apparire al ballatoio, aggrapparsi le une alle altre come se dall'unione sperassero nella salvezza, e piombare così avvinghiate, come la casa stessa, nei vortici.
Il segretario del Fascio di Corna è stato inghiottito dall'acqua mentre era nella sua camera. Una trave del soffitto gli è caduta addosso, ed egli si è aggrappato a quella percorrendo un chilometro, finché è svenuto. Mentre veniva trascinato dalla corrente, riceveva urti da oggetti invisibili che rotolavano con la melma e con l'acqua.

Resti umani irriconoscibili

I cadaveri rintracciati lungo il gran letto alluvionale sono pochi, in confronto al supposto numero delle vittime. Non superano i 150. Sono stati scoperti a grande fatica, sotto la melma, tra i massi. Appariscono quasi ignudi, sfigurati, mutilati. Tanto a Dezzo quanto a Corna, cioè a molti chilometri di distanza, i superstiti pretendevano di aver riconosciuto la signora Piccoli, moglie del direttore della centrale di Valbona in due differenti ed egualmente irriconoscibili tronchi di donna.
I miseri resti sono allineati in cappellette ardenti che ogni paese oggi si è composto nella stanza di qualche edificio ancora in piedi, oppure in chiesa. Ardono alcuni ceri. E sono sparse piante invernali tolte ai boschi, le piante che i bambini prediligono per l'ornamento dei presepi. Ogni tanto si presenta qualcuno nelle camere funebri e consegna un lugubre fardello di resti umani rintracciati mentre cercava fra gli aggrovigliati ammassi di sterpi, di oggetti domestici, di spranghe contorte, formatisi alle curve dell'improvvisato corso d'acqua.
Come la valanga d'acqua ha tormentato per chilometri e chilometri le povere vittime, così ha reso irreperibili anche le più massicce macchine delle officine investite lungo il percorso. Di tante dinamo, di tante turbine non si è rinvenuto che un supporto. E della fonderia di ghisa sono apparse sole, in fondo al greto, alcune piastre di metallo. Di 6 ponti, di una chiesa, d'un campanile, e di altri edifici industriali, sono sparite le tracce.

Un paese schiacciato dai massi

La caratteristica dominante che si può riassumere con la formula "rasa al suolo", s'arresta a un tratto in cospetto di Corna, la borgata posta nella vallata dell'Oglio, di fronte allo sbocco della valle del Dezzo. Il torrente, dopo aver costeggiato la Via Mala, esce da una gola costituita da due bastioni di roccia scura, passa in mezzo a Corna e sfocia nell'Oglio.
Corna non è stata rasa al suolo, ma schiacciata dai massi. Infatti, ieri mattina, la valanga d'acqua scesa dal lago rovesciò fulmineamente sopra Corna una ventina di blocchi voluminosi come case. Nonostante l'enorme peso, l'irruenza dell'acqua li aveva fatti rotolare a valle per chilometri. Dove erano i diversi alberghetti, i caffè, le botteghe e il cinematografo, i blocchi hanno creato un letto degno d'un fiume alpino, come se una montagna vi si fosse spezzata fra cascate d'acqua.
Rimangono sulle sponde di questo nuovo fiume - sotto un cimitero - alcuni edifici, fra cui le Ferriere di Voltri, danneggiate solo in parte dal passaggio dei giganteschi massi. Talune case devono la loro salvezza ad una grossa conduttura metallica che si pose di traverso mentre il rotolavano i blocchi rocciosi.
Così il paese di Darfo, sorgente sulla sponda opposta dell'Oglio, non è stato distrutto perché i massi, schierandosi tra il torrente e il fiume, hanno finalmente rallentato la velocità delle acque, tanto più che la liquida colonna, dopo essere precipitata lungo l'angusta Via Mala, si era diffusa nella piana che si estende sino al Lago d'Iseo.
La fabbrica di carburanti di cui si è già segnalata la totale distruzione facendo la cronaca di Darfo, era uno stabilimento sorto per iniziativa del dottor Ernesto Baslini di Milano, che si era accinto alla fabbricazione di prodotti sintetici di notevole uso industriale e di importanza per gli usi bellici. Nessun danno alle persone: ma lo stabilimento è scomparso asportato dalla furia delle acque.

