PARTE PRIMA
Costruzione della diga - Accuse - Risultanze di fatto

CAPITOLO PRIMO.
1916-1918 - La iniziativa - Scopo industriale - Concessione originaria - Ampliamento di programma - Progetto completo di utilizzazione.

La necessità industriale, dalla quale sorse per la ditta Galeazzo Viganò l'idea di procurarsi la disponibilità di una considerevole forza motrice, si manifestò nel 1916.
Per l'esercizio dei suoi stabilimenti cotonieri, la ditta Viganò è consumatrice di alcune migliaia di cavalli di forza, che essa acquistava nel 1916 dalla Società Anonima per Imprese Elettriche Conti.
Nella imminenza dello scadere del contratto allora in corso con tale società, e nella previsione di una richiesta di considerevole aumento di prezzo, stante la scarsità di energia allora disponibile, la ditta Viganò ritenne conveniente di premunirsi, per avere migliori carte in mano nel giuoco delle trattative. Così pensò a creare un impianto idroelettrico proprio.
Questo il primitivo programma. Esso fu ampliato in seguito per ragioni sopravvenute.
L'impianto che fu proposto alla ditta Viganò, e da questa scelto, fu quello detto del Gleno, utilizzante le acque ed il dislivello del torrente Povo dal cosidetto primo piano del Gleno fino sotto l'abitato di Vilminore.
Le domande originarie per questa concessione erano: una domanda del 1907 per conto del signor Giacomo Trümpy su progetto Ing. Tosana di Brescia, ed una domanda 12 aprile 1913 del signor Ing. Giuseppe Gmür di Bergamo su progetto proprio, prima nell'interesse del signor Giacomo Trümpy e poi, in seguito a subingresso, per proprio conto. La concessione della utilizzazione (Decreto 31 gennaio 1917 della Prefettura di Bergamo) fu rilasciata in testa alla ditta Galeazzo Viganò, essendo questa, con atto 29 settembre 1916, regolarmente subentrata nei diritti del signor Gmür.
Negli anni 1917 e 1918 la ditta Viganò attese alle opere necessarie per servizi ausiliari ed a lavori di approccio, di rilievi e di strade. Sopraintendeva ai lavori il signor Michelangelo Viganò colla consulenza del signor Ing. Gmür, che da Bergamo faceva frequenti sopraluoghi, e collo ausilio del direttore tecnico residente sul posto, il signor Ing. Gino Consigli.
Nel mese di ottobre del 1918 il signor Michelangelo venne a mancare ai vivi e la ditta Viganò chiamò allora a sovraintendere ai lavori per l'impianto del Gleno altro dei fratelli, il signor Virgilio Viganò. Per la sovraintendenza che gli veniva affidata, sovraintendenza di proprietario, il signor Virgilio non mancava di preparazione, poichè egli tornava dalla Sicilia dove aveva diretto ed esercito per conto proprio una propria officina, di circa 1200 cavalli, termoelettrica, per generazione e distribuzione di forza e luce. L'officina era a gas povero, ma in sussidio ad essa era pendente la concessione per un cospicuo impianto idroelettrico derivante acqua e forza dal torrente Mulini, sulle Madonie.
Il signor Virgilio Viganò si accasò subito sul posto, a Vilminore, e sul posto egli rimase fino a che l'impianto del Gleno fu ultimato.
Erano tempi eccezionali in causa della scarsa disponibilità di mano d'opera e di materiali e in causa del loro enorme rincaro, impreveduto, imprevedibile. Alla ditta Viganò si impose la necessità di rivedere il programma industriale primitivo: i nuovi costi facevano quintuplicare alcune cifre di preventivo, altre aumentare anche di più.
Abbandonare l'impianto sarebbe stato sacrificare tutto quello che si era già fatto. Per rendere redditizio, anche solo nei limiti di un modesto impiego di capitali, l'impianto del Gleno, fu consigliato di fondere questa iniziativa in un'altra di importanza ben maggiore: la creazione cioè di una grande azienda per produzione e distribuzione di energia elettrica, colla disponibilità di circa 60 milioni di chilowattore. Così si propose. Così si decise.

* * *

Dei nuovi studi venne incaricato l'Ing. G. B. Santangelo di Palermo. Sempre in sponda destra del Dezzo vennero studiati altri impianti e chieste nuove concessioni (Allegato N. 1):
a) Le acque del Nembo saranno raccolte e portate a congiungersi agli scarichi della centrale di Povo e di qui ad alimentare la vasca di carico di Santa Maria di Vilminore sopra la centrale di Valbona;
b) In tale vasca di carico saranno condotte anche le acque del Tino;
c) Più a monte nel corso del Dezzo verrà utilizzato tutto il bacino del Vò;
d) Ancora più a monte in sponda destra del Dezzo verrà raccolta ed utilizzata l'acqua del Gaffione;
e) Infine il Dezzo stesso verrà sbarrato e deviato in due punti, l'uno sotto Schilpario per portare le acque ad aumentare l'impianto del Vò, l'altro sotto la seconda centrale di Vò per portarne le acque eccedenti una concessione già esistente fino alla vasca di carico di Santa Maria di Vilminore.
Gli studi dei progetti vennero tutti completati e le domande di concessione tutte inoltrate. L'atto di concessione definitivo non è finora stato ottenuto che per gli impianti del Gleno, del Nembo e del Tino alimentanti le due Centrali del Povo e di Valbona.

CAPITOLO SECONDO.
1919-1920 - Impianto del Gleno - Progetto definitivo Gmür - Andamento dei lavori - Materiali adoperati - Modo di esecuzione.

La concessione originaria 31 gennaio 1917 era basata su un progetto di massima dell'Ing. Gmür; allo stesso Ing. Gmür venne dalla ditta Viganò affidato lo studio del progetto definitivo. Il progetto definitivo, corredato dei calcoli di stabilità e dei capitolati di appalto, fu presentato all'ufficio del Genio Civile il 12 maggio 1919.
La diga, del tipo a gravità, era progettata in muratura di calce idraulica.
Che la diga fosse da eseguire in malta di calce idraulica, secondo le intenzioni del progettista, risulta dal contratto fra la ditta Viganò e la impresa Bonaldi, Paccani & Marinoni (Allegato N. 2) steso e concordato dall'Ing. Gmür, e dal capitolato d'appalto alla impresa stessa (Allegato N. 3) pure redatto dall'Ing. Gmür e comunicato in copia allo ufficio del Genio Civile.
L'impostazione della diga in corrispondenza della gola del torrente veniva eseguita mediante una vòlta di calcestruzzo ad asse orizzontale, chiusa a monte mediante altra vòlta ad asse verticale.
L'andamento planimetrico della diga era curvilineo e la località dove essa veniva impostata era quella stessa già prevista nel progetto di massima perchè ritenuta, in base agli studi precedentemente eseguiti dall'Ing. Gmür e suoi predecessori, sin dal 1907, la più adatta allo scopo.
Il pelo di massimo invaso era stato previsto a quota 1548 creando un serbatoio di circa 5 milioni di metri cubi di acqua, atto a regolare le portate affluenti da un bacino imbrifero di circa 8 chilometri quadrati e ad utilizzarli nei periodi di magra.

