Presentazione del libro "Le parole e il silenzio" La Val di Scalve del '900 nella memoria delle donne
Vilminore, venerdì 26 dicembre 2003, ore 17,00

Le parole e il silenzio
La Val di Scalve nel Novecento nella memoria delle donne, a cura di Giuliana Bertacchi e Angelo Bendotti.
Attraverso varie voci femminili diverse, possiamo ripercorrere aspetti fondamentali della nostra società e rivisitare un ieri, che ci aiuta a capire tante cose del nostro presente e, quindi, a pensare in modo più consapevole al futuro. In una realtà socio-economica come quella della Valle di Scalve, in cui gli uomini sono stati costretti a emigrare in cerca di lavoro, nel tentativo di migliorare le condizioni dell'esistenza propria e della propria famiglia, e dove per moltissimi anni il duro lavoro nella pur vicina miniera li ha tenuti lontani da casa per intere settimane, il ruolo della donna diventa ancora più decisivo nell'economia familiare e nei rapporti sociali con la comunità. Decisivo non significa di per sé visibile e riconosciuto, anzi molto spesso la presenza femminile rimane in ombra, in una posizione di inferiorità e subalternità che solo le recenti trasformazioni hanno potuto cambiare radicalmente, anche se non completamente. Le donne sono qui protagoniste assolute e il loro racconto, filtrato attraverso la memoria e le sue incessanti modificazioni della realtà "oggettiva", ci consente di riscoprire sotto nuove angolature e in una nuova prospettiva tante cose che pure credevamo di conoscere perfettamente, e ci invita a riflettere in modo critico su aspetti positivi e aspetti negativi della vita tradizionale della Valle. La storia non è fatta soltanto dai grandi eventi e dai grandi personaggi che dominano sulla scena del mondo, ma dalle moltitudini di uomini o donne che si succedono nel tempo e nello spazio, con il peso delle loro esistenze, gioie e dolori, entusiasmi e sofferenze, slanci generosi e grette meschinità, solidarietà altruistiche e spietate prevaricazioni. Fare emergere questa dimensione della complessità della storia non è mai un compito facile: a me pare che questo libro sia riuscito a raggiungere l'obiettivo.
Gianmario Bendotti, Assessore alla cultura della Comunità montana di Scalve
Comunità Montana di Scalve, Il filo di Arianna 287 pp.

Recensione di Donatella Massara

Pubblichiamo questa intervista realizzata per il libro e non pubblicata

Intervista a Mansueta Boni, Vilminore, 6 settembre 2003, abitazione di Antonio Capitanio
Intervista fatta da Agostino Morandi

Premessa:
Nel mese di agosto 2003 avevo avuto l'opportunità di visionare la fotografia di un gruppo di donne e di bambini. Sullo sfondo vi sono alcuni palazzi: Tilde Magri, che ha fornito la fotografia, ricorda vagamente che si potrebbe supporre che fosse Genova; lì suo padre Fedele, con il suo camion OM aveva accompagnato una famiglia, madre e tre figli, che dovevano raggiungere il capofamiglia, emigrato in Australia. Con una breve ricognizione, scopro di chi si tratti esattamente: Annunciata Duci, sorella della donna in procinto di salire sulla nave, deve ospitare per alcuni giorni la nipote Mansueta, (la più grande delle due bambine), la quale, dopo il matrimonio avvenuto in Australia, è tornata a vivere a Samolaco San Pietro, in provincia di Sondrio. Durante l'intervista, la stessa Annunciata interviene spesso, puntualizzando alcune date ed informazioni.