L'alluvione in Valle Camonica

Da Corna al Lago d'Iseo il disastro ha assunto le caratteristiche dell'inondazione. La campagna ai lati dell'Oglio sembra trasformata in risaia disordinatamente irrigata. Lo stesso lago d'Iseo è aumentato di livello, invadendo i primi metri di riva. Lo specchio che si stende innanzi allo sbocco dell'Oglio ha ricevuto dal fiume i rottami galleggianti del disastro. E si ritiene pure che l'Oglio abbia trascinato non pochi cadaveri nel lago, tanto vero che i barcaioli ne rastrellano il fondo e le ricerche sono proseguite stanotte sotto i fasci di luce dei proiettori.
Le difficoltà delle ricerche impediscono di stabilire esattamente il numero complessivo delle vittime. In ogni paese sono denunciate cifre contraddittorie. Mancano i dati per stabilire con certezza chi fosse assente e di presente al momento del disastro. Nei paesi colpiti il fenomeno dell'immigrazione o delle assenze temporanee per motivi di lavoro è assai diffuso. Certo metà degli iscritti ai Comuni non erano presenti. Secondo una prima vista, i morti sarebbero 400 e cioè: 200 a Corna, 150 a Dezzo e 50 nelle altre località.
Ma nello stesso tempo c'è chi assicura che i morti di Corna sarebbero 400 e quelli di Dezzo 300.
I feriti invece sono pochissimi. Il disastro è stato assoluto: non ha lasciato le case a mezzo o le vittime semi-colpite. Cosicché i soccorritori e sanitari, giunti in forte quantità da Milano, Bergamo e Brescia, non hanno trovato case da puntellare e nemmeno feriti da medicare.
Le rovine da noi visitate ieri non offrono possibilità di pronti rimedi. Occorreranno vari anni prima che alla plaga sia restituito il suo aspetto normale di vita.
O. Cavara

Lungo il tragico cammino

Dezzo, 3 dicembre, mattina.
Una nube bianca, un colpo come di fulmine, un rombo spaventoso, poi il silenzio infinitamente tragico della catastrofe compiuta.
La stretta profondissima gola di Val d'Angolo, che sembra dannata da una previsione col nome di Via Mala, centuplicò la forza ciclopica delle acque sfociate dal bacino artificiale di Gleno, e lasciatele infine libere, le scagliò con una potenza infernale sui paesini affacciati allo sbocco, perché vi compiessero l'ultima strage.
I pochissimi testimoni oculari rievocano la spaventosa scena come la semplice parola del montanaro: "E fu come un fulmine e poi più nulla". Domenico Belingheri, un giovane contadino che si era avviato a Dezzo per farvi provviste, ebbe davanti a gli occhi la visione del flagello che passava squassando e dilaniando, e ne restò come tramortito. Una forza occulta e inaudita si era rovesciata sulle case e sui ponti: davanti a lui un largo corso d'acqua fangosa e cumuli di alberi e tronchi.

Il primo allarme

Il silenzio dopo la strage era spaventoso. Un consigliere comunale di Colere, Giuseppe Belingheri, che accorse fra i primi, incontrò alcuni superstiti istupiditi. Inoltre egli scorse sulla riva sinistra del Dezzo, cioè davanti alla parte del paese che costituisce una frazione di Azzone, alcune forme umane che facevano cenni di dolore e di invocazione. Le due frazione di Dezzo, Dezzo di Colere e Dezzo di Azzone, sono gettate in fondo alla valle, dove il sole giunge di rado e senza colore. Per avere soccorsi il Belingheri dovette salire, per 500 metri di dislivello, alla Cantoniera della Presolana, dove abbatté l'uscio d'una cabina telefonica e lanciò lungo la linea un appello disperato.
Da Colere, da Azzone, da Vilminore scendono uomini terrorizzati, che avevano intuito senza vederla la spaventosa sciagura. Quelli di Colere ebbero i primi allarmi da un denso fumo che si levò dai vecchi forni delle fonderie di ghisa, che esistevano a Dezzo sotto un roccione della riva sinistra: forni che la gigantesca massa d'acqua spense e polverizzò. Accorsero temendo un incendio e videro la scena terrificante.
Il sindaco di Colere, Antonio Bonomi, scendendo a valle, trovò sulla riva destra le sole quattro persone superstiti, tra cui due ferite. "Dezzo è distrutta" gli dissero. "Da chi? Perché?". Le domande rivolte ai disgraziati, inebetiti dal terrore, restavano senza risposta, sino al momento in cui si seppe che la diga del bacino di Gleno si era improvvisamente aperta, gettando per un largo strappo un'ondata micidiale come una tromba marina sulla vallata.

