Angelo Baldoni. Infausto e tragico sabato 1923
Già durante l’anno stesso si vociferava che la diga del Gleno sarebbe
crollata, naturalmente si parlava, e si discuteva, senza persuasione,
l’origine delle discussioni provenivano dagli operai che lavoravano alla diga
stessa. Si diceva che l’impresa De Vita, molte volte o per mancato
funzionamento della teleferica o per altre cause rimanesse senza cemento, lassù
al Gleno, e che per non perdere tempo continuasse a lavorare, portando avanti il
getto dei piloni, semi a secco; a tanta incoscienza si stentava a crederci, ma
pur troppo dopo il crollo s’è dovuto constatare che era pur troppo vero, come
risultò vero la mancata posizione del ferro prescritto (...).
L’impresa (e quello ch’è più strano) d’accordo con il Sig. Virgilio
Viganò Direttore, proprietario degli impianti del Gleno, facevano immettere nel
getto dei tronchetti di ferro connessi e segati con gli orizzontali, da darne
l’impressione che il ferro stabilito a progetto fosse senza dubbio in posa ed
adeguatamente connesso, e legato in tutto il corpo del getto, ingannando così i
tecnici visitatori.
In riferimento a quanto sopra nel mese di maggio del 1923, venuto poi ad
aggiungersi l’all’armi che la Diga perdeva, che aveva delle forti
filtrazioni, tanto che furono raccolte e convogliate in raccordo con il canale
che porta alla tubazione forzata, tre maggiorenti del paese (Dezzo) e cioè il
Sig. Bettineschi Pietro detto Pierola e Franceschetti Francesco e Pedrini
Arcangelo si recarono a Bergamo dal Genio Civile ed in Prefettura, esponendo le
preoccupazioni della popolazione del Dezzo, fu loro risposto che era cosa degna
di manicomio il pensare a cose simili, che lo sbarramento del Gleno non sarebbe
mai crollato, che i Sig.ri Viganò non possono avere speso tanti milioni nel
dubbio che la diga dovesse anche solo fare qualche falla e che filtrazioni si
sarebbero rimarginate ecc.
Con le piogge di settembre incominciarono a caricare il bacino, essendo le
centrali di già in funzione, e volta volta che l’acqua cresceva nel bacino le
filtrazioni aumentavano di intensità, ma si assicurava che ciò non era
preoccupante (ciò da parte dei tecnici). Il popolo quasi rassicurato dalla voce
dei tecnici diceva che al massimo le filtrazioni potranno allargarsi, fare
magari una falla o piccola breccia nella diga e svuotare così il bacino, si
diceva la diga fatta ad arco non potrà comprimersi e sfasciarsi di colpo,
intanto si andava avanti con cieca fiducia. Piogge torrenziali della seconda metà
di novembre, la diga era finita nel suo complesso, l’impresa De Vita stava
ultimando le sovrastrutture (...). Le continue piogge, specie nell’ultima
settimana di novembre, che pioveva torrenzialmente giorno e notte, senza
interruzione, da sembrare il diluvio, empirono il bacino per tutta la sua
capacità prevista, avvertito il Sig. Virgilio Viganò dal suo personale addetto
alla diga Sig. Duci Mansueto di Bueggio che il bacino era pieno questi si recò
sul posto, visto tanta acqua a sfiorare ed andare a vuoto, per immagazzare
maggior elemento fece applicare sulle bocche degli sfioratori di troppo pieno
dei tavoloni sopraelevando così di centimetri 40 il livello dell’acqua nel
bacino; non si può computare di quanti mc. d’acqua in più abbiano gravato
sullo sbarramento, certo trattandosi di sviluppo in superficie si tratta di
parecchie migliaia di mc., ciò devessere stato l’origine e la causa
dell’immensa catastrofe che rovinò sino a Darfo Valle Camonica.
