|
Rassegna
Stampa
Articolo tratto da "Araberara"
ottobre 2002
La vita e le opere
Manara Valgimigli, “l’umile Vilminorese”
Abbiamo chiesto al prof. Giorgio ed al dott. Enrico Valgimigli
(figlio e nipote di Manara) una breve biografia di Manara Valgimigli, discepolo
di Carducci, letterato e poeta – del quale, nonostante sia morto a Vilminore, a
lui sia dedicato uno dei più bei viali del capoluogo e la biblioteca comunale
porti il suo nome, ci stiamo dimenticando. Adalberto Morzenti custodiva tre
“preziosi” articoli e in biblioteca a Vilminore ho trovato la pubblicazione
degli “Atti del seminario di studi, 2930 agosto 1970” editi da Scheiwiller (in
1000 copie numerate, copia n. 228); sotto riportiamo alcune pagine.
Capitanio Piergiorgio scalve.it
Manara Valgimigli (San Piero in Bagno,
capoluogo del Comune di Bagno di Romagna, provincia di Forlì Cesena allora
provincia di Firenze , 1876 Vilminore di Scalve, provincia di Bergamo, 1965) fu
filologo e scrittore. Professore nelle scuole classiche e poi di letteratura
greca nelle Università di Messina, Pisa, Padova, Accademico dei Lincei,
Direttore della Biblioteca Classense di Ravenna, Antifascista iscritto al
Partito Socialista Italiano, amico di Nenni e Sandro Pertini. Alcune sue opere
sono ancora oggi usate nelle Scuole e nel Teatro Classico. Ultimo degli allievi
di Giosuè Carducci ne curò l’epistolario (da vol. XI alla fine) e ne commentò
alcune opere: del Maestro scrisse moltissimo. A Bagno di Romagna è stata
realizzata (1993) una interessante mostra biobibliofotografica il cui catalogo
rappresenta un punto fermo per gli studiosi di Valgimigli. A San Piero in Bagno
è stato costituito il Centro Studi Valgimigliani che ha già iniziato la
riedizione critica di alcune pagine di Manara Valgimigli (Il Mantello di Cebète,
1999) e sta realizzando altre edizioni (Colleviti in corso di stampa, le lettere
di Concetto Marchesi a casa Valgimigli): molti gli epistolarii già pubblicati da
altri Editori (le “familiari”, i carteggi con Pancrazi, con Baldini, con Luigi
Russo, con Pasquali, con Benedetto Croce, con Marino Moretti e molti altri).
Vilminore ha dedicato a ricordo di Valgimigli la Biblioteca Comunale e due
importanti Convegni: il 2930 agosto 1970 (vedi gli Atti, editi da Scheiwiller)
il Convegno fu presieduto da Diego Valeri; il 2223 maggio 1976 (gli Atti non
vennero pubblicati) il Convegno fu presieduto da Vittorio Enzo Alfieri ed ebbe
la prolusione di Giovanni Spadolini.
(Giorgio
Valgimigli)
Morì a Vilminore il 28 agosto 1965. Aveva 89 anni
Morì a Vilminore
Il primo convegno dedicato a Manara
Valgimigli si tenne a Vilminore il 29 e 30 agosto 1970. Fu il presidente della
Pro Loco Fortunato Schiantarelli a organizzarlo. Valgimigli, grecista (quanti
studenti hanno letto Platone nelle sue celebri traduzioni?), filologo, poeta,
saggista. A Vilminore, il figlio Giorgio, allora primario all’ospedale di Darfo,
aveva una villa, proprio in cima al viale adesso a lui dedicato, viale di
alberi, introdotto da un arco di “commiato” dal paese in quella che fino
all’immediato dopoguerra (il secondo) era l’unica strada che portava verso
Vilmaggiore e Schilpario. Ogni estate Manara Valgimigli si ritirava a Vilminore.
