MAURIZIO DUCI  [M.D.]
Nato a Nona il 6 agosto 1911. Minatore alla Manina dal 1936 fino al 1945. In seguito è emigrante in Francia, dove lavora nelle miniere di carbone. Raggiunta l’età della pensione, torna a Nona.
La testimonianza è stata raccolta a Nona il 25 aprile 1989. Durata: 60’.

Ho iniziato a lavorare alla Manina e il 17 giugno 1936. Lavoro non ce n'era ed allora emigravano in giro per l'Italia... A Nona c'erano circa 200 abitanti. Quando hanno riaperto le miniere, aspettavamo solo quello. Nel '36 hanno iniziato a lavorare 13-14 operai. Hanno allargato la strada dalla Nona alla miniera, questo nel '38. Hanno poi piazzato i compressori: siamo andati a Lizzola a tirarli su con la slitta; siamo passati dal ribasso. Poi abbiamo iniziato a fare il minatore a mazza. Le miniere non erano pericolose e nemmeno le mine perché a fare i fori con la mazza, si poteva controllare meglio. Per un'imprudenza se ne sono ammazzati due nel '37: bisognava fare due metri di foro per avere la giornata. Se si faceva qualche centimetro in più davano un premio. Quei due, per avere un po' di vantaggio hanno messo il ferro in un foro già usato per una mina, ed è partito il colpo; erano dei principianti (...). Ai vecchi tempi per estrarre il minerale praticavano dei fori nella roccia del diametro di 5-6 centimetri. Riempivano il foro di calce viva: si mettevano dall'acqua, lo chiudevano ermeticamente e aspettavano che la calce facesse la sua azione. Le gallerie erano molto piccole i ragazzi, già a 8-9 anni portavano all'esterno il minerale.
Fuori c'erano le reglàne, che sono una specie di forno scoperto come quelli che usavano per produrre la calcina. Facevano cuocere il minerale. (reglàna, nel Vocabolario dei dialetti bergamaschi di Antonio Tiraboschi viene citata come termine tipico della Valle di Scalve: “buca scavata in terra a forma di cono, in cui si mette la vena di ferro mescolata con carbone, per incuocerla prima di passarla nel forno). Quando era cotto facevano la cernita, “i la taisào”. Questa operazione (che si potrebbe definire “taissatura”), consisteva nell’operazione di sminuzzamento del materiale a mezzo di un apposito martello; ciò permetteva di separare il minerale (“vena”) dalla componente sterile.  Lo facevano cuocere con la legna e con il carbone di legna. D’estate con la slitta: mettevano il minerale in un sacco e trainavano la slitta alla Nona, vicino al Giavallo, negli “scutèr”: lì si depositava il minerale durante l'estate. (scutèr piccoli appezzamenti di terreno, delimitati da muretti, nei quali venivano depositati il minerale ed anche il carbone). L’inverno, con la neve, da qui lo portavano alla stazione di Teveno, ancora con la slitta . La strada era quella “dé olt” (strada alta, l’antica via di comunicazione tra le Valli di Scalve e Bondione: dall’abitato di Nona, in linea retta raggiungeva il passo della Manina), perché inizialmente il minerale si cavava nella parte alta della montagna. Io mi ricordo quando trasportavano il minerale: avevo otto o dieci anni; durante la guerra del '18 parecchi uomini facevano questo lavoro; c'era sì la teleferica, ma questa serviva al trasporto del minerale che si estraeva nella parte bassa della miniera. C’era su anche mio padre - che era esonerato- a spedire i carrelli. Nella parte alta usavano la slitta: a questa era applicato un palo con una raspa di ferro; lo tenevano “ntrà mes a li gambe” (in mezzo alle gambe) per frenare nei punti più ripidi; al piano serviva, insieme con la cavezza, anche per trainare. D’inverno, con la neve, facevano il trasporto fino al ponte di Teveno. Da qui, con i carri trainati da asini veniva trasportato al forno di Dezzo. Fino al 1938 tutto il minerale di Manina, anche quello trasportato per teleferica veniva cotto sul posto. Alla Cappuccina c'erano i forni, e bisognava a portare su il carbone e la legna. In seguito hanno realizzato i fornelli e non hanno più estratto il materiale su in alto. Giù alla partenza della teleferica c'erano due forni. Con la teleferica nuova - quella entrata in funzione nel 1942 - si portava a valle e il minerale crudo. Sono stato in Manina dal '36 fino alla fine della guerra: nove anni, ad eccezione di qualche mese perché è mi avevano chiamato sotto le armi; alla fine ho avuto l'esonero (...). Il primo anno tornavo a casa per un giorno alla settimana, il sabato. Questo avveniva nella stagione invernale. Nel 1938-39, quando hanno assunto molti operai, sono state costruite altre baracche; prima ce n’era una sola. Lavoravamo otto ore al giorno; all'inizio si faceva un turno, poi due e infine tre turni. I primi mesi lavoravo in galleria; poi sono andato a fare il guardiano della teleferica, avanti e 'ndré (su e giù). Il sabato tornavo in galleria. A mezzogiorno si tornava a casa. Uno stava su la domenica a fare la guardia.
In galleria: pericoli non ce n'erano; quando si facevano i fori con la mazza, polvere non se ne produceva; quando hanno introdotto l'uso dei compressori (alla fine degli anni ’30), la rivoltella si usava in due; uno la piazzava e l'altro teneva fermo il ferro. Qualcuno lavorava anche da solo; allora i capi dicevano: se quello riesce da solo, lavora da solo anche tu... u grant pulverù (una grande polvere...). Si sono rovinati la salute a forare a secco. Infine hanno messo l'acqua ma io non c’ero più. Il “poianc”: era prodotto dal fumo della dinamite: era un veleno. I primi tempi, si facevano i fori, si caricavano le mine, c’era e il “fughì” (l’operaio addetto all’accensione della miccia) che dava fuoco e quindi uscivano. Nell’arco di un giorno non rimaneva dentro nè fumo nè poiànc. In seguito, con i turni: fuori una squadra e dentro un'altra. Quanto alla sicurezza, era difficile che si verificassero degli incidenti; a quei tempi non c'erano sindacati. Il capo era il Bertì de Teé (Alberto Arrigoni di Teveno). Lo stipendio, erano dodici lire al giorno: si prendevano circa trecento lire al mese. C'era un grande bisogno; grazia santa ad essere occupati, ma era la miseria... l'éro loc (bisognava) prendere almeno il doppio. [M. D.]

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