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Don Redento Tignonsini
"La frontiera della libertà"
scritto da Regina Floris e Giuseppe Zois

Presentato il nuovo libro di Don Redento Tignonsini a Schilpario, venerdì 28 marzo 2003

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Ieri l'Africa, oggi l'Italia. Don Redento è un uomo tra due deserti. Prima quello vero, in Africa, nel Sahara. Poi quello occidentale, con le sue devastanti solitudini, con frutti di disadattamento, di emarginazione, di droga. Don Redento è il prete che li ha attraversati tutti e due. Anzi, in uno c'è dentro ancora e vuole restarci come un patriarca, sino alla fine.
Ha aperto comunità, uno dopo l'altra, fino a 12, dove accoglie 320 giovani. Tutti sorretti dalla volontà di uscire dal tunnel della droga. Nelle sue comunità in 25 anni ne sono passati 15 mila tra ragazzi e ragazze.

LA STRADA DI GERICO E QUELLA DI BESSIMO

Don Redento ha una storia di vita e una prospettiva d'azione implicite nel suo stesso nome: da oltre un quarto di secolo si sfianca a tempo pieno in mezzo ai giovani, con un disegno sempre identico, la ricostruzione. Prima di mettersi all'opera con gli "artigliati" dalle droghe, aveva preso la strada del deserto, in mezzo ai carovanieri del Sahara. Era stanco del quieto e anestetizzante benessere che avvolgeva il suo primo impegno pastorale. Non essendo tipo incline alle situazioni acquisite, al compromesso o alle "camomille", prese i suoi pochi panni e gli ancor più pochi arnesi e se ne andò in Africa a immergersi nel silenzio, nella meditazione, nel lavoro. Voleva sfiancarsi per gli altri, provare sulla sua pelle che cosa significa vivere nel Terzo Mondo.
Quando parla di quel tempo, che non fu comunque facile né dolce, don Redento si illumina. Sa di aver fatto il giusto e di aver onorato nei fatti ciò che sua madre gli ripeteva a parole e con una testimonianza di vita che s'è declinata tutta in una parola: donazione. La mamma insisteva: amore è donazione; amore è prendersi dentro gli altri; amore è spendersi per loro. Ci ha provato e giura che il primo a giovarsene come uomo, prima ancora che come prete, è stato egli stesso perché qui il fare non accetta sconti. La vita è stata dura ma l'esperienza è di quelle che fanno compiere balzi in avanti. Soprattutto il periodo da missionario atipico - perché tutto è particolare e speciale in don Redento - è servito per interiorizzare saggezza, per imparare dal vivo e con rinunce continue, fino alla fame e agli stenti, quanto sia grande l'"essere" e quanto l'"avere" sia fragile, invadente e destabilizzante. Chi non ha, non soffre, non si angoscia, sta con la serenità. I più sventurati, e non da oggi, sono coloro che si fanno prendere nel vortice del possedere, dell'ammassare, dell'acquisire ad ogni costo.
Fatta la cura d'Africa, con il relativo "male" che resta addosso, don Redento rientrò per un periodo di riposo in vacanza, magro come un chiodo e in cerca di solidarietà che allargassero i cuori e gli orizzonti.
Ed ecco la seconda svolta di vita. Don Redento non tarda molto ad accorgersi che il deserto lasciato in Africa è niente rispetto al deserto che si ritrovava nella sua terra, con l'inaridimento progressivo delle nuove generazioni, lo spegnimento dei valori, la crescita vigorosa del consumismo e di tutte le forme di disagio che questa malattia porta con sé, dall'individualismo alla sete di possesso, alla voglia sfrenata di divertirsi. Il cuore del prete ne fu afferrato. Non poteva fingere e passar oltre come avevano fatto in molti nella parabola del buon samaritano. Tutti che andavano oltre, incuranti del viandante ferito dai briganti. Lui, don Redento, si fermò e decise che quella sarebbe stata - doveva essere - la sua battaglia. La scommessa sull'uomo mezzo vivo di Gerico, non sul mezzo morto che tutti ignoravano. Si sarebbe caricato sulle spalle e avrebbe portato a casa sua i sempre più numerosi feriti del piacere di nome droga. Non aveva soldi, nemmeno per un pieno di benzina della sua utilitaria a pezzi e tuttavia capì che lì non poteva fingere, delegare, lasciare che altri provvedessero. Quella doveva essere una premura sua.
Andò dal Vescovo di Brescia, gli mostrò ciò che si vedeva benissimo anche dal suo studio: il traffico delle "formiche", il mercato delle "dosi", delle bustine, dei veleni che stroncano giovani molli, che non hanno conosciuto parole esigenti come rinuncia e sacrificio.
