MARIO FURIA [M.F.]
Nato a Gorno il 2 maggio 1931. Inizia l'attività lavorativa presso l'AMMI di Ponte Nossa. Dal 1958 svolge l'attività di sindacalista per la Cisl.
La testimonianza è stata raccolta a Clusone il 3 marzo 1989. Durata: 60'.

Per quanto riguarda la realtà di Scalve, senz'altro vi sono state pressioni (per la riapertura della miniera) negli anni ‘50 perché dove c'è la presenza di un bacino minerario di una simile importanza - ciò significa dal Vivione alla Manina: è un'area vastissima - c'erano dei precedenti storici di sfruttamento delle miniere: la gente aveva nel sangue il discorso della miniera... ma è talmente vero che erano produttive queste miniere che la FERROMIN, quando ha realizzato la teleferica di Ponte Formello, era una teleferica a gravità che costava un sacco di quattrini, noi eravamo entusiasti perché pensavamo che, realizzata la infrastruttura per il trasporto, si sarebbero creati spazi notevoli per l'attività estrattiva, e lavoro sicuro. Tanto è vero che il Consorzio Barisella, della FALCK, ritirò quegli impianti. Quello era il momento di dare il colpo giusto... forse noi non abbiamo fatto i passi giusti, ma è realistico affermare che in quei tempi erano proprio la siderite che con il rottame poteva incrementare l'attività degli alti forni di Sesto San Giovanni.(…). Un finanziamento rilevante per la ristrutturazione della miniera, era venuta dalla C.E.C.A., che era nata prima del Mercato Comune. Noi non abbiamo mai avuto la possibilità di controllare (l'entità e l'uso) di questi fondi. Uno dei motivi per il quale la Barisella ritirò gli impianti fu proprio per utilizzare i finanziamenti della C.E.C.A. Oggi c'è trasparenza sul piano siderurgico, anche a livello europeo. Ma a quei tempi era impossibile (comprendere gli intendimenti a livello di Stati). Io sono convinto che colui che abita nelle Valli ha una valenza superiore... non perché umanamente sia diverso dagli altri. Lui ha imparato a conoscere il tempo bello, il tempo brutto, il dover seguire un ritmo preciso, legato alla durata della luce e delle stagioni. Quelli che sono franati (verso la pianura e la città)... sono uomini come noi, ma hanno perso queste cognizioni. Loro devono sentire da Bernacca quando cambia il tempo, devono accendere il calorifero se hanno freddo o il condizionatore se hanno caldo (...). Quelli che vivono in montagna devono diventare degli esperti in tutto (…). L'operaio-contadino aveva molto forte il senso della solidarietà: le lotte sindacali implicano sempre la solidarietà; le battaglie più dure e quindi i resistenti sono sempre venuti dalla montagna; quelli della pianura, quando hanno voluto resistere, son dovuti venire in montagna. Là c'è una sciatteria diversa... quando da noi c'è una disgrazia, tutti si muovono, e quando c'è la gioia c'è una partecipazione diversa. Il minatore, il boscaiolo, il contadino, hanno una valenza superiore; proprio nelle nostre zone, perché sono più avare... e sono più apprezzate le cose belle (...). Io ho avuto la fortuna di avere vicino degli uomini che avevano una grande sensibilità per i problemi del mondo del lavoro... quelli che (criticavano le azioni sindacali ed il sindacato stesso), non avevano letto le encicliche come la Rerum Novarum. Culturalmente il termine sindacato aveva assunto il significato di origine comparativa che significava “assieme con i padroni” (...). Sono convinto che noi montanari abbiamo un grande vantaggio rispetto agli altri: abbiamo l'istinto che gli altri hanno perso... loro non sentono i sapori, gli odori, i rumori come li sentiamo noi... questa è una mia opinione. Noi avvertiamo per tempo .[M.F.]

 www.scalve.it