La ricerca delle vittime

La singolarità di questa atroce tragedia, originata indirettamente da una forza umana e compiuta dalla forza della natura, sta nella fantastica rapidità e nella spaventosa violenza. La stessa violenza ha soffocato ogni voce. Anche quest'oggi Dezzo, brulicante di uomini affaccendati, è muta come un sepolcro.
Ed è anche un sepolcro. Alle prime diciotto salme raccolte in due gruppi, nel cimitero insozzato dalle onde fangose e in una casa sommersa da una mostruosa ondata che vi ha accumulato sopra e intorno pali divelti e piante sradicate, si aggiungono lentamente altri cadaveri, che il piccone toglie dalla sabbia.
Il flagello, abbattendosi sulle povere casette di Dezzo, è stato arrestato da un enorme roccione, che sorregge una casa e che lo ha deviato, lanciandolo sulla frazione di destra. Ma l’immane ondata ha lasciato oltre il roccione una diga improvvisata di sabbia e di fango, alta qualche metro. Con questa manata ciclopica di terriccio ha murate vive alcune creature umane che stavano nelle casette della riva sinistra del torrente.
Qui sono cominciate oggi le prime ricerche. Cinquanta uomini, diretti dall'ingegner Giuseppe Sassi del Genio Civile di Bergamo, si sono dati agli scavi, incitati dalle donne atterrite e lacrimanti. Al tocco sono sopraggiunti cinquanta pompieri bergamaschi e i pompieri di due ditte private di Bergamo e di Ponte San Pietro, carabinieri, militi fascisti e dell'assistenza pubblica.
Alle 14 uno dei montanari che scavavano al sol piccone e carezza lentamente con una mano la sabbia, soffiandola via adagio adagio. Aveva scoperto un braccio umano che affiorava. "Presto una barella" gridò un milite dell'assistenza. Carabinieri e militi si precipitarono. I curiosi che si affollavano sull'orlo dello scavo furono allontanati, poiché il terriccio stava per cedere. A palate, ora vigorosi, ora lentissime, gli scavatori procedettero nel loro lavoro, con una pietà nuda e semplice che commuoveva.

Riconoscimenti pietosi

Ecco la mano, poi una parte del tronco, poi il viso. Oh? L'espressione di quel volto che si maschera lentamente tra la sabbia e rivela l'ultimo angoscioso istante di vita, istante di stupore e di terrore. Il cadavere appare lentamente: è tutto aggrovigliato con sbarre di un carro ed ha gli occhi rivolti a cielo. La morte gli ha soffocato con una manciata di ghiaia l'urlo che stava per uscire dalla gola.
Il disgraziato è interrato profondamente, tanto che i tre scavatori debbono faticare oltre un'ora per estrarlo. A ogni colpo il fratello del morto, uno dei pochi superstiti, accorre a carezzare il volto del dissepolto, tutto giallastro e chiazzato di bruno. Poi si batte la fronte disperatamente e va a sedersi tra un circolo di compaesani che lo confortano. Ritorna ancora e gli sterratori, per tenerlo lontano e per evitare nuove angosce, gli sussurrano: "Lè minga lu", oppure: "Gh'è temp, gh'è temp". Uno di essi viene colpito da malore, ma un altro lo sostituisce prontamente.
Quando l'opera pietosa è finita, sei uomini raccolgono il corpo contorto e maciullato e lo pongono sulla barella, valicando a stento la diga di sabbia e di detriti che colma la viuzza vicina. Il piccolo corteo si dirige al Cimitero, ma è arrestato da un gruppo di donne scarmigliate e rauche che vogliono vedere. Il parroco di Azzone, che ha perduto quattro compaesani travolti fra le macerie di Dezzo, le allontana e prepara l'ultimo ricovero alle salme.
Con lui si aggirano attivamente per il paese altri sacerdoti delle vicinanze: il parroco di Colere, cauto e tremante, il parroco di Vilmaggiore, don Pietro Rudelli, che è sceso dal suo paese - salvatosi dal flagello come Vilminore, Azzone e Colere - e ha visitato Bueggio, un gruppo di case che sta quasi allo sbocco della valle di Gleno a oltre un'ora da Dezzo.