***

(...) No, non ricordo che ci fosse stata fatta una fotografia prima di partire… era proprio il giorno precedente la partenza, avvenuta il 3 settembre 1953. Mio papà si chiamava Lino Domenico, della famiglia di "Piligrì"; la mamma si chiamava Adefina Duci, pure di Nona, e il suo casato era quello dei "Canöe". Mio padre era emigrato nel 1951: in Australia c'era già Pietro, suo fratello maggiore. Questi, vista la scarsità di lavoro in Italia, aveva consigliato mio padre di andare con lui in Australia, dove il lavoro c'era, nelle miniere.
Dopo due anni, il papà ci scrive, dicendo che possiamo raggiungerlo, visto che aveva lavoro stabile. A Nona si aveva una mucca ed anche la casa. Si viveva in una famiglia patriarcale. La casa era quella di fronte alla chiesa, si vede bene nelle vecchie fotografie. Poi l'ha comprata il Davide Boni. Tornando alla fotografia, mia sorella Agnese era della classe 1947, mentre il fratello, di nome Stefano Giuseppe, era del 1939. Degli anni della fanciullezza, ricordo in modo particolare quando c'è stata la Madonna "Pellegrina" (1949): c'era una maestra che ci aveva portato in gita, mi pare, ad Azzone. Era la maestra Lisetta, che poi ha sposato un Piccini di Nona. Un'altra maestra era di Gorizia e ricordo che era molto severa... (…) Il papà riusciva a mandare a casa qualcosa (delle somme di denaro).
Annunciata: mia sorella aveva accompagnato il marito alla corriera, quando è partito per l'Australia, e gli aveva promesso che l'avrebbe raggiunto al più presto: se mi chiami, vengo in Australia.
Mansueta: l'idea di andare in Australia noi l'abbiamo presa come un'avventura... la mamma era un po' tirata: da una parte era contenta di raggiungere il marito, pensando di condurre una vita migliore, dall'altra era preoccupata per il distacco dal paese e dai genitori. Però era abbastanza convinta. (...)
Annunciata: il marito di mia sorella le aveva detto di organizzare il viaggio fino a Genova.
Mansueta: avevamo due bauli grandi, e non potevano prendere la corriera. Nei bauli e avevamo messo un pò di lenzuola e terraglie... abbiamo pensato che era meglio non mandare prima i bagagli al porto.
Annunciata: è stato contattato Fedele Magri di Bueggio: aveva sposato Antonietta, della famiglia "Sgarèi"; questi erano affiatati con i "Piligrì". Fedele ha fatto come un… piacere…
Mansueta: lui non avrebbe potuto trasportare persone... la mamma e la zia (Annunciata) viaggiavano nella cabina del camion con lui. Noi ragazzi ci siamo sistemati sul cassone con i bagagli. Se ci fosse stato qualche controllo durante il viaggio, noi si doveva stare zitti... è stata un'avventura anche quella!
Annunciata: per le pratiche abbiamo tribulato due giorni e una notte... e poi abbiamo avuto anche la sorpresa del biglietto: al momento che si erano iniziate le pratiche, Mansueta non aveva ancora compiuti dieci anni, e quindi avrebbe potuto pagare la metà; ma il 22 agosto aveva compiuto gli anni...
Mansueta: per la verità, avremmo dovuto partire prima... ma a dieci anni compiuti, io avrei dovuto pagare come un adulto. Quindi c'è stata una complicanza... i biglietti ce li aveva spediti il papà dall'Australia: aveva avuto un prestito da amici o parenti...
Annunciata: tornando indietro un po', bisogna dire anche che i familiari di mia sorella dovevano liquidare la sua parte: all'Adefina hanno pagato la mucca di minor valore...
Mansueta: abbiamo dovuto pagare un supplemento, se no, non mi lasciavano partire.
Annunciata: ci siamo trovati un po' alle strette... un mio cugino, certo Giovanni Riccardi, mi aveva dato il suo indirizzo ed il numero di telefono... ho telefonato e lui è venuto a Genova a portare qualche cosa (la somma di denaro mancante).
Mansueta: la mamma e la zia Annunciata erano tornate a Bergamo presso l'agenzia... poi ci hanno raggiunto a Genova con il treno.
Annunciata: Mansueta aveva già rischiato di non partire, perché alla visita medica avevano riscontrato una piccola ferita alla testa: io ho spiegato a un medico che si trattava di un semplice graffio al cuoio capelluto provocato dal pettine.
Mansueta: a Genova, al porto, c'erano tantissime persone; per la maggior parte emigravano. C'erano famiglie, ma anche tante donne che andavano a raggiungere il marito in Australia; ve n'erano parecchie che erano sposate per procura. Sai, all'epoca c'erano in Australia tante persone singole... là non trovavano moglie.
