ENRICO TAGLIAFERRI  [E.T.]
Nato a Pezzolo il 18 gennaio 1923. Inizia a lavorare alla Manina nel 1941 ed in seguito presso le miniere di Schilpario. Di nuovo in Manina, nel 1951 subisce un grave infortunio a causa dello scoppio di una mina gravida. In seguito è emigrante i diverse nazioni.
La testimonianza è stata raccolta a Pezzolo il 15 febbraio 1990. Durata: 60’.

Sono nato a Pezzolo nel 1923. I vecchi che mi raccontavano che il minerale lo portavano fuori dalle miniere con il gerlo; l'imbocco era su alla “Cappuccina”, non c'era ancora il ribasso “Venezia”. Mio padre, che era nato nel 1880, mi diceva che aveva fatto il capo per qualche tempo. Il lavoro degli “strusì” (addetti al trasporto del minerale, trascinatori di slitta) si svolgeva in due fasi ed in stagioni diverse: durante l'estate portavano il minerale nei pressi del “Giavallo”; d'inverno da qui lo traducevano nei pressi del ponte di Teveno. Da lì al Dezzo o alla località Lania non saprei come avveniva il trasporto; almeno, non ne ho sentito parlare.
Lo zio Angilì, fratello di mio padre, faceva lo strusì. Un giorno, giunto al Giavallo, buttò nel burrone la slitta. Disse: (io), basta, questa vita non la faccio più, vado in America. Ma soldi non ne aveva; prendevano due lire al giorno... era intorno al 1900; quello che pagava gli operai era il Murì (Morelli) di Azzone. Non so era il proprietario delle miniere... mio padre è andato da lui: questo gli diede mille lire, con l'impegno che avrebbe trattenuto dal suo stipendio trenta lire al mese fino a saldare il debito, tutto questo senza nessuna firma. Mio zio è partito e dopo due anni ha mandato a mio padre le mille lire. Da allora sono passati parecchi anni senza avere notizie... e non è più tornato. Abbiamo saputo da uno di Rovetta che era morto in America, in un ricovero, verso il 1947-1948.
Gli strusì: facevano due viaggi al giorno e caricavano sulla slitta due quintali o poco più. Il minerale subiva un primo trattamento fuori dalla miniera: c'erano le reglàne... veniva poi messo nei sacchi confezionati con fibra di canapa, li chiamavano bunète. La slitta:l'ho usata anch'io negli anni ’50, quando negli Strinati - nei pressi di Nona - il Vercellotti aveva aperto una miniera di barite. La slitta aveva le sponde ed un bastone applicato davanti che faceva da freno; le sponde saranno state di circa trenta centimetri e la larghezza delle slitte di circa 60-65 centimetri. Era lunga quasi due metri ma era piuttosto leggera. D'inverno, verso sera sistemavano le strade col badile, quando c'era la neve.
Ho iniziato a lavorare in Manina nel 1939. Eravamo nella miniera bassa a taisà: pulivamo la vena (minerale) cotta. C'erano i forni che avevano sotto delle bocchette. Quando il minerale era cotto, facevano la trada: aprivano uno sportello (erano quattro) e il minerale scaricava sotto; quindi riempivano di nuovo il forno, e facevano uno strato di minerale ed uno di carbone di legna. In 24 ore facevano tre trade; vicino al forno, con un martello rompevamo il minerale, eliminando la parte bianca, vale a dire lo sterile.
