GIANNI PREVITALI [G.P.]
Nato il 19 dicembre 1928. Dal 1958 assume l'incarico di segretario provinciale del Sindacato minatori della Cgil. Per trent'anni svolge l'attività di sindacalista di numerose categorie di lavoratori.
La testimonianza è stata raccolta a Bergamo, in due fasi, il 13 ed il 20 dicembre 1988.
Durata: 70'.

In quel periodo gli unici sindacalisti che venivano nella zona erano, oltre al sottoscritto, un certo Mario Furia della Cisl, lui stesso era un ex minatore delle miniere dello zinco; qualche volta lo stesso veniva sostituito da Della Chiesa. Il sottoscritto venne sostituito qualche volta da Belotti Giovanni, ora deceduto. Un notevole contributo per l'ottenimento delle leggi migliorative sia per quanto riguarda la tutela infortunistica del minatore, sia per il miglioramento dei rapporti di lavoro, un contributo lo ottennero gli onorevoli Giuseppe Brighenti e Tognoni, della Toscana; quest'ultimo proveniva dalla zona mineraria di Abbadia San Salvatore. L'onorevole Brighenti aveva fatto il sindacalista dei minatori per la provincia di Bergamo precedentemente al sottoscritto. Infatti, quando fu eletto deputato, fui io a sostituirlo. Fatta eccezione per Dossena, nella zona di Schilpario trovò molte difficoltà rispetto quelli che aveva incontrato io: posso anche dire che una volta egli era andato Schilpario per fare un'assemblea di minatori e non era riuscito a parlare, anche per una campagna che era stata fatta nei suoi confronti sia da parte dei rappresentanti della Cisl, dalla democrazia cristiana e dal clero della zona. In seguito, con l'impegno del sottoscritto, Brighenti tornò a Schilpario e parlò ai minatori nella sala del cinema gremita di minatori. Sono episodi particolari che meritano di essere menzionati (...). Incontrai molta diffidenza perché tradizionalmente era gente di origine profondamente cattolica e di conseguenza gente orientata bene o male verso la democrazia cristiana e quindi verso il sindacato Cisl che era rappresentante di questo partito; del resto si sa che la scissione sindacale ha seguito quella politica, quando dopo le elezioni del 1948 la democrazia cristiana ha preso il sopravvento. Qui la diffidenza era dimostrata dal fatto che appena presi contatto con un minatore, quello faceva correre la voce; quando seppero che ero il rappresentante della Cgil e quindi il comunista, non era, soprattutto in quei paesi, una cosa facile. Erano persone che se ottenevano la tua fiducia, non indietreggiavano dalla fiducia stessa. Non so se è stata la mia costanza o il senso del dovere oppure lo spirito morale che mi ha portato... perché allora salivo da Bergamo in lambretta, anche in pieno inverno per raggiungere gli imbocchi delle miniere per tornare comunque il modo di parlare con i minatori. Spesse volte con diffidenza, ma a mano a mano che il tempo passava, incominciavo ad essere uno di loro, incominciavano a capire che poteva esprimere la fiducia nel rappresentare (...) Dopo le prime conoscenze, feci i primi incontri con i minatori della Manina in casa di Giacomo Tagliaferri, detto Giacomì di pustì. Da lui ho avuto subito la fiducia, anche perché uno dei pochi tutta la Valle di Scalve che era di tendenza comunista, essendo anche stato un lavoratore costretto dal fascismo ad emigrare in Francia. Conobbe la lotta antifascista e di conseguenza egli mi aiutò ad introdurmi; il suo contributo fu decisivo per l'acquisizione della stima e dalla fiducia dei minatori nei miei confronti. Le prime riunioni avvenivano quasi semiclandestine in casa del Tagliaferri. In seguito avvenivano in una trattoria della Nona; intorno agli anni ‘60, quando ormai ero uno di loro, le riunioni avvenivano in piazza a Vilminore, in un albergo. Non bisogna dimenticare che il diritto di fare assemblee suoi luoghi di lavoro, i lavoratori italiani l'hanno conquistato con il contratto dei metalmeccanici nel 1964; quindi allora non si pensava certo di fare assemblee suoi luoghi