Allegato N. 54
Relazione circa un sopraluogo alla galleria di scarico della diga del Pian di Gleno in Val di Scalve, crollata la mattina del 1° dicembre 1923.

Il sottoscritto Colonn. Comm. Ottorino Cugini, Comandante del Genio del 2° Corpo d'armata, richiesto dal signor Ing. Mario Baroni di esprimere un parere circa un dubbio sorto ai tecnici incaricati di studi dalla difesa nella causa contro la ditta Viganò per la rovina della diga del Gleno, ottenuto il nulla osta del Comando del 2° Corpo d'Armata di Milano, si è recato sopra luogo il giorno 27 Agosto 1924 col predetto signor Ing. Baroni ed il signor Ing. Urbano Marzoli, facente anch'egli parte del detto gruppo di tecnici, ed ha esaminato i resti del manufatto rimasto dopo la rovina, in quanto si riferisce ai dubbi espostigli come segue:
1° L'asportamento della passerella esistente nella galleria di scarico può essere stato causato da esplosione provocata in tale galleria?
2° Tale esplosione può aver determinato anche il crollo della parte di galleria asportata e di conseguenza essere stata causa determinante della rovina della diga?
In seguito all'esame:
della parte del manufatto ancora esistente,
della parte rimasta della galleria di scarico,
dei resti delle mensole di cui è traccia nella galleria stessa,
dei rottami ancora giacenti nella galleria di cui trattasi,
lo scrivente riferisce quanto segue:

Ipotesi della esplosione nella galleria di scarico.
Nella galleria di scarico, rovinata nelle pareti e nella vòlta presso l'entrata, come risulta dai rilievi dei periti del Tribunale, si rimarcano:
1° I monconi delle varie mensole di ferro della passerella ivi già esistente sono troncati nettamente a pochi centimetri dai punti di infissione;
2° La terz'ultima di dette mensole, fra quelle visibili, è troncata nello stesso modo nel braccio superiore, si presenta notevolmente contorta, ancora infissa nella muratura per il braccio inferiore, e disposta fortemente inclinata verso il fondo della galleria;
3° L'ultima mensola visibile, è ancora infissa nella muratura ed intiera, ma inclinata essa pure verso il fondo della galleria;
4° Sopra i detriti di muratura accumulati nella galleria esiste una mensola completa strappata dal posto per troncamento dei bracci come sopra, alquanto contorta e con fenditure nelle piegature;
5° Sopra gli stessi detriti si trova pure il cerchione di un volante di ghisa mancante del mozzo e dei raggi, i quali sono nettamente troncati presso il cerchione stesso;
6° Tra i più volte nominati detriti esistono ancora dei tavoloni e delle assicelle appartenenti alla passerella, alcuni dei primi in pezzi di qualche entità, gli altri e le assicelle frantumati in pezzi larghi pochi centimetri e lunghi da 20 a 60 cm.
Tenuto presente che le mensole in ferro non erano infisse notevolmente nelle pareti della galleria, come risulta anche dall'esame della parte asportata di esse pareti, e che il volante ed i legnami sono spezzati e frantumati nel modo caratteristico sopra indicato devesi ammettere come possibile la loro rovina soltanto come conseguenza di un urto notevole, istantaneo, che li abbia investiti in pieno e, contemporaneamente per tutta la loro estensione.
Tale urto notevole, istantaneo e contemporaneo è specifica conseguenza dello scoppio degli alti esplosivi.
La troncatura del braccio superiore della terz'ultima mensola, l'esistenza di altra mensola staccata giacente nella galleria, l'inclinazione verso il fondo della galleria dell'ultima mensola supposto lo scoppio di alto esplosivo, dimostrerebbero che la carica debba essere stata collocata presso l'imbocco della galleria e nella parte più alta.
Tale posizione della carica si spiegherebbe anche con il fatto che il pavimento della galleria ed il piede dei piedritti verso l'imbocco, non sono per nulla guasti, come pure la rimanente parte più interna della galleria stessa.
E' noto che gli alti esplosivi, che in questo caso potrebbe essere la dinamite riscontrata mancante nel cantiere due giorni prima del disastro, od altra comunemente usata dai cavatori, sviluppano la loro azione distruttrice contro i mezzi resistenti che incontrano nel loro raggio di azione fino a distanza variabilissima a seconda dell'ambiente e della profondità della carica.
E' noto pure che l'azione distruttrice aumenta notevolmente quando nello scoppio l'alto esplosivo è anche soltanto a contatto del mezzo resistente, ed ancora di più se vi è in qualche modo compresso contro.
Da ciò risulta che l'esplosivo, se è stato impiegato come è da ritenersi, deve essere stato disposto contro la vòlta della galleria, a contatto di essa, presso l'imbocco, distribuito secondo lo sviluppo trasversale dell'intradosso o concentrato presso la chiave dell'arco.
L'applicazione in posto della dinamite è stata certamente facilitata dalla presenza della passerella ed ancora più dai risalti nella muratura esistenti all'imposta dell'arco, che è ritirato di alcuni centimetri dal rivestimento dei piedritti, sui quali risalti possono essere stati appoggiati trasversalmente dei travicelli reggenti l'esplosivo ed il relativo intasamento.
La dinamite, comunque sostenuta e compressa contro la vòlta, a mezzo di armature e puntelli e di eventuale impiego di sacchi di terra, si sarebbe trovata in buone condizioni, per un principio di intasamento, per produrre un notevole effetto dirompente. Date le normali dimensioni delle cartucce di dinamite si deduce facilmente che queste, disposte a contatto ed in un solo strato, lungo una striscia dell'intradosso della vòlta larga circa 50 centimetri, normale alla generatrice, sarebbero in numero tale da portare la carica a 75 kg. di esplosivo. Disposte in più strati, anche occupando con tale striscia soltanto la parte di intradosso presso la chiave della vòlta, si può raggiungere una carica anche molto maggiore.
E' evidente che immaginata così Ia costituzione della carica, può essere stata applicata in posto una notevole quantità di esplosivo in breve tempo quando, su misure prese in precedenza, fossero stati predisposti l'esplosivo, i materiali di sostegno e quelli d'intasamento. Non è agevole determinare l'entità della carica che può essere stata impiegata, perchè il crollo ed il successivo stramazzo dell'acqua hanno tolto quelle tracce che potrebbero permettere di determinare le dimensioni dei raggi d'imbuto e d'esplosione che sono i soli indici degli effetti delle mine.
E' noto che le formule che si impiegano nel calcolo delle cariche delle mine sono tutte empiriche e contenenti vari coefficienti ricavati da numerose esperienze fatte in determinate condizioni dei manufatti da distruggere, in relazione alle loro dimensioni ed alla posizione della carica. Le mine prese in esame poi tendono, oltre a distruggere i manufatti, a proiettare i detriti risultanti.
Tutti gli Eserciti hanno adottate formule che dànno però svariatissimi risultati per dati uguali.
Le formule adottate dal nostro Esercito forniscono dati di cariche fra le più limitate, ma che sempre hanno bene corrisposto allo scopo.
Però, eccetto per i manufatti di pochissima importanza, non esistono formule o dati per distruzione di vòlte rinfiancate con notevole strato di calcestruzzo, come nel caso attuale, che in chiave abbiamo una grossezza complessiva di muratura di metri 7.
In casi simili è previsto soltanto di adottare, naturalmente per economia di esplosivo, le camere da mina, ricavate nel fondo di gallerie, che portano la carica a metà od al minimo ad un terzo della massa muraria da distruggere.
Non si ritiene possibile determinare in base ad esperimento, metodo unico, la carica impiegata e i suoi effetti, in quanto, come più sopra si è indicato, non potrebbero impiegarsi modelli ma si dovrebbe agire su manufatti identici ed in condizioni uguali.
Nel caso attuale devesi ritenere che la carica impiegata, pur di qualche entità e sufficiente per la rottura delle mensole e dei legnami sopra indicati, se pur disposti a qualche distanza, non può essere stata troppo forte in quanto il suo effetto sulla muratura circostante si sarebbe dovuta estendere oltre i limiti di quella rimasta intatta. D'altra parte è da supporre che gli eventuali male intenzionati non si fossero proposti coll'attentato di produrre il disastro verificatosi ma soltanto di recare un danno di qualche entità alla diga.

