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Articolo tratto da "Giornale
di Brescia" giovedì 25 agosto 2005
Valgimigli maestro di scuola
EDUCATORE SULLE VETTE DELLA POESIA
Un artista
della parola, un poeta. Questo era innanzi tutto Manara Valgimigli: portava la
poesia dentro di sé, nell'anima. Per dirla con Diego Valeri "la filolologia era
il suo pane di tutti i giorni, mentre la poesia era il suo "pan degli angeli".
A quarant'anni dalla scomparsa di Manara Valgimigli, la sua figura di uomo,
nonché di filologo e letterato, si staglia quanto mai vicina. Schietto,
trasparente, cultore della libertà civile; in lui dignità e rigore morale; e nel
contempo virginale nei suoi stupori davanti al pezzo di cielo racchiuso in una
genziana o al gaio volo di una rondine. Con tale spirito fu maestro di scuola;
la prima volta nel 1898, a ventidue anni, in un ginnasio di Messina su invito
del Pascoli (cui il comune di San Mauro dedica un convegno di studi, dal 30
settembre al 2 ottobre, nel 150.mo della nascita).
"Non sono legato a nessun'altra terra, a nessun'altra città di cosi vivo e
tenero amore come a questa" diceva Valgimigli; lì ha vissuto infatti le tappe
della sua carriera, trovando nel messinese schietto quel senso superiore della
vita e quella generosità che gli ricordavano Socrate e i grandi Sofisti.
A Messina, dove guardava levarsi il sole dal garibaldino Aspromonte, Valgimigli
volle tornare l'anno dopo il terremoto, nel 1909, perché in quella città
martoriata aveva anche lui i suoi morti: amici e tanti scolari; e la trovò come
un grande sepolcro dal quale si rinvenivano ancora cadaveri disseccati. Tra
quelle macerie però si ricominciava; quei centocinquantamila morti lo
chiedevano. Si ricostruiva anche il liceo con la forza di chi non si arrende e
la virtù di chi della propria professione fa missione civile.
Quella stessa che lo portò poi a Massa, La Spezia, Lucera, Pisa, e a Padova
negli anni del fascismo, della guerra, della Resistenza fino all'ultima lezione
al Liviano nel 1946.
E' il Valgimigli maestro che vogliamo ricordare nel momento sempre difficile per
il nostro sistema educativo rileggendone "La mia scuola" (Bari, Levante Editori,
1991), raccolta di scritti che vanno dal 1916 al 1921, pubblicato per la prima
volta nel 1924, in cui l'Autore afferma che la scuola è, come la poesia,
"creazione ideale, non accomodamento e distribuzione meccanica di fatti e
notizie, è spirito non materia, e come a far poesia occorre il poeta, cosi anche
a fare scuola occorre il suo creatore, il maestro, il poeta della scuola".
Bandire ogni meccanicità dunque, poiché lo spirito non ripete se stesso, così
come nessuno mai tuffa le mani due volte nella stessa acqua del fiume. E i
ragazzi avvertono quando il maestro è veicolo di creazione, perché non è vero
che sono dediti all'ozio e amano i maestri fannulloni e facili; anzi, più questi
sono severi e attivi e più li stimano, in quanto in essi vedono la dignità
dell'uomo. Perché i giovani, lo sappiamo, vogliono entusiasmo, commozione,
attività di vita; guardano all'alto e non al basso.
"Dentro la scuola - affermava Valgimigli - si respira il più limpido etere delle
più alte cime". E lui, scrittore che in vacanza andava in giro per le Alpi, di
alte cime si intendeva, eccome! Sentiva il brivido delle altitudini, respirava
quell'aria lucida e sottile che, fuori da ogni nebbia, permette di guardare
lontano, di progettare un cammino, raggiungere un traguardo; e arrivati, si
procede verso l'altro e poi ancora: massimo desiderio l'altezza.
Non solo poesia, dunque, la scuola; ma anche montagna, sempre uguale e mai la
stessa; ogni volta che si legge l'una e si percorre il sentiero dell'altra,
anche se per la millesima volta, l'emozione antica torna nuova. Principio
generatore comune, allora, a questa triplice equazione scuola-poesia,
scuola-montagna, montagna-poesia è quell'etica dell'attenzione che si fa
conquista, gioia di esplorare e saggiare, capacità di unire alla fatica la
gioia, responsabilità del mettersi in gioco, che fanno del Valgimigli maestro
il Maestro che volle, in primis, far professione di uomo, così come aveva
imparato da Carducci, e avvertire la scuola "seminagione e cultura di anime".
Facile a questo punto capirne il dissenso da ogni adempimento burocratico: "La
scuola s'immiserisce in questo tritume - affermava a proposito di voti,
registri, esami - e si corrompe tra piccoli calcoli e oblique menzogne. E invece
la scuola è colloquio, contatto, elevazione, esaltazione, non giudizio
utilitaristico". Il problema scolastico, per Valgimigli, non è nei programmi,
bensì negli insegnanti, nelle anime; allo stesso modo che a far poesia non
occorrono regole, ma poeti. "Le nuvole possiamo domandarle al cielo, non al
poeta" sosteneva in una splendida pagina del "Carducci allegro" reclamando la
libertà del poeta nelle sue contraddizioni meteorologiche che nulla hanno a che
vedere con la poesia. E la scuola, abbiam detto, è poesia.
Lungimirante Valgimigli! Presentava la "sua" Scuola novant'anni fa; scuola alla
quale lui riteneva affidato il miglioramento autentico della società,
anticipando anche ciò che sessant'anni dopo sarebbero diventati i decreti
delegati. Forse oggi, seduto nel salottino della libreria Randi a Padova con
l'amico fraterno Concetto Marchesi, riderebbe di gusto nel sapere che, non solo
esistono ancora i tanto odiati registri e quant'altro gli friggeva ma si è
perfino giunti a una più raffinata modulistica "atta" a certificare la "qualità"
della scuola per consentire accesso ai finanziamenti europei. Tant'è.
Le grandi cime con la loro aria lucida e sottile esistono ancora, ma nessuno le
ha sapute mai trasportare tra i banchi della nostra scuola; oggi restano quelle
delle Dolomiti, che Valgimigli raggiungeva nelle sue passeggiate, e, di sicuro,
ci guardano, insieme a lui. Pietosamente.
Rita Picciotto
Manara
Valgimigli
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