Francesco Morzenti, guardiano della diga

"Io sottoscritto Morzenti Francesco di Gio. Andrea da Teveno, guardiano della diga al Gleno alle dipendenze della Ditta Viganò, dichiaro quanto segue:
Dal 15 agosto al 31 ottobre 1921 lavorai sul Gleno agli ordini di Oprandi Angelo di Fino del Monte, con un vagonista, per il trasporto della sabbia cavata sul piano del Gleno, trasporto e cava che era fatta per conto diretto della Ditta Viganò e non dell'impresa costruttrice della diga.
Il lavaggio della sabbia si faceva prima di metterla nel vagone, e molte volte constatai che la sabbia non era lavata bene. Una volta sentii anzi l'impresario Galeazzi Carlo, socio col Vita, lamentarsi direttamente col Virgilio Viganò perché la sabbia non era lavata bene.
L'anno precedente 1920 so che la diga veniva costruita dall'impresa che cominciò la costruzione della diga a gravità dalle fondamenta. Da tale impresa fu costruito il primo tampone, che otturò l'antico letto del torrente nella parte rinserrata tra le rocce, e sopra la roccia il basamento della diga a gravità che aveva uno spessore di circa due metri nei punti più alti (che corrispondevano alla base del primo pilone che si è aperto nel disastro), discendendo mano mano a un metro e anche meno. Tale basamento però non esisteva sotto tutta la lunghezza della diga, ma solo per circa metà della diga, e cioè dopo il secondo pilone nel territorio di Vilminore per tutto il tratto della diga crollata e per circa 12 metri anche dopo, andando verso il territorio di Oltrepovo. Indi la roccia si elevava rapidamente e la diga era tutta in calcestruzzo appoggiata sulla roccia.
Tutto il suddetto basamento era in muratura di blocchi annegati nella calce di Triangla. L'impresa Vita costruì la diga negli anni 1921-22-23, nel quale ultimo anno i lavori furono terminati nell'ottobre o ai primi di novembre.
Nel 1921 l'assistente ai lavori della diga credo sia stato il Marinoni Bortolo di Rovetta per conto della ditta G. Viganò, nel 1922 il signor Cadario Vittorio, milanese, nel 1923 il sig. Giudici Sperandio di Cerete Basso. Come ingegneri nel 1921 alla direzione dei lavori non so di averne visti. Qualche volta a lunghi intervalli vi veniva l'ingegnere progettista Santangelo. Nel 1923 sui lavori venivano in compagnia l'ing. Conti e l'ing. Santangelo fratello del progettista, vi stavano un'ora o due, e poi stavano anche parecchi giorni senza venire sui lavori.
Il sig. Virgilio Viganò nel 1921-23 veniva sul lavoro quasi tutti i giorni, meno il sabato, la domenica e il lunedì. Nel 1923 veniva più di rado, una volta o due per settimana, e ciò anche nel mese precedente il disastro.
Chi dava gli ordini all'impresa era il Viganò. Esso qualche volta sgridava l'impresa per il sistema di costruzione della diga, ma non diede mai ordine di disfare qualche parte della diga.
Tutti gli operai in luogo dicevano che col sig. Viganò gli ingegneri non potevano fare quello che essi volevano e prescrivevano. La sabbia e la ghiaia preparata coi frantoi era fornita direttamente dalla Ditta Viganò, come pure il cemento, la calce, il ferro, il legname e ogni altro materiale. Ho sentito dire che la qualità del cemento variava sempre e non era sempre buona: che la sabbia non era lavata o troppo grossa, che la ghiaia era pure troppo grossa. Detti lamenti erano fatti anche dall'impresa.
La calce di Triangla fu usata, ed in modo unico e esclusivo, nella costruzione del basamento della diga a gravità, sul quale vennero poi impostati i piloni ad archi multipli. Anche oggi detta calce in quella muratura del basamento si vede spappolarsi come farina. Nel 1921, quando io andai sul Gleno, non so se ne sia stata adoperata mista col cemento, ma non posso escluderlo.