In paese pochi “sapevano di greco e di latino”, come avrebbe detto il suo
maestro, Giosuè Carducci. Sì, Carducci lo si studiava a scuola. Anche Valgimigli
lo si incontrava, ma al ginnasio e poi liceo. La scuola media unificata era
appena stata istituita (1962) e tutti adesso studiavano qualche anno in più. In
quella villa in cima al viale morì, a 89 anni, il 28 agosto 1965. Un anno prima
aveva ottenuto un importante riconoscimento per la sua opera nell’ambito del
Premio Viareggio.
Si definì “l’umile
Vilminorese”
In quel fine agosto del 1970 a Vilminore
arrivarono fior di studiosi. Nel vecchio salone dell’altrettanto vecchio palazzo
pretorio (le Comunità Montane non erano ancora state istituite, ma c’era già la
“Comunità di valle”), l’ing. Andrea Bonicelli, sindaco di Vilminore di
Scalve, introdusse il “seminario”: «Questa austera aula, che ospitò le
popolari assemblee della Libera Comunità di Scalve, e che ascoltò i consessi dei
Reggitori della pubblica cosa, non accolse mai una così eletta schiera di
studiosi come quella che oggi qui si riunisce per approfondire, con il devoto
amore degli amici e con l’ammirata venerazione dei discepoli, la conoscenza
delle qualità umane ed artistiche di Manara Valgimigli. Vilminore, che si onora
di averlo ospitato negli ultimi anni della Sua esistenza, ricorda che Lui stesso
amò definirsi “l’umile vilminorese” e, riconoscente dell’omaggio che intendete
offrire alla sua memoria, vi porge, mio tramite, il più cordiale benvenuto ed il
più vivo augurio per il successo dei lavori che state per incominciare ». Il
rag. Fortunato Schiantarelli, presidente della Pro Loco: «Nel
predisporre il programma delle manifestazioni per la stagione estiva 1970, tra
quelle a carattere culturale la Pro Loco ha volutamente inserito questo
Seminario di studi per commemorare e per onorare Manara Valgimigli nel quinto
anniversario della morte, avvenuta a Vilminore, nella villa Erse, il 28 agosto
1965. Da diversi anni l’insigne studioso, soleva passare le sue vacanze estive
qui, ed era solito, nelle sue brevi passeggiate, intrattenersi con le persone
più umili, con le quali conversava volentieri. Ed è forse per questo stare con i
più umili che, in una dedica scritta sul libro che gli valse il Premio Viareggio
1964, donato alla Biblioteca Comunale, ebbe a definirsi “l’umile vilminorese”
[…]: i cittadini di Vilminore lo ricordano soprattutto per la sua umiltà,
perché, pur sapendolo un uomo di alta levatura culturale, non avevano alcuna
soggezione a conversare con lui, seduti al tavolino di un bar o lungo la via a
lui oggi intitolata. Qui, in questa sede, lo onoriamo attraverso i suoi
insegnamenti, le sue traduzioni, i suoi saggi; l’uomo della strada lo ricorda
col suo cappello a larghe falde o con il suo baschetto in testa scendere dalla
villa Erse, soffermato a riaccendere il suo sigaro, attraversare il paese, fino
al chiosco dei giornali […]».
