Il Secolo 05 dicembre 1923
Le prime risultanze sulle responsabilità per la catastrofe del Gleno
Ciò che racconta l'unico testimone del crollo del bacino
(dal nostro inviato speciale)

Clusone, 4 notte.
Ritorno come un pellegrino perduto, per la montagna bianca di neve, sotto alla quale si è scatenato l'uragano mostruoso. Riattraverso la triste piattaforma del Dezzo di Colere. Qualcuno piange, vicino a me. Come tutto è cambiato! A prima vista il nuovo venuto non può rendersi ragione. Trova un enorme letto di torrente popolato di banchi di sabbia rossa. E l'acqua che corre alla sua foce.
Erano qui, proprio, le case, disposte in doppia fila, ai lati della via provinciale! Nemmeno le fondamenta le ricordano. Tutto è stato sommerso, spazzato via dalla furia del turbine. Vigila ancora dallo sprone di Collere, sul massiccio funebre, la casa parrocchiale, alta, con le imposte e le porte sgangherate. All'altezza del secondo piano, l'acqua s'è fermata i piedi di un Gesù biondo, dipinto sul muro calcinoso, in campo azzurro. È discesa. Passata oltre. S’intravede il foro sbrecciato della cantina buia. Il gruppetto delle catapecchie rimaste, sembra intirizzito sotto una spolveratura di neve. E nel silenzio il lavoro delle pale e delle vanghe, risuona ritmico, tra l'ondeggiare delle squadre, che cercano in qualche modo di ristabilire la via di comunicazione coi paesi rimasti isolati: Teveno, Vilminore e quello che fu Bueggio, lassù, sotto il Gleno.

L'orribile scenario

L'opera della natura è mastodontica e convulsa, in questo orribile scenario del paese senza sole, Dezzo. Dove il ponte sul Rino scavalcava il torrente, incomincia la deformazione più tragica, in una palude di fango. C'è un vecchio prete che dice preghiere, e tenta col bastone, qua e là. Talora si sofferma. Crolla la testa. Vedo il suo volto, affilato, reso più magro dalla ombreggiatura della barba argentea, rigarsi di lacrime.
È don Giacomo Arici, il parroco di Collere.
- Che cosa cerca reverendo? - gli chiedo con dolcezza.
"- La mia chiesetta! La mia chiesetta del 500! Avrei preferito fosse andata giù la parrocchia! Pensi a coloro che torneranno, domani! Senza casa, senza famiglia, senza chiesa!
Se ne va, tra l'andirivieni dei gregari della Milizia. Quattro soldati trasportano delle bare di legno greggio, squadrate e inchiodate alla brava. Una dopo l'altra. 14. Le depositano sul camion che le condurrà al cimitero di Collere, piccolo, bianco, nuovo perché l'acqua ha portato via le croci e le lapidi. E contro il carico funebre, il gruppo vivo degli uomini di legge, il procuratore del Re, il pretore, il cancelliere, il prete, catalogano, inventariano, annotano: nell'opera difficile di identificazione.
- Questi anelli! - mi dice il pretore di Clusone. - Sono bella signora Piccoli. Hanno servito a farla riconoscere. La "vera" porta incisa la data del suo matrimonio e il nome. Quest'altro? È del fornaio, che aveva il suo negozio là, in faccia. E quest'orecchino, vede quest'orecchino?...
È un povero fronzolo di similoro, con uno strass bianco come un occhio accecato: una civetteria di ragazza di paese. È della Matilde Piantoni, la servetta di casa Ronchis che hanno trovato stamane...