***

Mentre pendeva l'istruttoria riguardante il progetto definitivo presentato, in attesa della approvazione del medesimo, la quale giunse poi il 28 marzo 1921, la ditta Viganò, nel luglio 1919, iniziava gli scavi per la diga, dandone comunicazione all'ufficio del Genio Civile colla lettera 4 luglio 1919, in atti.
Gli scavi furono eseguiti nella stagione lavorativa dell'anno 1919 ed in parte di quella del 1920.
Essi constarono di 8300 metri cubi di scavi di terra e massi superficiali e di 7400 metri cubi di scavi di roccia (Allegato N. 4).
L'Ing. Gmür verso la fine del 1919, venne nella determinazione di modificare il suo progetto in corrispondenza al fondo valle sostituendo alla vòlta unica ad asse orizzontale (di metri 18 di corda) un sistema di tre vòlte minori, contigue, a tutto sesto, pure ad asse orizzontale, aventi ciascuno la corda di metri quattro (Allegato 5).
La variante, presentata al Genio Civile, non venne poi eseguita. Ai primi di giugno del 1920, sempre dopo averne dato avviso all'ufficio di Bergamo del Genio Civile (Allegato N. 6), la ditta Viganò iniziava i lavori murari per la diga.
I lavori vennero condotti nel seguente ordine:
Mentre si ultimavano gli scavi nel fondo valle, e si sgombravano i detriti per eseguire le fondazioni, venivano iniziate le fondazioni in calcestruzzo nella parte della diga in sponda destra, ove gli scavi erano completamente ultimati.
In seguito vennero, anche in corrispondenza al fondo valle, iniziate le murature e le gettate, mentre si era nel frattempo deciso la abolizione delle tre vòlte orizzontali, lasciando solo quella centrale di quattro metri di corda, destinata a scarico di fondo, e costruendo quindi un vero tampone di chiusura della valle (Allegato N. 5 citato).
In conclusione, nell'estate del 1920 vennero eseguiti 13700 metri cubi (Allegato N. 7) di muratura e di calcestruzzo quasi tutti però sulla sponda destra, mentre pochissimo venne fatto nel fondo valle ove, nel settembre 1920 erano fatte, solo per un'altezza di circa 4 metri, le spalle in calcestruzzo di cemento del tombone di scarico.

***

Nelle opere eseguite in tale periodo veniva fatto uso di pietrame in grossi massi ricavati sul posto, principalmente sulla sponda destra del lago.
La sabbia era ottenuta da cave aperte sulle pendici e veniva lavata con abbondante acqua deviata dal torrente, in appositi canali di legno. Essa venne fatta esaminare dal Laboratorio sperimentale del R. Istituto Tecnico Superiore di Milano. Il certificato porta la data 27 ottobre 1920 (Allegato N. 8).
La calce era ottenuta mediante un forno fatto costruire appositamente, secondo le prescrizioni e sotto la direzione dell'Ing. Gmür nella valle del Povo, in località Valbona, vicino alla stazione di partenza della teleferica destinata ai lavori della diga.
La costruzione del forno venne dal signor Ing. Gmür affidata al signor Eccettuato Giovanni Sisto di Casale Monferrato, specialista del genere, come si rileva anche dai brevetti e dalle qualifiche di cui fa cenno la testata della sua carta da lettera (Allegato N. 9). Alla condotta del forno venne proposto dal signor Eccettuato, ed assunto dalla ditta Viganò, persona del mestiere.
Il pietrame da calce fu fatto esaminare dall'Ing. Gmür a Casale ed a Milano con risultati che egli comunicò alla ditta Viganò con lettera 17 gennaio 1919 (Allegato N. 10), per le prove di Casale, e con lettera 16 maggio 1919 (Allegato N. 11), per le prove di Milano.
Sulla qualità della calce che si sarebbe ottenuta riferiva con lettera 15 febbraio 1919 (Allegato N. 12) il signor Ing. Gmür al signor Virgilio Viganò; e con lettera 25 gennaio 1919 (Allegato N. 9 citato) il signor Eccettuato al signor Ing. Gmür, mentre per la calce adoperata alla ripresa delle opere nella primavera 1920 si ha il certificato di prova 27 ottobre 1920, del Laboratorio sperimentale del Regio Istituto Tecnico Superiore di Milano (Allegato N. 8 citato).
Nella esecuzione delle murature, allo scopo di facilitare la presa della malta, fu adoperato invece della sola calce, come era previsto nelle norme impartite dall'Ing. Gmür, una miscela di calce e cemento. Questo fatto risulta da dichiarazioni della ditta Viganò e da testimonianze in atti, e più di tutto risulta dalla "Situazione Cemento al 1° ottobre 1920" (Allegato N. 13), che denuncia un consumo a tale data di quintali 9241 di cemento per la diga di sbarramento.
Il cemento usato in questo periodo di lavoro, ed anche poscia, fu sempre acquistato da primarie e riputate fabbriche del bergamasco e fu ripetutamente e metodicamente fatto provare al citato Laboratorio sperimentale di Milano (Allegato N. 14).
La costruzione delle murature e dei getti era guidata dalle norme emanate dall'Ing. Gmür. La roccia, dopo corrugata, veniva lavata e cosparsa di malta fluida di cemento. Sulla roccia veniva impostato uno strato di calcestruzzo di cemento a forte spessore nel quale veniva affondato uno strato di massi. Su di esso veniva eseguita la muratura di pietrame con malta mista di calce e cemento.

CAPITOLO TERZO.
1921-1922 - Diga ad archi multipli - Nuova impresa costruttrice - Nuovi impianti per sabbia e pietrisco - Sorveglianza tecnica - Le altre concessioni.