In detto anno l'impresa Vita costruì, sulla muratura dell'anno precedente in calce, gli speroni e le basi dei piloni in cemento fino all'altezza della risega.
Della muratura in calce sottostante non ne fu disfatta; anzi, ne fu disfatta una piccola parte sopra la mia baracca; tutto il resto, e cioè la parte più importante che faceva da base alla parte della diga asportata nel disastro, fu tutta conservata e sopra vi si piantarono i piloni della diga ad archi multipli.
Il ferro tondo per le armature era di vari diametri. L'armatura era fatta nei piloni per tutta la lunghezza con bacchette di mm. 21 alla base dei piloni (che alla base avevano la lunghezza massima di 12-15 metri circa) distanti mezzo metro fra loro e ad ogni piano di un metro. Tali bacchette si agganciavano con quelle che armavano gli archi. Nei piloni in senso trasversale venivano poi messe delle gabbie di ferro con fili sottili.
Il ferro in parte era nuovo, in parte arrugginito e residuo di guerra, sul quale il cemento non faceva presa. Escludo che i ferri delle armature possano essere stati tagliati. Dichiaro invece che il calcestruzzo veniva gettato fra le armature così come veniva, ma non ho mai visto a comprimerlo né nei piloni, né negli archi, mentre ciò è richiesto anche per i lavori più comuni.
Sul Gleno vi sono ancora residui di calce perché I'ing. Santangelo ad un certo punto dei lavori dispose che non si adoperasse più. Il legname dei ponti molte volte veniva lasciato nei piloni come è rilevabile anche oggi. Col primo novembre 1921 fui assunto dalla Ditta G. Viganò quale guardia-diga. A quell'epoca la diga era costituita dal basamento in calce fatto nel 1920, e dagli speroni (che dovevano servire dopo una risega di base ai piloni allora appena incominciati) che erano impostati sulla muratura in calce.
A quell'epoca si incominciò a immagazzinare l'acqua, che a fine novembre raggiunse l'altezza della risega del pilone completamente nel bacino a circa 10-12 metri di altezza di acqua. L'altezza della base della risega dei piloni era di circa 3-4 metri. Quell'acqua faceva funzionare una sola macchina della centrale di Povo, che forniva l'energia elettrica per la teleferica e luce elettrica.
Fino da allora si manifestarono le fughe d'acqua alla base, e cioè attraverso le murature o la roccia. Ricordo bene che nel 1921 la Ditta Viganò direttamente, avendo visto quelle fughe d'acqua, dopo sospesi i lavori della diga e cioè nell'intero mese di dicembre 1921 fino al 17 giugno 1922 (primo giorno in cui venne la neve), diede ordine a tre operai (Agoni Giovanni di Angelo di Teveno; Magri Antonio di Pianezza e Duci Antonio di G. Maria di Bueggio) di scavare nello spazio antistante la muratura il materiale terreno e ghiaccio, di trasportare detto materiale con vagonetti nel piano alto della diga e di rovesciarlo nell'interno di essa sulla base per otturare le fughe di acqua. Quegli operai rovesciarono 24 vagoni al giorno di materiale nella diga, ma ciò nonostante l'acqua continuò ad uscire. Nel 1921 il bacino cominciò a funzionare nel novembre e non fu vuotato. Nel 1922 verso maggio l'Impresa Vita riprese i lavori e continuò fino ad ottobre costruendo piloni ed archi del livello sopra la risega dell'anno precedente, fino ad altri 12 metri circa di altezza.
Fra gli operai sentivo dire che l'impresa nella costruzione della diga lavorava male. Gli operai milanesi lavoravano anche ore extra la mattina e la sera, e sempre la domenica, mentre gli operai scalvini andavano a casa. Nelle ore extra ed in domenica il lavoro si faceva sempre alla presenza di assistenti di parte della Ditta Viganò.
Man mano che l'altezza della diga saliva, anche l'acqua immagazzinata nel serbatoio seguiva i lavori onde l'impresa ne faceva lamento a Viganò. Parimenti le perdite di acqua alla base aumentavano di portata e di numero col crescere dell'acqua immagazzinata, ma le perdite principali erano alla base della diga e nella muratura in calce. Talune perdite erano in forma di zampillo e sgorgavano con violenza.