Il corteo degli scavatori

Ed ecco, ritrarre su dalla sabbiaccia tremante, anche una bambina di sei o sette anni, col volto contratto in una smorfia di sorriso; e venire innanzi il corteo pietoso degli scavatori, che portano ancora tre cadaveri, tolti dalle rovine di casa Franceschetti. Le pale frugano la savana mobile, tentacolare. E cerchiamo il sentiero, che ci conduca lassù.
Ma dove arrampicarsi, mio Dio, in questo limo giallo che ci incolla nella sua presa? Un senso di sgomento ci assale. Più in alto ritroveremo la strada, oltre il dorso di un monte squallido, rosso e pettinato dalla corrente, che proprio in questo punto si scatenò con una violenza oceanica. Siamo alla conduttura della Centrale Pesenti. Un burrone profondo s'apre nel ventre della montagna, già colmato per più di dieci metri d'altezza da macigni e da fango.
Poi, l'insenatura si allarga in un vasto cerchio infernale. Nel diametro immenso, i residui della valanga si sono accumulati in orribili aggrovigliamenti. Tronchi d'albero, e di radici, stroncate, sfibrate, sfrangiate, danno al paesaggio una caratteristica di scena, che è sempre immaginata dalla fantasia del Dorè. Qui, l'ondata rigurgitò in un lago fittizio, che dovette raggiungere almeno un'altezza di 60 metri. Superò promontori. Abbatté pali di ferro delle condutture elettriche quadrangolari. Li svelse come rami. Si rovesciò, abbandonando il letto conteso dai torrenti, fra le abetine.
Dove gli uomini stabiliscono il proprio focolare e la distruzione passa e livella tutto come nei paesi che abbiamo attraversato, lo spettacolo che pure è terribile, non è così sconvolgente come in quest'orrida esplosione di macigni e d'acqua, le cui vie sono segnate dagli scheletri degli alberi scortecciati di rosso e di giallo. Qui si sente la mostruosa e brutale forza della natura scatenata, che sembra volersi purificare nella elevazione delle nevi abbaglianti come le capigliature dei vecchi.
Ed è in questa sensazione di stringimento d'anima che continuiamo a salire per ore, nella montagna: fino allo sbarramento di Gleno, dove sono già stati l'Ingegnere Forti della Commissione ministeriale, Ludovico Goisis delle Acciaierie Lombarde, ed un gruppo di altri tecnici, con l'Ingegner Mina, l'Ingegner Salvedè, l'Ingegner Ferrerio, ingegner Marinoni.

L'angoscioso interrogativo

Al di sopra di Bueggio, la piramide del Gleno - 2852 metri - candida, appare. La diga, come una rastrelliera sfondata, mostra il varco dell'acqua, dai suoi tronconi. A sinistra, nei tredici archi appoggiati ai piloni, si rivela la ferita inferta in un colpo solo. Il muraglione del vaso, che porta al centro la paratia di scarico, si distende massiccio come una corona.
Questa prima parte -dicono- fu costruita di blocchi di conci di granito, impastati con materiale prodotto sul posto. Si era nel ‘18, e v’era penuria di cementi. A questo blocco di fondazione, lavoravano tre cottimisti di Bergamo. La diga, iniziata come diga a gravità, fu proseguita, ad un certo punto ad archi multipli.
E qui, l'indagine si fa difficile e delicata. I materiali adoperati non tenevano! Vi fu sabotaggio da parte operaia, se si era al tempo delle maestranze rosse? Vi fu speculazione da parte di appaltatori di poco scrupolo? Vi fu errore di calcolo nella costruzione? Mancò la sorveglianza all'impianto enorme, abbandonato alle cure di un solo guardiano?
Vedremo, quando saranno vagliate le circostanze diverse, ed affioreranno le responsabilità definitive, se non vogliamo credere ad una di quelle vendette della natura, in cui gli elementi primordiali si abbandonano alla distruzione cieca delle cose create.
Ed intanto, ascoltiamo la voce del solo testimone della grande frana, che ci racconta con voce desolata. È il guardiano della diga, rimasto ancora lassù nella sua cabina. Si chiama Francesco Morzenti, detto il "Petasalti". Trentotto anni. Ha moglie, due figli. È di Teveno. Notte e giorno era chiuso nel suo nido d'aquilotto, in solitudine, e nel cerchio fragoroso dell'acqua che si raccoglieva nell'immenso bacino.

