PARTE TERZA E QUARTA

In Valle di Scalve la memoria del lavoro nella miniera non può prescindere da un fenomeno che per decenni ha prodotto conseguenze drammatiche: la silicosi. Fino all’introduzione della perforazione meccanica, questa malattia, causata dall’inalazione di silice cristallino, era praticamente sconosciuta. L’uso dei martelli pneumatici ha inizio intorno agli anni ’40, e nei primi tempi avveniva esclusivamente “a secco”; solo successivamente si incominciò a praticare la perforazione utilizzando l’acqua per l’abbattimento della polvere prodotta dalla trivellazione della roccia. In molti casi possono trascorrere fino a 20 anni di esposizione prima che si rendano manifeste alterazioni polmonari evidenziate da esami radiologici. I sintomi della malattia si manifestano quando progredisce e si complica con infezioni od enfisema. Questa si evolve nonostante la cessazione della esposizione e diventa invalidante quando si sviluppano l’ipertensione polmonare ed il cuore polmonare cronico. Il convegno organizzato nel mese di settembre 1964 dalle Acli a Valbondione intendeva mettere a fuoco questo problema nella sua complessità: la silicosi si stava rivelando una vera e propria piaga sociale e nelle zone minerarie i decessi provocati da questa malattia più o meno direttamente non si contavano. Nella presentazione del convegno, predisposta da Costantino Gilardi segretario provinciale del Patronato Acli di Bergamo, si legge che “l’idea dell’organizzazione di un convegno per lo studio dei problemi connessi ai cataclismi fisici che provoca la silicosi e alle possibilità di prevenzione e di cura è maturata contemporaneamente nella mente di pubblici amministratori, di medici e di sociologhi”. Nella relazione Gilardi osserva: “che in ordine alla difesa e alla prevenzione non si possa proprio fare nulla non è affatto vero: infatti visite periodiche agli ambienti di lavoro sarebbero più che opportune per rilevare le manchevolezze (…) non repressive ma educative per il lavoratore il quale si renda conto a cosa va incontro non sottoponendosi a misure di lotta contro la polvere ed a cura preventive. (…). La silicosi è come la polio, quando ha colpito non c’è altro da attendere quello che succederà e riparare alla bell’è meglio gli esiti del terremoto; la silicosi infatti terremota l’organismo in modo da non dare possibilità di ripresa e il danno no è solo fisico, è sociale perché investe tutta la situazione familiare del lavoratore. Non è giusto continuare a curare le malattie e specialmente le malattie professionali; bisogna andare alla ricerca delle cause ed eliminarle con ogni mezzo”. La relazione riporta anche alcuni dati riguardanti i soli assistiti nella provincia di Bergamo dal Patronato Acli nel 1963 e negli anni precedenti: le pratiche di silicosi sono 627 ed i decessi sono stati 45. Da una inchiesta effettuata presso alcuni comuni nel 1963, risulta ad esempio che a Schilpario vi erano ben 68 invalidi e 18 vedove di minatori. Purtroppo non vengono riportati dati riguardanti il Comune di Vilminore. Complessivamente nella provincia di Bergamo, dal 1959 al 1963, vi sono 2136 casi denunciati e 141 decessi. E’ evidente, anche se non specificato, che la maggior parte dei silicotici e dei decessi sia da attribuire alle valli Brembana, Seriana e di Scalve. Un ultimo dato contenuto nella parte conclusiva della relazione di Gilardi riguarda la situazione del comune di Valbondione: dal 1958 al 1963 vi sono stati in mediamente tre decessi (accertati per silicosi) all’anno, e nel 1964 vi risiedono ben 96 pensionati per silicosi, compresi i superstiti.
Riguardo alla c
ondizione economica dei minatori, alle conquiste sindacali ed ai miglioramenti ottenuti, non è fuori luogo un accenno, a titolo esemplare, del contratto nazionale di lavoro per gli addetti all’industria mineraria del 28 marzo 1953. L’orario di lavoro è stabilito in otto ore al giorno. La direzione può stabilire nelle 24 ore due o più turni di lavoro ed agli addetti ai turni di notte viene corrisposto un compenso dell’8 per cento sulla paga base. Il riposo settimanale deve cadere normalmente di domenica e vengono ritenuti festivi il 4 dicembre, giorno di Santa Barbara ed il giorno del patrono della località ove l’operaio presta servizio. Agli operai che lavorano all’interno della miniera viene riconosciuta una “indennità di sottosuolo” nella misura di £. 92 giornaliere. Nel caso di malattia regolarmente riconosciuta, l’operaio ha diritto alla conservazione del posto senza interruzione di anzianità: per sei mesi con una anzianità  fino a cinque anni e per otto mesi per un’anzianità da cinque a quindici anni. Tra i casi previsti di licenziamento con immediata risoluzione del rapporto di lavoro vi sono le assenze ingiustificate prolungate oltre cinque giorni consecutivi e le assenze ripetute per sette volte in un anno nei giorni seguenti ai festivi o seguenti alle ferie; il lavoratore può essere licenziato anche in caso di insubordinazione ai superiori o per un “diverbio litigioso” avvenuto sul luogo di lavoro. Il congedo matrimoniale ha una durata di otto giorni, mentre i giorni di ferie vengono concessi in proporzione all’anzianità di servizio: dodici giorni con una anzianità da uno a sette anni, quattordici giorni da sette a quindici anni e sedici giorni da quindici a venti anni.