Nel settembre del 1920 essendo deceduto l'Ing. Gmür, la ditta Viganò assunse definitivamente l'Ing. Santangelo per lo studio dei progetti e per la direzione generale degli impianti del Gleno.
L'Ing. Santangelo, essendo al corrente dei concetti allora prevalenti al riguardo delle dighe di sbarramento, constandogli anche che il Consiglio Superiore delle Acque stava studiando nuove norme per le dighe a gravità, norme secondo le quali il profilo progettato sarebbe risultato insufficiente, propose alla ditta Viganò l'abbandono del tipo a gravità per sostituirlo col tipo ad archi multipli.
La proposta fu accolta dalla ditta Viganò.
L'Ing. Santangelo e la ditta Viganò affermano che il cambiamento di tipo fu proposto agli ingegneri del Genio Civile e con essi discusso in un sopraluogo degli ingegneri stessi avvenuto in quell'epoca; comunque, che il Genio Civile conoscesse ed approvasse la variante anche prima della presentazione del progetto definitivo è documentato in atti in parecchi punti e specialmente nella lettera relazione 26 novembre 1921, del Genio Civile al Ministero dei Lavori Pubblici.
Nell'estate del 1921 tutti i dettagli del progetto furono elaborati ed approntati, cosicchè il progetto fu presentato in forma definitiva ed esecutiva, con tutti gli allegati richiesti, all'ufficio di Bergamo del Genio Civile nel mese di febbraio del 1922. Nel nuovo progetto la diga constava di una serie di speroni contro i quali venivano ad impostarsi delle vòlte di ritenuta aventi la corda di metri sei. Planimetricamente essa era costituita da una parte centrale ad arco raccordata a due parti laterali rettilinee.
Gli speroni raggiungevano la massima altezza di metri 29,50, misurata a partire dal ciglio della stradella superiore, in corrispondenza della parte in curva, ove si dipartivano dal tampone di chiusura del fondo valle.
Gli speroni erano progettati in calcestruzzo di cemento con bloccaggio di massi, con dosaggi corrispondenti ai carichi diversi. Ogni cinque metri di altezza era prevista la formazione di gettate di calcestruzzo, armato con ferri robustamente staffati, nell'intento di formare delle travature che venissero a collegarsi colle armature distribuite lungo il paramento a monte dello sperone, e che servissero anche per un razionale ancoraggio dei ferri disposti nelle vòlte.
La esecuzione delle gettate per gli speroni era prescritta mediante casseri di legno, trattenuti in posto da ferri che, a getto eseguito, sarebbero rimasti annegati nello sperone conferendogli maggiore resistenza. Le vòlte furono calcolate tenendo conto anche delle variazioni effettive di temperatura.

***

All'inizio della campagna lavorativa dell'anno 1921 vennero date istruzioni per le opere occorrenti alla attuazione del nuovo progetto di diga, apportando modificazioni importanti alle opere eseguite nell'anno 1920.
Fu eseguito sul posto il tracciamento della nuova diga e di conseguenza si mise mano alla esecuzione di nuovi scavi in terra e in roccia, e specialmente furono allargati verso monte gli scavi esistenti. Fu demolita gran parte della muratura in calce e cemento prima eseguita sulla sponda destra, impiegandovi oltre 15000 ore di badilanti e muratori (Allegato N. 15), per poter creare le fondazioni degli speroni. Si utilizzò come scaricatore di fondo il tombone della luce di 4 metri, che era in corso di esecuzione nel fondo valle. Si ampliò verso monte, della maggior larghezza necessaria all'appoggio dei piloni, con gettata di calcestruzzo di cemento, quella poca parte di tampone già eseguito che rientrava nella costruzione da effettuarsi secondo il nuovo progetto, e si continuò il lavoro secondo le nuove direttive.
Nel progetto della diga ad archi multipli furono tenute le stesse condizioni di invaso e di scarico previsti nel primitivo progetto del1'Ing. Gmür; il pelo di massimo invaso fu dunque mantenuto a quota 1548, il ciglio della Stradella risultò alla quota 1550,50, con un franco di metri 2,50.
Le dimensioni primitive furono aumentate per la lunghezza dello sfioratore e dello scarico di fondo.
Dopo eseguito il tampone di chiusura del fondo valle, venne eseguita una gettata in calcestruzzo di cemento con bloccaggio dell'altezza di metri 2,70, armata con ferri nella parte superiore formante piano alla quota 1521. Da questo piano si innalzarono gli speroni i quali risultarono così, per la parte in curva, molto opportunamente, impostati ad una medesima quota.
In vista del nuovo tipo di costruzione, la ditta Viganò, che aveva già rescisso, con ingente sacrificio pecuniario, il contratto coll'impresa Bonaldi & Compagni, decise di affidare i lavori ad una impresa che avesse già lavorato in impianti del genere: così venne assunta l'impresa Vita & C., che proveniva dai lavori, a quell'epoca in corso di allestimento, della diga dello Scoltenna, pure ad archi multipli.
Il contratto colla nuova impresa di costruzioni venne concluso tenendo per base lo stesso capitolato già in corso con la ditta Bonaldi ed, a suo tempo, comunicato in copia al Genio Civile.

***

La costruzione degli speroni e delle vòlte fu incominciata nello autunno 1921 e terminata nell'estate 1923, con un volume complessivo, fra calcestruzzo con bloccaggio e calcestruzzo armato, di circa metri cubi 37500 (Allegato N. 16). Si consumarono all'uopo oltre 68000 quintali di cemento Portland, fornito dalle Fabbriche Riunite di Cementi e Calci di Bergamo. (Allegato N. 17).
Nell'anno 1922, allo scopo di aumentare la produzione della sabbia e del pietrisco, furono installati un frantoio per la produzione di 60 metri cubi in 10 ore ed un mulino a cilindri per la produzione di 30 metri cubi in 10 ore. Nel 1923 poi si erano aggiunti altri due frantoi per avere una maggiore produzione di pietrisco regolare per la esecuzione della parte superiore della diga. Durante tutta la costruzione della diga, come dei lavori accessori, la sorveglianza fu assidua e continua non solo per parte del personale di fiducia della ditta, che aveva a sua disposizione ingegneri, geometri ed assistenti esperti e capaci, ed una maestranza fattasi sul posto durante il lungo corso dei lavori di costruzione, ma anche per parte del signor Virgilio Viganò, il quale per tutto il tempo assistè personalmente ai lavori.
Sull'ausilio che la ditta Viganò ha richiesto ai tecnici per progetti, direzione, sorveglianza, risulta in atti:
Dal 1918 al 1920, per i lavori accessori e per la sorveglianza dei lavori affidati all'impresa Paccani: l'Ing. Gmür e l'Ing. Consigli e gli assistenti Geom. Armando Crosa, Crosa Umberto, Pietro De Prà, Zunta Geom. Angelo, Sizì Fedele.
Dopo il 1920 fino al 1923, per la produzione dei materiali da costruzione e per la sorveglianza all'impresa Vita, per la diga e il completamento degli impianti: Ing. G. B. Santangelo e Ing. Luigi Cortese (addetto agli impianti inferiori), Ing. Vincenzo Conti e Ing. Francesco Santangelo, e assistenti Geom. Armando Crosa, Geom. Mario Iccario, Geom. Luigi Colombo, Marinoni Bortolo, Cadario Umberto e Cadario Vittorio, Oprandi Marino, Giudici Sperandio, Sizì Fedele, Oprandi detto Ciar (Rapporto dei Reali Carabinieri di Vilminore al signor Pretore di Clusone, 6 dicembre 1923).
Riguardo agli altri impianti affidati per lo studio al signor Ing. Santangelo, risulta dagli atti che, dal novembre 1921 all'aprile 1923, la ditta Viganò ebbe a presentare le diverse domande di concessione interessanti la completa utilizzazione dei bacini dei torrenti Povo, Nembo e Tino, Bellavalle, Vò e Gaffione.