Il racconto del guardiano della diga

- La mattina di sabato - egli dice - alle 6.30 una telefonata mi avvertì che dalla centrale di Molino di Povo si chiede una immissione di acqua nel serbatoio comunicante. È lo stesso Ingegnere Daniele Piccoli, che parla all'apparecchio, come al solito. La voce arriva quasi indistinta e lontana. La comunicazione è finita. Attraverso la passerella correndo. La pioggia cade a scroscio, sulla rampa ancora in costruzione. Mi reco alle due manovelle che regolano le saracinesche. E sto aprendone una, quella che si governa a mano. L'altra è automatica e si chiama valvola a farfalla.
"A un tratto, sento cadere un grosso sasso. Un tonfo sordo. Mi volto sorpreso. Più nulla. Attendo ancora alla mia bisogna, ed attribuisco la caduta ad un frammento qualsiasi, avvenuto nella montagna. Da più giorni piove. Il fatto è naturalissimo. Ma immediatamente, un altro tonfo più vicino mi riempie l'anima di sgomento. Ed il fragore è accompagnato da un ondeggiamento di mare, come se il livello del bacino si abbassasse all'improvviso, in un colpo solo. Ho l'impressione che sia avvenuto qualche guasto, del quale non so spiegarmi l'origine.
"Corro verso la cabina, allora, per avvertire telefonicamente qualcuno. Ma non ho finito di ripercorrere la passerella, che tre piloni delle arcate si abbattono. È un attimo. L'acqua s'avvalla. Tutta la diga è scossa in un ondeggiamento solo. Sono al telefono. Grido: ven zò! ven zò tuscòs! Un boato enorme chiude la mia voce. Capisco che tutto è inutile, e per un istinto che non so spiegarli, mi getto fuori dalla cabina. Corro verso la montagna. Passa un minuto. Una eternità.

La colossale ondata

"La muraglia d'acqua gorgoglia con un fremito inumano. Sono inchiodato. Vedo il vaso svuotarsi di tutto il suo contenuto, precipitare giù la massa liquida, in un solo cannone. Sono istupidito, come se avessi messo le radici dei piedi nella terra ferma. A flotti, la cascata, s'incanala. Vedo travolgere gli alberi, schiantarsi e scomparire le case di Bueggio. Aiuto! Aiuto! Chi mi sente? Solo. La pioggia imperversa. Il campanile è ingoiato dalla mareggiata immane. In cinque minuti, tutta la diga si svuota. Rimane il fondo limaccioso. E pochi sassi che continuano a cadere verso Pianezza...
"Allora, scendo a Teveno, al mio paese. Piango e grido. Mi rispondono altri pianti e altre grida. Passa la giornata come in uno stato di pazzia, aspettando non so che cosa. Non tornerò più al mio posto. A che fare! Ed ecco la domenica mattina, giungere i miei padroni, i fratelli Viganò. Uno di loro, appena mi vede, si caccia le mani nei capelli, con un gesto di disperazione che non dimenticherò mai.
- Hai sentito? Hai sentito?...
- Padrone, padrone, quanti morti!...
- A Bueggio! A Dezzo! A Corna! A Darfo!
"Ha gli occhi pieni di lagrime. E piangiamo insieme, come due ragazzi
- Che debbo fare? Qui mi pesa stare fermo.
- E tu torna alla cabina a sorvegliare.
- Che cosa?
"E vuole che gli racconti come è andata. Così. Chi lo avrebbe immaginato?
- Ah, "Petasalti", che disgrazia!
"Corrono le donne dai paesi vicini, da Vilminore, dalle frazioni, dalle case isolate. Le notizie del Dezzo arrivano quassù. Tutto finito. In venti minuti!
- Andiamo lassù - dice il Viganò. - Andiamo a vedere...
- A vedere che cosa? Ormai... Basta che torni io... Lei se ne vada...".
E il Morzenti si passa una mano su gli occhi che hanno visto, come per cancellare l'immagine della sua disperazione.
I fratelli Viganò sono partiti. Alcuni uomini della Milizia nazionale li hanno accompagnati, più tardi. Temevano che potessero essere esposti alla rappresaglia insensata di qualcuno.