La mattina del 1° dicembre ero in cammino verso la diga di Barzesto del
Consorzio Idroelettrico del Dezzo, ove la sera prima il Sig. Giuseppe Cattaneo,
direttore delle due centrali del Consorzio, venne su a prendermi causa che le
piene dei torrenti Vo e Dezzo avevano ostruito con il loro travolgere di piante
e ceppi la presa del canale, rimase su alla riva il fratello Enrico, di guardia
per segnalare eventuali altri danni alle gru di manovra delle paratoie, il
giorno dopo cioè il 1.12.23 avremmo tentato lo sgombro con la dinamite, scesi
in macchina con il Sig. Cattaneo e Casati ed l’autista Visinoni Ambrogio, alla
centrale ci accordammo il da farsi, il mattino successivo 1.12 il sottoscritto
doveva risalire con la dinamite alla diga di Barzesto e tentare di demolire
l’ostruzione della presa e fare in modo di dare acqua alla Centrale. Il Sig.
Direttore e Casati con l’autista si sarebbero recati con i guardia linea alla
ricerca dei vari guasti successi in linea causa il maltempo, ciò che ognuno
fece. Così avvenne in quel triste mattino ci trovammo sulla strada fuori
centrale (avendo io la casa a 70 metri circa dalla centrale del Dezzo) con il
Sig. Cattaneo-Casati-Visinoni, dopo alcune raccomandazioni da parte del Sig.
Cattaneo io mi avviai a piedi verso Barzesto (...). Io sottoscritto camminando
di buon passo arrivai sino alla curva sopra Dezzolo che volge nella valle del
Tino, quando mi giunse allorecchio un rumore che sembrava un boato, un
qualchecosa indefinibile, per istinto mi voltai indietro scrutando al basso
valle ciò che poteva essere e vidi appena percettibili dato la pioggia che
ancora veniva giù a dirotto dei grossi pennacchioni che sorvolavano la costa di
Lenia; di primo achito pensai subito al Gleno, ma poi dato anche la poca
visibilità il pensiero mi spinse ad osservare meglio e perciò scrutai al basso
ed a valle ove esistevano la segheria Bettoni ed il Santuario della Madonnina.
Vidi che questi esistevano ancora, pensai sarà qualche forte uragano che alla
stretta del ponte Formello sorvola per forza la costa e così continuai il
cammino sino alla costa oltre valle del Tino sino sotto alla costa detta Fondi;
ivi appena giunto di nuovo in visuale del fondo valle mi fermai ad osservare di
nuovo e meglio, quale spettacolo ricordo ancor la scena che non si cancellerà
mai dalla mia mente, non più segheria non più Santuario tutto immerso nella
valanga che faceva livello con il canale del Consorzio della derivazione del
torrente Nembo e Povo , con le fucine, un immenso lago di fango, che copriva
tutto sino a una trentina di metri sopra strada Provinciale, allora mi resi
conto di cosa fosse avvenuto pur troppo non cerano più dubbi in merito, la
barriera che racchiudeva circa otto milioni di mc d’acqua sera sfasciata
veramente, mi attaccai ad un filo di speranza, pensavo la mia casa è molto
elevata dal letto del fiume forse se la valanga ora riunitasi nella conca della
Madonnina per rigurgito avendo sbattuto contro la montagna facendo un angolo di
defluenza di circa 70 gradi avrebbe trovato sufficiente sfogo dato anche lo
stretto di ponte Formello e di incanalarsi nella valle, ma fu un’illusione pur
troppo un’illusione, in quei pochi minuti di osservazione vidi attraverso la
costa dell Baruse la fiammata dello scoppio della centrale elettrica ch’era
vicino a casa mia in quel momento impallidii e non ricordo più cosa pensai,
solo il pensiero fisso alla casa alla famiglia che lasciai svegli a letto mi
indusse ancora a pensare, tanto che in quei minuti di sbalordimento, visto che
dalla casa dei Fondi scendeva il giovane Carizzoni Giovanni che già aveva anche
lui visto quanto succedeva, lo pregai di recarsi alla diga di Barzesto dove cera
il fratello Enrico con l’ordine di aprire le paratoie di scarico in modo che
fosse tolta tutta l’acqua del canale (ciò che gentilmente egli fece), pensavo
in tal modo di salvare il salvabile che diversamente la tubazione forzata della
centrale chissà quale voragine avrebbe aperto tra la centrale e la mia casa.