Siamo sbarcati a Freemantle, che è il porto di Perth. Da lì, per raggiungere il papà, abbiamo viaggiato in treno per due giorni e una notte. Al porto era venuto a riceverci lo zio Pietro. A Perth siamo stati ospitati da amici, che erano dei Tagliaferri di Pezzolo... Durante il viaggio la mamma era molto occupata a guardare noi... la sorellina era molto vivace. C'era sulla nave anche il parroco, che ha voluto fare la prima comunione ed anche la cresima a mia sorella; io ho fatto solo la cresima.
Non sapendo esattamente dove si andava, per sicurezza hanno fatto la cerimonia sulla nave. Infatti siamo andati ad abitare in un paesino in mezzo al bosco: lì non c'era la Chiesa cattolica e il prete veniva una volta all'anno, a Natale. Gli uomini lavoravano nella miniera di Lavertone (?), poco distante dal paese. Con la lingua è stato difficile per noi ragazzi, ma per la mamma è stato peggio. Per fortuna vicino a noi abitava una donna italiana. Siamo subito andati alla scuola inglese: all'inizio non si capiva niente. L'unica materia in cui capivo qualcosa era l'aritmetica, ma per la lingua è stato un problema. Ma poco alla volta abbiamo incominciato a capire qualcosa. In casa si parlava il dialetto nostro... la mamma andava a fare la spesa in una specie di emporio e si faceva capire a gesti. Lei era contenta di vivere con il marito... ma quando giungevano lettere dall'Italia… pianti!
Là faceva molto caldo: per nove mesi all'anno la temperatura era sempre sopra il 20 gradi... superava anche i 30. Siamo sempre stati in contatto con i cugini. Quando è morta la nonna paterna... era un pomeriggio... ho sentito suonare le campane "a morte": sono entrate in casa ed ho chiesto alla mamma se non le sentiva pure lei. Pensa che lì campane non ce n'erano, non c'era nemmeno la Chiesa!
Infatti, dopo qualche tempo è giunta la notizia della morte della nonna, ed abbiamo verificato che il decesso era avvenuto proprio il giorno che io avevo sentito le campane... Era il 23 agosto, due anni dopo la nostra partenza da Nona. Io mantenevo un legame affettivo molto forte con il paese, ed anche con la nonna. Noi eravamo contenti di essere lì, anche perché la vita era più facile... non c'era l'inverno duro come qua...
Ho conosciuto poi mio marito, che veniva dalla Valtellina, ed era emigrato anche lui nel 1953, in gennaio: non aveva ancora compiuto i 18 anni. Lui in Australia aveva gli zii ed il nonno paterno. Anche loro abitavano nelle vicinanze di Perth. Ci siamo sposati nel 1964. In Australia abbiamo avuto i tre figli maschi. Poi siamo tornati in Italia, per varie ragioni: un figlio aveva problemi di reni; il marito desiderava tornare, i suoi fratelli avevano scritto e dicevano che adesso in Italia si trovava lavoro. Sì, è stato un po' un… però sono una persona che si adegua alle novità... mi sono adattata velocemente... guardavo soprattutto i lati positivi... anche il marito aveva problemi di salute. Aveva lavorato in una miniera di carbone. Nel primo paese siamo stati cinque anni; poi la miniera è stata chiusa e ci siamo trasferiti più giù, a Gwalia, sempre nella zona delle miniere. Poi di nuovo, con il marito, ci siamo spostati in un altro paese. Il marito lavorava in una miniera, che era sempre di compagnie americane. Mio papà e morto nel 1978. Una concausa del decesso è stata la silicosi, ma era spesso soggetto a bronchiti. Invece la mamma è tornata in Italia nel 1987... veramente... tutti e due genitori erano stati qui nel '71 l'anno dopo il mio rientro. Sono stati qui parecchi mesi, in modo che mio padre ha potuto rivedere suo fratello Giacomo.
Lo zio Pietro era anche comproprietario di una piccola miniera, ed ha fatto per qualche tempo il "prospector": lavoravano per conto loro. Ma lì guadagnavi solo se avevi la fortuna di trovare dell'oro. Ma il papà non poteva continuare a vivere contando su una entrata precaria; quindi ci eravamo trasferiti vicino ad un'altra miniera. Il papà non ha voluto rimanere qui perché in Australia aveva ancora il figlio ed una figlia. E morto nel 1978. Tre anni dopo è venuta ancora la mamma ed è rimasta qui per alcuni mesi. Poi è morta anche lei.
Al nostro arrivo in Australia siamo andati ad abitare in un paese piccolissimo, anzi, a qualche chilometro: lì c'erano solo due case: la nostra e quella degli amici di cui ho accennato.
Annunciata: dopo essersi stabilita con la famiglia in Valtellina si è adattata subito: ha imparato a mungere, a falciare il fieno, perché era sola e non aveva parenti...
Mansueta: ma io sono stata anche facilitata, per il fatto che sapevo parlare l'italiano… qui ero più disagiata anche rispetto al clima... in Australia era più facile anche riscaldare la casa: questa aveva davanti un terreno grandissimo ed anche un giardino...