Gli accusatori

Ah, le case di Teveno, come sembrano nuove ed ospitali, in quest'angolo di raccolta tranquillità, che ci protegge! Ma un senso di squallore arido, il senso vivo della morte, incombe anche qui, ed ecco venirci in contro i testimoni, gli accusatori, gli storici.
- Come vi chiamate voi?
- Pietro Arrigoni, fu Giovanni.
- Che cosa avete da dirci?
- Circa un anno fa, lavoravo alla diga, con l'impresa Vitta che aveva l'appalto della costruzione. Il mio era un lavoro minuzioso, zelante. Mi licenziarono per poco rendimento. Avevano furia di finire...
- È vero - interloquisce un presente.
- Chi siete?
- Alessandro Piantoni, di Teveno.
- Che cosa fate?
- Presto servizio, attualmente, come carabiniere a Monza.
Non sappiamo che valore di testimonianza dare a queste affermazioni che si raccolgono, a semplice titolo di cronaca, e ridiscendiamo dal versante allagato, che la fiumana selvaggia ferisce ancora coi denti del suo satanico rastrello.
- Il bacino era pieno da parecchi giorni - ci dicono ancora. - Prima era più basso di quattro metri. Ma la pioggia torrenziale, lo sfaldarsi delle nevi!...
E ci ricostruiscono la fine di quel campanaro di Bueggio, salito sul torrione per caricare l'orologio, che si vede travolto col campanile intero, mentre le campane sferragliano disperatamente, e tutto è inghiottito nel gorgo che flagella, per un centinaio di metri.

Miracolo...

Bueggio offre dietro il suo sperone protettore, la visione nota e desolata, che negli altri paesi colpiti ci ha già tormentato con la sua feroce aggressione: il livellamento che ha scardinato altrove anche le fondamenta delle case. La colata lascia le sue vestigia collose, su cui si scivola, come su di una vernice maligna. Si ridiscende come se pattinassimo su questo strano terreno alluvionale, in cui gli scheletri degli alberi, deformano il paesaggio con le loro carcasse, che ora si incrostano come rossi polpi dai tentacoli aperti, ora si aprono come fioriture anatomiche di non so quali mostri preistorici.
La via, i viottoli, i sentieri si perdono in questo annientamento di ogni segno e di ogni traccia umana. Ed orientandoci sul Dezzo che ribolle fra le sue banchine come prima ci eravamo orientati sul Povo che ha ritrovato il suo letto, eccoci a ridiscendere verso la galleria Fusinoni, sotto la quale, un carrettiere sorpreso dalla corrente d'aria provocata dall'abbattersi della fiumana, è morto asfissiato. Ed è a circa 200 metri dall'imbocco della galleria, che si ripesca il cadavere di una donna, ancora avvolto nelle lenzuola terrose che hanno sigillato il suo sonno mortale, nel vortice della corrente maledetta.
Il parroco di Bueggio, travolto con la sua chiesa, come il suo compagno Pietro Duci è stato travolto col suo campanile, è stato trovato sul margine di una voragine scavata dal cataclisma. Miracolo. Racconta don Rota al pretore che lo interroga nel piccolo ospedale di Vilminore.
- Ero rimasto ultimo in chiesa, dopo aver celebrato la messa, alle 7.30, circa. Ad un certo momento, ho avuto l'impressione di un vento impetuoso, che agitasse la porta. Mi sono avviato per chiuderla. Ho gettato uno sguardo di fuori, per vedere che cosa succedeva. E mi è rimasta l'impressione di aver veduto precipitare dalla valle superiore una specie di montagna d'acqua, con rombi e boati.
"Mi sono segnato. Gesù, aiutami! Ho tentato di rientrare. Inutile. Mi è rimasto il braccio dentro impigliato fra i battenti. E sono rotolato in un polverio d'acqua e di legna, mentre la Chiesa si spacciava sulla mia testa...”