***

Con Decreto 5 luglio 1922 il Ministero dichiarava l'urgenza e l'indifferibilità per i lavori riguardanti l'impianto sul Povo inferiore, e con Decreto 5 luglio 1923 l'urgenza e l'indifferibilità per i lavori relativi alla domanda 20 maggio 1923, colla quale si raggruppavano in via definitiva le domande per tutte le concessioni precedenti.
Il raggruppamento era stato fatto per suggerimento dello stesso Genio Civile allo scopo di meglio coordinare anche la concessione dei sussidi.
L'urgenza e l'indifferibilità non è stata ancora dichiarata per le ultime domande presentate per gli impianti sul Vo, sul Gaffione e sul Dezzo.

CAPITOLO QUARTO.
1923 - Visite tecniche - Visite del Genio Civile - Graduale, parziale invaso del serbatoio - Vuotatura nella primavera 1923 - Invaso totale.

Durante la costruzione della diga salirono in Gleno per visitarla, in gruppo od isolati, per scopi tecnici o per scopi turistici, molti ingegneri, e fra i più competenti: l'Ing. Prof. Forti di Padova, l'Ing. Mina di Milano, l'Ing. Manfredini delle Ferrovie dello Stato, gli Ingegneri Cattaneo e Carminati della Società Elettrica Crespi, gli Ingegneri Talenti, Vigentini, Balsamo e Bernardi della Bresciana, (l'Ing. Ferrerio della Edison) ed altri che non sono ricordati.
La Soc. Elettrica Bresciana, per ragioni sue particolari, forse a scopo di mostrare una sua probabile riserva di energia, accompagnò sul luogo tutta una comitiva di giornalisti e di ingegneri del Cremonese e del Mantovano.
Durante la costruzione della diga salirono in Gleno per visitarla, spesse volte, l'Ing. capo dell'ufficio di Bergamo del Genio Civile signor Ing. Lombardi, ed il capo sezione signor Ing. Sassi.
L'invaso del serbatoio era fatto progredire gradualmente tenendo conto di una sufficiente normale stagionatura per i getti (Allegato N. 19).
Nell'inverno 1921-1922 il serbatoio restò completamente vuoto essendosi lasciato sempre aperto lo scarico di fondo.
Nell'autunno dell'anno 1922, cioè dopo trascorso un anno dalla esecuzione delle fondazioni della diga, essendo anche la parte ad archi già costruita fino alla quota 1540, si pensò di usufruire di un parziale invaso del serbatoio, lasciandolo riempire fino alla quota 1536. Con tale provvedimento si fece sicuramente cosa giovevole alla stabilità dell'opera, la quale gradatamente caricata poteva subire benefici assestamenti prima di ricevere il carico completo.
Così nell'inverno 1922, dopo di aver chiesto, con lettera 9 novembre 1922 (Allegato N. 18), una visita all'ufficio di Bergamo del Genio Civile si potè usufruire dell'acqua invasata, utilizzandola nelle centrali di Povo e Valbona, che erano già costruite e pronte, per l'esercizio.
Durante la graduale messa in carico della diga essa venne tenuta sotto una accurata osservazione e, come risulta dagli atti, nessun inconveniente si è verificato che potesse far dubitare di una deficiente stabilità dell'opera.
Alla fine dell'inverno 1922-1923 il lago venne vuotato; venne eseguita una minuziosa visita al paramento a monte e nulla venne constatato di anormale. La diga, che aveva sopportato con parziale carico i rigori dell'inverno 1922-1923, fu trovata in buonissime condizioni.
Si lasciò quindi nuovamente alzare gradatamente il livello delle acque e, in seguito alle pioggie della seconda decade di ottobre, il lago raggiunse la quota 1548, e a tale quota venne mantenuto esercitando una sorveglianza assidua e costante sul manufatto.
Il giorno 21 ottobre 1923 arrivarono a Vilminore gli Ingegneri Lombardi e Sassi del Genio Civile, per visitare i lavori.
L'indomani essi dovettero rimanere in paese perchè pioveva abbondantemente, tanto che il lago era cresciuto fino alla quota 1548,20, avendosi allo sfioratore una lama stramazzante di 20 centimetri.
Al mattino del giorno 23 gli ingegneri del Genio Civile, accompagnati dal signor Virgilio Viganò e dal progettista Ing. Santangelo, salirono a visitare la diga del Gleno.
Non risulta in atti che si sia riscontrato il benchè minimo indizio che potesse fare dubitare della stabilità dell'opera e, a detta dei signori Viganò e Santangelo, si riconobbe anzi che non avrebbe potuto esserci stato un collaudo fatto in condizioni più convincenti. Gli ingegneri infatti poterono a stento percorrere la passerella superiore della diga, mentre una forte tormenta fredda soffiava dal Gleno.

CAPITOLO QUINTO.
1° dicembre 1923 - Il crollo.

Fu un attimo. L'avvenimento tragico si compì in pochi minuti. Nessuno forse ha visto come. La deposizione del guardiano non è chiara nè convincente. L'ora è descritta nebbiosa e ancora oscura. La gente del sito parla di un rombo, di un tremar della terra e di un grande scroscio della fiumana, senza saperne stabilire l'ordine cronologico.
Sembra che la parte ad archi multipli della diga si sia aperta presso uno sperone di destra dall'alto in basso, a ventaglio, e sia precipitata sopra il masso del tampone asportandone la parte centrale.
L'acqua del lago trovò istantaneamente la via tutta aperta verso valle, ed in pochi minuti il lago si vuotò. Il disastro a valle fu grande come mai mente umana avrebbe potuto prevedere. Ad ogni strozzatura delle sponde l'orrenda fiumana formava un nuovo lago che di lì precipitava per la nuova distruzione. Così accadde allo sbocco del Povo in Dezzo, così nelle gole sopra Darfo. Fu questa la maggior cagione per la quale il disastro fu immenso.

