L'Eco di Bergamo 5 dicembre 1923
Pellegrinando attraverso le rovine dal bacino del Gleno alla piana Camuna
(Dai nostri inviati speciali)
Sulla traccia della valanga sterminatrice

Bueggio, 4 dicembre.
(a.r.p.). Dopo la serataccia d'ieri, ero bene lontano dall'immaginare che stamattina il cielo completamente rasserenato ci avrebbe riservato la confortante sorpresa di una giornata di sole.
Mentre, di buon'ora, le squadre di soccorso riprendono febbrilmente il lavoro, lascio il desolante paese di Dezzo e mi incammino lungo il letto sconvolto dal torrente omonimo, rifacendo a ritroso la via percorsa dalla precipite e spaventosa valanga d'acqua.
Il valloncello della larghezza di pochi metri, in fondo al quale scorreva già gorgogliando il Dezzo, è ora trasformato in un selvaggio vallone largo in certi punti oltre 100 metri, tutto cosparso di detriti, di massi e di fango.

Una visita alla diga

Più su, dove la valle si allarga per accogliere le acque dell'affluente Povo che scende dal Gleno, svolto a sinistra e, passando sotto Vilminore e Bueggio, con tre ore di cammino, giungo fin sotto gli sbarramenti dal bacino del Gleno.
Il colossale sbarramento era teso ad arco attraverso una strozzatura della Valle di Gleno e si appoggiava a due massicce pareti rocciose; una serie di grandi arcate si rincorreva per una lunghezza di oltre 200 metri, poggiando sui piloni ciclopici. Ora la curva della diga è interrotta da un vuoto di un centinaio di metri; da quest'enorme breccia sì è rovesciata sulla val di Povo la spaventosa valanga liquida. Alle due estremità rimangono intatti alcuni piloni coi sovrastanti archi. Il primo crollo si sarebbe verificato al quattordicesimo pilone. Il bacino è interamente svuotato: una grande pozza d'acqua è contenuta dalla muraglia naturale su cui poggiavano gli sbarramenti.
La diga è già stata visitata da parecchie comitive di tecnici; il progettista ingegner D'Angelo vi ha fatto parecchi sopralluoghi insieme ad uno dei fratelli Viganò il quale si trovava a Vilminore al momento della catastrofe e assistette, esterrefatto, al vorticoso precipitare della tragica ondata. Il Cavaliere Viganò ci ha categoricamente smentito che il crollo della diga avesse avuto dei segni premonitori e che il guardiano, alcune ore prima della catastrofe, avesse dato un allarme telefonico, rimasto inascoltato.

Conversando col guardiano

Nei pressi della sua capanna-rifugio, che sorge un po' più a monte degli sbarramenti del grande bacino, ho incontrato il guardiano della diga, Morzenti Francesco da Teveno. Egli fu atterrito testimone della rottura della grande diga e per miracolo non fu la prima vittima del disastro.
Verso le ore sette, mi racconta il pover'uomo che non si era ancora rimesso dallo spavento, egli aveva ricevuto una telefonata dalla prima centrale idroelettrica di Bueggio: il direttore signor Piccoli gli dava ordine di regolare l'afflusso delle acque, per mettere in azione le macchine. A questo scopo il Morzenti era sceso ai piedi degli sbarramenti: dalle gigantesche arcate della diga gocciolava l'acqua, che formava delle pozze fra un pilone e l'altro.
Ad un tratto egli udì un “cium”: dall'alto una pietra era caduta in una pozza d'acqua.
-Strano!- pensò il guardiano. -Che ci sia qualcuno sulla cima del muraglione? Dopo pochi attimi un secondo masso si staccò dall'alto della diga e precipitò nella pozza d'acqua.
Il Morzenti, sorpreso, guardò in su e vide che si era aperta una fenditura in una delle arcate centrali, dalla quale l'acqua cominciava a gorgogliare. Intuì il pericolo e si lanciò con una corsa folle e disperata sopra un lato della Valle, mentre intravedeva che uno dei piloni di centro cedeva ruinando alla enorme pressione delle acque del bacino, trascinando con sé quasi tutta la diga.
I piloni e le arcate, legati fra loro da una salda armatura di ferro, quando cedevano trascinati da quel primo pilone in ruina, diedero al guardiano l'impressione come nell'aprirsi di un libro. L'ingente massa di acque contenuta nel bacino si riversò in pochi attimi lungo la valle del Povo come una gigantesca valanga.
Il Morzenti, abbattutosi al suolo quasi privo di sensi, ebbe conforto e aiuto dagli operai addetti al bacino (circa una dozzina) subito sopraggiunti dalle baracche riparate dietro uno sperone del monte.

