INTRODUZIONE ALLA PARTE SECONDA

La petizione popolare inviata nel 1948 al Ministero dell’industria e del Commercio, sottoscritta dalle autorità “civili e religiose” di Vilminore e dai capifamiglia delle contrade di Pezzolo, Nona, Teveno e Bueggio, è un documento di rara e commovente intensità. Commentando le argomentazioni in esso contenute, don Giuseppe Premarini, nel corso del suo racconto, ha illustrato in una maniera tangibile e commovente la situazione socio-economica del dopoguerra. Nominato economo spirituale e quindi parroco di Pezzolo il 4 settembre 1947, concentra il suo impegno anche nell’ambito sociale ed individua nella disoccupazione generale il vero problema della parrocchia e degli abitanti della Valle. “La parrocchia era piccola…cosa avrei fatto lì tutto il santo giorno? Forse a far niente…”. Il ricordo di questo sacerdote “sui generis” è tutt’ora presente nella memoria collettiva. “Quando sono arrivato a Pezzolo (…) i segni della guerra erano ancora molto evidenti. Non era possibile nemmeno emigrare. Ricordo che andavano in Svizzera clandestinamente, superando il passo del Belviso e poi quello del Bernina. C’era anche il contrabbando, che era un modo di lavorare per guadagnarsi il pane, anche se c’era qualche famiglia che poteva guadagnare qualcosa di più. Comunque, quella che chiamiamo manovalanza faceva anche la fame. Allora bisognava industriarsi, anche con il contrabbando di sigarette, cioccolato, zucchero, di tutto un po’. Non era possibile nemmeno emigrare, perché a quel tempo la Svizzera non accettava nessuno. Quelli che venivano scoperti venivano rimandati indietro (…). Quindi la situazione occupazionale era disastrosa; le miniere erano chiuse dal 1944 e non c’era più niente da fare (…). La condizione economica era delle più misere; quasi tutte le famiglie possedevano un paio di mucche e vivevano su un fazzoletto di terra (…). Abitanti ne avevamo parecchi; eravamo duecentottanta (a Pezzolo), molti di più di quello che era lo standard del paese, in quanto c’era la disoccupazione: erano tutti a casa!. Il reddito era misero e tanto per fare un esempio, vedevo entrare in chiesa le ragazze e le signorine con tanto di zoccoli ferrati che deponevano in fondo alla chiesa, per non disturbare, perché facevano un rumore del…diavolo! (…). Ricordo che sulla mensa difficilmente c’era il vino; ci si nutriva soprattutto di latticini e dei prodotti della terra”.
La radicata tradizione contadina, nel corso dei secoli ha sempre prevalso sulla collaterale attività mineraria ad eccezione forse di brevi periodi, come nel periodo delle guerre mondiali e durante gli anni ’50. A fronte delle ricorrenti crisi della ferrarezza, gli scalvini non hanno mai abbandonato completamente l’unica fonte sicura di sostentamento, consistente nell’allevamento, nella coltura dei campi e nello sfruttamento dei boschi. La peculiari condizioni storiche e geografiche della Valle di Scalve non favorivano l’affermazione di una “classe” di lavoranti nelle miniere, dal momento che questi dovevano essere allo stesso tempo frerini, contadini, allevatori, addetti al trasporto della vena e boscaioli. Le fasi delle attività lavorative seguivano l’alternarsi delle stagioni e si conformavano alle condizione meteorologiche. Ne è un esempio il fatto che la traduzione della vena dalle miniere alte alla Nona veniva praticata lungo il sintèr dè olt durante la bella stagione; la seconda fase dell’operazione, da Nona agli scutèr situati all’imbocco della strada della Valbona avveniva durante l’inverno, facilitata dal terreno gelato o dala presenza della neve. Il termine “frerino” (frerì), fino ad epoca recente è stato attribuito agli operai addetti esclusivamente alla escavazione del minerale. L’etimologia del termine deriva dal latino “faber ferrarius”, che indica genericamente sia il ferrajuolo, il ferraio ed il fabbro. “Frerino” e “frera” sono sicuramente termini contratti da ferrarius. Queste ed altre locuzioni, in relazione alle miniere di Manina, sono andate in disuso nel corso del secolo scorso, mentre non sono ancora completamente scomparse dal vocabolario degli abitanti di Schilpario. Fino al 1800 l’attività di estrazione della vena si svolgeva quasi esclusivamente durante i mesi invernali, generalmente da ottobre-dicembre a marzo-aprile; durante le altre stagioni il lavorante delle miniere era impegnato nello sfalcio del fieno, nella concimazione dei prati, nel taglio delle legne ed all’operazione di carbonizzazione delle stesse. Alcune preziose informazione a questo riguardo si possono trarre da un prezioso documento risalente alla prima metà del 1700 e trascritto in parte dal maestro Eugenio Pedrini (1847-1929). E’ il diario di Comino Morzenti Peia di Teveno: questo frerino e contadino riassume in 426 “memorie”, dal 1729 al 1736, alcuni fatti relativa alla sua contrada; descrive poi minuziosamente le fasi della semina e del raccolto. La sua attività prevalente risulta essere quella di contadino e boscaiolo. Lui stesso lavora saltuariamente presso le frere di Manina, conduce la vena ed il carbone ai forni fusori di Dezzo e da Lania (o Lenia). Quest’ultima è la località presso la confluenza del torrente Nembo con il Povo; il forno omonimo fu attivo fino alla prima metà del 1800 ed ora ne è scomparsa ogni traccia, a seguito del disastro del Gleno, avvenuto il 1° dicembre 1923. E’ da ritenere che qui venisse fuso la maggior parte del minerale proveniente da Manina. Nel 1731 i frerini si recano alla Manina il 9 dicembre. Si avviarono i lavori nella miniera del Viadosso di Manina. La campagna si conclude il 24 marzo dell’anno seguente: i frerini di Manina vengono giù quasi tutti a terreno nudo, ed il 1° aprile principiate le arature dappertutto. Al termine della stagione estiva il 10 ottobre Comino scrive: avviarono di nuovo la Defenda (è il nome di una miniera) in Manina, da circa 50 anni lasciata andare deserta. Compartecipi i Minichi (Minghì), i Ghaini (Gaì), i Mantovanni, i Catilni di Colere e altri tutti di Nona. Il 5 aprile 1733 vennero in giù la maggior parte dei frerini di Manina. Come si diceva, anche Comino collabora per alcuni lavori. Il 5 maggio 1734, alla memoria 318 scrive: Io Comino fu Stefano Morzenti di Teveno andai in Manina nella frera del Viadosso a metter giù una reglana et feci una o due giornate. Nello stesso anno, all’11 novembre: cominciammo ad andar in Manina. Al 18 marzo 1735: venuti giù quasi tutti i frerini di Manina. Gli altri scendono il 30 marzo, coi cercoli fino a Nona. Il 2 luglio: Io Comino andato due giornate nel Sobalso in compagnia di Picino Picini di la Nona, a metter giù la vena nostra. Con molta probabilità questa espressione sta ad indicare il lavoro di trasporto a valle del minerale con l’uso della slitta. Nel mese di dicembre 1735 gli heredi fu Stefano Morzenti di Teveno et Iacomo fu Gotardo Tagliaferri di Pesollo si dividono la ferramenta utilizzata nel channeggio detto il buso di dietro. Tra gli arnesi vi sono: una mazza, una strasa de sapina, un liverolo, un vallo rotto ed un raspino.

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