La tragedia d'una madre

- È Fiorina Piantoni di Vilminore?
- È rimasta per trentasei ore ferita. In una stalla. È l'unica superstite della sua famiglia. Il marito è morto lungo la Via Mala. I figli sono stati arrembati dal fiotto della fiumana. Aveva tentato di salvarli, prima. Se li sentì intorno, cercandoli nel buio, a tastoni, per un istinto di maternità misterioso. Prima l'uno, poi l'altro. Ma dopo un attimo il maggiore scomparve. L'altro, il piccolo, lo sentì ancora vicino alla mano che lo cercava disperatamente. Ecco i capelli fini tante volte accarezzati, nel cerchio del viso che ride! Fa appena in tempo d'afferrarli, e le rimane nel pugno la ciocca bionda recisa...
Malinconico rosario disperato, che si sgrana nel racconto che non ha fine! Muta la vicenda, che termina con lo stesso singulto. E si rinnova l'orrore in queste attonite giornate di sole e di neve, nelle quali tutta la nostra ansietà è sospesa allo stridio delle pale, che scarniscono le trappole e i trabocchetti del fango. Appare un cadavere monco, l'inizio e la fine di una tragedia individuale, nell'atteggiamento di certi scavi pompeiani, come se partecipasse al coro macabro di questa vasta tragedia collettiva che ha per sfondo tre paesi e per personaggi 600 morti.
Enrico Cavacchioli

La pietosa opera di recupero
230 cadaveri nella zona di Corna

Corna di Darfo, 4 notte.
Anche oggi la giornata è stata intensa di lavoro intorno alla foce del Dezzo che ha tragicamente cambiato il suo volto.
Per la spianata, invasa dai macigni scaraventati dall'ondata infernale che sotterrò per sempre la bella Corna, operano fraternamente le camicie nere e l'esercito con inesauribile energia. Compiuti lavori di sistemazione dei servizi indispensabili al transito, le squadre dei badilanti e degli sterratori hanno provveduto a liberare dai cumuli di macerie altri cadaveri. Ogni tanto le barelle sono chiamate nel greto del torrente o in qualche località del piano o sulle rive dell'Oglio, per il trasporto delle salme, ma più spesso di brandelli di corpi umani.
I pietosi rinvenimenti si succedono con un crescendo spaventoso. Ogni cadavere che si disseppellisce richiama i valligiani superstiti che con ansia indicibile ricercano i loro morti. Tratto tratto il silenzio macabro e desolante della gente che cerca di scomparsi, addossandosi alle barelle o scendendo fra i detriti, è rotto da qualche pianto convulso o da qualche grido altissimo che indica un riconoscimento avvenuto. Il cadavere, seguito dai parenti, allora è recato fra gli altri cadaveri dei diversi depositi. Due ceri, un mazzo di crisantemi, una preghiera del prete, l'ufficio del pretore che appende a ogni salma un cartellino con l'identificazione del nome, e un altro morto è così allineato nell'interminabile teoria degli assenti.

Rovina senza nome

Le centinaia di cadaveri maciullati nei modi più orribili, agghiacciati e sorpresi dalla morte nelle movenze più tragiche, smembrati e decapitati, ormai hanno allenato i sensi di tutti coloro che qui lavorano senza tregua. Il dolore acerbo e sconsolato, che in tutti non eccita più la commozione, sì è tramutato in una indifferenza di annichilimento che turba gli spiriti. Abbiamo veduto poche ore dopo il disastro degli ammirevoli ragazzi della milizia toccare le vittime piangendo e in preda al terrore: ebbene, oggi, quegli stessi ragazzi, quando scovano, scavano dei resti umani con disinvoltura quasi impassibile, li ripuliscono, li lavano senza preoccuparsi, li stendono e compiono il trasporto.
L'impressione in tutti, più che dal cadavere, è data ora dai cumuli di casse mortuarie accatastate fuori dall'ospedale e in altri punti di Darfo e dalle carpenterie che lavorano da mane a sera per prepararle. Queste casse bianche, con una semplice e mal dipinta croce nera sul coperchio, formano lo spettacolo che ci richiama alla vastità della catastrofe. Pensiamo all'interminabile sfilata di bare che avrà luogo fra qualche giorno sullo sfondo di questa scena toccata tragicamente dagli artigli di una rovina senza nome.
Ormai è inutile raccogliere e raccontare altri episodi e chieder ancora notizie ai superstiti che si aggirano in preda al terrore sulla loro Corna distrutta, né vale né si deve distogliere un minuto solo i cittadini che compiono il loro dovere. I particolari scompaiono, mentre i cuori di tutti sono sotto l'incubo dell'ondata di morte che ha schiantato la vita della bella vallata.
Contemporaneamente alle recupero dei cadaveri che in questa zona ha ormai raggiunto il numero di 230, si lavora per il rifornimento dei viveri e del vestiario alle popolazioni rimaste incolumi. I servizi sanitari sono ormai in piena efficienza: le squadre dei pompieri e degli stradaiuoli provvedono con sollecitudine a riattivare nella maniera più completa possibile le comunicazioni.

