Bentoglio Carlo, classe 1898, Cavaliere di Vittorio Veneto, Croce di Guerra al Valor Militare, altre decorazioni, Darfo. 

"Ero appena tornato dal militare ed ero felice, dopo 4 anni di grandi disagi e peregrinazioni: dapprima al fronte in Italia, poi in Francia, infine in Africa. Ero partito a 18 anni e, per mia sfortuna, dovetti partecipare alla ritirata di Caporetto: fui l'ultimo a passare su un ponte che un attimo dopo saltò in aria. Ho poi avuto la soddisfazione, unico bresciano, di sfilare sotto l'Arco di Trionfo a Parigi, città dove rimasi, in quell'occasione, per 28 giorni.
Lavoravo alle Ferriere di Voltri: in questo stabilimento ho prestato la mia attività per ben 38 anni. Finiti i doveri verso la Patria... venne il Gleno.
La sera del 30 novembre ci trovammo fra amici ex-combattenti presso il Caffè Trattoria Italia, gestito dalla signora Maddalena Scolari. Facemmo le ore piccole; avevamo un poco bevuto, e pieni di allegria com'eravamo ci sembrava troppo triste doverci lasciare. Era un fatto straordinario per me: la mia famiglia era retta con rigidezza di principi da mio padre... Non vi era certo la libertà di cui godono oggi i giovani... Al mattino del primo dicembre non avevo voglia di alzarmi. Dalla Ferriera giunse il fischio dei venti minuti alle otto... Venni chiamato insistentemente dalle mie sorelle per la colazione e perché non giungessi in ritardo sul lavoro. Mangiai un po' di pane in fretta e furia; davanti a casa mia mi attendeva un certo Italo Soardi, fidanzato di una mia sorella.
Ci incamminammo lungo il sentiero che fiancheggiava il canale Ilva-Ledoga, diretti verso la portineria dello stabilimento. Ci accorgemmo subito che vi era qualcosa di anormale, perché il canale era rigonfio di acque tanto da travasare. Mancavano circa dieci minuti alle otto.
Le mie sorelle che facevano le stiratrici, sarte e lavatrici per conto terzi, erano già tutte al lavoro. Tornai sui miei passi, a balzi per avvisarle di quanto stava avvenendo: la casa che abitavamo era presa in affitto dal sig. Felice Bontempi e, essendo più bassa delle altre, temevo venisse invasa dalle acque che si andavano gonfiando sempre più. "Scappate, via, scappate!" gridai a loro.
S'era levato un forte vento, misterioso. Seppi poi che a Gorzone era formata una specie di diga che ancora non aveva ceduto.
Ci rifugiammo momentaneamente ai piani superiori della nostra casa. Vicino a noi abitava la signora Morandi, che pochi momenti prima aveva dato alla luce un bambino: l'ostetrica, che, ricordo, chiamavamo "la Milanesa", era appena uscita da casa sua. Attraversando una loggia che univa le due case, andammo a rifugiarci nella stanza dove la partoriente giaceva a letto. Eravamo in undici persone, in quella stanza... Io mi ero parato davanti alla porta a vetri perché non volevo che queste persone vedessero quel che di terribile stava avvenendo fuori: le case che venivano spazzate via come fossero foglie.
Se non si fosse creata quella diga a Gorzone il disastro sarebbe stato molto più limitato; ad aumentare la violenza delle acque contribuirono anche le condotte forzate della centrale Ilva che frenarono molto materiale poi liberatosi violentemente...
Mia sorella Virginia mi svenne in braccio non appena riuscì, quasi a forza, a vedere quel che accadeva. Di fronte alla nostra, vi era la casa Nulli. I proprietari la abitavano da due giorni perchè appena costruita. La sorella del Nulli, mia fidanzata, si affacciò terrorizzata: "Che succede? Che succede?". Risposi: "La fine del mondo, la fine del mondo".
La casa Nulli, sotto i miei occhi, venne spostata dal vento e dalle onde, ruotò sulle fondamenta e si rovesciò pesantemente nel nostro e cortile pieno di 5-6 metri di acqua, di detriti, di piante, materassi cadaveri galleggianti. La nostra casa, dopo il crollo della casa Nulli, venne inghiottita dal suolo e l'acqua formo come un grosso imbuto che ci assorbì violentemente. Mia sorella Agnese, per la disperazione, si attaccò alla mia mano destra e la penetrò con le unghie tanto da lasciarmi il segno della ferita.