Nel 1922 il serbatoio non fu mai vuotato.
Nel 1923 i lavori, sempre a mezzo dell'Impresa Vita, vennero ripresi ai primi di maggio e condotti a termine al 3-4 novembre. In altezza si costruirono nella diga circa altri 12-15 metri. Anche nel 1923 il livello dell'acqua del serbatoio seguiva subito dietro i lavori e di ciò l'impresa si lamentava perché non aveva neanche tempo di fare le stabiliture che subito l'acqua incalzava. Ciò perché io avevo avuto l'ordine dal sig. Viganò di tenere chiuso il serbatoio.
Nel giugno (o forse anche parte di maggio) 1923, visto che alla diga aumentavano sempre le perdite d'acqua, specie dalla base ed anche dai piloni in diversi archi, il sig. Viganò mi diede ordine di svuotare il serbatoio, ma solo fino all'altezza della risega. Ciò fatto, gli operai della Ditta Vita in parte ed in parte anche altri operai dipendenti direttamente dalla Ditta Viganò, rivestirono la parte interna della diga di cemento e di catrame (non però dappertutto).
A lavoro fatto, l'acqua usciva però come prima, perché il bacino non era mai stato vuotato, né riparato fino alla base della diga, ove esistevano le fughe maggiori. Sul fondo del bacino nel 1923 non fu riversato materiale per turare le falle. Le perdite maggiori infatti si riscontrarono: una molto grossa, che ribolliva dal fondo della muratura in calce in fianco al pilone più alto (circa 35 metri) che fu il primo a crollare, ed in vicinanza al punto ove l'arco si poggiava sul pilone alto primo superstite verso Vilminore, dal quale sgorgava un grosso tubo all'altezza di 23 metri sopra lo spessore, in località ancora oggi indicabile ove la ghiaia si presenta disgregata: altre più leggere, ma discrete, procedendo verso Oltrepovo, e tutte fra la roccia e la muratura. Anche nel 1923, man mano che saliva l'altezza dell'acqua nel serbatoio, crescevano anche le fughe d'acqua. Io le misuravo in parte con uno stramazzo che raccoglieva l'acqua cadente con quella incanalata nel tubo di cemento. Detto stramazzo aveva una larghezza di cm. 50 e un'altezza che da 2 cent. salì man mano a 10 cent. in correlazione alla altezza dell'acqua nel serbatoio.

Oltre questa acqua di fuga, vi era quella raccolta dal tubo di cemento e dalla galleria costruiti nel 1922, che raccoglieva altra acqua di fuga, e che prima riempiva mezzo tubo ed infine il tubo intero, che di notte, a serbatoio chiuso, faceva funzionare a un grado e mezzo di macchina un elemento della Centrale di Povo per dare la luce ai paesi e per le perforatrici della galleria di Bellavalle. L'acqua del tubo io la calcolavo in litri 75 al minuto secondo.
Nel novembre 1923 io telefonai a Viganò che l'impresa si lamentava perché, tenendo chiuso il serbatoio, l'acqua correva dietro troppo da vicino ai lavori, e ciò per avere ordini di aprire o meno la saracinesca di fondo. Il sig. Viganò mi rispose: "Non sai che io ho costruita la diga per tenervi dentro l'acqua non per lasciarla andare?"
Nello spazio tra pilone e pilone verso Oltrepovo, ove il terreno esterno alla diga è più elevato, l'acqua che sfuggiva alla diga si ristagnava naturalmente nello spazio; invece tra i piloni più alti di fondo valle e verso Vilminore, l'acqua di fuga si riversava all'esterno.
Io per ordine Viganò, chiusi le intercapedini fra questi ultimi piloni, con terra e sabbia, per trattenervi l'acqua di fuga, che saliva al livello fino a poterla immettere nei tubi di cemento. Nelle intercapedini verso Oltrepovo l'acqua raggiungeva l'altezza di 5 o 6 metri; sul fondo di valle, di mezzo metro circa. La saracinesca di fondo nel 1923 fu aperta nel maggio-giugno per circa 20 cm., nell'occasione del parziale svuotamento del serbatoio.
