Rag. Franco Santi   di Vilminore, Presidente della locale Biblioteca.

"La Dittà Viganò di Ponte Albiate, subito dopo la grande guerra, iniziò la costruzione della diga del Gleno, in territorio comunale di Vilminore, a scopo industriale.
Tutta la Valle di Scalve si riscattò da una servitù di emigrazione che durava da sempre e si andò man mano emancipando, essendovi lavoro per tutti i reduci e per quanti non erano occupati nei lavori campestri e di miniera. Purtroppo questo stato di benessere durò poco. E quando la grande opera era oramai ultimata, un triste destino ripiombò la valle in una grande indigenza tremenda.
All'epoca, avevo 18 anni e mi trovavo a Bergamo a scopo di studio. Nel tardo pomeriggio di quel 10 dicembre 1923 appresi la notizia della grande calamità. Subito, valutando la gravità dell'accaduto, tentai di mettermi in comunicazione coi miei genitori che si trovavano in Vilminore, ma invano. Infatti telefono e telegrafo erano interrotti e le apprensioni per quello che si paventava fosse successo, aumentavano sempre più. Pertanto decisi con due compagni di scuola, Francesco Rizzonelli di Gorzone e Gino Armanini di Pian di Borno, di partire il giorno appresso (oramai, data l'ora tarda, non vi erano più mezzi di comunicazione). Il giorno dopo, domenica, giungemmo a Clusone col treno. Ma il sig. Canova dell'albergo Reale, che gestiva altresì il trasporto passeggeri per la Valle di Scalve a mezzo corriere a cavalli, non intendeva effettuare il tragitto, adducendo l'impossibilità di allogare i cavalli al Dezzo, essendo questo paese completamente scomparso. Appresi che i miei parenti proprietari dell'albergo Franceschetti al Dezzo erano periti.
Finalmente, anche per intercessione di altra gente, il Canova acconsentì alla partenza (altrimenti avremmo proseguito a piedi). Man mano che attraversavamo i paesi, raccoglievamo notizie frammentarie, sempre orrende. Giunti al giogo della Presolana. entrammo nell'albergo Franceschetti, la cui proprietaria era sorella del proprietario dell'albergo omonimo al Dezzo. Vi trovammo intensa animazione, lamenti, pianti, invocazioni, disperazione senza pari.
Un mio cugino, Alessandro Franceschetti, unico scampato dell'albergo del Dezzo, mi comunicò che i suoi genitori e sorella erano scomparsi con altri; egli dovette la salvezza alla mamma che lo chiamò pochi istanti prima della catastrofe per invitarlo ad andare a caccia: vide sfasciarsi la casa allorquando si trovava a poche diecine di metri dell'abitato su un erto prato. I cadaveri dei suoi cari vennero ripescati a Lovere nel lago d'Iseo, qualche tempo dopo.
Altro amico mi si parò davanti con braccio al collo e con una gamba a penzoloni sorretto da una improvvisata gruccia: Pierino Pintoni, figlio dell'ufficiale postale, il quale mi disse che ancora a letto (erano le 7,30) venne sbalzato fuori e presi sotto braccio due fratellini si trovò, in piena marea, la casa scomparsa. Poi un tronco d'albero s'abbatté su uno dei fratellini e glielo strappò via, ruppe a lui il braccio e la gamba. Dell'altro fratellino non ricordava più nulla. Annaspando sulla riva si salvò e fece in tempo a prendere per i capelli una donna e trarla in salvo. Questa gli disse: "Potevi lasciarmi là dentro, oramai ho perso tutti i miei cari". Il mio amico aveva perso, pure lui, 9 membri della famiglia su 15.
Proseguimmo per il Dezzo. Vi giungemmo sull'imbrunire, nello stesso istante che il senatore Conte Giacomo Suardo, con alcune Camicie Nere, stava ultimando la passerella di fortuna che consentiva di portarsi sull'altra sponda del fiume. Mi chiese da dove venivo e cosa facevo colà. Risposi: "Là c'era l'albergo dei miei parenti, ora non vi è più nulla". E fui tra i primi a passare oltre il fiume.