Risalendo Val d'Angolo

Le visite alla zona devastata sono cominciate e si susseguono numerose. Mentre da Dezzo scendono per visitare le strade gli ingegneri del genio civile, da Darfo risalgono la Val d'Angolo i tecnici della provincia. Uno dei primi accertamenti tende a stabilire i danni subiti dal tronco della Via Mala.
Abbiamo tentato di risalire la Val d'Angolo per otto chilometri dal confine bresciano. La strada è completamente asportata e non se ne scorge traccia alcuna.  Dopo un breve tratto, che è minato però da pericolosi scoscendimenti e franamenti, la strada è scomparsa per oltre 5 chilometri e mezzo. Resta in piedi la galleria di Fusinone dove un carrettiere è stato sorpreso dalla corrente d'aria prodotta dal terribile mostro scatenatosi dal Gleno ed è morto asfissiato.
Alla Rovina dei Cani e più precisamente a Ponte del Ladro dove il Dezzo si ingolfa in una forra fra due dirupi di galleggianti e di macigni trasportati dal torrente ancora prima dell'attuale alluvione, si è determinata una ostruzione che ha fatto rigurgitare le acque sino a raggiungere il livello stradale e da penetrare nella sottostante galleria, formando una specie di canale che ha seguito la strada provinciale per circa un chilometro e mezzo, provocando la caduta della muratura e dei parapetti, nonchè lo scoscendimento di tutti i terrapieni stradali di diverse località.
Ritornando da Val d'Angolo, per chi conosca la zona ed è abituato, dopo aver camminato tra impressionanti orridi della Via Mala, ad affacciarsi verso la foce del Dezzo per ammirare l'incantevole paesaggio della Valcamonica ed il paese che qui prima di ogni altro s’incontra, la vista di questa tetra spianata su cui giganteggiano i macigni che seppelliscono le case di Corna, rabbrividisce. Altra gente, affacciandosi da Capeli dalla parte dei Massi o dal piazzale delle Ferriere di Voltri, è retrocessa coprendosi gli occhi e fuggendo spaventata. Anche oggi, dopo tre giorni, non sembra vera la fatale realtà di questa vasta tomba.
Da domani i soccorsi assumeranno un ritmo regolare e continuo. Dopo le visite del Sovrano e di Gabriele d'Annunzio, che sono state un conforto tanto gradito per i superstiti e per tutte le popolazioni del bergamasco e dal bresciano, verranno sistemati definitivamente i servizi e dati i cambi alla milizia nazionale, che è citata ovunque come magnifico esempio.
Autorità e tecnici hanno disposti già i piani dei lavori di ricostruzione e questi saranno quanto prima messi in opera perché presto risorga la vallata colpita dal flagello.
Il vicedirettore generale della "Edison" ingegner Ferrerio e l'ingegner Pietro Marinoni consulente tecnico della stessa società, si sono recati più su, dov'era il bacino del Gleno, per studiare le cause che possono aver determinato il crollo della diga. Come già abbiamo scritto, è la prima volta che una diga ad archi multipli si sfascia. È naturale quindi la preoccupazione e l'interessamento dei tecnici, anche indipendentemente dalle considerazioni di ordine sentimentale sugli spaventosi effetti che da tale crollo sono derivati.
- Siamo partiti da Milano, l'ingegner Ferrerio ed io - è l'ingegner Marinoni che riferisce - la mattina di domenica. L'automobile ci ha portati alla Presolana e a Dezzo. Alla Cantoniera si sono uniti a noi il commendatore Gosis e l'ingegner Mina delle Acciaierie e Ferriere Lombardo. Da Dezzo abbiamo risalito il vallone che era stato percorso dalla valanga, fino a Vilminore, dove abbiamo pernottato.