La prima vittima

Bueggio, sino a pochi giorni orsono frazione di Teveno ed ora di Vilminore, era dominato dagli sbarramenti che gli sovrastavano come una ciclopica corona ad un'altezza di circa 500 metri.
La sua sorte avrebbe potuto essere ben più tragica, se la valanga d'acqua non fosse stata subito deviata alquanto a sinistra da una sporgenza di monte, che ripara l'abitato.
A monte della frazione, sulla sponda sinistra del torrente Povo, sorgeva una stalla di proprietà di Duci Giovan Maria, d'anni 45. Questi era sceso di buon'ora alla stalla per il governo dei dodici capi di bestiame che vi teneva custoditi. E fu la prima vittima inghiottita dall'ondata furibonda.
Ancora sulla sinistra del Povo, sorgevano la Centrale idroelettrica, un molino e alcune baite disabitate: tutto è stato spazzato via, senza lasciare la minima traccia. Nella Centrale, come fu detto, trovarono morte il direttore Daniele Piccoli con la signora Carolina Bezzi e l'operaio Morzenti Angelo di Teveno, che lascia la giovane moglie e due teneri figlioletti. Col molino scomparvero la sessantenne Duci Agostina vedova Morzenti e i due figliuoli Morzenti Domenico d'anni 24 e Maria d'anni 26.
Sulla sponda destra, come si sa, furono distrutti la chiesa, il campanile ed il cimitero, oltre ad una casetta disabitata. Tutte le case della frazione furono inondate sino all'altezza del primo piano; e se pure esteriormente appaiono intatte, all'interno offrono uno spettacolo di desolazione. Di alcune poi è seriamente compromessa la stabilità. Qui si ebbero altri quattro morti, mentre il Parroco riusciva miracolosamente a salvarsi, riportando però ferite multiple.
Di tutti i morti di Bueggio, non si è rinvenuto che il cadavere di una donna - la trentacinquenne Duci Angelina - spazzato via dalla bufera mentre rincasava di ritorno dalla Messa.

Portato via col campanile!

Del trentottenne Duci Pietro si racconta che, subito dopo la messa, fosse salito sul campanile per regolare il congegno dell'orologio; e s'inabissò con la torre che, prima ancora di essere investita dalla montagna di acqua, fu spazzata via dallo spostamento di aria.
La strada che dalla frazione di Bueggio scendeva al ponte sul Povo e alcune centinaia di metri di quella che, sulla sponda opposta, proseguiva per Vilminore furono interamente asportate. Dove sorgevano dense pinete sulle ripide sponde del torrente, ora biancheggia un vallone, irto di brecciame e solcato dalle torbide acque, attraverso il quale alcune squadre della Milizia Volontaria e di terrazzani stanno alacremente riattivando il passaggio. Insomma, anche qui come lungo tutta la valle per dove passò il flagello sterminatore, il paesaggio è addirittura irriconoscibile. Gli stessi valligiani stentano a riconoscere i luoghi dove sono nati e cresciuti; il forestiero poi, che per la prima volta salga a visitare il teatro della catastrofe, difficilmente può formarsi un'idea approssimativa della rovina seminata dalla valanga immane.
Sulla strada da Bueggio a Vilminore, ho visto dei massicci piloni di ferro, reggenti i fili dell'energia elettrica ad alta tensione, schiantati e ripiegati su se stessi come alberelli: essi furono appena appena risparmiati dalle acque, che non giunsero che a lambire la loro base, ma cedettero all'impeto della colonna d'aria concomitante a quella dell'acqua. Lo spostamento d'aria fu tale che, in tutta la valle, gli abitanti ignari ebbero l'impressione che si trattasse di una scossa di terremoto.

“Come il terremoto!”