Le devastazioni sopra Dezzo

La bufera infernale ha atterrato a Bueggio la Chiesa e una casa. Tre persone che si trovavano nella Chiesa, il sacrestano e due donne, furono aspirate dal turbine e lanciate nell'ignoto. Il parroco, don Pietro Rota, fu gettato lontano oltre 100 metri dallo spostamento dell'aria ed ebbe una mano schiacciata dai rottami di un ponte. Fu trasportato all'ospedale di Vilminore, dove oggi soltanto un medico ha potuto salire a visitarlo. Gli altri feriti di Bueggio, una decina, furono raccolti e trasportati nel vicino paese di Teveno.
Prima di piombare su Dezzo, la rovina si è abbattuta su tre centrali elettriche: una a Molino di Povo, dove rimasero uccisi tre meccanici e un assistente, la seconda a Valbona dove furono fulminati il direttore con la sua signora e uno o due figli e tutto il personale, la terza - quella del Consorzio idroelettrico, - a Dezzo dove restarono uccisi la signora del direttore, una sua bambina e tutto il personale. Pochi resti della povera signora sono stati recuperati e raccolti in un sacco. Il direttore si era salvato per puro caso, essendo partito da casa un'ora prima del disastro.
Una baita sopra a Molino di Povo e un'altra baita fra la seconda e la terza centrale furono spazzate via come fuscelli, con le persone e col bestiame che vi stavano. Due frantumi di grossi tubi di conduttura di acqua, in ferro massiccio, sono stati interrati a Dezzo, come pagliuzze nella sabbia. Della centrale di Dezzo, rimangono soltanto il piccolo garage e un basamento di pietra.

L'orrore della Via Mala

Scagliandosi lungo la Via Mala, la fiumana ha lanciato formidabili ondate di fango sui fianchi della valle. Prati, alberi, case superstiti ne sono stati schiaffeggiati e insudiciati. Fra le ultime case dell'abitato e l'inizio della Via Mala, si accumulano lungo il ciglio di questa i rifiuti che il flagello, fendendo l'aria come un vomere colossale, ha gettato ai suoi lati.
La via è quasi ricoperta da pali, botti, materassi, porte, balle di fieno, imposte, armadi, alberi divelti dal suolo, che mostrano le radici all'aria, lavate e raschiate come da una macchina. Delle ultime case del paese restano solo le basi, altre meno di un metro e colme di fango. Di una di esse non rimane che l'impiantito lucido. Il legname, portato nella Via Mala, forma a tratti cumuli che si alzano come barricate a vietare il passaggio.
La via lungo la valle devastata è stata battuta dai carabinieri, che l'hanno percorsa risalendola da Darfo a Dezzo. Sei militi, col maresciallo Ponti, sono partiti da Lovere sabato alle 11 e hanno percorso la strada Camuna fino a Darfo, poi si sono inoltrati nella Via Mala, raccogliendo diciassette cadaveri sulla riva del torrente ad Angolo. Fra i morti il maresciallo ritrovò un suo vecchio conoscente, l'albergatore Franceschetti di Dezzo.
Da Darfo a Dezzo la strada misura meno d'una ventina di chilometri: i militi impiegarono venti ore a percorrerla, perché dovettero risalire per lunghi tratti sui fianchi del monte e superare così le vaste interruzioni, le frane e i crepacci che la tagliavano.
Allo sbocco della Val d'Angolo in Valle Camonica sono state distrutte altre due centrariere di Voltri. L'ardito canale industriale che corre sul fianco orientale della Via Mala è gravemente danneggiato in qualche tratto. A questi danni constatati sono da aggiungere le rotture di tre ponti: il ponte di Formello, a monte di Dezzo, il ponte fra le due frazioni di questo paese e il ponte sul torrente Rino, che è un affluente del torrente Dezzo.