***

Il serbatoio era pieno da 46 giorni, cioè fin dal 14 ottobre (Allegato N. 20).
Il 23 ottobre era stata eseguita dal signor Viganò e dall' Ing. Santangelo una accurata visita in unione agli ingegneri dell'ufficio di Bergamo del Genio Civile.
Da quel giorno, e per tutto novembre, risulta che furono ordinate dalla ditta Viganò frequenti ispezioni alla diga e, che giornalmente fu tenuto in osservazione il suo comportamento sotto carico.
Anche l'antivigilia del disastro, il 29 novembre, la diga era stata visitata per preciso incarico del signor Viganò, e col preciso scopo di verificarne le condizioni, dal tecnico della ditta signor Ing. Conti.
Al momento del crollo, stante l'ora mattutina, il signor Virgilio Viganò si trovava ancora nella sua casa a Vilminore. Egli apprese atterrito l'avvenimento che annientava di colpo tanti anni di lavoro e visse ore angosciose nella speranza che la fiumana risparmiasse vittime umane e rovine nel suo fatale scroscio verso il Dezzo e verso l'Oglio.
Il disastro raggiunse a valle proporzioni impensabili. Tutta Italia se ne commosse.

CAPITOLO SESTO.
Le accuse della voce pubblica in confronto, punto per punto, colle risultanze di fatto - Conclusioni della Parte prima.

Tutta Italia ne fu commossa, tutto il Mondo si interessò del disastro.
Coloro che furono sul posto e conobbero i progetti e videro la costruzione, coloro che non vi furono e niente videro, competenti e incompetenti, gente del posto e gente che non saprà mai dove sono il Dezzo e il Povo, ognuno volle dire la sua e sentenziare sulle cause generali e sulle cause occasionali del disastro.
In poche ore il processo al riguardo delle responsabilità fu fatto dalla opinione pubblica, la quale tirò anche la conclusione: la ditta Viganò per ignoranza, grettezza e malvolere aveva ogni colpa del crollo avvenuto.
Ogni accusa contro la ditta Viganò parve lecita e fu accolta e ripetuta; noi vogliamo qui elencare queste accuse che servirono a creare una opinione pubblica ciecamente ostile ai Viganò e vogliamo ad esse contrapporre le risultanze delle indagini successive, le risultanze degli atti, le risultanze delle nostre constatazioni e le nostre conclusioni.

***

1. - Fu detto che quella dei Viganò era una pescecanesca, affaristica speculazione.
Risultò che l'iniziativa, nata piccola da una necessità industriale (provvedere al fabbisogno di forza per i propri stabilimenti cotonieri), si ingrandì solo in causa della sopravvenuta circostanza degli enormi rincari di materiali e di mano d'opera; come risulta dall'Allegato N. 30, quale risulta pure che, se l'intrapresa è degna di lode per audacia e importanza, essa non potrà mai dare al capitale più di una normale retribuzione.
Nessun proposito dunque di avida speculazione e neanche il proposito speciale di accingersi ad esercire un'industria così difficile come la della produzione e vendita di energia elettrica, così diversa da quella paterna, che aveva formato fino allora il vantaggio ed il lustro della ditta Viganò. Un disastro, di cui il solo ricordo riempie l'animo commozione ha trascinato con sè questo programma; ma, se la fatalità ha seminato il lutto là dove erano le più rosee speranze, si deve pertanto riconoscere che, per importanza e genialità, il programma era ben degno della tradizione industriale lombarda.

***

2. - Si disse che i Viganò avevano proceduto all'esecuzione dell'impianto prima, e poi al carico del serbatoio, all'infuori o contro le necessarie concessioni, i necessari accordi e le autorizzazioni degli uffici tecnici statali.
Si può ben asserire che i lavori per l'impianto del Gleno si svolsero al riguardo degli accordi cogli uffici statali, come si svolgono tutti i lavori analoghi: con accordi verbali tempestivi e con atti regolari scritti sempre in ritardo.
Nella sua deposizione, in atti (24 marzo 1924), il signor Capo del Genio Civile Ing. Lombardi, rende chiaramente ed onestamente omaggio alla verità, relativamente allo svolgimento dei fatti a questo riguardo, asserendo che in linea tecnica non si dovrebbe permettere che si costruisse prima che i relativi progetti fossero approvati, ma che in pratica le cose vanno diversamente e che una delle cause di ciò risiede nel fatto che gli Uffici del Genio Civile sono gravati di molteplici occupazioni.
A proposito della lentezza colla quale si ottennero le formali autorizzazioni scritte dagli uffici statali, non è inutile citare:
a) Il Decreto di concessione, che rispondeva a domande che risalivano fino al 1907, ed a domanda ultima dell'Ing. Gmür 12 aprile 1913, non fu emesso che il 31 gennaio 1917.
b) La approvazione del progetto definitivo (diga a gravità), presentato dalla ditta Viganò il 12 maggio 1919, non giunse ufficialmente che il 28 marzo 1921.
c) Per il progetto ad archi multipli, presentato nel febbraio 1922, si attendeva ancora la approvazione al 1° dicembre 1923.
Alla stregua del sistema comunemente adottato, si può asserire che ogni passo dell'intrapresa fu seguito, controllato ed approvato, dagli uffici competenti, e che le visite necessarie furono tutte eseguite, compresa quella del 23 ottobre 1923, la quale, pur non essendo dichiaratamente di collaudo, avveniva a serbatoio completamente riempito ed a impianto funzionante in pieno.
Se atti formali finali mancavano ancora, il fatto fu dovuto, e allo abituale ritardo sopracitato degli uffici statali e al fatto che si concordò cogli uffici stessi il raggruppamento in un tutto unico delle diverse concessioni domandate.