Diego Valeri: “Essere d’accordo coi
morti”
Diego Valeri, a sua volta grande poeta,
professore emerito di letteratura francese all’università di Padova: «[…]
Sono venuto quassù a testimoniare, come voi tutti, dell’alto valore
intellettuale e morale del nostro, nostrissimo, Valgimigli […]. Ora vive
soltanto in noi, non può parlare che per la nostra bocca. Manara Valgimigli
venne a Padova nel 1926, contemporaneamente a me ch’ebbi in quell’anno
l’incarico per la letteratura francese.[…]. Manara era un uomo schietto,
limpido, trasparente: si mostrava subito, e poi sempre, tale quale era. Aveva,
anche lui, le sue suscettibilità, una certa irascibilità di superficie, che
vorrei dire di tipo carducciano. Erano i difettucci o vizietti di temperamento
che facevano, non dico contrasto, bensì umano completamento alle sue grandi
qualità. […] Quando, nell’autunno del ‘26, egli venne tra noi, io avevo letto,
di suo, alcune delle sue traduzioni da Platone e parecchi articoli sui problemi
attuali della scuola. Tanto mi era bastato a cogliere in ogni sua pagina il suo
senso artistico, il suo gusto della parola come espressione e come suono, come
anima e carne. Egli era infatti e innanzi tutto un artista della parola, un
poeta. La filologia, egli la rivestiva come un’armatura; ma la poesia, la
portava, egli stesso, dentro di sé, nell’anima. Dirò meglio: la filologia era il
suo pane di tutti i giorni; mentre la poesia era il suo “pan degli angeli”: suo,
e di chi l’ascoltava o lo leggeva. […]. Egli aveva davvero, anche come maestro
in cattedra, le perplessità, le scontentezze dell’artista; e apertamente le
confessava nelle conversazioni amichevoli. Dico conversazioni, e non
discussioni, perché tra noi l’accordo fu sempre perfetto, su tutti i problemi di
fondo; sicché non ci fu mai bisogno di discutere. Su un punto, forse, si sarebbe
potuto dissentire: sulla valutazione del Carducci, che per lui era un poeta
assoluto e per me era ed è il poeta di alcune bellissime liriche di carattere
intimo e di qualche mirabile evocazione storica. […] Le nostre conversazioni,
quasi non occorre dirlo, erano continue. erano una sola conversazione,
intramezzata da qualche colazione in casa Valgimigli, nella bella casa, ora, di
via Gregorio Barbarigo. A quelle colazioni, che si ripetevano assai spesso, dato
ch’io a Padova ero fuori di casa, e che, da un certo tempo in poi (diciamo dal
‘30), ci capitava volentieri un amico di Manara e mio ch’ebbe un gran peso nella
nostra vita e anche nelle nostre vite, Pietro Pancrazi; a quelle colazioni,
dicevo, presiedeva silenziosamente la signora Emilia “la dolce creatura”, come
nei suoi scritti di memoria la chiama Manara, mentre la dolcissima Erse dava
luce alla stanza col suo splendido e malinconico sorriso. (Giorgio era presente
anche lui, beninteso; ma ancora in ruolo di bocia che non ha diritto di parlare
tra i grandi). Questo, che io sono venuto “suggerendo“ agli amici qui presenti,
è manifestamente soltanto un Manara familiare; un Manara che
non vorrei tuttavia distinguere come minore da quello
che, anche dopo la morte, vive intero nelle sue amate e sudate carte. Manara era
uno, nella vita e in letteratura, e uno resta nel ricordo degli amici e
nell’opera scritta e stampata […]. Lo studioso fu soprattutto un grande lettore
di testi: lettore che, per illuminare il suo testo, s’industria di chiarirne le
strutture, i sensi o significati, e i valori propriamente poetici. Si pensi al
commento dell’Odissea, in cui Manara non perde mai di vista, appunto, la poesia,
e perciò dà alle notizie “storiche” e ai rilievi “grammaticali” il posto
subordinato che meritano. E si noti che il vivo, lucidissimo commento opera su
una traduzione artisticamente modesta. Valgimigli, le traduzioni avrebbe dovuto
farsele tutte da sé. Quelle che fece restano infatti a dimostrare come si
possano portare da altra lingua nella nostra tutte le virtù icastiche e musicali
della lingua greca e dei poeti di Grecia. Naturalmente tra questi poeti, dico
tra quelli tradotti da Valgimigli, collocherei al primo posto Platone […]. Le
traduzioni di Valgimigli (e penso ora a quelle da Saffo, da Archiloco) alle
quali resto fedele nonostante i felici risultati di qualche tentativo
“modernistico” ci danno l’impressione di attingere al testo originale, senza
mediazione. Sono piccoli miracoli (piccoli e grandi insieme) di poesia, e ci
confermano nella certezza che la più profonda natura di Manara era quella di
poeta. Non c’è, del resto, un suo libro ch’è tutto suo, dove sono rarissimi i
diretti richiami culturali, dove egli trae la sua ispirazione dal suo animo e
non d’altronde? Alludo, come già tutti hanno intuito, al “Mantello di Cebete”.