Le prime opere d'assestamento

Gli ultimi due ponti sono stati sostituiti oggi come passerelle provvisorie dal Genio Civile. I pompieri di Bergamo hanno lavorato nel pomeriggio a consolidarle. Domani verranno iniziati i lavori di ripristino della strada che congiungeva Dezzo con Schilpario, strada che è ora franata e interrotta. Schilpario è da ieri completamente isolato. Occorre ridare a questo paese e le sue comunicazioni con le vallate di rifornimento.
Oggi nel pomeriggio si sono attivate le prime opere di assestamento: mentre forti squadre ricercano i cadaveri interrati, altre squadre di pompieri abbattono i muri pericolanti e aiutano lo sgombro delle case di Dezzo rese inabitabili cioè da tutte le rimaste, ad eccezione di 4.
I soccorsi affluiscono generosamente. Sulla strada che da Bergamo per Clusone conduce al Giogo di Scalve e scende a Dezzo le automobili si rincorrono rombando: giungono ambulanze, autocarri con rifornimenti di viveri, con plotoni di militi nazionali e carabinieri. Al Giogo, dove è ancora la Cantoniera della Presolana, una pattuglia ferma le vetture che ospitano soltanto curiosi, e questi sono obbligati a scendere a piedi i tornanti verso la valle devastata.
L'onorevole Bonardi ha fatto una visita a Dezzo nel pomeriggio, per un incarico del Governo. Vi si è incontrato col prefetto di Bergamo e col generale Gazzagne, comandante il raggruppamento alpino che ha sede a Bergamo.

Un doloroso censimento

Stasera il sindaco di Colere, da cui dipende la frazione di Dezzo che è stata quasi completamente distrutta, ha comunicato il doloroso lavoro di identificazione degli scomparsi. Egli ha presentato a un commissario di P. S. di Bergamo l'elenco di tutte le famiglie abitanti nella frazione quali risultavano dall'ultimo censimento e ha proceduto alla verifica dei mancanti. Prima di questo calcolo ufficiale si era già presunto che, su 175 persone che abitavano la frazione, ne rimanessero vive soltanto 5. A queste vittime vanno aggiunti i morti dell'altra frazione, che finora risulterebbero sette.
A. Ceriani