Cominciò così l'avventura del prete Camuno che - nel ricordo di sua madre e per condivisione d'istinto - voleva e vuole allargare senza fine il cuore per contenervi tutte le persone, specialmente le più povere e le più deboli. Come appunto i tossicodipendenti. Nello studio del Vescovo prese avvio il progetto di aiuto concreto che si è tradotto in una rete di strutture, ma soprattutto di calore umano unito a fermezza, il terreno fertile nel quale matura la ricostruzione di esistenze ferite dalla "roba".
Redento, che ha 70 anni e viene da una famiglia di dodici figli, con tre preti e cinque suore, è stato il Pioniere in Italia dell'apertura di Comunità di accoglienza di tossicodipendenti, ai quali si sono aggiunti sieropositivi, malati di aids, bambini figli di tossicodipendenti, a loro volta sieropositivi.
Ha fondato 12 comunità e tre cooperative per il reinserimento lavorativo. E oggi sono in media 320 adulti e 45 bambini che, giorno dopo giorno, lavorano per rigenerarsi, accompagnati e guidati da 110 operatori. La prima casa fu aperta a Bessimo: oggi ce ne sono in provincia di Brescia, Bergamo e Cremona e offrono un futuro di libertà e di ritrovata dignità.
Don Redento ha previsto anche un centro per minori, uno di pronto intervento e due unità di strada a Brescia ed a Cremona. "La droga non è mai un fulmine che arriva a ciel sereno", continua a ripetere il dissodatore dei nostri deserti, colorati di verde perché non inducano in troppe preoccupazioni. Siamo o no nella civiltà dell'apparire, del mascherare, dell'esibirsi come pagliacci, sempre giovani, prestanti e belli? Il dramma è che poi, sotto la maschera, implodono solitudini, malinconie, sconforti. Abbiamo perduto la serenità e la gioia della semplicità per rincorrere le luci della ribalta e le infinite cosmesi che nascondono il vuoto.
La difficoltà maggiore, per chi si muove tra i giovani, sta sempre nell'individuare "quando" il disagio diventa una miscela esplosiva pronta a scoppiare, con le crisi dell'adolescenza, le insicurezze, gli sbandamenti e, troppo spesso, con lo sconfinamento che porta nella nebbia disastrosa dei paradisi artificiali.
Il volto dei giovani è cambiato, di stagione in stagione, dalla rabbia alla passività totale, al capriccio per moda. Oggi sono persone sconcertate, che vagolano a tentoni, ancora alla ricerca di un'identità mai cercata forse e comunque non trovata:"Chi sono io? Che faccio della mia vita? Come posso compensare il vuoto interiore? Dove posso alimentare il mio ideale di futuro, di impegno, di società? Qual è la strada della contentezza, della realizzazione personale?". Le stesse domande che don Redento ripete a chiunque varchi le porte delle sue comunità con propositi di rilanciarsi.
C'è urgenza di recuperare l'ascolto dei figli, degli adolescenti e dei giovani, soprattutto in un'epoca in cui la tecnologia va troppo veloce per le nostre limitatissime forze e non c'è mai tempo non solo per gli altri ma neppure per se stessi. E c'è difficoltà anche a comunicare. L'ecstasy, l'eroina, la cocaina e le altre sostanze stupefacenti sono il sintomo della nostra crisi di società. Esiste una pastiglia per ogni malessere e c'è la droga che fa sentire invulnerabili o fa dimenticare, esalta o tranquillizza. Chi ha paura del confronto, dell'impegno, del sacrificio per ottenere un risultato, cerca le scorciatoie. Occorre sapere dove andare, perché il "non importa dove" è devastante. Don Redento non ama i calcoli e le analisi. Detesta le teorie, preferisce la pratica. Col sano pragmatismo che è nel suo DNA, lavora, moltiplica le opportunità, rifugge da ogni protagonismo, vuole aprire porte e sa che una in più significa vita. Possiede in quantità industriale la saggezza del suo popolo, la capacità di accontentarsi, la caparbietà del passo dopo passo, l'ostinazione di chi allarga i confini per ampliare l'area dell'accoglienza. Intelligente, pieno di ascolto, don Redento sa dosare bene con le decine di suoi giovani, nelle comunità, le giuste dosi di comprensione e di severità, di ottimismo e di energia, di pazienza e di fermezza. E che più? Dopo oltre un quarto di secolo a scendere ogni giorno da cavallo fra le troppe Gerico del nostro tempo, si guarda indietro, si liscia la barba come facevano una volta i nonni dentro le famiglie numerose come la sua, tira su un sospiro di soddisfazione. L'uomo della parabola è sceso da cavallo e s'è preso a cuore la sorte del ferito, portandolo nella più vicina locanda: lui, non pago di scendere da cavallo e di soccorrere, ha aperto anche la locanda.
Giuseppe Zois

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