Era pericoloso andarvi. Durante l'estate la apersi ancora due o tre volte quando l'acqua sorpassava i lavori degli operai. Allora nel bacino l'acqua raggiungeva mt. 22 di altezza ed usciva dalla saracinesca alzata per 10-15 cent. con tanta veemenza che per la pressione dell'aria la pelle delle mani veniva tagliata e ne usciva il sangue. Onde io non mi sarei mai arrischiato di aprirla più dopo che il bacino aveva raggiunto i 38 metri di acqua.
Il bacino si riempì sino agli sfioratori la prima volta verso il 23 ottobre 1923. Prima dei 12 sfioratori, 9 erano allo stesso livello e tre erano più bassi di circa 50 cm. Successivamente verso fine ottobre vennero alzati allo stesso livello dei 9, uno o due giorni prima del disastro. Il 29-30 novembre 1923 l'ing. Conti mi chiese se negli sfioratori erano state messe dagli operai le tavole per otturarli; andai a vedere, constatai che le tavole erano state messe e ne informai l'ingegnere Conti per telefono.
Osservai anche che l'altezza dell'acqua al manometro era aumentata di 10 cent. (mt. 38,04). In quegli stessi giorni (il 30 novembre) era stata immessa nel bacino anche l'acqua della Bellavalle (circa litri 90 al secondo perché molta sfuggiva).
Il 22 ottobre 1923, a seguito di forti piogge, il bacino si riempì per la prima volta ed incominciò ad uscire l'acqua dagli sfioratori (60-65 cm. per ciascuno dei 12 sfioratori), onde circa 12-13 metri cubi al minuto secondo. Tale acqua percorreva la base esterna della diga, penetrava nella galleria fatta scavare per raccogliere le acque di fuga: ed indi da essa con violenza si scaricava contro lo spigolo dei piloni verso il fondo valle, asportando tutto il materiale che vi era accumulato contro.
Il pilone che poi fu il primo a crollare era investito nello spigolo; onde io vi posi due assi inchiodate ad angolo per ripararlo, ma l'acqua le portò via subito. Io ero allarmato temendo che l'acqua così abbondante degli sfioratori scalzasse la diga all'esterno, e perché le fughe d'acqua, specie negli ultimi giorni prima del disastro, aumentavano fortemente il volume, specie verso la base tra la roccia e la base della parte più alta della diga. Onde di sera, dalle 19 alle 22 telefonai a Viganò pel tramite della centrale di Povo, ma potei comunicare solo alle ore 22,30 di notte con lo stesso sig. Virgilio Viganò, e lo informai sia della grande quantità di acqua che usciva dagli sfioratori, sia del continuo aumento delle fughe di acqua alla base.
Il Viganò quella notte mandò al Gleno il cognato Cecchino Silva con I'ing. Conti e l'ing. Santangelo fratello del progettista. Essi visitarono la sfioratura, ma non alla base della diga, perché dato il fiume di acqua che vi scorreva, non era possibile avvicinarsi. Essi non dissero nulla; e poi andarono a dormire, il Silva nella mia baracca, ove vi era anche mio zio; e gli altri due, nella baracca Viganò.
(Io però di mia iniziativa, impressionato dalla grande quantità di acqua che usciva, andai a dare molto scarico alla vasca di carico per alleggerire la pressione del bacino. La mattina dopo, quando ritornarono sul posto, videro ciò che avevo fatto, ma nulla dissero. Test. 29-3-24).
Pioveva ancora a dirotto. La mattina seguente verso le ore 9,10 arrivarono al Gleno il sig. Viganò e l'ing. Santangelo progettista, ed altri tre che credo del Genio Civile. (Poi dirà: ing. Lombardi e Sassi. Test. 29-3-1924). Traversarono la diga in cima e, siccome pioveva a dirotto, si ripararono alla baracca dei frantoi; poi, dopo mezz'ora, senza nulla guardare ripassando sul cammino della diga, ritornarono a Vilminore prima di mezzogiorno, senza neppure visitare la base della diga, ove l'acqua degli sfioratori e quella che fuggiva dalla diga era ancora aumentata di volume in confronto del giorno precedente.