"Costruzione di un incompetente"

"A Vilminore abbiamo anche potuto parlare con l'ingegner Galeazzo Viganò, al cui nome è intitolata la società proprietaria della diga e del bacino idrico del Gleno. La villa in cui egli abita assieme ad alcuni famigliari, è guardata da militi della Milizia Nazionale e da carabinieri, perché contro l'ingegner Viganò si appuntano tre minacce. Tuttavia, pur sentendo l'enorme peso della responsabilità che la voce di quelle vallate fa risalire a lui, e mostrandosi angosciatissimo per quanto avvenuto, dice di non sapersene spiegare le cause. Egli mostra di credere che tutte le misure e tutte le precauzioni tecniche che si dovevano prendere per una costruzione di tale genere erano state spese. Ma non è inopportuno notare - soggiunge l'ingegner Marinoni - che l'ingegner Viganò, ottimo professionista in altri campi, non è personalmente un competente in fatto di impianti idrici. L'estensore del progetto del bacino del Gleno pare sia stato un ingegner Santangelo, che non conosco; e la traduzione in opera del progetto stesso venne, dall'ingegner Viganò, mandata ad un certo Vita, ex assistente presso un'impresa molto seria di costruzioni del genere, di impresa Cottini. Ma un conto è fare l'assistente, un conto è dirigere lavori come questi, che richiedono la presenza, gli studi, i controlli costanti di tecnici di altissima competenza. Il Vita, per quanto mi risulta, non è ingegnere, e neppure capomastro, e nemmeno geometra. Avrebbe cioè quella totale assenza di titoli, che può, con una certa pratica, portare giusto al grado di capo operaio o di assistente.
"La mattina di lunedì siamo saliti alla diga. Vi abbiamo impiegato un'ora e mezza, costretti a girare a mezza costa, senza guida di sentieri. Il fondo della Val di Gleno essendo in uno stato di impraticabilità facilmente immaginabile.
"L'abbiamo scorta assai prima di giungervi. Cioè ne abbiamo scorta la gran parte rimasta in piedi. La diga era costituita di 25 archi basati su ventisei speroni. Guardando dal basso, apparivano crollati dieci archi e 9 speroni a destra di uno dei due speroni di maggior mole. Il taglio appariva netto, nel senso dell'altezza. Ma una constatazione che ha una gravità eccezionale, abbiamo fatto quando ci siamo trovati sul posto: anche parte del gran blocco di fondazione della diga era stato travolto.

Il progetto

"Ci siamo trattenuti a lungo, abbiamo fatto rilievi e fotografie, abbiamo interrogato il guardiano della diga che ancora è sul posto. Per procedere con chiarezza nella ricerca delle cause, è il caso di distinguere tra quelle dipendenti, eventualmente da un indizio di progetto, e quelle dipendenti da un vizio di costruzione.
"Premesso che, com'è già stato ripetuto, il sistema di diga ad archi multipli è il più sicuro che si conosca: che un progetto del genere deve essere compilato da un tecnico specialista di alto valore: che il progetto deve avere le approvazioni del Genio Civile e del Ministero dei Lavori Pubblici: e fatte alcune riserve di dettaglio, mi sembra che l'idea tecnica ispiratrice della diga del Gleno sia stata buona. La località fu opportunamente scelta nel punto in cui la valle forma una strozzatura, restringendosi, al fondo, tanto da presentare una larghezza di soli 20 metri. Le rocce, specialmente nella parte più bassa, sono di arenaria compatta, sanissima. Un po' meno buone sui fianchi della Valle, ma sempre tali da giustificare l'appoggio della diga. In quel fondo dunque doveva poggiare la grande fondazione in calcestruzzo, così da creare la piattaforma di 32 metri di spessore, alta, in corrispondenza della maggiore profondità, 23 metri, destinata a reggere la parete del bacino, la diga vera e propria.
"La quale diga, ripeto, nella sua concezione tecnica sembra rispondere abbastanza bene a quelle che vengono normalmente adottate (alta metri 29,50; arco superiore di metri 250; sfioratore a superficie, con un "franco" di metri 2,30; spessore degli speroni metri 3,44 alla base, metri 1,90 al sommo, lasciamo andare, per ora gli altri dati).

