Rassegna Stampa

Articolo tratto da "Giornale di Brescia" 22 settembre 2005
Il convegno su Manara Valgimigli
LA PEDAGOGIA NUTRITA DAI CLASSICI
Rita Piccitto

L'ultimo grande umanista italiano, prestigioso e magnanimo protagonista della cultura classica in Italia, e professore, grande uomo di scuola, Manara Valgimigli muore quarant'anni fa a il minore di Scalve dove sabato 17 settembre in un convegno (di cui verranno pubblicati gli Atti) ne è stata ricostruita la figura e l'opera.
I relatori Marino Biondi dell'università di Firenze, Enrico Manzoni dell'università Cattolica di Brescia, Roberto Greggi direttore del Centro Studi Valgimigliani di San Piero in Bagno e Carlo Maria Pacati dell'Università Cattolica di Milano, coordinati da Erminio Gennaro segretario generale dell'Ateneo di Scienze Lettere e Arti di Bergamo, e introdotti dalle autorità locali, il sindaco Toninelli, il presidente della biblioteca civica Albrici e il presidente della Comunità montana di Scalve Belingheri, hanno tracciato per il fitto pubblico presente nella Sala del Palazzo Pretorio un quadro esaustivo, profondo e per certi aspetti emozionante dell'illustre filologo, soffermandosi anche a ricordare il figlio Giorgio scomparso due mesi fa a Brescia, grazie al quale egli divenne "l'umile vilminorese" come amò definirsi negli ultimi anni. Una sorprendente presenza, rivelata solo alla fine del convegno, ha emozionato l'intero auditorio: la signora Gessica Capone, di Desenzano, allieva di Manara Valgimigli, laureata a Padova nel 1938. La professoressa in chiusura ha ricordato commossa l'affetto e la cura del "suo" Valgimigli per gli studenti.
Il Professore, come lo chiamavano gli amici vilminoresi, è stato soprattutto un grande uomo di scuola e "ricordare Valgimigli - fa notare Biondi - significa ricordare la scuola al vertice della sua parabola". Le diverse sedi in cui insegnò, da Messina a Padova, e le fatiche di quegli spostamenti che egli stesso chiese e ottenne, "costituirono il modo per unire il Paese, una modalità pedagogica per riassettare l'unità italiana nel nome di una tradizione culturale e umanistica; sapere che in lui - sottolinea ancora Biondi - si configurava diverso rispetto ai più diffusi saperi classicistici italiani del '900". Era infatti, il suo, un sapere di letteratura e di filosofia greca, che considerava quella in cui l'uomo aveva "raggiunto e conseguito l'eccellenza". Tale consapevolezza lo portò a sentirsi quasi estraneo in un secolo, il Novecento, in cui ebbe in sorte di vivere la maggior parte della sua vita. Un vuoto intorno a lui che colmò con la scrittura memorialista e autobiografica confluita nel Mantello di Cebete, in Colleviti, nella Mula di don Abbondio, nel Carducci allegro oltre che in numerose pagine di quotidiani italiani che gli offrirono sempre lo spazio dell'elzeviro. Laudator temporis acti, nell'insanabile nostalgia del tempo che era stato il suo, scriveva di quella rottura "come se sul tempo storico avesse soffiato la vendetta di dèi maligni". Per questo in Uomini e scrittori del mio tempo il '900 non c'è; all'estetica Valgimigli sostituisce l'etica, ogni pagina ha per lui una valenza di filosofia morale, e poiché la storia e la cultura devono essere un processo educativo (come per Platone, Aristotele e gli scrittori maestri di coscienza), egli si configura uomo di collegamento fra parti separate di epoche storiche.
Contro ogni forma di umanismo si scagliò Valgimigli dunque, a cominciare dalla scuola. Gian Enrico Manzoni parla di "una battaglia coraggiosa e controcorrente che viene condotta nel nome di valori pedagogici e morali" evidenziando, attraverso la lettura di numerosi passi da scritti e traduzioni, "quel sistema coerente, per cui tutto sembra quadrare e corrispondere". La modernità delI'attuale dunque, ancora quella capacità e quel coraggio di sentirsi fuori dal coro e orgogliosamente restarci.
Certo gli ultimi anni furono anni difficili, di solitudine. Roberto Greggi ricostruisce la storia dei lutti e dei dolori di cui lo stesso Valgimigli fu "memorialista memore" per ricordare ai vivi chi non c'era più, "con grande discrezione, senza sentimentalismi, senza abbandoni con uno stile che conosce il virtuosismo della naturalezza".
Dal 1961, quando il figlio Giorgio, allora primario chirurgo a Darfo Boario Terme, acquistò una casa a Vilminore, Manara Valgimigli fu solito trascorrere li le proprie vacanze, nella villa che in ricordo della sorella morta giovanissima, Giorgio volle battezzare Villa Erse. I lavori di quegli ultimi anni, i carteggi con gli amici, l'"agnosticismo dubitante" aperto a spiragli di segreta speranza accompagnarono i suoi soggiorni in Val di Scalve dove, raccontava il figlio Giorgio, pochi lo conoscevano per fama e molti invece lo conoscevano come il padre di Valgimigli primario; e questa era per lui una grande soddisfazione.
La morte lo colse nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1965; era intento a tradurre una pagina dell'Iliade: la preghiera di Achille. "Gentili le Parche - conclude Greggi - avrebbe detto Manara, amiche di questo amico del mondo antico che muore traducendo parole del suo poeta. Nel 1952, - come ha ricordato Biondi - Valgimigli traduceva la preghiera di Aiace: "Iddio padre, sgombra da questa nebbia i figli degli Achei; fai il sereno; morire fammi ma nella luce". Gli dei quel giorno a Vilminore lo hanno esaudito.

Manara Valgimigli

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