Io pensai che quella gente non si curava di nulla. A me non chiesero cosa o informazione alcuna, ed il sig. Viganò da me richiesto se avesse ordini rispose di no.
L'acqua continuò ad uscire con la stessa violenza fino al 26 ottobre circa. Poi, fattosi bel tempo, dagli sfioratori non ne usciva più. Vidi che davanti ai piloni più alti era stato asportato tutto il materiale. Le acque di fuga si presentarono sempre abbondanti.
Dopo il 23 ottobre 1923 non ricordo che sul Gleno ed alla diga siano saliti ancora degli ingegneri del Genio Civile. Vi salirono solo più volte il Viganò e l'ing. Conti e l'ing. Santangelo fratello del progettista. (Il giorno prima del disastro, l'ing. Conti mi chiese se avevano messo le tavole agli sfioratori per otturarli e per ordine suo andai a verificare: gli operai avevano eseguito l'ordine. Test. 2931924). Ma nel fondo valle non andarono, stavano sulla sommità della diga a guardare l'acqua delle perdite. Non so di avere dati altri allarmi prima del disastro.
La mattina del 1° dicembre 1923 verso le 7, ritornando dall'avere aperta l'acqua alla Centrale come da telefonata fattami, passai sopra la passerella in legno ed ero intento a chiudere un buco nel tubo di cemento che raccoglie in parte le acque di fuga, rotto dagli operai. La passerella era appoggiata sopra mensole di ferro infisse nella base della diga e precisamente nella muratura fatta a calce.
Sentii d'improvviso come una scossa nella passerella, senza rumore, e contemporaneamente nello stesso istante dall'alto cadere un sasso che piombò nell'acqua sottostante stagnante fra due piloni. Pensai fossero gli operai che passavano nell'alto della diga per andare al lavoro sulla galleria della Bella Valle, ma subito dopo ne cadde uno più grosso. Non si vedeva bene, perché era ancora quasi buio. Alzai la testa e vidi nella testata a valle del pilone (uno dei più alti) una striscia nera che dallo sperone saliva in alto in modo tortuoso. Saltai sullo sperone ed accesi il fiammifero ed osservai una crepatura in fondo larga circa tre dita e che salendo si allargava. Ebbi l'impressione che essa si allargasse continuamente. (Faccio presente che, durante la notte, il mio cane, che tenevo fuori dalla baracca, lo udii ad abbaiare, e non udii rumori di sorta. Quindi escludo nel modo più assoluto che la rottura della diga in argomento sia avvenuta in seguito a qualche attentato delittuoso. Test. del 31 dicembre 1923 avanti ai Carabinieri di Vilminore). Scappai subito verso la mia baracca per telefonare l'allarme alla Centrale, seguendo la base della diga per poi salire la scaletta che porta alla baracca. Ma dopo due piloni, dall'alto caddero davanti a me dei cornicioni; onde dovetti ritornare indietro, scendere lungo la sponda destra del fondo valle, e indi girare sotto uno sperone di roccia per ritornare verso la baracca.
Appena girato lo sperone di roccia sentii come un urto dietro la schiena che mi sospinse. Mi voltai e vidi che il pilone nel quale avevo verificato la crepatura si apriva a metà a destra e metà a sinistra lungo detta crepatura e che gli archi ad essa appoggiati lo seguivano. Nel contempo l'acqua irruppe violenta al punto che non toccava la roccia per lungo tratto e faceva buio sotto di essa. La colonna mi passò di fianco. Io ripresi la fuga fino alla baracca, e lassù rivoltatomi vidi che dopo il primo pilone furono travolti d'un colpo tre o quattro piloni.
Il bacino si svuotò in circa 12-15 minuti. La diga era lunga 260 metri, larga alla base 15-20 metri. La parte rovinata è di 80-82 metri, e cioè dove i piloni erano più alti e dove alla base esistevano le maggiori fughe d'acqua.
