GIANNI PREVITALI [G.P.]
Nato il 19 dicembre 1928. Dal 1958 assume l'incarico di segretario provinciale del Sindacato minatori della Cgil. Per trent'anni svolge l'attività di sindacalista di numerose categorie di lavoratori.
La testimonianza è stata raccolta a Bergamo, in due fasi, il 13 ed il 20 dicembre 1988. Durata: 70'.

l primo ottobre 1958 venne chiamato ad assumere l'incarico di segretario provinciale del sindacato muratori. Posso dire con estrema franchezza che fra i ricordi più cari che ho della mia esperienza di ordine politico e sindacale, sicuramente è quello dei minatori, per lo spirito umanitario che ho conosciuto vivendo in mezzo a questa gente che viveva di un lavoro di una pesantezza indescrivibile e di sacrifici altrettanto indescrivibili. Un lavoro estremamente rischioso ed in ogni momento. Ognuno di loro, quando usciva di casa per recarsi al lavoro, non sapeva se sarebbe tornato al pomeriggio. Per un qualsiasi imprevisto in miniera, rischiavano di non tornare più. Io non voglio descrivere qui gli infortuni, anche mortali che ho avuto modo di vedere, delle miniere di Oltre il Colle, Dossena, Gorno, Oneta, sotto l'Arera, per arrivare alle miniere di Schilpario e di Vilminore. Erano miniere private. Era minerale con un'alta percentuale di silicio. Ricavato dalle miniere della Manina e di Schilpario, veniva portato a valle con teleferiche e nella valle del Dezzo c'erano delle laverie dove arrivava la prima selezione. Da qui con autocarri veniva portato alle fonderie FALCK di Sesto San Giovanni. Devo dire che come sindacalista della Cgil, particolarmente nelle miniere della Manina e di Schilpario, non fu tanto facile il mio compito di penetrazione e organizzazione dei minatori, nel raccogliere le adesioni dei minatori alla organizzazione sindacale che avevo il piacere e l'onore di rappresentare in quel momento. Ho fatto il sindacalista dei minatori dall'ottobre 1958 fino alla fine dell'agosto 1962. I primi approcci con i minatori consistevano nell'andare a cercare i minatori nelle vecchie trattorie di Vilminore, di Nona e Pezzolo. Qui i minatori, quando tornavano dalla miniera, si trovavano ad assetarsi un po' di tutto il silicio che avevano ingoiato lavorando le lunghe otto ore. Queste erano soltanto formali perché spesse volte, per raggiungere certe posizioni, soprattutto in stato di avanzamento, per raggiungere i fornelli per estrarre il minerale, i minatori dovevano partire alle tre e mezzo o alle quattro, con l'acetilene, e fare il lungo percorso lungo la mulattiera che portava all'imbocco di queste gallerie. Raggiunto all'imbocco, spesse volte per arrivare al punto di estrazione del minerale, ci volevano ancora 30-40 minuti (...). Questi minatori si recavano in miniera con uno zaino e con l'acetilene. Nello zaino avevano poco più di un pane, un po' di formaggio e la bottiglia di vino. Alla Manina, come ha Schilpario, spesso i minatori si trovavano a lavorare con i piedi immersi nell'acqua, con gli stivali, quindi con una forte umidità, oltre che essere tutti soggetti alla silicosi. Allora l'80% dei minatori, anche fra i più giovani, erano colpiti dalla silicosi, o ancora peggio, dalla asbestosi. Gli argomenti che io trattavo fin dall'inizio erano il rispetto contrattuale; proprio nel 1960 avvenne la scadenza del contratto nazionale. Io fui uno dei protagonisti della trattativa. Allora, si vide, l'azione di convincimento dei minatori... la prima volta la partecipazione alla lotta per la conquista ed il rinnovo del contratto. Nell'occasione ci furono degli scioperi e la partecipazione era pressoché totale. Nel giro di pochi mesi, anche in seguito alla rappresentatività che era riuscito ad acquistare, con qualche reticenza, i dirigenti furono costretti ad accettare gli incontri. Ricordo fra questi l'ingegnere Bonicelli, che divenne poi anche sindaco di Vilminore. Superate le prime diffidenze, i rapporti sono sempre stati imperniati sul reciproco rispetto delle funzioni