AVVERTENZA: Queste pagine sono una sintesi del lavoro di Agostino Morandi; il libro (136 pp.) è acquistabile online alla pagina www.scalve.it/vetrina.htm
PREFAZIONE
Quando si scriverà la storia dell’industria mineraria in Valle di Scalve, non bisognerà dimenticare i nomi di questi umili lavoratori che con cocciutaggine hanno ostinatamente voluto che nelle miniere si lavorasse seriamente (…). Incombe agli scalvini di oggi il dovere di non dimenticare l’esempio che essi ci hanno dato.
Andrea Bonicelli
Il complesso minerario della Manina è situato in Valle di Scalve,
all’estremo nord-est della provincia di Bergamo. La coltivazione di queste
miniere di ferro, unitamente a quelle situate nel limitrofo territorio del
comune di Schilpario, viene fatta risalire ad epoca romana. Alcuni storici
sostengono che vi si traducessero i “damnati ad metalla”, anche a motivo della
separatezza di questa Valle, circondata da una corona di montagne ed accessibile
solamente attraverso valichi impervi, essendo lo sbocco naturale reso
impraticabile dall’orrido che attualmente viene denominato “Via Mala”, lungo il
quale fu realizzata l’omonima strada di collegamento con la Valle Camonica
solamente dopo il 1860. Le ipotesi intorno al periodo delle primitive
coltivazioni hanno qualche fondamento, considerato che è stata accertata la
presenza di una colonia romana a Clusone. L’intera area circostante – la Valle
del Riso, l’alta Valle Seriana e quindi la Valle di Scalve – è stata
caratterizzata dalla presenza di numerosi complessi minerari non solo ferriferi,
ma è noto, ad esempio, che nel territorio di Ardesio furono attive anche alcune
miniere d’argento. La zona mineraria della Manina, così denominata dall’omonimo
valico a quota 1799 s.l.m., che collega Scalve con la Valle Bondione, è situata
sui due versanti denominati rispettivamente Blesio e Flesio. Fino al 1927
apparteneva rispettivamente ai comuni di Oltrepovo e di Lizzola. Intorno al 1880
l’area mineraria aveva un’estensione di circa 30 ettari. Per alcune notizie
attinenti le vicende delle miniere di queste miniere si rimanda alla
consultazione del volume Havvi gente buona et laboriosa, realizzato nel
1993 da Comune di Vilminore di Scalve, e precisamente al saggio il traffico
di cavar la vena, dalla p. 13 alla p. 71. Fra le pubblicazioni attinenti i
minatori e le miniere della Valle di Scalve va senz’altro segnalato il libro “Il
ferro della Val di Scalve” di Alessandro Capitanio, edito dal Museo Etnografico
di Schilpario e dalla Cooperativa Ski Mine, Ferrari Grafiche – luglio 2000. Il
lavoro di Capitanio è pregevole soprattutto nella parte che illustra le tecniche
di escavazione praticate nelle diverse epoche, i sistemi di trasporto della
“vena”, la torrefazione praticata sul posto e la descrizione del “cuore
dell’economia”, vale a dire il funzionamento del forno fusorio che “ha
simboleggiato in Valle di Scalve la siderurgia antica e recente che si è
prodotta con metodi e lavorazioni sino alla metà del 1900”. Con questo volume,
Alessandro Capitanio, con una paziente ricerca, ha inteso riportare alla luce
gli aspetti di una cultura materiale che dopo la definitiva chiusura di tutte le
miniere scalvine rischiava di andare completamente perduta.
“Havvi gente…”
è costituito da
dieci monografie scritte da altrettanti autori, dedicate ai fenomeni
socio-economici che hanno caratterizzato la storia di questa comunità nel corso
del secolo appena trascorso. Con il saggio Il traffico di cavar la vena,
mi ero proposto di esporre, procedendo a grandi passi, la storia delle miniere
della Manina. Partendo dalle ipotesi riguardanti l’inizio della loro
coltivazione, l’impegno era stato quello di elaborarne una breve storia,
attingendo a tutte le fonti reperibili: a stampa, manoscritti, documenti di
diversa provenienza. Durante il lavoro preparatorio erano state raccolte
numerose testimonianze di ex minatori, come pure di persone che avevano vissuto
nel periodo del massimo sviluppo dell’attività estrattiva - dalla fine degli
anni ’30 fino ai primi anni ’60 - che avevano condiviso i problemi, le
aspettative, e pure le rivendicazioni degli operai della miniera. Per diverse
ragioni, la parte più corposa di questo prezioso materiale non potè essere
utilizzata, senza tuttavia escludere l’idea di valorizzarla in un secondo tempo.
Nel corso degli anni’50,
sulla strada che da Vilminore porta alle miniere della Manina si poteva
osservare un sempre maggiore movimento di operai e di mezzi. Nel 1952 i
dipendenti della Ferromin sono alcune decine: minatori, impiegati, addetti alla
teleferica; nel momento di massimo sviluppo, nel 1957, sono oltre 300!. Spesso
attendevo sulla porta di casa mia gli amici di mio padre che salivano da
Vilminore per recarsi in miniera. Dopo aver depositato le pesanti biciclette
affrontavano il ripido sentiero verso le Corne Strette. Con un buon passo, era
necessaria almeno un’ora di cammino. Al ritorno mio padre procedeva
all’operazione della pulitura della lampada ad acetilene. Questo era uno
strumento assolutamente prezioso ed indispensabile, all’interno della miniera ma
anche durante il trasferimento nelle ore notturne. Al rientro, dopo aver
separato il serbatoio dal vaso, toglieva il carburo rimasto e lo nettava
minuziosamente per eliminare le incrostazioni in modo da evitare che l’umidità
lo consumasse; quindi ne aggiungeva dell’altro, riavvitava i due pezzi ed
introduceva nel beccuccio un sottile filo d’acciaio per liberarlo da eventuali
ostruzioni. Ad operazione completata, quasi fosse un rito, appendeva la lampada
ad un rampino, dentro il corridoio di casa, Noi ragazzi potevamo quindi
recuperare i piccoli pezzi di carburo rimasti sul terreno e li utilizzavamo nei
nostri giochi. La tentazione di utilizzare l’acetilene era forte…ma guai a
toccare la lampa del bubà!.