Il Viganò dopo il disastro salì tre volte alla diga con l'ing. Santangelo progettista, l'ing. Conti e l'ing. Ceruti; quest'ultimo prima non si era mai visto.
Nella scorsa settimana ebbi una lettera a firma rag. Bianchi, che conservo nella mia baracca, nella quale mi si invitava a venire a Bergamo per domenica lo febbraio 1924 senza fissarmi il luogo del convegno né l'ora, e senza dirmi il motivo.
In quel giorno venni a Bergamo e mi recai in Prefettura, ove rimasi nel cortile e dopo molto tempo vennero due signori e mi chiesero se io ero il Petasalt (=salterino).
Mi invitarono fuori, e lungo il viale della stazione mi chiesero da chi ero stato interrogato, e che cosa avevo risposto. Risposi che mi aveva interrogato il Pretore più volte; il maresciallo dei RR. CC. ed il Commissario Prefettizio. Mi chiesero se ero stato interrogato se la diga perdeva, che cosa si diceva in Valle di Scalve del Viganò, e che cosa io avevo visto il giorno del disastro del Gleno. Uno prese appunti con la matita.
Mi diedero L. 50 per spese di viaggio, ed uno di essi mi disse che era il rag. Bianchi. Io pensai che fosse mandato ad interrogarmi dai Sigg. Viganò. Escludo di essere stato interrogato a Bergamo in Tribunale, non andai mai né a Bergamo né a Brescia. Solo quando, la prima volta dopo il disastro, fui chiamato in Pretura di Clusone, mi presentai all'ufficio Viganò in Vilminore, ove, presente il Viganò, la sua impiegata Magri mi diede un acconto di L. 50 per il viaggio.
Nello stesso giorno in cui io andai a Clusone il sig. Viganò partì da Vilminore, ed io non ebbi con lui alcun'altra comunicazione.
Anche ora tra la roccia ed il fondamento della diga, in parecchi punti si osserva che la diga non combacia con la roccia, ma fra le due esiste un po' di vuoto.
Questa mia dichiarazione, dopo averla letta, viene da me firmata tanto su questo foglio quanto sul margine di tutti i fogli intermedi".
F.to MORZENTI FRANCESCO FU BATTISTA, Bergamo, 17 febbraio 1924.

In aggiunta a quanto sopra deposto: "Prima del disastro sul tampone in fondo alla valle, all'altezza della galleria, dalla saracinesca di scarico vi era un po' di perdita d'acqua, onde io arguisco che sia avvenuta una forte rottura anche sul fondo del tampone. Non ho potuto verificare dove la rottura sia precisamente avvenuta, perché la galleria di fondo da cui l'acqua esce, dal disastro ad oggi, è ostruita da materiale.
Aggiungo a quanto ebbi a dire, che l'acqua che veniva fuori dalla diga e che continuò ad uscire fino al giorno del disastro, non rimase costante ma aumentava sempre... Confermo la deposizione di fronte all'avv. Maj in ogni sua parte... A parziale modifica dico che non sono più in possesso della lettera scrittami dal rag. Bianchi, lettera che credo di aver inavvertitamente o stracciata o bruciata". (Testimonianza del 28 febbraio 1924 alla Procura di Bergamo).
"... Il giorno 10 aprile 1924 è venuto da me tal geometra Manenti N. di Milano... e mi ha detto che veniva per incarico del sig. Ganassini per estrarre dei provini dai piloni... Il lavoro è stato fatto, ma nell'eseguirlo si è visto che in un pilone, e precisamente nel secondo della spalla sinistra, vi era dentro un intero sacco di cemento... io che ho scritto ieri alla SV. Ill.ma, mi affretto oggi a riferirle il fatto... per quelle previdenze che crederà del caso
...Nel mese di febbraio (1924)... sentii Guido Casati da Vilminore, che rappresentava i Viganò... dire al telefono a Duci Mansueto di Bueggio queste testuali parole: "Se viene qualcuno a visitare la diga accompagnali ed ascolta cosa dicono ". Osservo che il guardiano sono io, e che dovevano rivolgersi a me e non ad altri". (Testim. presso Ia Pretura locale, del 5 maggio 1924).

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