Il Reverendo Arciprete di Vilminore, al momento della catastrofe era in chiesa; quando improvvisamente la luce elettrica si spense e si udì un rombo spaventoso. Uscì sul sagrato ed ebbe l'impressione che il paese fosse soggetto ad una scossa di terremoto. Fu investito da un vento impetuoso che per poco non lo abbatté al suolo; affacciatosi sulla Val Bona, vide dapprima divampare una altissima fiammata seguita da una densa colonna di fumo nero, poi scorse l'ondata torbida e vorticosa che sommerse tutto il fondo della Valle, già verde di prati e di pinete. La fiammata si era sprigionata dalla sottostante centrale idroelettrica, la seconda della serie, che fu spazzata via dalle acque.
Vilminore ha avuto quattro morti: due operai della centrale distrutta, una donna scesa al governo del bestiame in una stalla a valle di Bueggio e un mugnaio scomparso a Dezzo.
La valanga d'acqua, sboccando dalla valle del Povo in quella del Dezzo, si abbatté contro la sponda sinistra di questo torrente, facendo precipitare il fianco della montagna; poi riprese la sua marcia sterminatrice lungo il corso del Dezzo, raggiungendo il paese che da esso prende il nome. Nell'urto delle correnti, il Dezzo rigurgitò a monte, provocando il franamento di un notevole tratto della strada che conduce alla frazione Sant'Andrea di Vilminore.
Dalla strada massicciata che correva lungo il Dezzo sino al bivio per la Cantoniera e per la Via Mala non esiste più traccia. Per collegare questo centro con Vilminore, squadre di lavoratori stanno praticando un passaggio attraverso la bolgia in fondo alla quale ora serpeggia tranquillo il torrente.

Sulle tenebre della morte
Le luci della carità

Dezzo, 4 dicembre.
Sono arrivato a Dezzo insieme ai colleghi che hanno proseguito per il Gleno. Inutile ormai riferire le impressioni che si riportano davanti allo spettacolo di immersa desolazione.
Dezzo non è più che una tomba immane intorno alla quale la milizia nazionale e reparti di fanteria stanno già lavorando per strappare le vittime ferocemente contese dalle braccia possenti di tutto un cumulo di fango, e di rottami.
Entro le poche povere case ancora rimaste, vedo uomini dalle larghe spalle, dal volto spaurito per la terribile visione, lavorare a ripulire (la parola è veramente impropria) i poveri tuguri invasi da accumuli di mota.

Alla ricerca dei cadaveri

Oggi stesso alla Milizia Nazionale ed ai reparti di fanteria si è aggiunta la intera terza Compagnia del Genio zappatori al comando del capitano Moscheri, il quale mi dice che la compagnia stessa rimarrà sul posto fino allo sgombero compiuto.
Accanto alla casa Siletti, sulla sponda destra del Dezzo, alcuni dei zappatori (con una rapidità veramente vertiginosa) piantano baracche per i muli e le salmerie, mentre gli altri loro compagni si sono distesi sul massiccio che rinserra i poveri morti per aggiungere la propria all'opera di sterro degli altri.
Assisto al rinvenimento di un cadavere. È un uomo sulla trentina, certo Bettineschi Giovanni, calzolaio. È stato trovato con le braccia allargate e con l'agucchiata di spago ancora tra le mani. Era per lui appena cominciata la giornata del buon lavoro quotidiano, quando la giornata del vivere gli fu spezzata nel più tragico tramonto.
La salma del poveretto tutta ricoperta di fanghiglia venne trasportata nella cella mortuaria del cimitero.
Posso incontrarmi con la moglie del poveretto. Impossibile dire la desolazione di questi incontri. Quello che si prova, va a scriversi nell'anima; la penna non lo sa ridire. Vengo a sapere da questa povera donna che rimane sola con tre figliuoli. Un quarto dei suoi figli che aveva otto anni, fu sorpreso dal cavallone macabro mentre stava oltrepassando il fiume per recarsi da Dezzo di Azzone a Dezzo di Colere.
- E voi, le chiedo, dove eravate al momento della tragedia? -Ero in casa. Ho sentito come un vento impetuosissimo. Spaventata mi sono presa in collo il più piccino dei miei bambini, e trascinandomi dietro gli altri due ho infilato un vicolo che conduce verso la montagna. Un minuto dopo la mia casa non esisteva più.
E la poveretta scoppia in un pianto angosciosissimo.
Da un povero vecchio apprendo poi (ma non mi è dato, per quanto abbia fatto, di poter controllare la notizia), ch'è stata rinvenuta una mamma, certa Battaglia Giuseppina, maritata Grassi, col suo bambino che riposava ancora sul gelido seno materno. La dolcezza del soavissimo amplesso con cui lo di spretto di morte soffocava, nella tremenda tragicità d'un istante, le due povere creature.