di ognuno. Io rappresentavo i lavoratori, loro (i dirigenti), la FERROMIN che era una azienda a partecipazione statale; successivamente rappresentavano la FALCK, quando la miniera divenne privata. Con gli uni e con gli altri ho sempre trovato un grande rispetto reciproco... gli incontri non erano facili, anche perché per la prima volta impostammo una trattativa a carattere aziendale, cioè integrativa rispetto al contratto nazionale, per l'istituzione di un premio di produzione, o meglio, di produttività, che era legata al numero di vagoni di minerale che veniva estratto. Non era il cottimo, che è ricevuto da con lui che è direttamente alla produzione; nel premio di produttività, tutti i dipendenti concorrono alla produzione, del manovale allo specializzato, al preparatore (...). Fu allora una grossa conquista perché non comportò ulteriori sacrifici a questi minatori, ma fu il primo riconoscimento compensativo e reale al duro lavoro che facevano. È importante sottolineare che con il viaggio da casa alla miniera, il minatore rimaneva occupato dodici ore al giorno, ed era retribuito per sole otto ore. Nella stagione invernale erano loro che aprivano il sentiero sulla neve, con freddo e ghiaccio; non mancavano mai al loro appuntamento in miniera al cambio del turno (...). Nella stagione invernale erano occupati anche 15-16 ore al giorno (...). Sempre riferendomi a quegli anni, il problema degli infortuni era molto grosso e complesso, per due ragioni: le direzioni minerarie tendevano a svincolarsi, per evitare interventi dell'autorità giudiziaria; di più, gli stessi minatori erano talmente preoccupati di perdere il posto di lavoro, ed avevano anche nei confronti degli stessi dirigenti della miniera - parlo di dirigenti, perché i proprietari non si vedevano mai sul luogo di lavoro e negli stessi uffici direzionali - erano preoccupati, dicevo, di perdere il posto di lavoro; ma anche per una condizione di sudditanza abbastanza arcaica (...), per cui spesso succedeva che dei minatori si infortunavano e ben si guardavano dal comunicarlo allo stesso caposquadra, per paura che questo intervenisse e per non assumersi delle responsabilità dicesse loro di starsene a casa... tornerai quando sarai guarito. Il licenziamento non era facile ma era sempre un'arma di ricatto, anche perché i minatori erano abbastanza scettici nel fare vertenze individuali. Difficilmente si è riscontrata in quegli anni anche la minima denuncia, anche attraverso le stesse organizzazioni sindacali. Involontariamente subentrava uno stato di omertà tra minatori che li costringeva a subire e pagare di propria persona. Poi le condizioni del lavoro, gli infortuni erano all'ordine del giorno... nello stesso trasporto con vagoni del minerale, o perché le acetileni non davano luce sufficiente per rendere evidente il pericolo. Dall'altra parte la preoccupazione del minatore di fare più dell'impossibile per non essere mai ripreso... era poi anche una specie di corsa tra di loro nella resa del lavoro... non parliamo poi nello stato di avanzamento: spesso, per recuperare più minerale possibile, non ci si preoccupava tanto della sicurezza delle impalcature di sostegno delle gallerie. Vi sono stati anche incidenti mortali. Vorrei però ricollegare questo discorso ad un altro argomento che era ricorrente: la silicosi e l’asbestosi; con estrema difficoltà lo stesso istituto infortuni riconosceva queste malattie al minatore. Ricordo un episodio che mi colpì molto, riferito alle miniere di fluorina di Dossena: un minatore, dopo molti anni che aveva inoltrato la domanda per il riconoscimento della silicosi, morì. Per far riconoscere la parte spettante alla moglie e ai figli di questa remunerazione infortunistica, occorse fare una denuncia all'autorità giudiziaria, che intervenne a fare disseppellire il cadavere; si fece l'autopsia, e si riconobbe che lo stesso aveva il 94-95% di silicosi. [G.P.]

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