Tralascio di scrivere quanto vidi di orribile in quella tremenda sera. I miei due amici, che dovevano proseguire con me fino al paese sovrastante, Azzone, visto che un gruppo di Camicie Nere si apprestava a partire per ispezionare il corso del fiume Dezzo (l'itinerario della fiumana), vollero con determinazione accodarsi ad esse; a nulla valsero i miei ripetuti inviti a desistere da tale proposito. Avevano parenti nella bassa Val Camonica: era comprensibile che volessero rendersi conto della loro sorte, ma era imprudente avventurarsi lungo la Via Mala sconvolta in certi punti e pressoché scomparsa in altri. Dovevano cimentarsi lungo pareti scoscese e guadi pericolosi di torrentelli, illuminati sinistramente da lampade mobili prestate dai minatori per la bisogna.
Visti vani i miei sforzi, non mi restava che raccomandarli a due Camicie Nere di Vilminore: Giovanni Capitanio (Ciochetti) e Giuseppe Capitanio (Surda), affinché li scortassero fino a destinazione. Mi confidarono qualche giorno dopo, a Bergamo, che raggiunsero il loro scopo, ma che i pericoli incontrati furono indicibili. Mi tolsero il rimorso di non aver saputo trattenerli.
Raccogliendo notizie di prima mano e visitando di persona i luoghi, potei ricostruire l'itinerario seguito dalla massa d'acqua sprigionatasi dalla diga. Dopo un salto di una ventina di metri, investì e distrusse Bueggio con la sua Chiesa, nonché la centrale sottostante che era alimentata dall'impianto del Gleno e che forniva l'energia elettrica alla valle, determinando un bagliore sinistro e conseguente oscurità. Proseguendo, distrusse la seconda centrale del Gleno, quella di Valbona, ed al ponte Formello si divaricò, in parte verso S. Andrea, dove fu trovato orrendamente mutilato il corpo della signora Piccolo, moglie del direttore di questa centrale, riconosciuta dalle iniziali incise sull'anello matrimoniale che portava al dito, quindi asportò la chiesetta delle Fontane e la prima centrale del Consorzio Idroelettrico del Dezzo. Poi la massa d'acqua piombando su Dezzo, incontrò sulla sponda sinistra del fiume l'imponente masso di pietra che sostiene tuttora la casa canonica; quindi venne proiettata sulla sponda destra sommergendo completamente questa parte del paese.
Lungo la Via Mala, sradicò la seconda centrale del detto Consorzio Idroelettrico del Dezzo, si abbatté su Mazzunno, distruggendo la centrale del Consorzio: Soc. Elettr. Bresciana e Soc. Ferriere di Voltri.
Raggiunto il fondale di Gorzone, che si apre a mò di laghetto, ebbe una brevissima sosta come a riprendere fiato per continuare l'opera di distruzione. Sboccò nella bassa Valle Camonica a Corna, frazione del comune di Darfo, asportando la centrale dello stabilimento Ferriere di Voltri e danneggiandolo seriamente; si propagò a raggiera nella vasta piana, che sommerse quasi completamente per andare finalmente a placarsi nelle acque del lago d'Iseo a Lovere, trasformatosi per l'occasione in un cimitero galleggiante. Per noi della Valle di Scalve, quello non fu un disastro, bensì il disastro; e ancor oggi basta la parola "disastro" per ricordare quell'incredibile lugubre 1° dicembre 1923".

(Tratto dal libro "Il disastro del Gleno" di G. Sebastiano Pedersoli - Edizione riveduta in occasione del 75° anniversario - Copyright Edizioni Toroselle di Pedersoli dott. Giacomo)

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