di lavoro. Feci qualche assemblea anche agli imbocchi delle gallerie. Allo scambio dei turni, avevo la possibilità di parlare a quelli che entravano e a quelli che uscivano. Devo riconoscere che da una posizione di estrema diffidenza, arrivai persino ad avere come Cgil la maggioranza in quelle miniere. Per me fu una grande soddisfazione, non tanto per quello che rappresentavo, ma anche per la fiducia che raccoglievo (...). Nel 1960 le condizioni salariali sono decisamente migliorate e nel contratto abbiamo conquistato il riconoscimento alla trattativa per un migliore trattamento sul posto di lavoro. Per esempio, l'istituzione di una mensa: questo non fu possibile alla Manina ma a Schilpario sì. Un contributo per il vestiario, perché non bisogna dimenticare il costo che doveva sopportare il minatore solo per le scarpe perché era necessario un certo tipo di calzature (…). Allora affrontammo il discorso della riduzione dell'orario di lavoro. Ottenemmo un parziale riconoscimento del trasferimento da casa al luogo di lavoro. Queste furono le più grosse conquiste. Dopo di ciò ci fu il patto di “Firenze uno” e “Firenze due”, inteso a realizzare l'unità d'azione fra Cgil e Cisl. Ma proprio con i minatori conquistammo l'unità d'azione già allora in quegli anni estremamente difficili; anche nei rapporti tra i sindacati. Mi ricordo che rappresentante della Cisl era Mario Furia di Gorno, oppure Della Chiesa che fa ancora parte della segreteria Cisl. Superate le difficoltà iniziali, trovammo sempre un accordo unitario di comportamento nei confronti dei lavoratori. Questo perché avevamo la convinzione che al di là delle tendenze politiche personali, eravamo riusciti ad anteporre a tutto gli interessi dei lavoratori e quindi l'obiettivo finale era quello di tutelare i loro interessi; su questa base siamo riusciti a realizzare quell'unità di intenti che ci diede la fiducia ed il sostegno dei minatori che spinsero per l'unità d'azione dei due sindacati (...). Ricordo la partenza per l’estero di qualche minatore... anche quella era faticosa: non era facile anche avere il passaporto; ricordo soprattutto quelli di Dossena che, con passaporto o no, quando era il momento, erano all'estero a lavorare. Non è stata una scelta dei minatori, ma un costrizione perché appunto era venuta meno l'occupazione e bisogna dire che la vita dei montanari allora era dura, anche fuori dalla miniera. In quel periodo, quando si passava per Vilminore o Schilpario, nella stessa Dossena, ma soprattutto a Vilminore. Ricordo benissimo, era come passare in un… mortuorio, tanto per intenderci. Si vedeva solo qualche donna anziana e qualche bambino... non c'era più nessuno in paese, era una cosa indescrivibile (...). Quanto ai ricordi personali: un gruppo di minatori mi invitò con loro l'ultimo dell'anno, a Schilpario, nel Capodanno del 1960. Mi recai a Schilpario con un dirigente confederale, certo Giuseppe Colombo, della Cgil; era uno dei pochi che aveva la patente ed una “Fiat 650”. Nell’ andata affrontammo la Via Mala; al ritorno la Presolana, in una notte di ghiaccio e di neve. Era stata tale la paura che mi aveva fatto dimenticare la bellissima serata che avevo passato con questo gruppo di minatori. La festa consisteva in un pranzo a base di selvaggina, offerto naturalmente dai minatori stessi, e nel taglio del panettone. Quello che mi ha colpito in quella circostanza è stata la gioiosità di questa gente che nella sua umiltà e nella pure esigua disponibilità economica. Mi ha colpito la serenità e la tranquillità che erano prevalse in mezzo a loro. In quel momento avevano dimenticato tutte le fatiche affrontate durante l'anno. E più ancora lo spirito di fraternità e solidarietà manifestatesi anche attraverso questa festa. Tutto questo ho sempre riscontrato tra i minatori, salvo alcuni casi per i quali (dice il proverbio) che l'eccezione non fa la regola. [G.P.]

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