Poi c'era il Bertì di Pichècc (Alberto Gelpi) che portava il minerale con un vagone alla partenza della teleferica... a Teveno, con il camion lo trasportavano a Ponte Formello. In miniera... sono entrato quando non avevo ancora diciotto anni, nel 1941. Facevo il vagonista e non avrei potuto; però da 75 centesimi all'ora a taisare, prendevo poi 1,25. Ho fatto il vagonista col povero Mario Bianchi, il Baldro (Giacomo Piccini, n. 1919); i vagoni si spingevano a mano. Per arrivare al Sella ci saranno stati 1200 metri e si caricavano 12-13 quintali (...). Facevo anche i tre turni di otto ore. Sono rimasto in Manina fino al ‘46-’47. Quando dovevo fare il militare mi sono nascosto due o tre mesi, ma nel frattempo l'ingegner Cargnel, della FALCK mi ha fatto avere l'esonero. Quindi sono stato assunto alle miniere di Schilpario e là facevo il manovale. Vi sono rimasto tre anni. A Schilpario il lavoro veniva svolto con sistemi meno moderni e rispetto alla Manina.... lavoravano anche con le mazzette specialmente alle miniere alte... poi sono tornato alla Manina con i Piantoni... la FERROMIN si era fermata. Nel 1950 mi è capitato un grave incidente. il Piantoni intendeva a svuotare il cantiere Sella: allora si usava il tritolo in polvere, se ne metteva una manciata sopra un masso, lo si copriva un po' e con la miccia si faceva partire il colpo. Su cinque e ne sono partiti quattro; noi abbiamo atteso il tempo necessario e io dico al povero Riculù: guarda che entro a vedere... era successo che una miccia era stata pestata da uno scoppio ed il fuoco però procedeva ugualmente, ritardando parecchio... sarò stato a due metri... mi sono salvato per lo spostamento d'aria... se il colpo era più debole mi avrebbero raccolto a pezzi. Lo scoppio mi ha fatto infilare la galleria: ho fatto venti metri... ero crivellato di schegge piccole. Minavamo massi di centinaia di quintali... quando hanno fatto lo sbancamento del Sella, il pericolo consisteva nell’intasamento delle bocchette... si andava su e si metteva la dinamite per far cadere i massi (...). Dopo l'incidente, era il 21 gennaio 1950, mi hanno caricato su una scala e dal ribasso Venezia, in un'ora e mezza mi hanno portato alla Nona. Mi sono salvato per il gran freddo che faceva impedendo così le emorragie. A Vilminore il dottor Maini mi ha fatto una iniezione, e subito a Bergamo.L ì ho ripreso conoscenza. Per quattro mesi non vedevo assolutamente niente e dall'occhio che hanno salvato hanno tolto 52 schegge... erano tutte nella cornea...
In quegli anni non si può dire che ci fosse benessere, ma posso dire che non si andava male: tutti avevamo almeno la mucca o il maiale... palanche (questo termine indica le vecchie lire) poche ma riuscivamo anche a sistemare un po' le abitazioni... si vedeva un certo movimento (...). I nostri vecchi... alla Manina avevano creato certi vuoti che ci si domandava come avessero fatto... senza nessun mezzo. Dopo il 1921 hanno cambiato vita... quando sono nato io, mio padre era già in Australia... c'è stato dodici anni, in riprese di quattro anni (...). Considerando tutto, credo sia stato meglio che abbiamo chiuso le miniere, nel senso della salute... perché a Lizzola è stato il massacro, (...) era micidiale soprattutto per quelli che lavoravano lo sterile; l'utilizzo dall'acqua è arrivato troppo tardi.
Oggi non c'è più il pericolo della polvere. A fare il fornello centrale hanno impiegato quattro mesi... sarà profondo 300 metri: lavoravano in coppia, erano in sei e quindi facevano tre turni... c'era anche il Chamberline... l'ero ol Bertì 'li erse di Teveno. In quattro mesi questi dodici minatori si sono rovinati la salute, per la polvere... tranne il Domenico Tagliaferri che è durato ancora; ma doveva farsi allacciare le scarpe dalla Gina. Vi avevano lavorato anche il Mario Bianchi, il Baldro. Anche quando hanno fatto lo sbancamento del Torino, insomma, quando c'era un po' di sterile... è quello che ti frega (...). Il Sella è un camerone enorme, un vuoto nel quale ci sta parecchie volte la chiesa di Vilminore; c'erano diciotto bocchette e scendevano migliaia di quintali al giorno. [E. T.]

www.scalve.it