D'un fiato fummo trasportati contro il contrafforte della ferrovia. Qui vi era un grande ammasso di detriti ed io rimasi imprigionato per metà nelle acque melmose. Sotto ero spinto dalle acque e sopra dal vento: era un dondolare che ho ben presente, violento, proprio facendo leva a metà corpo contro una lamiera: porto ancora del profondi segni di ferita sul ventre... Non ero svenuto. Sentivo suonare le campane a martello; non vedevo niente, ma sentivo pianti ed urli: Le campane suonarono a martello per due ore, finché l'acqua calò di livello e mise in luce il disastro che aveva provocato.
Qui mia sorella si staccò da me: la sua salma venne ritrovata nella cantina del signor Rusconi (detto l'americano), negoziante di vini. Era come incollata all'involto della cantina, in decomposizione perché erano passati 15 giorni dal disastro. Quegli involti, coperti dl vegetazione ed abbandonati, esistono ancora oggi in via Albera. Probabilmente io venni spinto in una strada che, passando vicino all'albergo Colombi (ora cartoleria Pennacchio), univa la parte nuova alla parte vecchia di Darfo. Finii col capitare in un vicolo stretto vicino alla chiesa di Darfo. In fondo a questa stradetta vi era l'attuale mons. Ercoli di Gemmo e il signor Bianchini Giacomo di Darfo.
Vedendomi rotolare, nudo (mi era rimasta indosso solamente una cintura) sentii - è incredibile come si ricordano certe cose - che dicevano: "Bel maiale, che maialone"! Mi tirarono fuori: "E' un uomo E' un uomo!". Mi portarono subito in fondo a Darfo nel locali della "casergia" vecchia. Mi misero su di un letto. Sentivo dire: "E' morto! E' morto!". Alcune donne portarono una scaldina: i miei piedi non reagivano neanche al caldo.
Attraversando la Breda dei signori Cemmi, su una portantina mi portarono all'ospedale. Allora non vi erano trasfusioni io ne avevo perso moltissimo... Si convinsero a trasportarmi all'ospedale quando il sig. Amadio Totis, impiegato bancario, si abbassò su di me e disse: "E' ancora vivo: ha il cuore che gli batte".
Vennero da me giornalisti di ogni nazione. Ricordo che un giornalista spagnolo mi chiese se sapevo nuotare! Che incompetenza! Altro che riuscire a nuotare: a parte la violenza delle acque, queste, avendo dissodato molti terreni, erano come mastice, spesse e piene di detriti. Gli portai come esempio la morte di un sottufficiale di marina, buon nuotatore, un certo sig. Enrico Gamba, che aveva sposato una nipote del notaio Cemmi; la violenta fiumana lo aveva sbattuto contro la passerella sul canale Ledoga.
Mio padre, che lavorava come agente dei Sigg. Ziliani di Lovere nel magazzino sito nella casa ove attualmente vi è la Posta a Corna, assistette alla terribile scena da una finestra del magazzino. Dal dolore quasi impazzì e morì poco tempo dopo.
Io e il sig. Nulli fummo invitati a Gardone da Gabriele d'Annunzio e portammo al Vittoriale, dove ancor oggi c'è, una pietra del monte Gleno. Il Comandante volle sentire da noi due l'avventura straordinaria che ci lasciò in vita per puro miracolo.
Le salme delle mie povere sorelle vennero trovate nei luoghi più impensati: Virginia nella Piana di Artogne; Maria nella zona di Gratacasolo; Luigia in località Isola; Agnese, come dissi, in via Albera a Darfo.
Tanti che non ebbero né vittime né ingenti danni, ricevettero grossi sussidi. Noi denunciammo la perdita del mobilio e della biancheria (la dote pronta delle mie sorelle) per un valore di 31.000 lire e ricevemmo 16.000 lire.
La disperazione durò per molti anni nella mia martoriata famiglia; mio fratello don Giovanni, allora rettore del Seminario S. Cristo di Brescia, per lenire il dolore di noi sopravissuti, accettò di divenire parroco a Malegno. Era l'immagine della bontà e della saggezza; non dico questo perché è mio fratello. Ora riposa, non dimenticato, nel cimitero di Malegno ".

(Tratto dal libro "Il disastro del Gleno" di G. Sebastiano Pedersoli - Edizione riveduta in occasione del 75° anniversario - Copyright Edizioni Toroselle di Pedersoli dott. Giacomo)

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