La storia e le caratteristiche degli impianti idroelettrici distrutti

Bergamo, 3 dicembre, notte.
Allo scopo di meglio formarsi un'idea degli impianti idroelettrici della valle del Dezzo e della importanza delle opere che sono andate distrutte, è opportuno seguire le opere stesse sulla carta oroidrografica.
Sotto Schilpario, alla confluenza del torrente Vo col Dezzo, una prima diga convoglia l'acqua in un canale che si svolge nei prati sopra Azzone e che, con un salto in tubazione di metri 240, animava la centrale elettrica di Dezzo, siturata nel fondovalle, a monte dell'abitato di Dezzo e prima della confluenza con la valle di Gleno.
Lo scarico di questa centrale, di volume scarso, fornito all'acqua del torrente Povo, veniva nuovamente raccolto da una diga appena a monte delle pronte e sul Dezzo e convogliato in un canale dello sviluppo di nove chilometri, in molta parte in galleria, che portava le acque in territorio di Mazzunno, dove muovevano una seconda centrale, con una caduta forzata di metri 225. Questa centrale era di una potenza tripla della prima per il maggior volume d'acqua di cui, in confronto, poteva disporre.
Le due centrali marciavano normalmente in parallelo, e l'energia elettrica alla tensione di 12.000 volt mediante una linea trifase, superato il valico della Presolana, veniva utilizzata fino allo sbocco della valle Seriana dalle ditte comproprietarie, formanti il Consorzio idroelettrico del Dezzo e che sono, come già è stato detto, il Cotonificio Valseriano di Gazzaniga per il 50%, la ditta Gioacchino Zopfi di Ranica, per il 33% e la Società Italiana dei Cementi per il 17%. Queste due centrali, da una disponibilità di 6000 cavalli vapore in tempo di morbida, scendevano nelle magre invernali a 3000.
Quaranta metri a valle dello scarico di questa seconda centrale nell'alveo del torrente Dezzo (che lungo il percorso aumenta fortemente di volume per le numerose ed abbondanti sorgenti che scaturiscono nella valle) un'altra diga convogliava le acque in un terzo canale, sempre sulla sponda sinistra, e le portava sulla centrale a valle dell'abitato di Mazzunno, meglio conosciuta come la centrale di Angolo, perché era situata in fondo alla valle di fronte a quest'abitato. Questa centrale era di proprietà della Società Elettrica Bresciana e sviluppava in portata media 4000 cavalli.
Finalmente l'acqua era nuovamente raccolta e per un minor salto, ma il maggior volume, per l'ultima centrale delle Ferriere di Voltri a Darfo, della potenza media di altri 3000 cavalli. Complessivamente, dunque, prima della formazione del bacino del Gleno, la valle del Dezzo aveva quattro centrali elettriche, capaci di produrre una forza media di 12.000 cavalli.
Il massiccio del Gleno si eleva a metri 2852 dalla catena spartiacque tra la valle di Scalve e la valle Seriana, ed i suoli abbondanti e quasi perpetui nevai alimentano da una parte e i corsi d'acqua del piano del Barbellino e delle valli di Bondione e Lizzola, e dall'altra, in valle di Gleno, il torrente Povo che passando tra Oltrepovo e Vilminore sfocia nel Dezzo mezzo chilometro a monte dell'abitato.
Fu il compianto ingegner Gmur che ebbe l'idea di creare uno sbarramento in un punto opportuno di questa valle per fermare un ampio bacino di raccolta d'energia idrica latente. I lavori per la formazione del bacino vennero iniziati nell'anno 1918 e proseguirono, attraverso vicende diverse e modifiche di progetti, per ben quattro anni, così che solo l'anno scorso si iniziò il periodo d'esercizio per conto di un'azienda elettrica che l'ebbe a prendere in locazione per un periodo di 20 anni.
Non è il caso di soffermarsi a descrivere il sistema usato nella costruzione della diga di sbarramento, così detta ad archi multipli, che è una delle più moderne concezioni dell'ingegneria idraulica. Diremo solo che essa sorgeva a 1500 metri sul livello del mare e che 400 metri più sotto esisteva una prima officina elettrica, alimentata direttamente dal bacino, e successivamente ne sorgeva una seconda, detta di Vo, alimentata dallo scarico della prima. Le due centrali avevano la potenza media complessiva di 10.000 cavalli.
Fu l'acqua raccolta in questo enorme bacino di 8 milioni di metri cubi di capacità, che a causa dello sfasciamento di una parte della diga, si abbatté sulle costruzioni a valle, annientandole tutte e riducendo così a nulla un'opera grandiosa, creata con tenaci studi e fatiche in una lunga serie di anni, e seminando la strage, la desolazione, la rovina, la disoccupazione forzata, lo spettro della miseria, in due fiorenti ed industri vallate delle province di Bergamo e di Brescia.

Ciò che si dice al Ministero dei Lavori Pubblici
Informazioni del Sottosegretario onorevole Sardi

Roma, 3 dicembre, notte.
Sul tremendo disastro bergamasco-bresciano l'onorevole Sardi, sottosegretario ai Lavori Pubblici, ha fatto ad alcuni giornalisti dichiarazioni tecniche ed ha dato notizia sulle prime disposizioni rese dal Governo.
L'altezza massima raggiunta dalla diga del Gleno nella gola in corrispondenza del paramento a valle - ha detto il sottosegretario - era di metri 50,20; l'altezza massima degli speroni su cui si impostano le volte era di metri 29,50; il franco totale lasciato sulla diga era di metri 2,50, essendo il pelo massimo di ritenuta normale a quota 1548. La diga risultava, in definitiva, di una diga in muratura di grande raggio, sormontata da una diga ad archi multipli di altezza totale di metri 29,5; la lunghezza totale della diga era di metri 254, in corrispondenza dell'asse della passerella superiore; la larghezza si riduceva in basso a metri 4, in corrispondenza del greto del fiume. Attraverso lo sfioratore era possibile smaltire, quando il pelo del serbatoio era alla quota 1549, una portata d'acqua superiore a 50 mc. al minuto secondo, portata che risultava superiore all'afflusso del bacino imbrifero e superiore in tempo di piena straordinaria di circa 12 mc. al minuto secondo. L'afflusso massimo che si era riscontrato nella località al punto di Gleno, secondo i dati forniti nel progetto, fu nel novembre 1916, in condizioni di piena eccezionale, di circa 6 e 7 mc. al secondo.