[…] Mi sia permesso di sottolineare una frase, che per me ha un senso profondo
e, per così dire, totale nella vicenda interiore, nel dramma d’anima di
Valgimigli; queste poche parole: “essere d’accordo coi morti”. È, scopertamente,
un ricordo dell’Antigone sofoclea, ma è anche il succo di tutta la dolorosa, la
tragica esperienza umana, di padre, del nostro amico. Questa è una pagina a cui,
come diceva Pancrazi a proposito di molte pagine, si può dare appuntamento tra
cent’anni».
Valgimigli e Carducci: quel febbraio
1907
Dopo gli interventi di Maria Vittoria
Ghezzo, ordinaria di lettere classiche al ginnasio liceo Marco Polo di Venezia,
e che fu allieva dello scomparso «Manara Valgimigli, maestro di scuola», di
Maria Vittoria Ghezzo sui «pensieri » sull’insegnamento: Valgimigli aveva avuto
come maestro Giosuè Carducci, aveva insegnato tra l’altro a Padova, Messina,
Lucca, La Spezia; di Antonio Maddalena, ordinario di letteratura greca
all’università di Torino, che parlò di Valgimigli filologo, ecco Iginio De
Luca, dell’università di Padova, affrontare il tema «Valgimigli e Carducci».
«Veramente decisivo il suo incontro con Giosuè Carducci. Dice lo stesso
Valgimigli: “Ci sono due date nella mia vita le quali come poche altre, come
pochissime altre, io porto nel cuore, e
nel cuore mi resteranno fin che avrò memoria e respiro: una, il 24 gennaio 1896,
e l’altra undici anni dopo, il 18 febbraio 1907. Io e i miei compagni, in quei
due giorni, ci ritrovammo tutti, disperse anche ombre se c’erano e annullati
dissensi e quegli stessi vuoti d’indifferenza o d’incuria che non fanno cercare
l’un l’altro. Ci ricercammo, ci ritrovammo, ci riconoscemmo, in lui e per lui”.
Il 9 febbraio 1896 Municipio e Università di Bologna festeggiarono il 35° anno
dell’insegnamento bolognese del Carducci. Festeggiamenti ufficiali e solenni
nella sala maggiore della biblioteca dell’Archiginnasio. Con grande folla e
nobilissime parole. Ma per gli scolari la vera festa fu prima, il 24 gennaio.
“Ma la festa più nostra, tutta e solamente nostra, fu pochi giorni prima, in
iscuola, nella piccola aula consueta, il 24 gennaio, di venerdì, alle tre
pomeridiane, ora e giorno di lezione. C’erano con noi, quel giorno, nei nostri
ultimi banchi, anche altri più vecchi scolari: c’era il Pascoli, con la sua
testa un poco inclinata e il volto grave e mite; c’era Severino, con la sua
sorridente malinconia che più spiccava dai piccoli occhi un po’ socchiusi e
acuti. Quel giorno toccava Dante. Commentò e lesse il canto di Ulisse […].
Finita la lezione, disse poche parole per tutti il nostro compagno Niccolò
Rodolico. E gli portò un grosso albo dove noi s’erano raccolte quante più
avevamo potuto fotografie di scolari suoi, dagli ultimi ai primi. A celare la
commozione si chinò su l’albo, lo aprì, lo sfogliò, si fermava ogni tanto Oh,
guarda, anche lui! […]. L’altra data (18 febbraio 1907) è quella dei funerali
del Carducci. “Io ero alla Spezia, e feci appena in tempo ad arrivare a Bologna,
presso la casa sua, che già lo stavano portando giù dalle scale per metterlo sul
carro. C’era tanta folla, tante decorazioni, tante tube, tanta brutta gente.