Calce invece di cemento

"Come fu attuato il progetto? Con che materiale? Mentre in alcune parti ci è parso buono, in altre non c'è parso buono egualmente. Abbiamo trovato in talune connessure della calce idraulica invece che della malta di cemento. E abbiamo notato che la roccia, che l'incompatibile franamento del blocco di base ha lasciato scoperta, non presenta alcuna "risèga" ma è perfettamente liscia. E altri rilievi abbiamo fatto che mi esonero dal comunicare, in attesa dei risultati degli esami e dei calcoli di confronto che stanno facendo.
"Quanto ci ha riferito il guardiano, certo Francesco Morzenti di Teveno Oltrepovo, che abbiamo trovato lassù, credo che non debba essere preso alla lettera. Egli qualche volta si contraddice, qualche volta non ricorda. D'altra parte l'emozione che deve avere provato spiega le sue incertezze. Narra che, alle sette di quella tragica mattina, egli stava compiendo uno dei consueti giri di ispezione della diga. (Il bacino - egli afferma - non era colmo, nonostante le piogge di quei giorni; anzi il livello dell'acqua era inferiore alla soglia dello sfioratore). Stava camminando sulla passerella alla base dei piloni, quando sentì cadere delle pietre poco lontano da lui. Pensò che qualcuno dall'alto, facesse così, per giuoco.
"Guardò su e vide invece uno degli speroni incrinarsi, lasciando cadere pezzi di pietrisco. D'un balzo, egli tornò indietro, sali sul rialzo terroso dov'è ancora la baracca in cui abita... Lo sperone crollò, il primo getto di acqua passò attraverso la fenditura aperta: pochi secondi dopo, uno dopo l'altro gli altri otto speroni scomparvero e dalla enorme falla la massa di acqua raccolta nel bacino si precipitò composta, a iniziare la sua strage spaventosa.
"Il guardiano dice di aver tentato di telefonare. Ma, si capisce, il telefono non funzionava più.
"È possibile - si chiede l'ingegner Marinoni - che in quella mattina piovigginosa, alle sette del mattino, quand'è ancora semibuio, il Morzenti abbia potuto scorgere a più di 20 metri di distanza l'incrinatura dello sperone. Con altri, sembra che abbia affermato che la prima crepa si manifestò in basso. Contraddizioni, differenze che devono mantenerci cauti nell'accettare, nella sua integrità il racconto.

Come il Po in piena!

"L'orribile è che la falla si sia aperta. Da un calcolo approssimativo, si può stabilire che il bacino abbia impiegato 15-16 minuti pel scaricare complessivamente i suoi 6 milioni di metri cubi d'acqua. E che l'ondata di scarico abbia avuto una intensità media di... metri cubi al minuto secondo. Intensità che coincide con quella del Po in piena! In taluni momenti dev'essersi però più che raddoppiata.
"Lasciamo stare i confronti statistici - ha concluso l'ingegner Marinoni. - Senza voler prevenire altri accertamenti ed i risultati della inchiesta in corso, sento di dover esprimere la mia solidarietà nella impressione espressa sul Secolo dai ministri Carnazza, Bonardi e Finzi, che responsabilità personali, gravi, ci sono.
"E vorrei anche che si insistesse perché diventasse obbligatorio che, in costruzioni come queste, dalla cui solidità può dipendere la vita di tanta gente, siano preposte persone sicuramente tecniche e sicuramente capaci".

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