Le indagini sul disastro

Il progetto presentato al ministro dei Lavori Pubblici dalla ditta Galeazzo Viganò era corredato da una relazione geognostica del 20 ottobre 1920 del professor Torquato Taramalli di Pavia, il quale dichiarava le favorevoli condizioni della località.
Quanto alle cause del disastro l'onorevole Sardi ha detto che l'evento può essere stato determinato o da difetti di costruzione della diga, o da eccezionali precipitazioni atmosferiche, o da movimenti del terreno, specie nei punti di appoggio delle spalle della diga. Nessun giudizio può essere però emesso prima che vengano fatti gli opportuni accertamenti.
Il ministro dei Lavori Pubblici - ha proseguito il sottosegretario - non appena venuto a conoscenza del disastro, impartì telegrafiche disposizioni ai funzionari del Genio civile di Bergamo e Brescia, perché si recassero nelle località danneggiate con tutti i mezzi occorrenti per gli accertamenti del caso. I detti funzionari hanno dato continue informazioni telegrafiche al Ministero, e risulta che essi sono entrati prontamente in azione con squadre di operai per provvedere agli sgomberi e al ripristino del traffico. La sera stessa del disastro fu inviato in un sopralluogo l'ispettore superiore del Genio civile commendatore ingegnere Angelo Rampazzi, addetto alla direzione generale delle opere pubbliche in Italia settentrionale, perché assumesse la direzione del servizio, dando così un'ordinata e unica direttiva alle opere di soccorso. Per quanto il disastro sia grave e commuova profondamente, pure esso non deve determinare degli allarmi, che sarebbero ingiustificabili, circa tal genere di opere e di iniziative. In Italia in questo momento sono in corso molte iniziative analoghe, le quali daranno, completate, una grande ricchezza idraulica e elettrica alla Nazione, con ingenti benefici per la generale economia del paese.
Il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, che è composto da tecnici valentissimi, esamina con scrupolo i progetti ed è di piena e indubbia garanzia per la serietà di tali opere. Il bacino del Gleno, pur essendo importante per la sua ampiezza e per le utilizzazioni che ne derivavano, non era certo fra i maggiori; si pensi, ad esempio, che quello del Tirso è di 400 milioni di metri cubi e da esso dipende il risorgimento economico della Sardegna, la cui fertilità sarà posta in valore con grande vantaggio dell'economia del paese. Disastri simili sono avvenuti, anche più gravi, all'estero.