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Le parole e il silenzio, La Val di Scalve nel Novecento nella memoria delle donne, a cura di Giuliana Bertacchi e Angelo Bendotti, Comunità Montana di Scalve 2003
di Donatella Massara
http://www.url.it/donnestoria/testi/recensioni/valdiscalve.htm
 

Le parole e il silenzio è il titolo di una vasta raccolta di testimonianza orale fra le donne della Val di Scalve. Le testimonianze hanno diversa provenienza: alcune sono interviste, altre sono appartenenti a lavori di ricerca e alcune sono state rilasciate alla televisione oggi organizzate in questo libro suddiviso in sezioni, La vita quotidiana, Lo svago, Ricordi di scuola, La sessualità, Il sacro e il magico, Esperienze di lavoro, Le storie e la storia. I capitoli rimandano a ulteriori paragrafi.
Le donne che parlano sono nate fra la fine dell'800 e il 1954. Anche se non sappiamo il loro nome, in fondo al volume troviamo tutti i nomi delle intervistate, l'anno di nascita, il luogo dove è avvenuta l'intervista che le riguarda e il nome di chi se ne preoccupò. Ogni sezione è introdotta. Giuliana Bertacchi e Angelo Bendotti con la collaborazione di Luciana Bramati, Oriella Della Torre, Agostino Moranti hanno riassunto e interpretato il vasto materiale orale. E' un lavoro storico sulla memoria, non testimonianza storica bensì recupero del ricordo, delle rappresentazioni che la memoria ha conservato. La scelta di rivolgersi alle donne ha il merito di avere dato credito al taglio della differenza sessuale. Per niente appesantito di interpretazioni soverchianti appare il significato letterale e semplice della differenza sessuale; 'interpretazione tende a spostare l'attenzione di chi legge sulla vasta e poliforme presenza del lavoro femminile. Lavoro durissimo quello delle donne che copre negli anni una gamma eterogenea di compiti. Le donne di queste valli si occupano della lavorazione del lino, i cui semi portano olio, saponi, tessuti per la biancheria e il vestiario, però sono anche presenti in miniera e a fianco ai minatori svolgono lavori altrettanto duri e faticosi oppure si occupano della mensa e ancora le ritroviamo nella custodia dell'economia domestica, nella lavorazione dei formaggi e del burro che corrispondono insieme alla polenta all'alimentazione di questa gente di montagna, dentro a un'economia al livello dell'autosussistenza.
La Val di Scalve si trova sopra Bergamo, la si raggiunge proseguendo per la strada che conduce a Clusone. E' una valle particolarmente chiusa e profonda. Le testimonianze delle donne più anziane lamentano e avvertono l'estrema povertà che precedette gli anni '50, quelli del boom economico. Eppure non abbiamo mai l'impressione della miseria anche se i cibi frugali, le vettovaglie tagliate in casa, il bucato del lino, la stessa ingerenza ossessiva dei preti nella vita privata di queste comunità fanno trasparire una vita semplicissima. Stupisce per chi non conosce la vita delle valli che tante donne leggano e amino la lettura anche in anni che precedono la scuola dell'obbligo. I ricordi di scuola sono precisi e animati dal desiderio di conoscenza che se si è interrotto per l'impossibilità di continuare gli studi, prosegue nella lettura di libri scovati per strani destini. E quelle che sono riuscite a proseguire lo studio dopo le elementari, scopriamo che frequentavano -necessariamente- i collegi con formule economiche, come l'aiuto alle suore in cambio del vitto e dell'alloggio, oppure che erano ospiti in famiglie che le accoglievano sempre avendo in cambio un aiuto domestico. La miseria vera e crudele arriva sempre e solo con le guerre dove, tuttavia, come segnala l'introduzione per ospitare un soldato alleato in fuga dopo l'otto settembre, nonostante non abbiano cibo neanche per loro, le donne gli offrono la carne.
La difficoltà di fare storia con la testimonianza orale la indica efficacemente il titolo; è con il silenzio non solo con le parole che chi legge fa i conti. Che cosa non ci viene detto ? Potrebbe essere questa domanda ad accompagnare la ricchezza di parole di donne. Nella storia orale sono i tranelli della memoria, di solito, verso cui siamo avvertite. Tuttavia le storiche affrontano la questione con abilità. Ogni sezione ha una categoria interpretativa alla quale ricondurre il materiale orale. Nella prima - per esempio - vediamo che i racconti confermerebbero la persistenza del <<modello patriarcale>>; è l'autorità della Chiesa e del clero a modellare la vita familiare di tutti, donne e uomini, anche se specificano <<non è sempre la figura del padre a essere in primo piano e a dominare la scena domestica: spesso è la madre a garantire la stretta osservanza dei modelli di vita e delle regole, e a incarnare l'autorità domestica>>. I mariti infatti - lavorano in miniera o sono per anni lontani emigranti in America, Australia, Africa, Svizzera.
E' vero che le testimonianze sulla Chiesa e sull'intervento dei preti nella vita intima e familiare è quasi totale. Le ragazze non potevano andare in bicicletta, ballare, portare vestiti troppo corti, i matrimoni erano preferibili fra compaesani.
E' così che un vero segno di cambiamento lo avvertiamo quando si spezza questa egemonia e quando addirittura in una testimonianza di una donna nata negli anni '50 sentiamo parlare di una radio femminista che andava in onda negli anni '70.
E' un bel libro insomma. Non si trova in libreria però si può ordinare direttamente attraverso il sito
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