***

Ad avvalorare la nostra affermazione che l'esecuzione delle opere fu seguita passo passo dagli uffici statali ricordiamo:
a) Nel 1917-1918 non si fecero che lavori accessori, strade, teleferica, ecc., per le quali non occorrevano approvazioni speciali;
b) Prima di iniziare gli scavi per la diga ne venne dato avviso all'ufficio di Bergamo del Genio Civile, con lettera 4 luglio 1919, in atti, quantunque si trattasse di lavori di scavo che nulla pregiudicavano, ma erano anzi utilissimi per poter poi emettere il parere definitivo sul progetto di dettaglio.
c) Prima di iniziare i lavori murari per la diga, la ditta Viganò diede comunicazione scritta al sopracitato ufficio del Genio Civile colla lettera 19 maggio 1920 (Allegato N. 6).
d) Nella primavera del 1921 vennero iniziate le trasformazioni delle opere esistenti, occorrenti alla attuazione della diga ad archi multipli. Del progetto per questa diga, (che fu poi presentato nella forma definitiva nel febbraio 1922), era stata data comunicazione verbale tempestiva agli ingegneri del Genio Civile, i quali erano dunque al corrente dell'esecuzione delle opere.
Ciò risulta non solo, dalle dichiarazioni Viganò e Santangelo, ma anche dalla lettera relazione, in atti, 26 novembre 1921, diretta dal Genio Civile di Bergamo al Ministero dei Lavori Pubblici.
Da questa lettera riportiamo il seguente brano che riguarda lo stato delle opere: "Dell'impianto sono costruiti: il canale di carico, la centrale idroelettrica e la condotta forzata; resta da ultimare la diga di sbarramento del serbatoio al piano del Gleno e da impiantare il macchinario alla centrale. Si prevede che nell'estate 1922 l'impianto possa funzionare.
"E' da avvertire che la ditta Viganò anzichè costruire la diga di sbarramento per la creazione del serbatoio al piano del Gleno, a gravità (come era previsto nel progetto di concessione e nel progetto esecutivo), in seguito a più accurati studi, è venuta nella determinazione di costruire la diga stessa a gravità nella parte inferiore e ad archi multipli nella parte superiore, ove la valle è molto ampia. Presentemente della diga suddetta è costruita la parte inferiore, cioè quella che chiude la parte più stretta della valle, sono costruiti i contrafforti sopraelevantisi su questa, e si stanno costruendo le vòlte fra i contrafforti stessi, in cemento armato".
e) Prima di mettere in carico parziale le opere già eseguite nello inverno 1922, la ditta Viganò, con lettera 9 novembre 1922 (Allegato N. 18 citato), domandò una visita sul posto al Genio Civile di Bergamo.
f) Infine, ad invaso completo, venne effettuata, il 23 ottobre 1923 una visita del Genio Civile.
Ad avvalorare l'affermazione nostra che il ritardo allo ottenimento formale e definitivo dell'autorizzazione per tutti gli impianti fu dovuto ad accordi presi coll'Autorità tutoria, e che di questo stato di cose e dello stato dei lavori, era pienamente edotto anche il Ministero dei Lavori Pubblici, serve una lettera in atti, 19 giugno 1922, diretta dal Ministero dei LL. PP. al signor Ing. Capo del Genio Civile di Bergamo. In essa lettera viene riferito appunto che il Consiglio Superiore delle Acque era di avviso che il progetto esecutivo Santangelo fosse da riconoscere in massima abbastanza ben studiato, ma che ne dovesse restare in sospeso la approvazione in pendenza dell'istruttoria del progetto di massima per l'insieme degli altri impianti (Povo inferiore, Nembo e Tino).
Non si può dunque asserire che la ditta Viganò abbia messo in esercizio le opere di invaso senza aver prima ottenuto praticamente il collaudo del lavoro.
Dall'interrogatorio del signor Ing. Santangelo risulta che durante la visita del 23 ottobre 1923, che pur non essendo di collaudo fu intenzionalmente rivolta a permettere che il lago fosse mantenuto pieno, l'argomento della possibilità di un guaio non fu sottaciuto, fu affrontato e la possibilità fu esclusa.
Depone l'Ing. Santangelo:
"Circa il collaudo, dichiaro che la domanda per ottenerlo era stata già avanzata, che, a seguito di questa domanda, l'Ing. Capo del Genio Civile di Bergamo, accompagnato dall'Ing. di sezione, si presentò alla diga e fece una visita accurata in presenza mia. Ricordo che al termine della visita mi chiese se fossi tranquillo ed io ripresi: sono pienamente tranquillo"
Dobbiamo opinare che anche il signor Ing. Capo del Genio Civile non avesse al riguardo dubbio alcuno perchè, altrimenti, colla competenza che aveva, coll'autorità che gli veniva dal rappresentare lo Stato concessionario, in vista anche delle responsabilità sue e del suo ufficio, avrebbe certamente ordinato il vuotamento del lago, o quanto meno proposto ispezioni speciali e preso provvedimento congrui.
La ditta Viganò non avrebbe mancato di ubbidire.

***

3. - Si asserì che i Viganò vollero fare di loro testa progetti e costruzioni, senza appoggiarsi ad elementi tecnici, e li si accusò di non essersi assicurati, con preventive indagini, che la località scelta fosse adatta per la impostazione della diga, e di non aver poi provveduto a che la costruzione fosse sicuramente appoggiata e ferma nella roccia.
Risultò tutto il contrario:
a) I progetti hanno tutti una paternità tecnica di ingegneri competentissimi: Gmür, progetto di massima e diga gravità; Consigli, progetto scartato di diga a scogliera; Santangelo, diga ad archi multipli.
b) Per la sorveglianza, il signor Virgilio Viganò, pure assistendo personalmente ai lavori, e di ciò merita lode, si appoggiò ad un personale tecnico cospicuo e competente, come abbiamo già elencato e come risulta dal già citato rapporto 6 dicembre 1923 dei Carabinieri di Vilminore al signor Pretore di Clusone.
c) Per la esecuzione la ditta Viganò si valse di costruttori provenienti appunto dalla unica diga ad archi multipli allora costruita in Italia (la diga Ganassini per lo Scoltenna), cautelandosi, per il modo di esecuzione delle opere, con le dettagliate e rigorose prescrizioni scritte nel Capitolato che fu sottoposto tempestivamente anche agli uffici del Genio Civile.
d) L'impostazione della diga in corrispondenza della gola era stata prevista in tutti gli studi precedenti (fin dal 1907), come la più adatta allo scopo, era prevista nel progetto di massima posto a base della concessione e, secondo la deposizione del signor Virgilio Viganò, deve esistere in proposito anche una relazione dell'Ing. Gmür che noi non abbiamo potuto avere a disposizione. Comunque i signori Viganò si assicurarono, nel 1920, il parere di un geologo illustre, il Prof. Torquato Taramelli, parere favorevole scritto in una relazione che è in atti.
e) Quanto all'accusa di non aver provveduto come si doveva perchè la costruzione fosse sicuramente fermata nella roccia, ad essa contrasta l'allegato N. 4, dal quale risulta che furono pagati alla impresa Bonaldi 7400 metri cubi di scavi in roccia per la diga, comunque, fra le affermazioni della ditta Viganò e le contrastanti deposizioni di alcuni operai si imporrebbe l'accertamento di fatto, rimovendo le murature rimaste in posto.
L'accertamento sembra a noi superfluo in quanto abbiamo constatato che la muratura non ha punto abbandonato la roccia, chè, anzi, la roccia sottostante è ancora quasi dappertutto ricoperta dalla muratura. Ciò risulta anche dai rilievi dei periti ingegneri Ganassini e Danusso e ciò serve a smentire l'accusa più che l'accertamento di fatto.
Il crollo infatti non è punto avvenuto per scorrimento delle murature sulle roccie.

