ETTORE DA ROIT [E.Da R]
Nasce a La Valle Agordina (Belluno) l'8 giugno 1925. Dirigente della FERROMIN, è alla Manina dal 1951. Perito minerario. Nel 1960 torna al paese d'origine. All'epoca dell'intervista era residente a Porto Azzurro (Livorno).
La testimonianza è stata raccolta a Vilminore l'1 settembre 1990. Durata: 60'.

All’epoca della riattivazione della miniera, nei primi anni ’50, alcuni cantieri e gallerie erano franati; si ripristinavano i binari, le tubazioni dall'aria (...). Quantitativamente era una miniera ricca, ma il minerale migliore era stato già estratto. Noi abbiamo realizzato il pozzo interno; si entrava dalle ribasso Maria. C’era stata un'impresa, la Rodio che effettuava i carotaggi di 200 millimetri: la stratificazione della roccia non era orizzontale ma verticale e quindi era difficile estrarre i campioni di minerale; si stava già preparando il pozzo, e i sondaggi si facevano per poter creare una comunicazione con il ribasso Lupi. Questa entrava per 1200 metri, si lavorava a tre turni. Dal livello Lupi si veniva su con un fornello lungo 100 metri in corrispondenza del pozzo interno: andavano su per 70-80 metri con le scale, facevano la volata; sembra una cosa semplice. Poi è venuta una società francese che effettuava le fotografie del foro ed era una innovazione; si faceva una foto ad ogni metro dentro il foro. Introducevano anche una bussola che segnava anche l'inclinazione: in questo modo si vedeva esattamente la consistenza del giacimento. Le denominazioni dei livelli e delle coltivazioni: si dava il nome di una personalità o di qualcuno che vi aveva lavorato. Davano un nome che capitava; c'era stato ad esempio un certo ingegnere Zera che ha dato il nome ad un livello. Il nostro ferro è sempre stato piuttosto povero qualitativamente; ma durante la coltivazione delle miniere del gruppo lombardo, ha incominciato ad arrivare a Genova il minerale proveniente dall'India, da Goa, che aveva una percentuale del 70-80% e costava meno; il tracollo delle nostre miniere è stato causato da questo. Se si era investito più del ricavato, forse era dovuto anche al momento particolare: si era appena usciti dalla guerra ed era necessario sfruttare le risorse nazionali. Ma in altre nazioni il minerale veniva scavato a cielo aperto, con una percentuale del 70%, e costava la metà (...). Insomma, i costi qui erano superiori. C'era un geologo d'interno, Gilieron, uno svizzero che faceva visite periodiche alle miniere: dalla Manina a Schilpario abbiamo fatto delle ricerche dietro la sua indicazione, in val Brancone, sopra Ronco; c'era minerale, ma non a sufficienza per proseguire le ricerche (...). La caratteristica della miniera di Schilpario era la stratificazione con una inclinazione di 25-30 gradi. Alla Manina c'erano delle grosse sacche; l'inclinazione è di 60-70 gradi e si prestava quindi per il sistema di coltivazione a camera-magazzino. [E.Da R.]

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