Effetti probabili di una esplosione provocata nella galleria di scarico.
Ammesso, come devesi ammettere, che la carica:
sia stata disposta presso l'imbocco della galleria e contro l'intradosso della volta,
sia stata sufficiente per troncare le mensole della passerella ma non di tale entità da estendere la sua azione nella galleria sulla parte rimasta intatta,
detta carica ha determinato soltanto il crollo dell'imbocco della galleria, trovando, in un primo tempo, obliquamente, verso la parete esterna del tampone, una linea di minor resistenza corrispondente alla sua entità con un primo distacco di materiale.
Come è noto però nel brillamento delle mine esiste oltre il raggio di esplosione anche quello di commozione.
Non è qui il caso, per le ragioni sopraindicate, di cercare tali dimensioni; ma poichè il secondo è notevolmente superiore al primo è facilmente intuibile che la commozione abbia continuato ed aumentato l'azione dei danni prodotti nel primo istante e, poichè immediatamente sopra la vòlta della galleria esisteva il piede della pila N. 7, qualche danno, pur anche lievissimo, a detto piede, può avere determinato cedimenti, che dapprima lievissimi, si sono rapidamente moltiplicati ed estesi formando un piano inclinato di scoscendimento che, aumentando continuamente, ha prodotto la rovina determinatasi.
Detta rovina ha trascinato anche quelle parti di muratura del tampone che l'esplosivo aveva lesionate ma non staccate: vennero così a scomparire quelle particolari lesioni che rimangono nei manufatti nelle vicinanze del centro dell'esplosione; l'usura delle acque che si rovesciarono dopo il crollo completò detta opera di distruzione.
Tali effetti hanno una conferma nell'aspetto delle murature rimaste in posto che si presentano, solide, compatte, e che non manifestano quelle particolari fratture di cui sopra si è detto.

***

Rimango a disposizione per ulteriori informazioni o chiarimenti.

Firmato:
Il Colonnello Comandante del Genio del II Corpo d'Armata
OTTORINO CUGINI.

(Tratto da "La Diga del Gleno" - Rilievi, indagini tecniche, risultanze, conclusioni - Edizione Capriolo & Massimino, Milano - 30 ottobre 1924)

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