***

4. - Fu detto, e fu la più grave e la più impressionante delle accuse, che si usò la calce nella costruzione del tampone là dove si doveva usare il cemento.
Risultò invece che il tampone era progettato e previsto dall'Ing. Gmür, e il progetto fu approvato dal Genio Civile, in muratura con malta di calce (Allegato N. 2 e 3), e fu invece eseguito, per necessità di più rapida presa, in muratura con malta mista di calce e cemento, migliorando così l'impasto in confronto delle previsioni.
Risultò inoltre, per concorde testimonianze in atti, che al principio della campagna lavorativa del 1921, iniziandosi i lavori di trasformazione necessari all'adozione del nuovo progetto di diga ad archi multipli, venne fatta eseguire la demolizione di gran parte della muratura di calce e cemento, e si dice gran parte, perchè, per la fondazione degli speroni in sponda destra non occorreva la demolizione totale della muratura ma bastava scoprire la roccia in corrispondenza delle sedi degli speroni stessi. Secondo l'Allegato N. 15, già citato, furono impiegate in quest'opera di demolizione circa quindicimila ore di badilanti e muratori.

***

5. - Fu detto che la calce e la sabbia usate erano di pessima qualità.
Risultò:
a) Che per la calce la ditta Viganò, stante la difficoltà locale di trasporti e l'entità del fabbisogno, aveva fatto eseguire un forno apposito su progetto dell'Ing. Gmür, e secondo i dettami di persona specialista di simili impianti, il signor Giovanni Sisto Eccettuato di Casale.
L'Ing. Gmür aveva preventivamente fatto esaminare il calcare a Milano ed a Casale ed in proposito riferiva alla ditta Viganò, il 17 gennaio 1919 (Allegato N. 10 citato): "Ieri mi pervennero da Casale le prove fatte al calcimetro sulle pietre raccolte nella località Valbona. I risultati sono molto lusinghieri e presentano indici di forte idraulicità persino adatti per la produzione del cemento Portland naturale" ed il 16 maggio 1919 (Allegato N. 11 citato): "Ieri a Milano ho pagato le spese per analisi del sasso di Valbona. Il Prof. Coffetti mi disse che trattasi di un buonissimo calcare scevro di sostanze dannose alla produzione di calce idraulica.
Sulla calce derivabile dal calcare, il 15 febbraio 1919 (Allegato N. 12 citato), il signor Ing. Gmür scriveva alla ditta Viganò: "Dalle prove fatte sciogliendo ed impastando la calce con sabbia risulta che trattasi di un prodotto che ha molto di comune colle calci idrauliche in zolle di Casale ed altri luoghi del Piemonte, materiale ottimo di forte presa", ed il signor Eccettuato confermava da Casale (Allegato N. 9 citato): "Ho fatto una prova coi pezzi di calcare spento nell'acqua con sabbia e cioè formando una malta, è riuscita benissimo".
Sul prodotto ottenuto dal forno certifica il Laboratorio sperimentale annesso all'Istituto Tecnico Superiore di Milano (Allegato N. 8 citato), con un carico di rottura di kg. 35 per centimetro quadrato, dopo ventotto giorni.
b) Che per la sabbia lo stesso certificato del Politecnico di Milano la riconosce migliore di quella del Ticino; così riassumendo le prove di compressione eseguite per confronto:
"Resistenza alla compressione dei cubetti confezionati con sabbia fornita dalla ditta:
dopo 7 giorni Kg. 61 al cmq.
dopo 28 giorni Kg. 107 al cmq.
Per provini confezionati con sabbia del Ticino:
dopo 7 giorni Kg. 24,5 al cmq.
dopo 28 giorni Kg. 64 al cmq

***

Risultati come questi potevano ben tranquillizzare la ditta Viganò sull'uso di tali materiali. Noi possiamo aggiungere:
La muratura era a strati fatta con grossi blocchi di pietrame (Allegati N. 22, 23). Essa era incassettata da tutte le parti fra murature in malta di cemento: a monte e a valle fra i paramenti del tampone, in fianco destro e in fianco sinistro, fra le roccie, e, nella parte sottostante, fra i piedritti e la vòlta della tomba di scarico. Per questo e per la misura dei carichi ai quali la muratura doveva essere sottoposta, i risultati del Laboratorio di Milano sono tranquillizzanti riguardo alla possibilità di rotture.