I progetti e le concessioni di derivazioni

La Tribuna ha raccolto alcuni dati relativi alla concessione dei lavori della diga. Si tratta di un'utilizzazione d'acqua della quale la ditta Viganò è concessionaria in virtù di un decreto prefettizio 31 gennaio 1917. Il torrente Povo riceve nella sua parte superiore e in destra la valle Saline, nella quale confluisce anche la Bella Valle e nella sua parte inferiore, anche in destra, il torrente Nembo. A valle della confluenza del Nembo nel Povo quest'ultimo torrente sbocca nel fiume Dezzo, alquanto a valle della confluenza del torrente Tino nel Dezzo stesso. La concessione del Prefetto di Bergamo consentì alla ditta due utilizzazioni: di derivare acqua dal Povo superiore mediante la costruzione di un bacino artificiale di ritenuta e scarico nella località detta Piana del Gleno, nella misura di litri 2,50 al minuto secondo, per produrre, col salto utile di metri 310,71 la potenza di cavalli dinamici nominali (H.P.) 1702,13 in una centrale detta dei molini del Povo: di derivare in sponda destra del Povo inferiore e in sinistra dell'affluente Nembo, nel territorio del comune di Oltrepovo, con prese d'acqua del torrente Povo al di sotto dello scarico della utilizzazione suddetta, il volume complessivo di litri 375 al minuto secondo per produrre sul salto utile di metri 182 la potenza di H.P. 914.035, con centrale elettrica a Valbona. La potenza dei successivi impianti risultava così di complessivi H.P. 2616,48.
La suddetta concessione fu fatta in base a progetti di massima, l'uno a firma dell'ingegner A. Toscana, l'altro, concernente varianti al bacino di ritenuta al piano di Gleno, a firma degli ingegneri Giovanni Zaretti e Giuseppe Gmur. Per difficoltà dipendenti dallo Stato di guerra, il Ministero accordò una proroga chiesta dalla ditta per la presentazione dei progetti definitivi. La proroga fu fissata al 30 settembre 1918. Il Genio civile di Bergamo approvò poi, in data 28 marzo 1921, il progetto del primo impianto, cioè quello del Povo superiore.
Il 13 dicembre 1922 il Genio civile informò il Ministero che la ditta aveva prodotto i chiesti progetti delle utilizzazioni sussidiarie del Povo inferiore, nonché un progetto per allacciare nell'impianto superiore, nel serbatoio di Gleno, la valle Saline col suo tributario Bella Valle, col contributo annuo di 200 metri cubi, cui corrisponde una portata media ridotta continua pari a litri 40 al minuto secondo, capace di produrre sul salto, alla centrale di Molini Povo, la potenza di H.P. 266.

Una diffida ministeriale

Su tutti questi progetti si sarebbe dovuta compiere un'unica istruttoria e il Genio civile avvertiva che intanto la ditta chiedeva la dichiarazione di urgenza e indifferibilità dei lavori per le derivazioni sussidiarie da Valle Saline e Bella Valle, dal Nembo e dal Tino.
Il Ministero, rilevato che si taceva sulla questione dello sbarramento al piano di Gleno e del relativo atteso progetto, richiamò prontamente il 21 dicembre 1922 l'ufficiale del Genio civile, affinché fosse fornito ogni altro elemento in proposito. Inoltre, anche quando il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, con un voto primo marzo 1923, ebbe a dar parere favorevole per la dichiarazione d'urgenza e indifferibilità dei lavori attinenti all'utilizzazione dei corsi d'acqua minori, il Ministero, prima di darvi esecuzione, impartì categoriche disposizioni al Genio civile affinché notificasse alla ditta un breve, perentorio a termine per la presentazione del progetto esecutivo completo relativo all'impianto del Povo superiore, con creazione di serbatoio al piano di Gleno.
Per coordinare poi ogni provvedimento sulla complessa utilizzazione avrebbe dovuto la Ditta presentare una riassuntiva domanda per l'esecuzione delle diverse varianti, con allegati i vari progetti, e su di essa si sarebbero esperite le pubblicazioni previste dalla legge. Solo dopo ottemperato a ciò il Ministero avrebbe dato corso alla dichiarazione d'urgenza dei lavori per le utilizzazioni minori deliberate dal Consiglio superiore. In seguito a tale pressione, il Genio civile di Bergamo informò il 31 maggio 1923 il Ministero che la ditta Galeazzo Viganò aveva presentato l'istanza riassuntiva in data 18 maggio 1923, nonché il progetto per il Povo superiore e lo sbarramento del Gleno. Assicurato il Ministero di tale adempimento, si diede corso con decreto ministeriale 5 luglio 1923 alla dichiarazione d'urgenza e indifferibilità dei lavori per le utilizzazioni minori.
Il Ministero aveva voluto inoltre assolutamente che la ditta producesse l'elaborato tecnico relativo allo sbarramento del serbatoio ad archi multipli.
Non appare dunque - nota la Tribuna - che la ditta si attenesse strettamente alle esigenze della pubblica Amministrazione. Vi fu anzi una regolare diffida. Ora si dovrà pronunziare il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici non appena saranno state eseguite le varie inchieste tecniche disposte dal ministro Carnazza. Il giornale si domanda però come, di fatto, la diga poté essere costruita e poté funzionare senza la regolare autorizzazione governativa.

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