Gli esuli di dopo morte

Sto osservando l'opera di scavo che compiono i militari dalla parte di Dezzo di Colere. Osservo stando sopra un cumulo di macerie che servono di scala alla casa parrocchiale che si erge sopra un funebre massiccio, alto a vegliare il cumulo delle morte cose, osservo alla sponda opposta e vedo soldati intenti a caricare sopra un camion casse da morto, approntate da falegnami improvvisati perché la necessità urge e non ha legge.
Mi affretto verso il luogo in cui si svolge il triste e pietoso lavoro, attraverso la passerella lanciata sul torrente.
Alla casa Siletti, i soldati e i militi collocano nelle bare i poveri morti che ormai sono stati identificati, sotto la sorveglianza e soprattutto dietro le preziose indicazioni del parroco locale, di quello di Colere e di don Aquini di Azzone, ai quali è doveroso tributare qui un pubblico elogio come a quelli che, -a detta del cancelliere Renzo Forzenigo, della pretura di Vilminore e Clusone- sono riusciti i collaboratori più preziosi nel disimpegno dell'opera delicatissima e faticosa, alla quale il vice-pretore avvocato Angelo Pasinetti ed egli medesimo il prefato cancelliere, hanno dovuto por mano in questi terribili momenti.
Alla casa Siletti, i soldati ed i militi della milizia nazionale hanno ricomposto -una ad una- ben quattordici salme nelle rispettive bare.
Undici di queste quattordici salme sono state riconosciute fino da ieri, oggi si sono riconosciute queste tre: Piantoni Matilde di Luigi da Teveno, Bettineschi Giuseppe fu Domenico e certa Maestri in Pedrini.
Quando le quattordici bare sono tutte caricate, il camion parte per trasportarle al cimitero di Colere, accompagnate dal parroco di quella parrocchia.
Altre sette salme invece del minuscolo cimitero del Dezzo, sono state trasportate con due carri ad Azzone.
Ne raccolgo i nomi. Sono: Lenzi Luigi fu Andrea, da Dezzo di Azzone; Ravelli Dora figlia dello stradino della Via Mala; Morandi Nerina, maritata a Bettineschi Gaetano da Azzone; Pedrocchi Francesca di Andrea; Bettineschi Flaminio di Alessandro; Bettineschi Amadio di Flaminio; Pedrocchi Andrea fu Angelo.
Mi scopro, recito un de profundis unitamente ad alcuni pochi che assistono alla partenza per l'ultimo pellegrinaggio di queste povere salme, che già così violentemente strappate alla vita, si veggono ora -da una crudele necessità- contesa nel proprio paese anche quell'ultima zolla che la pietà cristiana sa convertire in un altare di sante memorie.
E penso intanto a tutti gli altri che sono ancora sotto la mota, fra i macigni, incastrati nelle macerie; penso a quelli che si troveranno domani, ed a quelli che imputridiranno nella tragica tomba ignota.
Il camion sbuffa da una parte e si avvia verso Colere, col suo macabro peso, cigolano i poveri carri dalla parte opposta recando ad Azzone questi esuli di dopo morte. Addio, povere reliquie della ventura! Che importa se non vi raccoglie il vostro piccolo cimitero, fatto esso pure squallido di tutte le sue croci, perché anche su di esso si è rovesciata la furia devastatrice onde voi foste stroncati? Che importa? Qui, in questo vostro piccolo cimitero, dopo una morte meno tragica, voi avreste avuto tributo di lagrime e di suffragio solo da quanti vi erano vicini per ragioni di parentela o di amicizia, oggi -o esuli di dopo morte- voi siete i cittadini di tutti i cimiteri della Patria e sulle vostre salme lagrimate discende la universale preghiera!
Seguo coll'occhio i convogli funebri finché sono scomparsi su per l'erta montana. La preghiera di suffragio mi balza prepotente dall'anima, mentre il ciglio mi si vela di lagrime...

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