Quel pover’uomo che s’era tanto lagnato gli ultimi giorni, e sempre si lagnava,
del mal tempo, del cielo cupo, dell’aria nebbiosa, ecco che quel giorno pareva
primavera, e tanto più splendevano il cielo limpidissimo e il sole con la molta
neve accumulata e distesa. Io da principio mi trovai solo, chè non ebbi voglia
di cercare se c’erano, o dove erano, di miei vecchi compagni. E seguii così, di
lontano, il mio morto. Vedevo ogni tanto quella bara come ondeggiare. Ogni
tanto, dalle finestre, gettavano fiori; anche da finestre umili, di umili e
povere case. Per le strade, le fiammelle a reticella del gas, accese, ravvolte
di veli neri, e appena visibili nello splendore del sole, davano guizzi come
brividi”. […] Come in tutte le sue prose di memorie (tra le più autentiche del
nostro Novecento), e più specialmente in quelle dedicate al Carducci, Valgimigli
sa rendere il sentimento della vita nel modo più naturale, con gentilezza e
malinconia (gentilezza e malinconia sono parole chiave della sua scrittura).
Spesso in un apparente divagare, ravvivato dal calore degli aneddoti, in un
discorso piano che si fa confidenza e colloquio. Senza parere rivela il pudore
degli affetti nel barlume delle parole. Valgimigli si laurea col Carducci a
Bologna il 15 novembre 1898, con una tesi su Poesie anonime medioevali latine. È
a Bologna nel novembre del 1894. Viene da Lucca, dopo aver compiuto gli studi
ginnasiali e liceali, attratto dalla fama del Carducci, e anche per una certa
spinta del padre, direttore didattico e appassionato carducciano, attento
lettore e collezionista delle varie opere del poeta.[…] “Che cosa capivo io
allora di tutto codesto? Assai poco, lo so. Eppure molto, chi pensi che cosa è
per un ragazzo questo primo aprirsi dell’animo alla poesia: una vampa, una
fiamma; sente che la poesia è lì, è presente, gli balena davanti, lo accende;
capirà poi; e felice lui se poi, quando capirà, sentirà ancora dentro sé quella
fiamma”. [...]».
Gli altri interventi. Spadolini nel
1976
Sergio Romagnoli,
ordinario di letteratura italiana dell’università di Firenze, intervenne su «Valgimigli
critico della letteratura italiana». Poi Marcello Gigante, ordinario di
letteratura greca dell’università di Napoli, su “Valgimigli, interprete dei
lirici greci”. Dopo di lui Lento Goffi, ordinario di lettere italiane
dell’istituto Benedetto Castelli di Brescia, il quale affrontò con citazioni
abbondanti la corrispondenza fra Manara Valgimigli e la figlia Erse nel periodo
compreso fra il 1927 e il 1941. Il professor Giorgio Valgimigli, primario
dell’ospedale di Darfo, figlio dello scomparso, a conclusione delle giornate di
quel fine agosto 1970, donò ai presenti una medaglia con la riproduzione del
busto dello studioso. Sul tavolo di Manara Valgimigli, il giorno della morte, fu
trovato l’inizio di quella che aveva titolato “La preghiera di Achille”, XVI
canto dell’Iliade, che stava traducendo. Diego Valeri aveva concluso sciogliendo
quella che aveva chiamato “la bella scuola padovana” che gli era sembrata
riformarsi “tra i boschi e le vette tempestose di Vilminore”. Alcuni anni dopo,
nemmeno tanti, nel 1976, un giorno di maggio, la gente che stava in piazza vide
passare un’auto di “lusso”. Portava Giovanni Spadolini, che fino al gennaio di
quell’anno era stato ministro dei beni culturali nel quarto governo guidato da
Aldo Moro, su nel salone del palazzo pretorio per pronunciare la prolusione del
nuovo convegno. Erano passati dieci anni e qualche mese dalla morte di Manara
Valgimigli. Di quel convegno purtroppo non furono mai pubblicati gli atti.
Manara
Valgimigli
www.scalve.it |