Ipotesi di lettura teologica della scultura del Buon Pastore

Tra le tante opere di Giovanni Giuseppe Piccini, probabilmente il "Buon Pastore" (H cm. 35 c.a.) caratterizza al meglio la sua vita artistica profondamente irradicata nella fede cristiana. Non solo rende omaggio alla tradizione che lo nutrì fin dall'infanzia, ma cerca di farla propria per esternare con sincerità la sua concezione del Mistero Divino.
Si nota immediatamente che la figura umana portante un agnellino sulle spalle non solo non è né bella, né piena di vigore (in chiaro contrasto con l'immagine comunemente accettata nell'iconografia cristiana sin dagli inizi; sarebbe utile un raffronto con gli affreschi delle catacombe); ma addirittura appare stanca, sfinita. L'espressione del viso del Pastore richiama senz'altro l'espressione dell'agnello: è segnata dalla sofferenza e dalla fatica; sembra quasi di vedere le gocce del sudore scendere dalla fronte.
Si presenta così ai nostri occhi un Cristo sfinito, un Cristo che si carica delle nostre debolezze, delle nostre tragedie, dei nostri peccati (è bene rammentare che la statua era originariamente collocata sull'architrave del confessionale della chiesa parrocchiale di Nona). L'uomo rappresentato qui è il Cristo vero della fede cristiana, Quello che non ha "né bellezza, né apparenza" ma è anche Quello che nell'obbrobrio del suo Sacrificio sa rendere bella la nostra vita.
In questo consiste la grande intuizione del Piccini: mettere davanti a noi la Non Bellezza, la Bellezza Non Apparente. L'intuizione dell'artista cristiano, per il quale il Cristo non è un esempio astratto da seguire, bensì una persona reale che nella sua realtà mostra tutta la grandezza del soffrire umano.
L'artista propone così all'osservatore un Dio che non solo sa liberare l'umanità dai dolori, ma che fa questo condividendoli, facendoli propri.
Una ulteriore conferma di questo possono essere i segni dei chiodi e la ferita nel costato che sono chiaramente leggibili sul corpo. Così, l'Atto Supremo della cura divina per le sue pecorelle diventa l'atto del Sacrificio della Croce. "Cristo ha pagato già i tuoi peccati con il suo Sacrificio. Và e non peccare più!". Forse questo voleva dire l'artista eseguendo l'opera che era destinata a presentarsi davanti agli occhi dei penitenti.
Questa è solamente una delle interpretazioni possibili dell'opera, ma indubbia rimane una cosa: per Gioseffo l'ispirazione artistica andava di pari passo con l'ispirazione divina. L'ispirazione divina, un'altra volta, "prendeva carne" e diventava opera d'arte nelle mani dello Scultore.

Pavel Vavíline

Pavel Vavíline, nato a Gorkij (Russia), è ora studente di teologia presso l'Università Lateranense in Roma ed ha seguito i corsi della Storia dell'Arte presso i frati francescani di Assisi.
È venuto a conoscenza della scultura lunedì 28 luglio 1997, visitando la mostra sul Piccini allestita a Vilminore. Il giorno seguente ha potuto studiare dal vero il bassorilievo "la Pace" ed il tuttotondo raffigurante il "Buon Pastore".

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