***

6. - Fu lanciata contro la ditta Viganò accusa di grettezza.
Per grettezza la ditta Viganò avrebbe trascurato la lavatura sufficiente della sabbia, lesinato il cemento, affrettati i lavori, tollerati metodi esecutivi inadatti, caricate, coll'invaso delle acque, le opere prima di una sufficiente stagionatura, adoperato ferro inadatto, simulata la posa di armature di ferro effettivamente non eseguita.
Costretto a difendersi, in istruttoria, da questo ammasso di accuse, secondo le quali egli avrebbe negletto e tradito i più vitali interessi suoi e dei suoi fratelli, il signor Virgilio Viganò iniziò la sua deposizione con queste parole:
"A giustificazione della mia dichiarata innocenza faccio subito rilevare che l'aver impiegato per la costruzione della diga del Gleno o parecchi milioni, renderebbe piccino il pensare che i lavori relativi si fossero fatti con leggerezza, tanto nella parte preliminare di controllo della località, quanto nei mezzi adoperati per il loro compimento".
Questa dichiarazione non ha bisogno di essere commentata. Essa è impressionante e convincente.
"Di più" - dice ancora, in sostanza, il signor Viganò nelle sue deposizioni - "i lavori si sono svolti in un lungo periodo di anni alla luce del sole, allo scoperto per tutti. Con o senza nostro consenso, da noi invitati o no, un gran numero di ingegneri e di tecnici vennero in Gleno durante la costruzione; tutti costoro non ebbero in posto che parole di lode per la costruzione e per il progetto. Qualcuno anche ne scrisse".
"Da nessuno di questi visitatori tecnici" - dichiarano il signor Viganò e l'Ing. Santangelo - "da nessuno ci è mai capitato di sentire appunti di indole tecnica sia al progetto, sia all'andamento della costruzione. Durante la costruzione della diga salirono in Gleno per visitarla, spesse volte, gli ingegneri del Genio Civile, e mai, mai, essi ebbero a sollevare eccezioni verbali o scritte sulla qualità del materiale impiegato o sulla condotta dei lavori, o sul regime adottato di parziale graduale riempimento del serbatoio".
A documentazione della riuscita delle opere sta anche la fotografia che alleghiamo (Allegato N. 24), fatta l'11 novembre 1923. In essa la consistenza dell'opera è evidentissima e, se si nota che sono in vista parecchie diecine di migliaia di metri quadrati di superficie dei getti, si può ben dire che è evidentissima anche la buona riuscita dell'opera stessa.
Comunque noi vogliamo esaminare ad una ad una, in confronto delle risultanze di fatto, anche queste accuse di grettezza:
1. - La sabbia. - A detta di alcuni testimoni la sabbia che era sottoposta dapprima a due successivi lavaggi, venne di poi sottoposta ad un lavaggio solo.
Invero, la disposizione successiva fu data dal signor Viganò dopo aver allungato il primo canale di lavaggio e dopo aver constatato che il secondo lavaggio, poco aggiungendo in lavatura, portava via la parte più fina della sabbia.
Comunque è da rilevare che è col primo sistema che si sono accumulati i grandi depositi che si vedono nelle fotografie allegate (Allegati N. 25 e 26) e che servirono alla costruzione del tampone, mentre poi dal 1922 in avanti la sabbia venne fornita, e indiscutibilmente ottima, per la massima parte dal molino appositamente impiantato.
2. - Scarsezza di cemento. - Se la ditta ebbe forse la preoccupazione di tenere da conto il cemento, questa preoccupazione può trovare giustificazione nel fatto che, data la potenzialità dei trasporti in valle e quella della teleferica, la quantità di cemento segnava il passo al progredire della costruzione. Comunque a noi risulta, in seguito all'esame dei libri, che furono consumati per la parte ad archi multipli più di 68000 quintali di cemento (Allegato N. 17), consumo superiore al fabbisogno risultante da un calcolo di dosatura delle diverse parti (Allegato N. 27) del tutto tranquillizzante.
3. - Lavori affrettati. - Dall'esame delle cubature eseguite nelle diverse stagioni risulta infondato l'appunto di soverchia fretta nella esecuzione dei lavori. A non far confronti con impianti analoghi, a non ricordare, come detto sopra, che il passo era limitato dalla disponibilità dei materiali, basta far notare che ad un massimo di 300 operai in posto si contrappone una produzione media giornaliera inferiore ai 100 metri cubi complessivi di muratura e di getto.
4. - Tollerati metodi esecutivi inadatti. - Per la specializzazione delle ditte costruttrici alle quali erano affidate le opere e per le norme prescritte nei Capitolati la ditta Viganò poteva ritenersi premunita contro possibilità di mala esecuzione. Ciò nonostante la sua sorveglianza fu continua e qualche inconveniente, ripetuto a decine di volte nelle deposizioni, non è ad essa imputabile e non è diverso da quelli comuni a tutte le opere di tanta mole; non ha importanza tale, non si dice di aver provocato il crollo, ma neanche di aver interessato la solidità della diga, e sta inoltre a dimostrare che non vi furono altri inconvenienti più importanti.
5. - L'accusa di aver caricate coll'invaso delle acque le opere prima, di una sufficiente stagionatura, portata nelle deposizioni di alcuni operai, trova opposizione in esplicite e precise deposizioni in atti dell'Ing. Santangelo e del signor Viganò i quali dichiarano che l'acqua non è mai stata a contatto dei getti prima di un congruo tempo necessario alla stagionatura.
Nel contrasto fra le due affermazioni noi possiamo formarci una convinzione tranquillizzante per le parti portanti della diga (gli speroni) tenendo presente l'ordine di esecuzione delle opere e del successivo invaso. Prima si eseguivano gli speroni fino ad una certa quota, poi si armavano e si eseguivano le vòlte, poi si invasavano le acque.
Conseguenza: All'atto dell'invaso gli speroni erano più che stagionati (Allegato N. 28).
L'Ing. Santangelo ed il signor Viganò ammettono che ci fu una parte, la zona più alta, che fu invasata prematuramente, prima di essere accuratamente intonacata. La cosa non interessa nè il crollo nè la solidità della diga, serve invece a spiegare le abbondanti perdite di acqua attraverso la zona stessa.
6. - Il ferro. - Dai registri Viganò rilevammo che su cinque mila quintali di ferro consumati in Gleno, ottocento quintali furono di residuati di guerra. Di questi la metà venne posta in opera nel plateone di metri 2,70 formante la base degli speroni nella parte in curva, il rimanente, a detta del signor Viganò, opportunamente, ma sempre in più delle armature progettate.
Nessuna influenza dunque sulla solidità dell'opera.
Che dire dell'accusa di aver simulato con spezzoni la esistenza di armature non esistenti? Contro chi voleva essere rivolto 1' inganno perpetrato dal signor Viganò? Il signor Viganò, che non vuole supporre malvagità preconcetta nei testimoni, teme che essi siano stati tratti in errore dalla posa di spezzoni che veniva fatta in alto della diga per ammarrare ad essa il sovrastante parapetto della Stradella.
7. - La ditta Viganò fu accusata di aver trascurato le osservazioni riguardo alle perdite di acqua attraverso la diga. - Più avanti verrà esaminata l'importanza di queste traversazioni in rapporto al crollo, bisogna però dire subito che esse furono tenute in costante osservazione dal giorno dell'invaso all'antivigilia del crollo.
Sulla entità di queste perdite sono discordi le deposizioni; contradditorie quelle del guardiano, confuse quelle degli operai che evidentemente sommano le perdite attraverso agli archi multipli coll'acqua proveniente dallo sfioratore. Nessuna di queste deposizioni risulta da constatazioni continue e dirette fatte da persona competente.
L'Ing. Santangelo ed il signor Viganò non contestano che perdite ci fossero, ne contestano invece la entità e contestano che fossero tali da dare preoccupazioni sulla stabilità della diga.
Dice testualmente l'Ing. Santangelo:
"A questi disperdimenti io non avevo dato alcuna importanza non sembrandomi compromettenti la sicurezza dell'opera"
Si noti che la maggior parte delle traversazioni avveniva in punti ben individuati della parte ad archi multipli, esse erano tenute in vista ed a tempo debito sarebbero state eseguite le necessarie riparazioni.
Le perdite attraverso il tampone erano minime e la fotografia che si allega (Allegato N. 29) ingrandita, e guardata con lente fortissima, benchè fatta a serbatoio pieno in novembre 1923, non palesa traccia di traversazioni sensibili e tanto meno di zampilli più o meno grandi.
Circostanze discordanti da quelle riferite dal progettista e dal signor Viganò furono riferite negli interrogatori da testimoni operai, certo meno competenti, certo meno interessati a fare delle constatazioni.
Noi pensiamo che i rilievi dei signori Viganò e Santangelo, i quali erano appunto coloro che avevano il più grande interesse a provvedere in caso di necessità, siano, per forza di cose, i più degni di fede.

***

In conclusione, delle accuse atroci, e che ora ben possiamo chiamare inique, che vennero fatte inizialmente alla ditta Viganò, non una si è sostenuta di fronte alle risultanze dei fatti. Noi lo possiamo affermare con piena coscienza. La ditta Viganò può rialzare la fronte che la sventura aveva fatto abbassare, e avvicinarsi alla ricerca delle cause del crollo con animo sgombro da preoccupazioni di responsabilità proprie; in umiltà, davanti alle tragiche conseguenze del disastro immane, ma colla calma serenità di una vittima del disastro stesso.

www.scalve.it