Si accennava precedentemente al fatto che in Valle di Scalve non si abbia mai avuto la presenza di una classe operaia organizzata: in alcuni periodi di massima espansione dell’attività mineraria ve ne sarebbero state le condizioni. Le cause possono essere molteplici e non necessariamente interdipendenti. In primo luogo l’industrializzazione ha preso piede con notevole ritardo rispetto ad altre zone: le società Gregorini e Franchi-Griffin subentrano agli antichi proprietari con qualche difficoltà, e solo dall’inizio del 1900 ha inizio la coltivazione delle miniere di Blesio e Flesio con l’introduzione di nuove tecniche e con l’installazione di moderni impianti, come, ad esempio, il sistema di trasporto a mezzo di teleferiche. Con la scomparsa degli antichi proprietari, e sotto un’unica direzione, l’attività mineraria permette una certa continuità dal punto di vista dell’occupazione, numericamente non indifferente. All’inizio della “campagna estiva” iniziata il 6 maggio 1907 presso la ”Bocca da miniera Ribasso” sono occupati una sessantina di operai: minatori, taissatori, vagonisti, fabbri, fornisti e manovali. Per il funzionamento della teleferica vengono impiegati altri sei operai: due speditori, un frenatore, un ricevitore, un guardiafili ed un pesatore. Tuttavia, a causa della fluttuante richiesta del mercato, la richiesta di manodopera ha un carattere stagionale; nello stesso anno infatti, come risulta da una comunicazione fatta dal sorvegliante Antonio Magri al Sindaco di Oltrepovo, vi sono ben 11 operai “che si sono licenziati per recarsi in America”. Cessata la prima guerra mondiale, l’attività delle miniere, sia alla Manina e sia a Schilpario si riduce drasticamente; alcuni vengono occupati alla costruzione della diga del Gleno, ma un buon numero di minatori è costretto ad emigrare. L’attività mineraria riprenderà a pieno ritmo solamente alla fine degli anni ’30 ed alla Manina cessa di nuovo nell’autunno del 1944 con l’assalto al presidio tedesco ed il sabotaggio della stazione di carico da parte dei partigiani della formazione “Giustizia e Libertà”. I primi  tentativi di organizzare gli operai dal punto di vista sindacale avvengono negli anni ’50, e questo viene egregiamente menzionato nelle appassionate testimonianze dei sindacalisti Gianni Previtali e Mario Furia. La difficile penetrazione delle organizzazioni sindacali nell’ambiente dei minatori è senza dubbio correlata agli avvenimenti politici conseguenti al 18 aprile 1948. “Eravamo riusciti ad anteporre a tutto gli interessi dei lavoratori”, sottolinea Previtali, e Furia ammette che le problematiche assumevano spesso una tinta eccessivamente “ideologica”.
Le prima forme di associazionismo, delle quali rimangono solamente alcune scarne tracce documentarie, sono le “Società di Mutuo Soccorso”, istituite in Valle di Scalve negli ultimi anni del 1800. Al 1887 risale la “Società di Mutuo soccorso tra gli operai della Valle di Scalve”, di ispirazione socialista e liberale; dieci anni dopo viene istituita la “Società cattolica federativa di mutuo soccorso fra gli operai ed agricoltori della valle di Scalve”, che fa capo ai Parroci della Valle di Scalve. Considerata la frammentaria documentazione disponibile, non è possibile stabilire quale effettiva influenza possano avere esercitato nei confronti degli operai e dei  contadini aderenti alle stesse Società. Tra le carte di Antonio Magri “Scaramèla” è stato rinvenuto lo statuto dal quale risulta che lo stesso fu iscritto alla Società dal 1° gennaio 1902; i suoi contributi mensili vengono versati fino al mese di dicembre 1906, e dal 18 aprile al 14 maggio 1904 riceve un sussidio giornaliero di £. 1,50;  per questo periodo di malattia riceve dalla Società £. 40,50.

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