Io partii di corsa ed arrivai a S. Andrea che già la gente era in movimento
resisi edotti di quanto era successo. Trovai per primo l’amico Pedrini che
ritornava dalla costa sopra Lenia il quale aveva potuto vedere lungo la valle
sino a Dezzo, allo stesso chiesi informazioni se la mia casa fosse danneggiata,
egli mi assicurò con pietosa bugia che aveva visto gente sul prato soprastante
la casa ma che però la centrale e la casa non esistevano più, tentai
proseguire per accertarmi di quanto pietosamente mi si diceva ma fui trattenuto,
poi non so come sia andata penso che sia svenuto perché solo verso mezzodì mi
accorsi di essere in una camera a letto a S. Andrea presso il Pedrini stesso.
Erano arrivati mio fratello Enrico, gli zii materni da Pradella e le zie di
Ronco e Dezzolo. Quando vidi loro mi prese tutto lo spirito che avevo in guerra
e volli a tutti i costi vedere e constatare de viso quanto mi era successo, ci
incamminammo verso una passerella che ancora esisteva nono stante la piena del
fiume sita a Somargine sopra passato così il fiume nella valle tra S. Andrea e
Barzesto proseguimmo lungo il sentiero detto delle Croci arrivati al bivio
Calcinelle dove a colpo d’occhio si abbraccia tutta la valle dalla Madonnina
al Soculì fu per me e per chi mi accompagnava una vera visione di strazio
orrendo, non si può descrivere ne la visione ne l’impressione provata, addio
speranze tutto perduto affetti cari moglie bambini e parenti tutto scomparso in
un attimo. Solo arrivato a quelle poche case che ancora esistevano in virtù di
due mammelloni di roccia che hanno con la loro possente mole deviato il grosso
della fiumana trovai tra i superstiti la bambina la mia Teresina che la zia Nina
salvò a rischio e pericolo della propria vita essendo ambedue state anch’esse
travolte da un’ondata. Provenienti dalla piazza del Dezzo le abbracciai, non
le si riconoscevano più, erano più fango che persone, piangemmo assieme la
mamma ed i fratellini Walter e Franchino zio zie e cugini che così tragicamente
perirono e che mai più li avremmo rivisti, neppure le loro amate spoglie
mortali.
Delle contrade poste sulla sponda destra del fiume Dezzo, contrada Siletti e via
provinciale, con due corsi di case fiancheggianti la strada, una sola casa
rimase in piedi, quella dei Siletti, casa signorile ma senza abitanti a
quell’epoca, in dette contrade esistevano ben undici esercenti tra negozi ed
alberghi, e trattorie, tutti in buona prosperità dato che a quel tempo il Dezzo
era si può dire il centro di smistamento e rifornimento di tutta la Valle, vuoi
per il forno fusorio, vuoi per la posizione topografica, quale primo paese
all’entrata in Valle, ed al bivio delle due strade, Via Mala e Cantoniera
della Presolana, allaccianti una alla Valle Seriana e l’altra alla Valle
Camonica. Qui era centro di mercato senza giorni fissi, sia di bestiame come
legname legna carbone, contratti di manodopera dei boscaioli, carbonai,
estrattivi per miniere, fornaciai addetti al forno fusorio ecc. esistevano tre
banche la Popolare di Bergamo la Valle Camonica di Breno l’unione Bancaria di
Darfo più l’ufficio postale che gestivano i capitali di quasi tutta la Valle.
Sulla sponda sinistra del fiume, venne distrutto il forno fusorio con annessi e
connessi, che era in piena attività (...), della contrada del Forno e via
Umberto 1° non rimase traccia più altre case sulla strada per Azzone e in
piazza di Dezzo.
Dopo tanta catastrofe i superstiti quasi inebetiti, si stentò a riprendere il
corso normale della vita (...). Si ripresero le staffe perdute, dico staffe
perdute perché i più si erano dati ad una vita di bagordi cercando così di
soffocare la mente nel vino.
Si dice che il tempo è buon medico, pare che sì, perché a poco a poco la vita
si normalizzò e riprese, in senso morale e civile, solo l’industria e
commercio non riprese più, tutto cambiò per forza di cose, e mai più nascerà
la prosperità di ante disastro.
(Tratto dal libro "Da Collere a Colere" a cura di Angelo Bendotti - Amministrazione Comunale di Colere - Associazione editoriale: Il Filo di Arianna)